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venerdì 18 aprile 2014

Munari politecnico

[di Valentina Colombo]

Faccio parte di quello stuolo di ammiratori (quasi) incondizionati che ha praticamente fatto il conto alla rovescia per l'apertura della mostra dedicata a Bruno Munari dal Museo del Novecento, a Milano. Dal 6 di aprile al 7 settembre, al piano terra di questo bellissimo spazio, potrete vedere numerose opere del designer, pittore, scultore, scrittore, teorico, filosofo, artista, futurista, concretista... insomma di Munari “politecnico”. Un aggettivo che, secondo il curatore Marco Sammicheli, racchiude proprio l'indiscussa poli-tecnicità di Munari. Abbiamo già parlato svariate volte di lui in questo blog, in relazione ai suoi libri per bambini, ma anche alla sua estetica, alla filosofia e al metodo da lui creato, che ormai hanno fatto scuola.
Dare conto di questo immenso corpus di ricerca e di opere è una impresa non da poco. Le collezioni Munari sono sparse un po' ovunque. Quello che è presente alla mostra in corso proviene in gran parte dalla Fondazione Vodoz-Danese, dove si è realizzata la prima retrospettiva, nel 1996, di cui questa è una ideale prosecuzione e un ampliamento; dalle Collezioni Civiche del Comune di Milano; dallo stesso Museo del Novecento e dagli archivi dell'ISISUF (Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo).

Alta tensione, 1996

Macchina aerea

Chi conosce le opere di Munari forse da una retrospettiva si aspettava una quantità e una varietà di opere diversa. 

In primo piano, Fossili del 2000, 1979. Sullo sfondo si vedono
 i disegni per Nella notte buia, libro uscito nel 1956.
Scrittura illeggibile di un popolo sconosciuto, 1984-1985

Una delle teche con i lavori editoriali di Munari.
A sinistra, Le Macchine di Munari, a destra un suo taccuino.
Solo poche tavole dedicate ai suoi libri, pochi dei suoi bellissimi Libri illeggibili: la parte editoriale del suo lavoro è forse la più assente in questo allestimento, curato da Paolo Giacomazzi, molto ben riuscito, coerente con la limpidezza e la pulizia del lavoro di Munari.

Bambù, 1965
La mostra è suddivisa in quattro sezioni: la formazione artistica giovanile; il rapporto con la scienza e la relazione tra questa e la prassi e teoria creativa; quello con l'arte, l'estetica e il fare artistico e, infine, con i movimenti con cui Munari è venuto in contatto nel corso della sua vita. Intorno a questi quattro pilastri alcuni spunti, sprazzi di quello che accadeva a Milano e nel mondo, a dialogare con le opere esposte, cercando di far emergere le citazioni, le rielaborazioni e le riflessioni di Munari sulla contemporaneità. E quindi si trovano, sulle pareti laterali della sala, tra gli altri, Franco Grignani, Max Huber ed Enzo Mari.
Di nuovo, mai visto altrove, almeno per me, c'erano i Vasi di Bambù, ma soprattutto un accenno, peccato sia solo tale, alla presenza fondamentale della moglie Dilma, autrice di un piccolo collage, tra i primi esposti, che sembra giocare con le opere del marito.

Carlo Belloli, Tipogrammi per Marinetti, 1943

Dilma Munari, Collage su carta senza titolo, 1936

Enzo Mari, Interno, 1952

Max Bill, Farben um schwarz und Weiss, 1977
Eppure, da una retrospettiva su un artista così, in una cornice tanto importante, forse mi sarei aspettata di più. Si sente, pesante, l'assenza dell'elemento del gioco, così fondamentale per Munari. Se ne vede bene l'aspetto sperimentatore, polimaterico, politecnico, appunto. 

Proiezioni dirette, 1951

Si nota il lavoro teorico e pratico sui materiali, e quindi, sul design. Ci si diverte a spulciare tra le diapositive esposte ordinatamente nelle teche, e a immaginare i Tessuti ottenuti dagli errori delle macchine stampatrici degli anni Ottanta sulla sedia di design esposta in uno degli eventi della Design Week, appena terminati.

Tessuti ottenuti dagli errori delle macchine stampatrici, 1982

Mi chiedo che cosa si volesse trasmettere di Munari, a chi e utilizzando quale chiave di lettura. Mi resta una sensazione di incompletezza, di non chiarezza. C'è sempre una semplicità nelle sue opere, data dal fatto che il primo motore di conoscenza in Munari è sempre stata l'esperienza, intesa proprio come sperimentazione casuale, pratica, giocosa del mondo e di tutte le manifestazioni della creatività umana. Una mostra come questa è forse troppo, per così dire, seriosa. 


Sarebbe stato bellissimo se tra una limpida bacheca e l'altra ci fosse stata qualcuna delle splendide foto esposte nella sala attigua: una raccolta di scatti di Ada Ardessi e Atto con il titolo Chi s'è visto s'è visto (un titolo che credo Munari avrebbe amato perché racchiude una ironia e un gioco di parole ricchi di spunti di riflessione) che avrebbero contribuito a creare quel ritratto di uomo minuto e curioso che invece fatica ad emergere.
Infine, dal punto di vista di una appassionata, è un peccato che questa retrospettiva si limiti solamente alle opere provenienti dalle collezioni comunali e dalla Fondazione Vodoz-Danese. 

Lo scorso settembre, ad esempio, tra le tante iniziative, al MoMA di New York, Corraini, editore ormai di quasi tutto il corpus delle opere diMunari, ha presentato la sua collezione di libri d'artista, opere fuori catalogo e bozzetti. Sembra che le due mostre non abbiano in nessun modo dialogato tra loro, ed è un peccato, perché Munari politecnico è anche Munari illustratore e grafico di libri per bambini, e non solo. Ma penso anche alla bella Collezione di Cantù. Questo anche perché il 3 giugno si terrà una giornata internazionale di studi su Bruno Munari, con esperti provenienti da ogni parte del mondo.

Movimento apparente di una texture, 1960
La mostra è senz'altro degna di essere vista, sia che si conosca bene Munari sia che ci si avvicini a lui per la prima volta. C'è tanta bellezza in quelle sale da rimanerne folgorati a vita, e tante sollecitazioni visive e metodologiche da scriverne pagine e pagine. E sicuramente mi rimane la grande curiosità del catalogo, in corso di realizzazione. Non si tratterà, a quanto sembra, di un normale catalogo delle opere esposte, ma di un ritratto di Munari attraverso gli occhi di chi lo ha conosciuto e ha lavorato con lui. Il libro verrà presentato a fine mostra, quindi dovremo attendere ancora qualche mese. Un altro conto alla rovescia per me.  

mercoledì 20 novembre 2013

La Casa delle Meraviglie

[di Valentina Colombo]

Circa tre anni fa, Loredana Farina, che conosco per essere membro del gruppo di lettura Alle 9 da Babar, e che è diventata una mia cara amica, mi ha chiamato chiedendomi di partecipare a una sua "impresa". Ha usato, me lo ricordo bene, proprio questa parola, e il perché è presto venuto alla luce.
Si trattava di scrivere un libro sulla Emme Edizioni; di mettere in piedi una ricerca filologica, storica, metodica; di fare uno studio serio, approfondito e circostanziato sulla casa editrice fondata da Rosellina Archinto nel... 1965 o 1966?
Non scherzo, ci abbiamo messo un po' a capire se il primo libro fosse uscito nel '65 o nel '66. Non è stato facile rispondere a domande così basilari. Lo sa bene anche Alessandra Mastrangelo, bibliotecaria di mestiere, che per tutti questi mesi ha saltato da una biblioteca all'altra, da un ufficio all'altro, da un sito web all'altro, portando a termine, con fatica ammirevole, la missione di ricostruire il catalogo della Emme Edizioni.
Loredana ha alle spalle una storia da editore (è la fondatrice della casa editrice La Coccinella e massima esperta di libri gioco) ed è una donna acuta e testarda, precisa e rigorosa. Se non fosse stato per questo suo estremo rigore, non sarei qui a parlare di questo libro, che oggi, stampato e rilegato, si intitola La Casa delle Meraviglie.

Una delle prove di stampa de La Casa delle Meraviglie

Avventurarsi alla ricerca di informazioni sulla Emme è stato affascinante e sfiancante.
Oggi, ci sono database, registri, OPAC che ci aiutano. Ma negli anni Sessanta le cose non stavano esattamente così. I libri per bambini non sono uno di quei tipi di libro che le persone sono abituate a conservare (se non in rari casi). E anche solo ritrovare le prime edizioni, per vedere come fossero fatte, cosa ci fosse scritto sul colophon, che dimensioni avessero, è stato complesso.

1967, il primo catalogo della Emme Edizioni con la copertina di Aoi Huber Kono.
Oggi c'è internet, c'è "mamma Google" a cui chiedere tutto e che tutto sa. Ma sulla Emme Edizioni di quegli anni, se cercate, c'è poco, pochino, pochissimo. Quasi nulla, se non qualche cenno sulla mostra realizzata a Bologna, a Sala Borsa, da Hamelin e sul bel libro edito dalle edizioni Giannino Stoppani, Alla lettera M. Qualcosa in più su Rosellina Archinto, sì, ma soprattutto sugli ultimi anni della sua attività, come editore della Archinto Edizioni.

Rosellina Archinto
La fortuna è stata che la signora Archinto, lungi dal sottrarsi alle nostre richieste, si è invece generosamente prestata alle sessioni di interviste con Loredana. Chiacchiere in cui è emerso pian piano un quadro, una vita intera: incontri, amicizie, scontri, intrecci, collaborazioni. Il frutto di questi lunghi racconti lo troverete nella prima parte del libro; otto interviste per otto tappe della vita di Rosellina Archinto: dall'infanzia a New York, da Milano Dove alla Emme Edizioni.
E gli albi? E i saggi della collana Il Puntoemme? E L'Asino d'Oro? Con precisione scientifica, Loredana ha scelto alcune persone dalle competenze e dagli sguardi più diversi, distribuendo loro i compiti come il direttore a un'orchestra.
Se anche non vi interessasse nulla della Emme Edizioni, questo libro vi insegnerà comunque molte cose. I libri pubblicati dalla Emme sono 756, secondo le ricerche che ha fatto Alessandra. Impossibile parlare di tutti, nel volume, anche se confesso, li abbiamo praticamente visti tutti, avuti tra le mani o per lo meno sbirciati in foto o documenti d'archivio. La casa di Loredana straripava di libri Emme, e il mio computer anche.
Roberto Denti con Rosellina Archinto alla Libreria dei Ragazzi di Milano
Loredana ha avuto le idee chiare sin dall'inizio. Bisognava far capire a chi avrebbe letto il libro ("quelle venti, trenta persone che lo faranno, che i cinquanta lettori del Manzoni sono un'utopia", ci dicevamo fra noi, ridendo) che questa cosa, apparentemente banale, del fare i libretti per i piccoli, di banale non ha proprio nulla. Che in quegli anni, per me che ho superato i trenta come per chi è già nonno, questi libri sono stati importanti. Che per l'economia del nostro paese, quella che ha a che fare proprio col vile denaro, per la crescita culturale degli italiani (e non solo), per la scuola e le biblioteche, questi libri hanno segnato un prima e un dopo. Roba non da poco.

La seconda parte del libro fa proprio questo: traccia una serie di sentieri all'interno dell'intricato mondo del catalogo Emme. Si parla di come si facevano i libri, di chi li faceva, di cosa si voleva trasmettere, di cosa succedeva intorno alla casa editrice; si parla anche di libri in viaggio da un editore all'altro, in tutto il mondo; si parla di scrittori famosi e aneddoti curiosi.

Catalogo dei 10 anni della Emme Edizioni con copertina di Oski.

E quando si arriva alla fine del libro e si legge quel lungo elenco di titoli pubblicati, in ordine cronologico, si trovano tanti nomi conosciuti, e altri meno, titoli che sono passati sotto i nostri occhi, magari all'università, o titoli sconosciuti o di cui forse, talvolta, abbiamo solo sentito parlare.
Quando si ha in mano La Casa delle Meraviglie si capiscono le origini di molti dei bei libri che riempiono le librerie oggi.

Perché mettersi in un'impresa così faticosa e difficile? Un pomeriggio, un tè fumante davanti e una pila di circa cinquanta libri Emme da catalogare e verificare, Loredana mi ha detto questa cosa, press'a poco: "Sai Valentina, senza certi libri io e te non faremmo questo mestiere, ed è quasi un dovere farlo sapere a tutti, che i libri per bambini sono una cosa che ti entra dentro e poi non ti lascia più, anche se non vuoi".
Io scommetto che chiunque aprirà questo libro troverà una traccia di sè, un colore, un segno, una parola, indipendentemente da tutto. E magari non avrà nemmeno sentito mai parlare della Emme Edizioni di Rosellina Archinto.


Quindi spero di vedervi in tantissimi, domani sera, 21 novembre, alle ore 19 a Palazzo Reale (la sala è quella di destra, al piano terra, guardando il palazzo c'è una porta a vetri ben visibile). Insieme a noi, a Loredana Farina e a Rosellina Archinto, ci saranno anche Irene Bignardi e Salvatore Gregorietti, che introdurranno il libro e racconteranno alcune interessanti cose, che non vi svelerò.  E intorno a voi, potrete vedere alcuni dei libri di cui si parla, in mostra con Inventario fra le parole e le immagini della Emme Edizioni, 1966-1985, esposizione che rimarrà aperta fino al 5 dicembre (e di cui abbiamo parlato qui).

Un'ultima informazione: Loredana Farina, insieme ad ABCittà, ha preparato una mostra itinerante sulla Emme Edizioni che può essere noleggiata dalle biblioteche di tutta Italia o da chi ne farà richiesta (scuole, associazioni e chi più ne ha più ne metta). Accanto a questo allestimento, è disponibile anche un percorso di laboratori per grandi e piccoli tutti dedicati agli albi. Se volete saperne di più, il contatto è qui.

lunedì 15 aprile 2013

Io sono albero

Ovvero: nomi sugli alberi in difesa di un territorio verde minacciato

[di Ilaria Turba]

Il parco del Paolo Pini si trova nel quartiere Affori a nord di Milano, nelle aree dell’ex ospedale psichiatrico. Qui negli anni si è sviluppato un prezioso e importante laboratorio sociale composto da realtà uniche in città, come gli orti comunitari del Giardino degli Aromi, il bar ristorante Jodok, il teatro cucina, il festival “Da vicino nessuno e normale” gestito  dall’associazione Olinda, e  l’Istituto Pareto, unica scuola di agraria a Milano con aree didattiche nella stessa area (vi suggeriamo di andare ai link per rendervi conto della qualità di quello di cui si sta parlando, n.d.r).

In questo territorio vivono volpi, ricci, conigli, falchi, galline; in estate, è possibile vedere le lucciole volare a centinaia. In quest’area sono state mappate specie rare di piante vagabonde che qui si fermano perché è un territorio ricco di biodiversità, alberi antichi da frutta, erbe aromatiche.
Un piccolo paradiso in città, a pochi passi dalla metropolitana; un piccolo ecosistema 
che in un altro paese meno cieco sarebbe già un parco protetto, da valorizzare come bene comune.

Ma la storia nel nostro paese è sempre un po’ storta e paradossale e tutto questo oggi rischia di venire distrutto.

Immagini del Giardino degli Aromi, Parco ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini.

Proprio accanto al parco del Paolo Pini su 10 ettari circa di terreno, sorgerebbe il “Comparto Litta Modignani”: programma di edificazione voluto dalla Provincia di Milano, pensato su un’area che ha già subito in questi ultimi cinque anni forti speculazioni edilizie. Il paesaggio di quest’area, come in altri quartieri in città, si è riempito di grandi palazzi, spesso progetti ambiziosi, scollegati con le realtà in cui sono inseriti e che in larga parte restano invenduti.
Il verde urbano sembra sempre relegato a decorazione: spugnette verdi inserite con degli stecchini di legno in modellini asettici chiusi negli studi dei progettisti.

Ci si chiede: su quale esigenza vera si basa questo progetto?
Spariti volpi, ricci, alberi e lucciole, cosa ci resterà?

Immagini del Giardino degli Aromi, Parco ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini.

Per difendere questo territorio e dare un’alternativa concreta, si è formato un gruppo di cittadini che si è dato il nome di “seminatori di urbanità”, che in pochissimi mesi ha lanciato una campagna di raccolta firme che a oggi sono più di 12 mila (firmate!, n.d.r.), dopo un primo incontro pubblico, in marzo, con una tavola rotonda, sarà organizzata per domenica 21 aprile una grande festa nell’area dove potrebbe sorgere il parco, dove si svolgeranno varie iniziative

Una di queste è Io sono albero: un’azione collettiva nata dal mio incontro (vivo ad Affori e faccio parte dell’Associazione del Giardino degli Aromi) con Francesca Zoboli, illustratrice da sempre sensibile al tema della natura, (qui i suoi report dal bosco di Topolò e dalle faggete dell'appennino modenese). Durante la giornata del 21 aprile persone di tutte le età potranno dare il proprio nome a più di 1200 alberi del parco, come gesto simbolico in difesa di questo territorio.

Lettere dell’alfabeto dipinte su carta ritagliata saranno a disposizione dei partecipanti che potranno comporre i propri nomi e applicarli (come dei manifesti) ai tronchi delle piante con colle organiche a base di cellulosa (che non appiccica e non macchia!)
































In preparazione di questa giornata di festa in difesa del parco, il 17 aprile, dalle 17 alle 22, negli spazi dell’associazione del Giardino degli Aromi, Francesca e io terremo un open call per illustratori, artisti, attivisti e liberi partecipanti: tutti insieme prepareremo gli alfabeti, realizzati con stencil e dipinti a mano su carta, con cui "firmare" gli alberi il 21 aprile.
Il programma dettagliato della giornata è disponibile qui.

(Le silhouette fotografiche degli uomini e delle donne verdi sono di Ilaria Turba, n.d.r.)


martedì 8 gennaio 2013

(Non) giudicare un editore dalla copertina

È stato così, N. Ginzburg, 1947, da FN

[di Valentina Colombo] 

Il 29 novembre, pochi giorni dopo la chiusura di Bookcity, è stata inaugurata a Palazzo Reale, a Milano, la mostra dedicata a Giulio Einaudi, dal titolo L'arte di pubblicare. Un percorso che è, sì, un omaggio, ma anche una bellissima panoramica delle problematiche, le soluzioni, le intersezioni tra le arti che caratterizzano il lavoro degli editori, e in particolare quello di Einaudi per le sue collane di narrativa, partendo dagli anni Trenta agli anni Ottanta, anche se I Coralli nascono ufficialmente nel 1947, con la pubblicazione di È stato così di Natalia Ginzburg, e muoiono nel 1976.
Si dice spesso che non bisogna giudicare un libro dalla copertina. A volte però la copertina è già in sé un terreno di sperimentazione e di scelte così forte da diventare essa stessa, indipendentemente dai contenuti, simbolo, porta di passaggio a un mondo letterario preciso e riconoscibile. In questo senso, Einaudi è stato un vero pioniere. Ha capito, prima degli altri, che la copertina è più di ogni altra cosa un invito a entrare nel libro, uno specchio per il lettore, un modo per entrare in contatto con il pubblico.

Foto da Cosedalibri
Per l'editore hanno lavorato nomi come Vittorini e Munari, e artisti come Casorati, Modigliani e Morandi, tutti presenti in mostra. Cinque sale sono dedicate alla collezione Opere di maestri contemporanei, con straordinarie tavole anche di nomi come Giacometti e Manzù. E seguendo le bellissime pareti della sala, coperte dai libri incorniciati come quadri, il colpo d'occhio è formidabile e affascinante. La stessa scelta espositiva denuncia una precisa visione del lavoro di Einaudi, come interlocutore privilegiato e altissimo tra arte, politica e cultura a Milano nei decenni più complessi della nostra storia recente.

Scopriamo, nelle ricche e precise didascalie e presentazioni di una mostra molto ben curata, come mai si è passati dalle prime copertine figurative di Francesco Menzio a quelle più sintetiche e sperimentali di Max Huber e Albe Steiner, rivelando l'intreccio di riflessioni sulla società italiana, profondamente mutata, i bisogni del lettore e i principi della comunicazione visiva, della grafica e del design. 

Foto da Sempre la stessa storia
Evidente è la ricerca costante di un codice che permetta da una parte di attrarre, di avvicinare, dall'altra di far riconoscere, trovare una immagine coordinata di impatto, di effetto, riconoscibile, che trasmetta coerenza stilistica, ma anche la grande varietà di voci che la casa editrice porta sul mercato di quegli anni.

Ma non ci sono solo le copertine. Il libro interamente è analizzato e ce ne viene raccontata la storia, la vita, si fa una vera anatomia della collana, che ci restituisce importanti spunti.
Sottolinea, la mostra, come il libro sia uno specchio chiarissimo delle fasi storiche e sociali che il nostro paese si trova ad affrontare, dei cambiamenti politici profondi e sconvolgenti, dagli anni del fascismo, al dopoguerra, agli anni di piombo.

L'evoluzione dello Struzzo Einaudi - dal sito della casa editrice

Una gabbia di impaginazione
Il curioso aneddoto dello struzzo, storico simbolo della casa editrice, che sposta la testa da destra a sinistra, è solo un piccolo segno di ciò che le copertine raccontano e riflettono (potete leggerne la storia qui).
Bello anche vedere come la riflessione sullo spazio della lettura, l'organizzazione del testo sulla pagina, le proporzioni riviste, rielaborate e mutate portino gradualmente a mettere in discussione canoni, a pensare al libro come oggetto complesso.

L'alfabeto in carattere Bembo

L'alfabeto in Garamond Simoncini

Anche i caratteri tipografici mutano nel tempo, così come l'impaginazione: si passa dal Bembo al Garamond Simoncini, dal dorso in tela, alla brossura, alla sovracoperta bianca; i titoli si spostano dal basso all'alto, in modo che siano visibili sugli scaffali delle librerie; i nomi degli autori diventano un po' più grandi; il bianco, piano piano, mangia le immagini che caratterizzavano le prime uscite e riempie con la sua iconica presenza tutto lo spazio. Tra gli artefici di queste mutazioni anche Bruno Munari, che contribuisce a formare una identità unica per la casa editrice. Sua questa frase che così bene sintetizza la vocazione che lo accomuna all'editore, quando afferma: «La copertina di un libro è un manifesto, e la sua missione è di comunicare a chi la osserva che c’è qualcosa di interessante per lui in quel libro».
Copertine per opere di Italo Calvino nei Coralli. Foto da FN.

La mostra è imperdibile, ed è molto più ampia di quanto non risulti a una prima visita. Aiuta e spinge a riflettere sull'importanza del lavoro editoriale; regala sguardi nuovi su ciò che è in apparenza così semplice, ma che è arrivato a noi dopo anni di cambiamenti; analizza la complessità dello sguardo e della percezione, e la difficoltà nel coordinare tante competenze diverse: quella del tipografo, del grafico, dello scrittore, con un occhio attentissimo nei confronti del lettore e delle sue esigenze, ma senza perdere di vista il valore del testo pubblicato, le sue caratteristiche, il suo carattere. Ecco perché all'interno di questa mostra ci sono numerosi percorsi paralleli.

Giulio Einaudi da giovane.
Uno di quelli più interessanti riguarda senza dubbio il rapporto tra l'opera letteraria e la sua percezione, punto questo su cui Einaudi, come editore e dunque intermediario e promotore culturale, dedica un'approfondita riflessione. Tanti i nomi che si intrecciano al suo, sebbene in ultima istanza sia sempre lui a decidere le sorti dei suoi libri, a leggere il gusto e gli umori degli italiani, che si traducono spesso in cambiamenti di rotta, cioè in scelte di linguaggio visivo diverse.

Per questo l'omaggio finale di Giulio Paolini, intitolato O.D.E e dedicato agli occhiali di Einaudi, è la chiusura del cerchio: un'opera dove tutti gli elementi di questa esposizione ritornano in un unico spazio: sguardo, mani, pagina, grafica, bianco e colore.

G. Paolini, O.D.E, tavola centrale, foto da Libreriamo
Interessante è l'intervista realizzata da Doppiozero a Malcolm Einaudi Humes, che ripercorre dettagliatamente la storia dei Coralli e del nonno, arrivando a toccare anche temi come l'eredità della "vecchia Einaudi", la gestione di una impresa culturale e il futuro dell'editoria di progetto. Da leggere, insieme all'approfondita presentazione, con tanto di materiali online e gallery, del bravo Federico Novaro (a cui abbiamo rubato alcune immagini per questo post), che sulla sua pagina si è anche fatto promotore di una iniziativa "social": la costituzione, con il contributo degli utenti, di un vero archivio delle copertine dei Coralli, che trovate qui. Istruzioni per contribuire a questa esperienza filologica (ed enciclopedica!) invece sono disponibili qui.


La mostra, gratuita, è aperta fino al 13 gennaio, ed è stata promossa dal Comune di Milano in collaborazione con la Fondazione Giulio Einaudi e Skira editore. Informazioni qui e nell'immagine qui sopra.