Qualche giorno fa, invitate da Scrittorincittà , a Cuneo, Simona Mulazzani e io abbiamo tenuto due incontri sul nostro libro Vorrei avere con bambini delle elementari. Sono stati due incontri bellissimi, come capita quando lo scambio di parole e di pensieri crea una tensione positiva, un'atmosfera viva, rara, che accende e fa volare alto il desiderio di conoscenza e ascolto reciproci.
Prima dell'evento, mi chiedo come impostare questi incontri. So che questo libro con i bambini funziona bene: sono vicini agli animali, li sentono intensamente, li amano, li sognano, sono presi dalle loro belle e straordinarie forme, dal mistero della vita chiusa nel loro corpo. Del resto questo libro si fonda proprio sulla memoria che di tale esperienza ho fatto nella mia infanzia. E durante un incontro a Milano, alcuni mesi fa, in una scuola elementare mi sono resa conto dell'impatto che questa sequenza di animali-desideri ha sui bambini. Mentre rifletto su questo, per qualche ragione penso che un modo adeguato per cominciare potrebbe essere la domanda: “Vi piace pensare?” Quella che parla in queste pagine è, indubitabilmente, una voce interiore, che viene dal profondo. Qualcosa però dentro di me si oppone a questa ipotesi: obietto a me stessa che si tratta di un punto di vista troppo astratto, adulto, sofisticato. Forse con questa domanda sto solo chiedendo ai bambini di confermarmi idee oleografiche e intellettualistiche che ho su di loro. Dopo un breve alterco sulla questione fra me e me, alla fine, prevale la fiducia e così decido di sperimentare l'idea.
A disposizione mi trovo quattro classi di marmocchi freschi di energie mattutine. E tutto mi aspetto eccetto l'ovazione, incondizionata, assoluta, unanime che segue al quesito, sia durante il primo incontro sia durante il secondo. Un sì-boato che fa tremare vetri e muri. Ecco, mi dico, lo sospettavo: ai bambini piace pensare. Uno di loro specifica che gli piace pensare quando dorme, un altro quando va in macchina (e io gli dico che a questo pensare su ruote ho dedicato un libro). Tutti i bambini sono concordi nel dire che per pensare ci vuole tranquillità, silenzio, solitudine, che pensare è una cosa bella da fare assorti, nella concentrazione di se stessi che ci permette di ascoltare il mondo. È in questo modo, su queste riflessioni condivise che io e Simona, a poco a poco, portiamo i bambini dentro le parole e le immagini di Vorrei avere, pagina dopo pagina. Loro ci seguono, fiduciosamente e non perdono un colpo, nel fitto dialogo che tessiamo alla ricerca dei possibili significati che noi, autrici, e loro, bambini, cerchiamo di trovare, insieme. È una passeggiata emozionante, con momenti di sospensione, entusiasmi, esclamazioni, pause, esitazioni, dubbi, interrogazioni e momenti di grande, irrefrenabile ilarità.
Una seconda ovazione accoglie la domanda “Che animale vi è piaciuto di più?” In un grido generale di giubilo, è la pantera a spuntarla, capace di mescolare il suo nero a quello dei rami, perfetta metafora di invisibilità. Un'immagine riuscita al punto che ti si insedia in testa appena la vedi e io sono certa che questo libro ha venduto i diritti in otto paesi per merito suo. Recentemente ho parlato a lungo di lei con una persona che ama gli animali, e molto si occupa di quelli che ci abitano la mente. Mi ha fatto presente che questa pantera è tradita, nel suo desiderio di confondersi col buio, dagli occhi. Con i bambini di Cuneo scopro che se i suoi occhi la tradiscono è solo per vedere attraverso il buio quelle cose che i nostri non coglieranno mai.
Scopro un'altra cosa con loro. Arrivata all'ultima pagina del libro quando chiedo cosa dice il cielo all'elefante e alle sue immense orecchie fatte per coglierne i messaggi, un bambino mi spiega, serio: “Dice che vorrebbe avere orecchie immense come quelle dell'elefante per ascoltare quel che l'elefante gli dice.”
Sì, a questo punto è certo che ai bambini piace pensare. Piace molto. Direi, da morire. E lo sanno fare anche molto bene. Cosa accada, poi, quando crescono, al punto da far diventare il pensiero una delle attività meno frequentate e più invise alla vita adulta, è davvero un mistero. E, su questo, noi adulti faremmo bene a interrogarci, molto seriamente.


