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mercoledì 9 gennaio 2013

Esperienze /3 : Sporcarsi le mani


[di Aurora Cacciapuoti]

Edinburgh Printmakers: non scorderò mai la prima volta che ho messo piede in quell'incredibile studio. Dappertutto macchinari sconosciuti e un'atmosfera talmente unica da non poterla tradurre in parole.
Questa officina laboratorio ha aperto nel 1967 ed è stato il primo workshop ad accesso libero nel Regno Unito. Oggi vi si possono sperimentare tecniche di incisione, litografia, serigrafia, relief printing ed è il più importante spazio dedicato alla stampa d'arte in Scozia.
Lo studio, originariamente situato in Victoria Street, si è successivamente espanso in uno spazio sopra la famosa Fruitmarket Gallery e, dal 1984, si trova nella nuova sede in Union Street che è ancora oggi meta di artisti, studenti, professionisti e appassionati.
È stato Robert Cox, un gallerista americano, a iniziare questa attività, con l'idea di creare un workshop per artisti annesso alla sua galleria d'arte. Fra i suoi sostenitori c'erano Philip Reeves dal Glasgow School of Art, Roy Wood e Kim Kempshall, che hanno entrambi insegnato printmaking all'Edinburgh College of Art. Lo spazio è nato anche come risposta al bisogno di tanti studenti di printmaking di trovare un posto per lavorare che non fosse il loro appartamento; uno dei primi artisti a usufruire dello spazio fu John Bellany, oggi uno dei più importanti pittori scozzese, ma allora un ribelle neo-laureato.

Da EP si respira un'aria particolare, carica d'ispirazione. Da qui sono passati artisti come Ian Hamilton Finlay, William Johnstone, Eduardo Paolozzi, George Donald, Robert Croazier, Jane Hyslop.
Io ci sono arrivata per caso, spinta da un'amica che organizzava un mercatino di artisti a Edimburgo. Mi disse di provare a stampare i miei lavori in serigrafia e di fare un corso di un giorno allo studio perché ne sarebbe valsa la pena.
E così è stato: una settimana dopo mi sono trovata a trafficare tra telai, emulsioni, inchiostri e pistole ad acqua.

Da EP sono arrivata con un progetto ben preciso: stampare in serigrafia in serie limitata le illustrazioni “Cat in Edinburgh”. Inizialmente i miei gatti erano rappresentati in vestiti di diverse epoche, periodi storici che mi affascinavano. Successivamente ho iniziato a ispirarmi a dei personaggi scozzesi famosi, come il poeta Robert Burns, Mary Queen of Scots e Robert the Bruce.
Pensavo che una volta finito il progetto sarei tornata alla mia scrivania, invece la serigrafia mi ha appassionata così tanto che ho iniziato a passare intere giornate allo studio. La mattina disegnavo in uno degli spazi comuni e il pomeriggio preparavo il mio telaio (avevo affittato un vero gigante, quasi più alto di me!). Allo studio c'era anche la possibilità di mangiare nel cucinino comune e di pomeriggio fare un tè o merenda, chiacchierando con gli altri artisti e  mangiando dolcetti, che ogni giorno qualcuno portava.
Insomma il risultato è stato che per quasi quattro mesi EP è diventata la mia seconda casa.


La mia maestra è stata la brava Gillian Murray, artista e printmaker. Gillian lavora da EP dal 1997 e con passione mi ha introdotta al mondo dello screen-printing. Quando l'ho contattata, dicendole che stavo scrivendo questo articolo, si è resa subito disponibile a rispondere a tutte le mie domande su EP con pazienza ed entusiasmo.

Gillian mi parla della sua passione per la serigrafia: “Mi piace la varietà di compiti che il mio lavoro mi porta a svolgere e poter incontrare persone interessanti di ogni parte del mondo. 
Il mio lavoro comprende l'insegnamento della serigrafia tramite corsi e la collaborazione con artisti su progetti comuni. Inoltre comporta il lavoro con un artista, aiutandolo a creare stampe e serigrafie a edizione limitata. L'artista lavora sulla sua immagine e io preparo il telaio e stampo per lui.
Insegno a tante diverse tipologie di persone e gruppi: dal principiante, ai gruppi scolastici, a persone già esperte che vogliono migliorare la tecnica.”


Quello che personalmente mi colpisce della serigrafia è la sequenzialità, il lavoro manuale, la ripetitività dei gesti, i barattoli di colori allineati sugli scaffali.
Per me questo tipo di lavoro è quasi come una meditazione. Mi piace l'artigianalità, il contatto che si crea con le persone che lavorano fianco a fianco, indossare il grembiule tutto il giorno, tornare a casa con le mani sporche di colore e una pila di fogli appena stampati.

Per ogni tipologia di stampa nel workshop sono messi a disposizione degli artisti ampi spazi e tecnici esperti e appassionati, sempre pronti a dare una mano e utili consigli.
Gran parte dei materiali si possono trovare in loco e per la serigrafia è possibile affittare un telaio, se non se ne possiede uno.

“Lo studio” dice Gillian “è un ampio open space dove convivono artisti di varie discipline, come graphic designer, illustratori, pittori, architetti, scultori e altri ancora. Ci sono anche altre persone, non necessariamente artisti, interessati alla stampa e desiderosi di mettersi in gioco e sperimentare. Lavorare in questo spazio e condividere conversazioni e idee è interessante per molte persone, particolarmente se abitualmente lavori da solo nel tuo studio. Attraverso questo scambio spesso nascono opportunità per gli artisti che lavorano da EP e possono nascere collaborazioni con altri workshop e gallerie.” 


Lo spazio include anche una galleria al piano superiore, che ogni mese ospita mostre differenti, da cui si gode anche una particolare e suggestiva vista sul laboratorio sottostante e un piccolo shop adiacente al workshop, dove vengono venduti alcuni dei lavori degli artisti che lavorano nello studio e di qualche artista esterno.
Inoltre la galleria ospita spesso anche workshop per bambini e storytelling, come il recente Where the Wild Things Play, tenuto da Owen Pilgrim. Il workshop si è basato sulla risposta dei bambini alla mostra Feral Landscapes (la mostra annuale tenuta dagli artisti residenti), a cui ha fatto seguito un laboratorio artistico che esplorava il tema dei posti segreti dove i bimbi amano andare a giocare, per creare, attraverso il disegno e il collage, un'immagine del luogo ideale per giocare.

Per chi volesse iniziare questa avventura, magari partendo dall'Italia, ci sono differenti tipologie di corsi proposti da EP: i corsi di introduzione alla stampa, i weekend intensivi (tra Japanese water-based woodblock printing e colour plate lithography) o le lezioni serali.

A quelli che vorrebbero cimentarsi nelle diverse tecniche di stampa, Gillian consiglia di “Visitare una galleria specializzata e guardare con cura le varie opere esposte. Cercate di capire qual è la più interessante per voi e per il vostro lavoro, o per il lavoro a cui state pensando, e provate a cimentarvi in quella particolare tecnica. Potete anche scegliere di frequentare delle lezioni di introduzione alla stampa, che può aiutarvi a decidere quale tecnica fa al caso vostro.”
Allora, adesso non vi resta che fare le valigie e partire alla volta di Edimburgo!


Un ringraziamento particolare ad Alastair Clark, per le molte informazioni utili sulla storia di EP. 
Le precedenti "Esperienze" le potete leggere qui e qui.

martedì 2 ottobre 2012

Da cosa nascono i fiori


Il neonato quotidiano Pubblico giornale, fondato da Luca Telese e Tommaso Tessarolo, è uscito, una settimana fa, con Pupù, supplemento domenicale dedicato ai bambini. Che un quotidiano si ponga il problema dei bambini e dedichi loro un inserto di quattro pagine, dai suoi creatori definito "letterario", che unisce testi e immagini ci sembra una notizia quanto mai positiva, e un atto meritorio: è noto il disinteresse pressoché totale della stampa riguardo al tema. E i propositi con cui l'inserto nasce, proporre e promuovere testi e immagini di autori interessanti e non omologati, sono sicuramente buoni e condivisibili.
Non nascondiamo tuttavia la perplessità che ci ha creato il nome con cui questo inserto è stato battezzato: Pupù. Una delle ragioni di questa scelta potrebbe essere il raddoppio dell'iniziale del nome del giornale, Pubblico. L'altra è stata, forse, trovare un titolo divertente e attraente, gradito ai piccoli lettori.
Ora, non ce ne voglia Pubblico, ma ci sembra che, per un'operazione interessante come questa, tale titolo susciti più di un dubbio. A parte il fatto che nel nostro settore sono anni che ci si balocca nei libri per bambini con caccole di varia origine, dita nel naso, puzze di diversa natura e via regredendo (con propositi ed esiti diversi, ovviamente, considerato che Chi me l'ha fatta in testa di Wolf Erlbuch è un gioiello).


Da piccola, la prima volta che sentii la parola pupù, dai miei coetanei, mi suscitò sorpresa e fastidio. A mio avviso, la cacca era la cacca (come la chiamavo, quando c'era necessità di nominarla, nella vita di tutti i giorni). I bambini che usavano la più educata e “simpatica” espressione pupù mi sembravano attendibili e verosimili come vecchie zie. Questo per dire, che la parola mi suonava discretamente ipocrita. Una classica necessità adulta di fare di un'onesta cacca una vezzosa e ammiccante montagnetta da esorcizzare con risolini fra l'imbarazzo e il compiacimento. Una sorta di parola-abitino che rende la cacca accettabile nell'ordine delle famiglie e della abitudini perbene, come ce ne fosse bisogno. A tutt'oggi, su questa parola non ho cambiato idea, sono rimasta fedele a quella prima impressione.
Provate a pensare all'effetto di un inserto dedicato ai bambini (ma anche, perché no, per adulti) intitolato “Cacca” o, addirittura, per assurdo,  “Merda”. Impensabile, e non c'è bisogno di spiegare perché. Pupù è meglio? Perché dovrebbe funzionare?
Un titolo è una cosa importante, che ha un senso preciso: esprime in sintesi il contenuto di quello che si andrà a dire, raccontare, esporre, rappresentare, spiegare. Che legame c'è fra la pupù e le poesie, i racconti, i disegni, le illustrazioni, i fumetti proposti nell'inserto? Per quale ragione i bambini vengono invitati ad associarli a questa parola? Fabrizio De André cantava, è noto, che "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". Ma dal letame, appunto (altro nome poco adatto a un inserto letterario): credo si sarebbe ben guardato dall'usare la parola-centrino pupù.

Auguriamo ogni fortuna all'iniziativa, ottima, di Pubblico. Invitiamo però i colleghi che si occupano di questo inserto a riflettere che un titolo è una cosa importante e, come spiega limpidamente Maria Montessori, il linguaggio è l'essenza dello sviluppo del bambino e "la intima soddisfazione del bambino sta nel fare bene, consapevolmente, secondo principi elevati". Il modo di usare le parole degli adulti è fondamentale per il modo in cui i bambini impareranno a pensare, a comprendere, a conoscere e a esprimere quel che è dentro e fuori di loro.

Ci permettiamo anche due parole di commento alla presentazione dell'inserto di Francesca Fornario, che ne è la responsabile: dopo i cinque anni i bambini italiani non sono lasciati soli in balia di Hello Kitty e delle Barbie, come viene affermato. Esiste da diversi anni in Italia (per non parlare della produzione europea) una produzione di libri illustrati, non "educational", di livello ottimo dovuta al lavoro di numerose case editrici indipendenti che lavorano, studiano, innovano e sperimentano l'editoria dedicata ai bambini e ai ragazzi (raccogliendo l'eredità di altre pionieristiche case editrici, venute prima di loro). I loro libri nel tempo hanno attirato l'attenzione di editori di tutto il mondo, che oggi ne acquisitano sempre più spesso i diritti d'edizione per i loro paesi.


venerdì 14 settembre 2012

La fatica che c'è dietro un'immagine


[di Marina Marcolin]

Il mio mestiere, quello di illustratrice, è uno strano mestiere. Passo giorni e giorni, se non settimane e mesi, alla ricerca di un tono, di un segno, di una sfumatura; dell'equilibrio di una composizione e della coerenza di una sequenza narrativa di tavole. Poi faccio un pacchetto, lo mando a un editore e aspetto, nervosa e paziente, che mi arrivi il libro finito. Che cosa succede nel mezzo, non l'avevo mai visto.

Libri, carta e polvere.
Per vederlo, sono entrata in un labirinto. Il labirinto si trova a San Martino Buon Albergo, e vi si accede da un cancello azzurro affacciato su uno stradone. Grafiche AZ sta scritto, accanto all'ingresso.
Varco il cancello con un po' di emozione, ed è abbastanza strano, perché i libri che si stamperanno oggi non sono miei. Ma mi sembra comunque una cosa importante. Sono un po' nervosa, così mi fermo qualche minuto in auto, nel parcheggio al di là del cancello, apro il taccuino, prendo la matita, e faccio un disegno.

La tipografia mi accoglie con l'offerta di un caffé, sorrisi, stanze, macchine misteriose, carta, pile di libri, ancora carta, un odore pungente e tanta, tanta polvere. Sembra che la polvere e la carta siano inseparabili, non solo sugli scaffali della mia libreria.

Sono venuta per assistere a un avviamento. Anzi due. Il primo è Libri! di Murray McCain e John Alcorn, originariamente pubblicato  nel 1962. Si stamperà sia l'edizione italiana (Topipittori) sia quella francese (Autrement Jeunesse). Sono le otto e mezza del mattino e il foglio di macchina è già su un tavolo inclinato, sotto un'enorme lampada a luce controllata, pronto per essere scrutato da occhi esperti. A me sembra che non ci sia niente da fare o da vedere. È un lavoro a tinte piatte, stampato in tre colori speciali. Cosa siamo venuti a fare?

Si controlla il foglio di macchina di Libri! con l'originale

Paolo mi invita a usare una copia della prima edizione del libro come riferimento per osservare attentamente la stampa. Mentre io, inesperta, passo lo sguardo dal libro al foglio e non mi accorgo di nulla, Paolo e Roberto (che alle Grafiche AZ si occupa di programmazione, controllo qualità e dirige la squadra di stampatori) notano che qualcosa non torna. Ci sono delle disomogeneità nei colori. Un grigio che dovrebbe essere sempre uguale qui tende al verde e lì al viola. E un giallo, che dovrebbe essere giallo, come gli altri tende all'arancio. Ferma la macchina! Il problema è evidente, ma non se ne capisce la ragione. Bisogna parlare con Renzo, il cromista, cioè la persona che ha la responsabilità dei colori.

Abbiamo un problema.

Renzo è quello che apre i pacchetti che gli illustratori spediscono all'editore. È lui che decide se le scansioni si fanno nello scanner piano o in quello a tamburo, che manipola i file digitali per adattarli al tipo di carta che si userà per la stampa e stampa la prima prova. Quella che verrà mostrata dall'editore per eventuali correzioni cromatiche e consegnata agli stampatori come riferimento per il risultato della stampa.

Si controlla tutto molto da vicino.

Con Renzo, si scopre che il problema è digitale: mi viene spiegato che i file nel computer di Renzo sono giusti, ma il programma che li legge e incide le lastre per la stampa li ha letti male e che, perciò, bisogna rifare due delle tre lastre di stampa. Detto, fatto. Non passa un'ora e si ricomincia a stampare. Qualche minimo aggiustamento ai livelli dell'inchiostrazione, mani che indicano dettagli, si ricontrolla da vicinissimo più e più volte. Ora è perfetto. Visto, si stampi!

Anche gli stampatori hanno un linguaggio dei segni.

Prima del secondo avviamento, nel pomeriggio, il labirinto si apre su un cortile che conduce a un altro edificio: la legatoria. Qui Paolo mi spiega pazientemente le varie fasi, mi mostra le macchine che accompagnano i fogli, vedo come li legano, come li incollano e mi circondano pile di libri in attesa di una copertina o pronti per essere spediti.

Si esamina una cucitura.

 La seconda parte della giornata è dedicato a Una stella nel buio di Lucia Tumiati, illustrato da Joanna Concejo. Anche qui si stamperà l'edizione italiana e quella francese, per le Editions Notari. È un libro completamente diverso: disegni a matita e a penna, carte diverse che si sovrappongono. E poi ci sono le tavole originali, conservate nell'imballaggio che Joanna aveva preparato, riavvolte dalla loro protezione in carta velina. (Quindi, cari colleghi, imballate le vostre tavole con cura: il vostro pacchetto sarà la loro casa per tutto il periodo della produzione.)


Originali e prove a confronto.
Vedere le tavole di Joanna su un brutto tavolo, accanto al tavolo inclinato e alla macchina da stampa, in mezzo agli inchiostri, ai prodotti chimici, a gente che si muove rapidamente, con un muletto che sfreccia accanto portando un bancale di carta e tutto quel rumore mi ha fatto venire i brividi. Mi ha fatto pensare dove sono nate. Non conosco lo studio di Joanna, ma nel mio il silenzio è rotto solo dalla musica che scelgo, tutto è pacato e sommesso, fuori c'è il bosco. Come è stato possibile che precipitassero in questo inferno? E se gli stampatori hanno le mani sporche?
Sono stati i gesti a rassicurarmi. Mani che si muovono in maniera disinvolta ma sicura, come solo chi fa questo lavoro da molto tempo sa fare. (E poi erano anche pulite). Quindi state tranquilli. Più o meno.

Le bellissime immagini di Joanna  si affiancano alla prova e al foglio di macchina per confronto e valutazione. E qui rimango senza fiato per la qualità della riproduzione. Mi sorprende anche come il risultato di stampa sia migliore della prova. Come se la prova fosse un livello minimo al di sotto della quale non si può scendere, e la professionalità dello stampatore si manifestasse proprio nel superamento di questo parametro. Qualche ultimo tocco ai calamai per rendere più uniformi i toni delicatissimi delle carte che usa Joanna, a correggere certe lievi dominanti di magenta o di ciano. «Un colpetto al nero» perché gli scuri abbiano la giusta profondità. Scrupolosamente si ricontrolla con la lente. Guardo anch’io e ciò che prima era una sfumatura, diventa una nuvola  di punti di colore sovrapposti e allineati (e mi domando come faccia Renzo a capirci qualcosa).

Tutto OK: ci si può concedere un sorriso

Mai un nervosismo o una superficialità. Ogni più piccolo dettaglio è pensato, osservato. I gesti si ripetono fino a quando tutta la fatica che c’è dietro un’immagine, un progetto, non trovi un riscontro nella dignità dell'oggetto libro. Quando sei davanti al foglio con la matita o sfumi i colori e cerchi esattamente l’intensità che ti serve, non pensi al dopo. Non così tanto almeno. Io penso che continuerò a non pensarci troppo. Anche adesso so che cosa succede, dopo. E tutta la mia fatica ha più senso.

Grazie, Roberto!