giovedì 8 marzo 2012

Un'ora sola ti vorrei

Prima di vederlo, qualche giorno fa, avevo sentito parlare molto del film documentario di Alina Marazzi Un'ora sola ti vorrei che la regista milanese ha dedicato alla madre, suicida quando lei aveva sette anni.
Un film che, uscito nel 2002, è diventato un vero e proprio caso, per la forza, la bellezza, l'originalità del racconto.
E credo anche per il coraggio con cui Alina Marazzi ha saputo dar conto di una vicenda così tragica e privata, restituendo da una parte un ritratto complesso, profondo di una identità femminile, dall'altra  affrontando il tema dell'identità femminile in rapporto alla maternità, nei suoi aspetti meno facili e stereotipati, quelli di cui pochi parlano, e di cui pochissimi parlano con lucidità tanto il campo è minato da convenzioni, pregiudizi, tabù sociali, culturali, religiosi.



Mentre guardavo le immagini di questo film, e l'immagine ossessivamente ripetuta dello sguardo aperto, interrogante della giovane donna che ne è protagonista, non ho smesso un attimo di chiedermi con vero sgomento come sia stato possibile che in un ambiente tanto colto, illuminato e agiato, una ragazza con una personalità così evidentemente eccezionale, e con doti di intelligenza e sensibilità fuori dal comune, abbia potuto essere così equivocata, contrastata, poco accolta, compresa, rispettata, aiutata al punto da vivere una condizione di disagio e angoscia irrisolvibili nel momento in cui ha deragliato dal ruolo di madre e moglie impeccabile. Al punto da precipitare in un conflitto interiore devastante, non riconoscendo per prima lei stessa a se stessa la legittimità, la possibilità, la libertà di un pensiero e di una personalità irriducibili, fuori dagli schemi.


Questo film per me è stato particolarmente importante perché mi ha permesso di dare una risposta a una domanda che ciclicamente mi si è posta durante la lettura dei romanzi che fanno parte della nostra collana Gli anni in tasca.
E cioè per qualche motivo, in tutti questi libri, con pochissime eccezioni, le figure materne, se da una parte appaiono come evidentemente importanti
Immagini tratte da Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.
nella vita dei figli, dall'altra si percepiscono come offuscate, lontane, chiuse in una dimensione che spesso le rende impenetrabili, misteriose, inaccessibili, a volte persino fredde.
E questo a fronte di figure di padri, magari meno importanti nell'economia della vita domestica e familiare, e meno presenti, ma certamente più forti dal punto di vista emotivo, più immediati, vitali, leggibili e comprensibili, umanamente significativi. Non nascondo che riscontrare questa situazione mi ha messo in imbarazzo. Soprattutto perché, quando ci riflettevo su, avevo sempre l'impressione di non arrivare mai al punto vero della questione, ma di trovare spiegazioni frammentarie, legate a contesti e situazioni specifici, quando il problema era, invece, evidentemente più generale e diffuso.

Un'ora sola ti vorrei mi ha consentito di capire con chiarezza inequivocabile quale sia questo punto. E cioè che se a un uomo (a qualsiasi uomo, a qualsiasi classe o ambito professionale appartenga) quel che la società chiede è di essere prima di tutto se stesso e, in ragione di questo, di adattare alla propria identità i ruoli che è chiamato a svolgere, alla donna quel che viene chiesto è l'opposto e cioè di impersonare i ruoli a cui è chiamata, modificando la propria identità
Immagini tratte da Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.
in base a quel che questi richiedono, in un processo di autocorrezione e di adattamento che ha come fine la corrispondenza perfetta fra persona e richieste familiari e sociali. La ragione per cui le madri degli Anni in tasca rimangono tanto invisibili, misteriose sia per i loro figli sia per il lettore che ne ripercorre le storie, il motivo per cui leggendo questi racconti si ha sempre l'impressione di non arrivare mai a conoscere queste donne, i loro desideri, le loro inclinazioni, i loro caratteri, se non nei rari, eccezionali momenti in cui si apre per loro uno spiraglio di libertà che consente di manifestarsi, è che a queste donne la prima richiesta che è stata fatta dal contesto sociale e culturale è quella di mettere da parte se stesse. Di scomparire al mondo, come se l'idea stessa di identità costituisse un ostacolo insormontabile allo svolgimento corretto della funzione materna. Come se l'azzeramento individuale costituisse il suo fondamento imprescindibile. Una condizione sine qua non. Come se l'idea in sé di identità relativamente al femminile fosse inaccettabile.
Mi chiedo se, nonostante le apparenze, le cose oggi siano davvero cambiate.
In Giorni d'amore e di inganno, romanzo di Alicia Giménez-Bartlett (creatrice della meravigliosa ispettrice Pedra Delicado), che ha al centro l'analisi minuziosa delle dinamiche di una strana, casuale comunità femminile, una frase mi ha colpita, pronunciata da una delle protagoniste, la più eccentrica, aggressiva e arrabbiata di loro: «Siamo capaci di dare tutto quel che ci viene chiesto, da Dio e dalla società. Solo che a volte la società chiede cose diverse da quel che siamo disposte a dare.»
Teniamolo ben presente.

4 commenti:

EVELIN ha detto...

Non ho mai visto questo film-documentario, ma le tue parole mi hanno messo curiosità e sicuramente lo cercherò per vederlo...
Buona giornata.
Evelin

benedetta ha detto...

ecco, mi avete fatta piangere, e vi ringrazio. Perchè purtroppo questo imperativo categorico a fare e dare quel che ci si aspetta da te è radicato nel cuore, è equivocato come "il modo giusto di amare", e quando ci si accorge che il risultato è che gli altri che magari non ti hanno chiesto niente in modo esplicito, non ti vedono più, nemmeno loro, e non sai più nè chi sei nè come fare a diventarlo senza tradire tutti, sprofondi. Rimane da rimboccarsi le maniche e venirne fuori da sole e con le proprie residue forze faticosamente sottratte alle attività per gli altri.

vivian ha detto...

conosco bene il documentario da quando è uscito.
l'ho declinato in tutte le sensazioni possibili, l'ho guardato con gli occhi e con il cuore, l'ho vissuto come donna, come 'regista'(minore) di documentari al femminile, come figlia e ora come madre. capitano le giornate nelle quali in precisi momenti seni il bisogno di voltarti da un'altra parte o di andare in un'altra stanza lontano dai miei due gemelli maschi di quasi due anni. a volte le sensazioni arrivano forti e non ho il tempo di praticare questo moto a luogo dei sentimenti. sono tanta e tante. il doppio poi è entrato ancor di più nella mia vita con l'arrivo dei due. due, diversi. tanti modi di chiedere e di restituire amore.

Francesca Saccani ha detto...

Bellissima riflessione. Pensandoci bene da piccola (ancora negli anni '90) mi comportavo da maschio (facendo un vero e proprio atto di volontà) proprio perchè a loro era permesso essere se stessi a 360 gradi, mentre sentivo che l'essere femmina comportava una sorta di mutilazione della personalità... L'ho sempre vissuta come una grande ingiustizia. Oggi le cose, seppur lentamente, stanno cambiando..