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lunedì 9 febbraio 2015

Andy Warhol: giocattoli d'artista

Andy Warhol's children's book, copertina.
[di Lisa Topi]

Andy Warhol’s children’s book riunisce alcuni dipinti e serigrafie che l’artista realizzò nei primi anni Ottanta ispirandosi alla sua collezione privata di giocattoli. Andy Warhol che colleziona giocattoli è un’immagine piuttosto discordante da quella dell’avanguardista libero e provocatore. In realtà, se si considerano alcuni aspetti della sua enigmatica biografia ammetteremo che, in fondo, il collezionista di giocattoli è lo stesso delle tenere e sgargianti illustrazioni di gatti: quei venti e passa gatti con cui, a quanto pare, viveva in casa della madre prima di inaugurare l’arcinota stagione della Factory.

Andy Warhol, Cats.

A proposito dei dipinti in serie della zuppa Campbell, scrive Arthur C. Dantho che la griglia costituita di otto dipinti disposti su quattro file, che rappresentavano ciascuna delle trentadue varietà di zuppe Campbell prodotte all’epoca, era stata concepita come se si trattasse di un allestimento di ritratti di personaggi importanti. [...] la presentazione è rigidamente frontale, come dei ritratti bizantini, e le quattro file costituite di otto dipinti ciascuna assomigliano a una moderna iconostasi, a una parete ricoperta di icone come quella della chiesa ortodossa di San Pietroburgo dove la madre di Andy, Julia Warhola, andava a pregare quando era piccola. Oppure, possono assomigliare a una serie regolare di scaffali di un supermercato.

Andy Warhol, Campbell's soup.

Questa interpretazione mi pare riassuma perfettamente la contrapposizione nella figura di Warhol tra la fredda perfezione formale delle sue opere – quasi non ci fosse pittura, non ci fosse arte; il che, nella mia visione, è speculare alla sua algida e superba presenza – e il privato del ragazzo che sacralizza l’immaginario materno e colleziona giocattoli. Lo slancio spirituale, la rivoluzione pop.

Andy Warhol, Panda drummer.
Panda drummer.

O, ancora, il contrasto tra la ferocia della critica alla società consumistica, di cui ritrae i desideri sterili e impersonali della pubblicità elevandoli a materia d’arte, e allo stesso tempo l’esaltazione dell’American way of life che, pure, è un riparo caldo e sicuro. Perché l’immediata riconoscibilità dei contenitori di zuppa, della scatola del detersivo, delle bottiglie di coca-cola non serve solo ad abbattere la barriera tra arte seria e arte popolare e a scuotere le fondamenta della filosofia estetica, serve anche a riconoscersi nei miti concreti di una società sempre più materialista, ma anche più egualitaria e, paradossalmente, sognante. Spiega, Dantho, che Andy Wharol, classe 1928 e figlio di immigrati, adorava quell’America in cui chiunque tu sia, non potrai mai avere un barattolo di zuppa migliore degli altri.

Andy Warhol, Roli Zoli.
Roli Zoli.
Proprio Myths si chiama la serie di ritratti ai personaggi della sua infanzia, quella dei Superman e dei Braccio di ferro. Toy è il titolo della collezione riprodotta nel nostro lussuoso cartonato. E quale oggetto meglio del giocattolo incarna l’immagine del desiderio, del rifugio dorato dell’innocenza in cui non è ancora nata l’irrimediabile opposizione tra materiale e transitorio, per cui un cagnolino meccanico può avere lo stesso valore di un’icona?

Andy Warhol, Mechanical Terrier.
Mechanical Terrier.

Le serigrafie di questo libro più che rappresentare il giocattolo sembrano voler mostrarci la sua confezione, tanto che i nomi con i caratteri originali sono bene in vista. Conosciamo bene l’amore di Warhol per le scatole (le famosissime Brillo, per esempio) che, però, non esponeva come ready made ma ricostruite da zero: onore al fascino artigianale, sebbene meccanico, del fare arte. Rispetto alle prime tavole di Andy Warhol, che illustrò anche libri per ragazzi, i colori di queste serigrafie sono più saturi e i contorni meno netti. La sovrapposizione di linee, bordi e colori crea un effetto “mosso”, come se a queste immagini tratte dalla sua storia personale associasse un tocco leggermente più espressionista. Un tocco che, non mi si chieda di spiegarne le ragioni, mi fa venire in mente la scena in cui Citizen Cane pronuncia il sospirato Rosebud in punto di morte.

Andy Wahrol, Moon Explorer. 
Moon Explorer
Alla prossima puntata le meraviglie di Alexander Calder!

[Andy Wahrol's Children's book è uno snello volumetto (12 pagine, 14 x 18 cm.) con il dorso in tela rossa, le pagine in cartone e gli angoli arrotondati, pubblicato a Zurigo nel 1983 dalla Galerie Bishofsberger. Non è eccessivamente raro ma è piuttosto costoso. Difficilmente si trovano esemplari perfetti a meno di 150 euro nel mercato antiquario. Il prezzo medio è intorno ai 300 euro. Ma non bisogna disperare: sabato 7 febbraio ne è stata aggiudicata una copia in un'asta eBay a cinquantasei euro e cinquanta.]

lunedì 2 febbraio 2015

Contano le parole

Se leggiamo la definizione di Wikipedia, l'alfabeto è «un sistema di scrittura i cui segni grafici (i grafemi) rappresentano singolarmente i suoni delle lingue (foni e fonemi).» Beh, non è vero.  In tutte le lingue, questa corrispondenza fra segno alfabetico e suono vocale è men che perfetta.

George Bernard Shaw, che si è molto dedicato alla questione con il suo consueto, pungente umorismo, ha dimostrato che nella lingua inglese è possibile scrivere gli stessi suoni in maniera molto diversa, dimostrando come il gesto della scrittura e della lettura sono (o sarebbero) molto diversi dall'atto della fonazione, rendendo pressoché impossibile dedurre la pronuncia dall'ortografia. Per esempio, la parola fish [pesce] potrebbe essere scritta ghot: i tre suoni che compongono la parola [f-i-sh] si trovano anche, rispettivamente alla fine di tough [taf], nella lettera o di women [uìmen] e nella t di nation [nèscion].



In questa ottica, l'alfabeto è un semplice strumento per la costruzione dell'elemento fondamentale del linguaggio: le parole. Le lettere, che non hanno un senso - se non simbolico - per se stesse, sono tasselli di un gioco combinatorio che permette di narrare il mondo attraverso la scrittura e di renderlo fruibile attraverso la lettura.
Nel mio ricordo, e nel racconto di alcuni altri, la scoperta della lettura non corrisponde al acquisizione della capacità di riconoscere le lettere, ma alla scoperta che non sono le lettere, ma le combinazioni delle lettere a dare un senso a quel che è scritto. Non è il riconoscimento delle lettere, ma la composizione delle parole che riempie di gioia e apre la porta a un mondo non più solo visto e parlato, ma finalmente narrato, quindi espanso, potenzialmente infinito.



Still Another Alphabet Book, di Seymour Chwast e Martin Stephen Moskof (McGraw Hill, 1969) propone un modo nuovo (ancora oggi, a quasi cinquant'anni di distanza) per accostarsi all'alfabeto e alla sua importanza, enfatizzandone proprio questa funzione. Diversamente da quanto accade con i tradizionali libri, qui non si chiede al bambini di memorizzare una forma e di associarla a una o più parole che iniziano con quel segno, ma di giocare con le lettere per imparare a usarle in maniera creativa. È un gioco quasi enigmistico di riconoscimento e composizione.



In ogni doppia pagina, si propone un'immagine e si evidenziano, nella sequenza alfabetica, alcune lettere. Al bambino si chiede di riconoscere quel che è rappresentato e di usare le lettere evidenziate in diverso colore per costruire la parola corrispondente. Un modo eccellente per imparare la lingua (e funziona anche per imparare una lingua straniera).



La difficoltà varia. Alcune immagini propongono oggetti e creature noti: aeroplano, gatto, pesce, cavalletta, cappello. Altre  cose meno familiari: radiografia, iceberg. Altre concetti astratti: nulla, scomparsa, alto. In esergo, la chiara spiegazione: Questo abbecedario è anche un enigma e un gioco. Osserva attentamente l'alfabeto al piede di ogni pagina: puoi trovare una parola che descriva l'immagine? Se non ci riesci, le soluzioni sono alla fine del libro.



Quando venne pubblicato, negli Stati Uniti, fu accolto come «un ABC di oggi; un ABC che accoglie tutti i più recenti ed entusiasmanti sviluppi della grafica americana; un ABC che delizierà grandi e piccini. Parole, concetti e idee sono tutti contenuti nelle illustrazioni.» L'AIGA lo incluse fra i 50 migliori libri del 1970. Un analogo entusiasmo ha accolta la recente riedizione.


L'entusiasmo del recensore è quello trasmesso dal libro. E di questo tipo di entusiasmo per l'alfabeto c'è un gran bisogno nel momento in cui si vuole conservare alla lettura quell'aura di magia che la circonda nel momento in cui cominciamo a impararla. È solo conservando questo entusiasmo che si può trasformare il leggere da attività meramente utilitaristica in una vera gioia. E fare di un bambino un lettore.


Il nostro esemplare, rilegato in finta tela con sopraccoperta, appartiene all'edizione destinata elle biblioteche, pur non riportando alcuno dei soliti segnali di provenienza bibliotecaria. È stato acquistato a New York, per soli 10 dollari, in una bellissima e accogliente libreria-caffé. Online si trovano facilmente la riedizione Dover (2014) e l'edizione originale a prezzi di poco superiori.

lunedì 12 gennaio 2015

Guardare non basta

«e postasi una mano sulla fronte
così… 
s'è messo a scrutarmi la faccia 
come uno che volesse disegnarla.»
Ofelia, in Amleto, atto 2, scena 1

La mia passione per Alberto Giacometti è nota. È una di quelle passioni così travolgenti che mi impedisce anche solo di pensare di scriverne. Giacometti deve diventare un pretesto [pre-testo] per far sì che ne scriva.


Alla fine di gennaio dell'anno scorso, quindi ormai un anno fa, avevo organizzato con alcuni amici romani una visita alla mostra delle sculture di Giacometti presso la Galleria Borghese (che ho, invece, visitato, in assenza di Giacometti, la sera di San Silvestro). Non ho potuto, per ragioni che non è il caso spiegare, partecipare a quella visita e ne ho avuto resoconti contraddittori.


Sono passati mesi e, per il mio compleanno, una persona che aveva partecipato alla visita mi ha fatto un regalo straordinario: un quadernino realizzato a mano che contiene i disegni a matita di molte delle sculture esposte, e un acquerello di un busto di Annette al centro. Un regalo che mi commuove, segno di un affetto profondissimo. E che mi è ancor più caro per circostanze che, ancora una volta, non è il caso spiegare qui.



Ma questo quadernino è un regalo prezioso anche in molti altri sensi. Per esempio, per le riflessioni e le letture che ha stimolato sul disegnare. Questo è un argomento che mi sta molto a cuore, del quale abbiamo già parlato qui nel nostro blog e che contiamo di sviluppare ulteriormente.




Quando guardo le sculture o i disegni di Giacometti, spesso mi pongo questa domanda: «Come ha fatto a vedere le cose in questo modo?» Sono certo che questa stessa domanda se la sia posta l'amica disegnatrice giacomettiana. Nella visione dell'artista (in genere, non solo di Giacometti) c'è sempre qualcosa di sorprendente. E Giacometti in particolare sembra essere sempre in un luogo diverso da quello abitato dalla nostra idea della figura umana. Eppure, nella sua opera, riusciamo a percepirla, la figura umana, esattamente per quello che è.



La mia amica si è presa la cura di guardare, per me assente, le sculture di Giacometti. Ma consapevole del fatto che guardarle non basta, ha usato l'atto del disegnare per rallentare ed espandere, amplificare l'atto del guardare. Nel farlo, ha illuminato se stessa e, per conseguenza del suo dono, me.


Guardando questi disegni, queste che, accademicamente, si chiamano "copie dal vero", mi è sembrato di capire che la tecnica dell'arte consiste nel rendere le forme insolite, difficili; nell'aumentare la difficoltà della percezione e, quindi, il tempo della percezione. I critici formalisti sovietici affermavano che è arte ciò che rende il percepire un fine estetico in sé.



Il disegno, inteso qui come copia dal vero, costringendo l'occhio alla velocità assai più lenta della mano, prolunga e affina il processo di percezione e rivela i modi della visione dell'artista. Una visione che non è mai semplicemente ottica, ma olistica: il disegno diventa mediatore fra occhio e mano, ma anche fra sé e il mondo.



Un'altra amica, qualche tempo fa, mi ha detto: «Quando disegno, io non voglio essere io.» Un'affermazione che avevo stentato a capire. Adesso, grazie a questo quadernino, il senso della frase mi è più chiaro.



Queste riflessioni consolidano, se possibile, la convinzione con la quale abbiamo affrontato la didattica dell'arte nella nostra collana PiPPo - Piccola Pinacoteca portatile: la necessità di creare uno strumento  attraverso il quale i bambini (ma, perché no, anche gli adulti) si potessero accostare all'arte appropriandosene, facendola propria, accedendovi grazie all'osservare e al fare. Uno strumento grazie al quale insegnanti, genitori e adulti in genere potessero avviare figli, allievi, bambini in genere a a quella concentrata attenzione che sola permettere di conoscere quel che percepiamo e non quel che è già conosciuto.

Come diceva Munari, da cosa nasce cosa. E forse proprio per  da questo quadernino potrebbe nascerne uno più grande e pubblico. Ma di questo parleremo più avanti.

Intanto vi segnaliamo che il 31 gennaio, al Mart di Rovereto, in occasione di un corso di formazione sulla didattica dell'arte intitolato "Pinacoteche portatili. Libri con le figure, opere d'arte e una collana di nome PiPPo" presenteremo il nuovo volume della collana: Fortunato Depero e la casa del mago, di Marta Sironi e Lucia Pescador, realizzato in collaborazione con Mart e Casa d'arte futurista Depero.

venerdì 11 luglio 2014

La guerra dei magri e dei grassi

In questi pomeriggi, fra le quattro e le cinque prendo l'auto e parto. Parto presto nell'illusione di evitare il traffico. Non ci riesco mai. La Tangenziale Est è un piccolo inferno domestico nel quale mi fa compagnia Radio Tre.

In questi pomeriggi, ascolto il giornale radio delle 16:45, con le notizie preoccupanti che arrivano dalla Palestina. Quando finisce, passano un po' di pubblicità (mentre io faccio qualche centinaio di metri a passo d'uomo), poi leggono una poesia. Poi, finalmente, comincia la lettura di Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu, nell'interpretazione pacata e coinvolgente di Marco Paolini.

Si parla molto della Grande guerra, mi pare un po' a sproposito: dovremmo celebrare la fine, non l'inizio di una catastrofe umana che ha causato la morte inutile di milioni di poveracci, ha distrutto l'economia di un intero continente e ha gettate le premesse di crimini ancor più atroci.



Si parla, invece, troppo poco di una guerra strisciante che da troppo tempo insanguina una terra che non è esagerato definire la culla dell'umanità. Comunque, questa compagnia bellica, ieri sera, mi ha fatto tornare in mente un libro. Questo.



Patapoufs et filifers di André Maurois, con illustrazioni di Jean Bruller, pubblicato nel 1930 da Hartmann, a Parigi, racconta la storia di due fratelli, uno grasso e uno magro, uno lesto e uno pigro, uno anoressico e l'altro bulimico, che accedono attraverso una scala mobile a un regno sotterraneo nel quale ciccioni e stecchini (patapoufs e filifers, per l'appunto) si odiano inutilmente quanto stupidamente e si preparano a farsi la guerra. E tutto questo perché sono diversi.





È un classico libro per ragazzi a tema, con una morale prevedibile: la guerra è cattiva, ma voi ragazzi siete gli unici a poter fare in modo che sia evitata, se non completamente obliterata dall'orbe.



Imprevedibili sono, invece, le illustrazioni: settantacinque acquerelli che riproducono, al di là del dettato del testo, le differenze fra i due reami.





Un'illustrazione, dunque, espansiva e amplificante, che risolve il libro, apportando senza pedanteria un contributo di chiarificazione e di approfondimento a un testo che per molti verso scivola nella banalità del libro-pillola, da consumarsi all'occasione.





Il nostro esemplare è uno dei 325 della prima edizione, con una legatura originale un po' scolorita e qualche piccolo acciacco. Chi non volesse investire tempo e denaro per questa rarità, può senz'altro decidere per l'edizione Albin Michel che la riproduce dignitosamente.


Un interessante esemplare in rilegatura figurata si può vedere online qui.


E questo è il  nostro esemplare di Patapoufs et Filifers