mercoledì 22 ottobre 2014

Esperienze/7: un'illustratrice al Master

[di Anna Pedron]

350 candidati; diciotto selezionati. E una ero io! Sono stata una dei diciotto fortunati a frequentare il Master Comunicare con l'Illustrazione, organizzato dall'Associazione Yourban in collaborazione con la Rete per le politiche giovanili dell'Alto Vicentino.

Il Master l’ho scoperto per caso, su Facebook. Otto lezioni da tre ore, per approfondire l'illustrazione al tempo del digitale e capire come riuscire a farne una professione: non potevo chiedere di meglio, in un momento in cui sto cercando di allargare le mie competenze e la mia visuale su questo mondo. Non avevo neanche finito di leggere il programma, e il modulo di iscrizione era già compilato! Il 9 di settembre ho letto il mio nome nella lista dei selezionati. Poco dopo, una mail mi confermava la notizia.
15 settembre, primo giorno di scuola. E che scuola: Villa Rossi a Santorso, un edificio seicentesco, rimaneggiato nell’Ottocento e circondato da un parco storico meraviglioso.

Ale Giorgini by Ale Giorgini.
Ci accoglie Ale Giorgini, che ci accompagna per i primi tre giorni. Ale è un illustratore celebre: lavora con clienti prestigiosi; ha partecipato a performance e mostre in tutto il mondo; ha esposto a Roma, Los Angeles, New York; insegna alla Scuola Internazionale di Comics; e si è inventato Illustri, uno degli eventi che hanno portato alla ribalta il mondo della nuova illustrazione, richiamando più di 100 000 visitatori alla basilica palladiana di Vicenza, l’inverno scorso.
Mi ero ingenuamente immaginata un personaggio alonato dell’aura del creativo famoso, che irraggia straordinaria virtù e dispensa preziose perle di conoscenza in forma di oscuri aforismi. Per fortuna, incontro un ragazzo in scarpe da tennis, maglietta e jeans.

Penso sia stato, questo del primo incontro, un momento risolutivo per chi – giovane e speranzosa come me – pensa al mondo dell’illustrazione, della grande illustrazione, come a un pianeta lontano, quasi irraggiungibile, popolato da creature quasi divine. È stato attraverso la figura e l’atteggiamento fattivo, pratico, alla mano di questo quasi-giovane che il mondo dell’illustrazione si avvicina, si fa osservabile, forse accessibile: lo sento più vicino, riesco a farlo più mio. In quel preciso momento ho sentito nascere dentro me nuovi energia ed entusiasmo.


Ale ci coinvolge immediatamente in un percorso nuovo soprattutto per chi, come me, pensa all’illustrazione come a un mondo di libri e bambini. Si prende il via dal concetto di illustrazione come arte al servizio della comunicazione, partendo  dai grandi maestri della cartellonistica a cavallo fra Ottocento e Novecento, come Henri de Toulouse- Lautrec e Dudovich, per proseguire con i futuristi (e con Depero in particolare) per arrivare ai giorni nostri, a 
Chris Ware. Poi ci apre il suo mondo professionale e ci mette a disposizione la sua esperienza: studiamo le sue case history; analizziamo i vari mercati di riferimento e il processo di creazione di un'illustrazione editoriale, pubblicitaria, digitale.

È stato molto istruttivo, quasi rivelatore, leggere i briefing (le istruzioni dei committenti di illustrazioni pubblicitarie) e ci soffermarsi sull’approccio analitico al problema, presupposto di un efficace approccio creativo che si sintetizza nella realizzazione dei bozzetti da presentare al cliente.
Tre giorni. Un intero blocco per gli appunti. E mi resta ancora la paura di non essere riuscita ad annotare tutto.

Durante una lezione di Ale Giorgini.

La sera del mercoledì, Ale ci lascia con un compito: progettare per il lunedì successivo un manifesto dedicato a un evento in programma per il 2015. Il progetto deve comprendere lo studio del brief, i bozzetti, l'idea definitiva, la presentazione al cliente.
Siamo tutti un po' spaventati dalla “commessa”: è solo una simulazione, ma impone di dimenticare ogni velleità artistica (forse la cosa più difficile per chi aspira a diventare illustratore), di concentrare le energie e condensare concetti e idee in funzione di un obiettivo preciso, cioè soddisfare le esigenze di un ipotetico cliente. Qui il rischio di sbagliare è palpabile. Ma Ale ci rassicura esprimendo con decisione in concetto: la creatività non è un dono che alcuni hanno ricevuto e altri no; tutti possono svilupparla, ma a patto di coltivarla con cura e costanza, con un severo e continuo allenamento.

Creativity grow, Anna Pedron.

Arriva giovedì e cominciamo a battere nuovi territori.
Conosciamo Mauro Gatti. Se mi imponessero di definirlo elencando tre qualità non avrei dubbi: vitalità, determinazione, innovazione. Comincia la sua lezione raccontandoci di come si è evoluta la sua carriera, partendo dall'Italia appena diplomato per affrontare numerose esperienze internazionali e tornando in seguito a Milano per fondare una rivoluzionaria agenzia digital.
Mauro – che può essere considerato pioniere e protagonista del new media design in Italia – ci sottolinea più volte che tutto il suo percorso è stato spinto e guidato unicamente dalla sua grande curiosità e passione per l'universo, ai tempi ancora sconosciuto, del digitale.
Oggi guida un team di creative designer, realizzando progetti di new media, design, motion graphics. Uno dei suoi interessi più recenti riguarda l’uso narrativo e ludico dei dispositivi mobili come tablet e smartphone. Al lavoro di imprenditore e direttore creativo, affianca anche una carriera di illustratore che lo vede impegnato su progetti pubblicitari, editoriali, musicali e fashion.

Durante una lezione di Mauro Gatti.

Come premessa alla lezione vera e propria, Mauro ci introduce a un quasi decalogo per l'aspirante illustratore: Le sette regole per diventare professionisti. Sette regole semplici, ma illuminanti e fondamentali, che invitano a indagare il perché del proprio fare, a individuare e proteggere un proprio modo personale per stimolare la creatività, a promuovere lo sviluppo di reti e a cercare dei mentori.
Dopo questa premessa andiamo a indagare l'illustrazione digitale nel mondo mobile: modelli di business, case history, come trovare un'idea, come produrla, come monetizzarla. Anche in questo caso, il fine ultimo del percorso è molto pratico: sviluppare un progetto di gruppo e, specificamente, un gioco per dispositivi mobili.
Questa lezione mi ha aperto nuove prospettive: per fare l’illustrazione non ci si deve limitare necessariamente a editoria e pubblicità, i campi di applicazione dell’illustrazione sono potenzialmente infiniti.

Presentazione del progetto di Alessandra Berto.

Il giorno successivo ci tocca sperimentare in prima persona questa nuova ampiezza di prospettive, con il severo vincolo di concepire e sviluppare un'idea per una app ludica. E non è cosa da poco: si formano piccoli gruppi e ci diamo a pensare ai personaggi, alle trame, alle interazioni, per rendere intelligibile l’idea del gioco e realizzare una presentazione a un fantomatico cliente.
Sembra impossibile riuscire a farlo in tre ore, soprattutto per chi, come me, conosce poco questo mondo.

La conferenza.

Non dobbiamo essere andati poi così male, nonostante la novità e la difficoltà del compito, se Mauro, in un post su Facebook, dopo la conferenza Giovani, Creativi e anche Imprenditori? Le nuove vie per crearsi una professione nell'era del digitale, inserita all'interno del Master, ha dichiarato: «da “papà” orgoglioso ho avuto lo stupore e la soddisfazione di vedere 6 embrioni di app prendere vita da uno slancio di collaborazione e teamwork che pochi (soprattutto i ragazzi stessi) si sarebbero aspettati.
 Nonostante tutti i problemi, le ansie o le difficoltà, alla fine i giovani, sempre sottovalutati o vessati, riescono a dimostrare che basta un piccolo stimolo per superare qualsiasi ostacolo e dimostrare il proprio valore.»

Presentazione di un progetto per una App

Uno dei nostri progetti è stato presentato al pubblico, da Mauro, la sera stessa.

Ale e Mauro durante la conferenza
La notte, devo ammettere di aver faticato a prendere sonno. Tanti gli stimoli e tanta la carica per riuscire a fermare la mente che comincia già a intravedere nuove opportunità.

Imagine. Sketch di Anna Pedron.

Trascorre il week end. Viene il momento della presentazione dei nostri progetti ad Ale Giorgini.
Analizziamo una per una le nostre idee, Ale ci fa capire cosa funziona e cosa invece è da evitare. È presente anche il “cliente” del progetto, che ci espone anche il suo punto di vista.
Dopo l'attività pratica, i due giorni successivi li dedichiamo agli strumenti per la promozione di noi stessi: il sito web, i social network, l'importanza dei personal project e del portfolio.

Alla fine, mi sono pure venute le lacrime agli occhi, quando Ale ci ha raccontato una storia. Mi sono sentita profondamente vicina a quelle emozioni, a quei sentimenti, a quelle difficoltà e soddisfazioni che sentivo rivelare: era la sua storia.
Dalla mia esperienza di illustratrice per l'infanzia, questo master mi ha aperto nuove prospettive.

Nuove prospettive. Sketch di Anna Pedron.
Mi ha fatto innamorare ancora di più di tutto ciò che riguarda l'immagine illustrata e delle persone che ne fanno parte. Perché l'energia, la carica, la positività non le insegna nessuno, ma le possono trasmettere solo quelle persone che con la propria passione fanno grande il loro nome.

Foto di gruppo con Ale a fine Master.

Nella rubrica esperienze, abbiamo pubblicato:
Libri tattili e multisensoriali (seconda parte)
Libri tattili e multisensoriali (prima parte) 
Giocare è una cosa seria
Sporcarsi le mani
Un solo immaginario, tanti spazi creativi
Un corso è come un maiale: non si butta via niente!

martedì 21 ottobre 2014

I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine

Per la terza puntata di I Martedì della Emme, Maria Lunelli ci fa scoprire che non necessariamente l'innovazione passa per la novità. Questa Biancaneve e i sette nani, pubblicato da Rosellina Archinto nel 1974 quando già era stato nominato Caldecott Honor Book negli Stati Uniti, è un libro esemplare di quel movimento culturale che ha portato, fra gli anni Sessanta e Settanta, alla riscoperta e alla rilettura della fiaba e del folklore. In questo filone di ricerca e approfondimento, la Emme Edizioni si è inserita ospitando lavori di autori e illustratori celebri, da Italo Calvino a Lele Luzzati, e pubblicato saggi ancora oggi di grande attualità, nella collana Punto Emme. 

[di Maria Lunelli]*

Spesso nello svolgimento del mio lavoro utilizzo l'espressione "colpo di fulmine" per definire quell'istante magico che intercorre quando un lettore incontra un libro e ne rimane incantato, affascinato, quasi innamorato.
Qualcosa di quel libro risuona nel lettore in maniera particolare, spesso non riusce nemmeno a definire di cosa si tratti, sente soltanto l'urgenza di sapere di più e cerca un contatto ravvicinato con il libro in questione. Noi bibliotecari e bibliotecarie siamo lettori privilegiati: conosciamo i libri, li sfogliamo, li leggiamo. Entriamo a passo leggero dentro ogni pagina con l'intenzione di percorrere tutta la storia attraverso le parole e le illustrazioni.  Siamo grati, sempre, a chi ci mostra un libro mai visto, non necessariamente nuovo, fresco di stampa.

Questa versione di Biancaneve e i sette nani, pubblicata in Italia nel 1974, giunge ai miei occhi, per la prima volta, solo una decina di anni fa, a un corso di aggiornamento per bibliotecari condotto da Angela Dal Gobbo, uno dei maggiori esperti in Italia di albi illustrati per l'infanzia.
Ed è subito colpo di fulmine. Durante il corso ho potuto vedere solo alcune illustrazioni che mi hanno incuriosito. Quella di Biancaneve che fugge nel bosco mi ha particolarmente affascinato. Le tavole a doppia pagina mostrano tutta la paura della bambina che va da destra verso sinistra, sconvolgendo e ribaltando la consueta modalità di lettura occidentale da sinistra verso destra.


Con attenzione, ogni volta che riguardo il libro, cerco gli animali che vi sono tracciati. Ogni volta, probabilmente come Biancaneve, confondo un sasso con un animale. Percepisco lo smarrimento della bambina che, spaventata, sa di non poter tornare indietro e quindi deve trovare al più presto un rifugio sicuro. Il bosco è minaccioso e pullula di animali feroci. Davanti a sé, l'ignoto indefinito, reso magistralmente dall'illustratrice con un gioco di luci che offuscano e accecano.



Finalmente Biancaneve è al sicuro nella casetta dei sette nani, che non sono gnomi come spesso li si vede raffigurati. Sono proprio nani. Nella casetta ogni dettaglio è curato, veritiero e credibile. Si nota che i nani dovevano avere un tenore di vita agiato: ci sono le stoviglie, uno strumento a corda, libri. In mezzo al tavolo spicca un vaso con dei gigli di campo, segno inconfondibile della presenza in casa di una donna.

Il libro riporta una traduzione abbastanza fedele della storia di Biancaneve, raccolta dai fratelli Grimm. Infatti sono riportati tutti i tentativi di uccidere Biancaneve perpetrati dalla matrigna. Compaiono i nastri multicolori nelle illustrazioni e il pettine avvelenato nel testo.



Nancy Ekholm Burkert racconta attraverso le illustrazioni ciò che le parole non dicono. Si nota in questa mappa il regno di Biancaneve in alto a destra, ma se lo sguardo si fa attento ecco comparire: arcieri, mietitori e cavalieri dei regni confinanti, fino a incontrare i nani che stanno scendendo dalla montagna. Le figure hanno lo stesso colore dello sfondo. Un tortuoso sentiero bianco conduce dal castello di Biancaneve alla casetta dei sette nani.



La matrigna non si vede mai in volto. La sua tanto decantata bellezza non è mai mostrata. Questa è una scelta assolutamente originale e di grande efficacia. Non importa al lettore sapere quanto sia bella, di lei possiamo conoscere, e ci rimane, solo la cattiveria. In questa illustrazione se ne percepisce la forza mentre invoca il maleficio.
Il libro di incantesimi, i funghi velenosi, i tarocchi, gli alambicchi, la luna piena, i pipistrelli, le falene, i ragni, le piante velenose, evocano il male e la magia nera.

La storia si conclude con le nozze di Biancaneve e il principe. Al matrimonio viene invitata la matrigna e per lei sono state preparate due pantofole di ferro infuocate che deve indossare finché cade a terra morta.



Anche stavolta l'illustrazione suscita le emozioni del lettore. Nella doppia pagina convivono morte e vita, buio e luce, paura e gioia: a sinistra un antro buio, le ciabatte di ferro, il cane impaurito con la coda fra le gambe e in alto l'effige della giustizia; a destra Biancaneve che dà le spalle alla sofferenza e, circondata da coloro che la amano, è pronta per una vita di gioia e serenità.

Quando sfoglio questo libro mi rammarico di non possederlo. Girando nei mercatini di libri spero sempre che ne spunti una copia. Nel frattempo, di tanto in tanto, lo richiedo ad altre biblioteche e quando arriva mi perdo fra le pagine e ogni volta scopro dettagli e rimandi che arricchiscono e completano la storia.
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Nancy Ekholm Burkert è un'artista e un'illustratrice americana nata nel 1933 a Sterling, in Colorado. Nel 1945 si sposta con la sua famiglia in Wisconsin. Sposa Robert Burkert, un professore di Arte all'università di Wisconsin-Milwaukee da cui ha due figli: Claire e Rand. Ed è proprio a Claire che Nancy Ekholm Burkert dedica la sua Biancaneve e i sette nani. Su questo suoi libro è interessante leggere la recensione del NYT pubblicata all'epoca dell'uscita.

*.    Maria Lunelli è bibliotecaria a Pergine Valsugana (TN) dal 1991, e dal 1993 si occupa principalmente della Sezione Ragazzi della biblioteca. Referente locale di Nati per Leggere, fa parte della redazione che si occupa di diffondere il Programma su riviste e Facebook; partecipa ai gruppi di lavoro nazionale e provinciale per la selezione dei migliori libri per bambini della fascia d'età 0-6 anni. Si occupa di promozione della lettura, conduce incontri informativi per genitori, svolge attività di formazione per insegnanti, educatori e adulti interessati a conoscere la letteratura per l'infanzia.  


Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, lo trovate  qui.

lunedì 20 ottobre 2014

Piccole, inattese folgorazioni

Oggi tocca alla nostra penultima novità: Bestie, sufi, sultani, ovvero sedici storie di Jalâl âlDîn Rûmî, tratte dal corpo del più importante poema mistico della cultura orientale, del XIII secolo, il Mathnawì, 50.000 versi in cui fiabe, novelle e parabole si alternano a scritti sapienziali e saggi consigli. 


L'idea di questo libro è nata nel 2011, quando Paolo Canton era in giuria a Bologna per la Mostra degli illustratori. Paolo ricorda che
, entrando nella grande sala dove li aspettavano qualcosa come 14000 tavole originali, le prime illustrazioni che lui e Sophie van der Linden notarono furono quelle dell'illustratrice iraniana Nooshin Safakhoo. 
Perché? Perché erano meravigliose. Così, dopo la Fiera, ci mettemmo in contatto con Nooshin che ci spiegò come quei lavori fossero ispirati ad alcune storie contenute nel Mathnawì. Pensammo subito che questa fosse un'occasione imperdibile per far conoscere nel nostro Paese sia quei testi così importanti nella storia della letteratura, della spiritualità e della poesia, sia il lavoro di una illustratrice quasi sconosciuta ma dall'immaginario e dal talento irresistibili. Nooshin accettò la nostra proposta di sviluppare quell'abbozzo di progetto per farne un libro, e, a partire da quelle prime sei tavole realizzate, ci si mise subito a lavorare. 


Molto complesso è stato il lavoro sui testi per l'adattamento alla lingua italiana. Risalire dalle illustrazioni alle parti del poema scelte da Nooshin (nell'edizione italiana raccolto in cinque volumi), e lavorare a questi testi per proporli a un pubblico di ragazzi non è stata una passeggiata. Ci ha supportato validamente in questa impresa Anna Villani, redattrice anomala e dai molteplici interessi: poetessa, redattrice, lettrice, alpinista, schiva sì, ma dall'inesauribile curiosità.
Quando le abbiamo proposto il lavoro su queste storie, senza nasconderle le difficoltà che avrebbe incontrato, ha accolto l'idea con entusiasmo e con il sangue freddo di un rocciatore. E infatti, con  accuratezza e pazienza certosina, ha portato egregiamente a termine il compito.
In questo post sarà proprio lei a raccontare come sia andata questa esperienza.



[di Anna Villani]

Mi pare che tutto abbia avuto inizio così.
Era un grigio mattino di fine novembre, quando Paolo mi invitò per un caffè e mi chiese se mi sarebbe piaciuto occuparmi dei testi di un libro del quale esistevano già delle meravigliose illustrazioni. I Topi e io ci conoscevano da poco, da un corso di albi illustrati e da qualche deliziosa cena o aperitivo culturale, nutrimento di corpo e spirito; da poco mi si era aperto un mondo nuovo, fatto di persone interessanti e di lavori bellissimi, e di tutto il grande impegno (dedizione, pazienza e conoscenza) che ci sta dietro per realizzarli.


I Topi, nel loro intuito topesco, sapevano quanto questo lavoro avrebbe potuto essere di soddisfazione per me, e così, dopo qualche giorno da quel caffè, io, commessa Alpstation col pallino della scrittura, mi sono trovata con in mano i sei volumi del Mathnawì di Jalâl âlDîn Rûmî, editi in italiano da Bompiani. Assieme al testo originale, tradotto dal persiano da Gabriele Mandel Khàn e di Nùr-Carla Cerati-Mandel, avevo con me le illustrazioni di Nooshin Safakhoo e un testo di riassunti in inglese dell'opera, nonché alcuni utilissimi indici delle storie in pdf, per iniziare a orientarmi all’interno dei volumi.
L’impatto con la scrittura di Rûmî è stato tutt’altro che facile: i racconti sono quasi sempre frammentati da digressioni e parabole che fanno perdere, agli occhi di una lettrice inesperta, il filo conduttore della storia. Dai primi racconti uscivano morali molto dure, a volte di difficile comprensione, e molto lontane da una cultura occidentale moderna e laica, in cui spesso la fede si annacqua in vaga adesione, svuotata di senso.


Per andare avanti con il lavoro e intuire il grado di insegnamento mistico del libro, dovevo entrare più in sintonia con Rûmî: sapere chi era stato e in che contesto aveva vissuto. Sapere ad esempio che Rûmî, oltre che un grande poeta, è stato il fondatore della confraternita dei Dervisci rotanti, oggi identificati con gli esecutori della celebre danza, ma in origine asceti mendicanti in cerca del passaggio dal mondo materiale a quello celestiale. Queste informazioni mi sono state utili per ritrovare nel testo quelle caratteristiche che contraddistinguono la ricerca mistica sufi: l'amore di Dio, il distacco dalle passioni mondane, dai beni e dalle lusinghe del mondo, il rispetto e l’interesse per tutti gli esseri umani e la natura, visti come base di partenza per una crescita spirituale, al di là di religioni e ideologie.


In questo modo, sono riuscita a cogliere meglio il senso profondo del messaggio dei vari racconti, accontentandomi di non dover per forza trovare – perché viene sempre un po’ spontaneo cercarli – termini di paragone con la letteratura occidentale: né i miti greci né le favole di Esopo né il Vangelo né la Divina Commedia. Perché il Mathnawì resta proprio un mondo a sé.
Alcuni racconti in particolare sono state delle piccole e inattese folgorazioni: inattese perché nella mia testa la storia si poteva concludere diversamente in modo molto più 'logico' e consequenziale; ma la mistica pare abbia ben poco di logico e consequenziale…
Altri sono semplicemente impeccabili – penso a quello de I tre pesci; su altri ancora resto a oggi con il dubbio di averli capiti io stessa, o forse un poco rammaricata per averli riscritti proprio così. Ma credo che in parte questo sia inevitabile perché un testo sapienziale è enigmatico per sua natura.


Adesso è facile parlare con il senno del poi e rivedere le proprie scelte sotto un’altra luce; è facile dire dopo quello che si sarebbe potuto fare prima. Ora che un po’ di tempo è passato da questo lavoro, mi chiedo con quale piccola incoscienza o più semplicemente immodestia, mi sono messa a leggere e a riscrivere un testo così complesso, senza farmi troppe domande, senza preoccuparmi della mia ignoranza in materia di sufismo e mistica, solamente lasciando condurre il pensiero da entusiasmo, buon senso, soggezione e intuito, e, alla fine, da una grande simpatia per i suoi personaggi…


Va aggiunto, a concludere, che questo libro non sarebbe stato altrettanto bello ed equilibrato se non ci fosse stato il contributo di Anna Martinucci, che ha rielaborato e dato equilibrio a un progetto grafico nato in case editrice. E poi, chi altri avrebbe potuto inventarsi dei risguardi così poetici?

venerdì 17 ottobre 2014

Illustratori appostati nell'ombra

Noi ce li immaginiamo, quelli di La Trama Autoproduzioni, appostati dietro gli alberi virtuali del web, nascosti negli angoli bui della rete 2.0, in agguato fra i cespugli dell'Internet delle cose a scrutare, sondare,  valutare. Osservano gli illustratori che passano, li soppesano, registrano i loro movimenti, le oscillazioni del loro stile, i cambiamenti d'umore. Poi decidono chi gli interessa e cominciano a lavorare in profondità. Come editori, come stalker benefici e bonari. Da tutto questo lavorìo nasce questo post, grazie al quale possiamo scoprire quali sono gli illustratori che reputano più promettenti e perché. 


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Alessandro Palmacci = Mathilde Van Gheluwe

Mathilde Vangheluwe per noi ha un nome impronunciabile, ma vive e lavora a Gent dove questo problema non ce l'ha. A guardarla sembra uscita da un dipinto fiammingo del quindicesimo secolo ma nasconde un’anima punk dietro le sembianze di bad girl dal cuore tenero. Si è diplomata in illustrazione nel 2013 presso la St. Luc di Bruxelles ed è cofondatrice insieme a Valentine Gallardo e Jana Vasiljevi del collettivo Tieten met Haar (confidenzialmente risoprannominate le “tette pelose”) con il quale pubblicano fanzine indipendenti e organizzano mostre, karaoke e live performances.




Nonostante il  segno  nervoso e inquieto, sintomo di una continua sperimentazione grafica, Mathilde è riuscita a creare un immaginario immediatamente riconoscibile all’interno del quale spazia tra fumetto e illustrazione. Il suo universo privato riesce a mescolare ricordi d’infanzia e mondi di fantascienza che si fondono senza soluzione di continuità. Le sue tavole colpiscono per  un’esplosione di geometrie, colori, riferimenti pop e incastri tra elementi naturali, personaggi e balloon che possono disorientare ad un primo sguardo.





Anche quando inventa mondi immaginari, il dato personale e introspettivo è sempre molto forte. La prepotenza del segno, che rende l’immediatezza delle emozioni dei suoi personaggi, come della natura in cui si muovono, trova un perfetto bilanciamento tra la spigolosità del linguaggio e la morbidezza delle forme. Il tratto è capace di passare dal drammatico all’esilarante, dal serioso allo scanzonato e le sue caratterizzazioni sfiorano la caricatura senza diventare banali macchiette.





Sul suo blog potete rimanere al corrente delle sue spericolate avventure!

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Alice Milani = Mikaël Ross

Mikaël Ross  è un disegnatore tedesco. Nato a Monaco nell'84, vive e lavora a Berlino. Grazie ad una borsa Erasmus a Bruxelles ha allacciato rapporti con il mondo francofono, è così che nel 2013 ha pubblicato per le edizioni Sarbacane “Les pieds dans le béton” scritto da Nicolas Wouters.




Ciò che salta agli occhi nelle sue tavole è il tratto libero e guizzante. Le sue figure sono flessuose ed espressive, i corpi si incurvano come schiene di gatti, mai rigidi, mai pesanti. I suoi colori sono blu luminosi, rossi trasparenti e neri che sa bilanciare con grande maestria.




Con la delicatezza dell'acquerello Mikaël riesce a restituire atmosfere notturne, concerti e metropolitane in cui si muovono personaggi che fanno parte del mondo anarcopunk. Sui marciapiedi di grandi città li vediamo bere birre e intavolare grandi discussioni sul senso della vita, la giustizia e la libertà, oppure farsi pestare dalla polizia.




Ma anche quando i soggetti si fanno gravi, il segno rimane energico e divertito, sempre pieno di vita, così da poter raccontare con leggerezza storie che non si possono definire spensierate.

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Francesca Lanzarini = Ines Santos Machado

Inês Santos Machado è una giovane illustratrice portoghese, che frequenta il corso di Pittura all'Accademia di Belle Arti di Lisbona. Da subito risulta palese l'abilità con cui Inês si destreggia tra le tecniche, incisorie e non.




Per realizzare le sue opere usa grafite, tempera ma anche litografia e maniera nera, le scene sono contrastate con poco utilizzo di mezzi toni, i soggetti congelati e proprio come in fotografie sovraesposte l’eccessiva luminosità dei visi rende irriconoscibile i dettagli.
Attimi privati o feste popolari che la Machado carica di tensione emotiva.




La mia scelta è ricaduta su di lei per la sua mano decisa e sciolta, per i pochi segni ma essenziali che costituiscono le figure, il giusto bilanciamento di luce e ombra e per aver portato in questi disegni la freschezza, la semplicità e lo stupore tipici dei bambini.



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Silvia Rocchi = Marion Sellenet

Marion Sellenet è un'artista francese ma vive e lavora a Bruxelles. Un'abile disegnatrice ma anche una grande amante della sperimentazione tecnica e formale per questo quando si guardano i suoi lavori si ha subito l'impressione che sia la sua sensibilità estetica a prevalere su tutto.




L'incanto che traspare dalle sue immagini è grande, e sembra apparentemente ottenuto con pochi elementi. In realtà in questo tipo di lavoro si percepisce che lo studio preliminare è tutto, e che i vuoti nelle sue illustrazioni sono importanti tanto quanto gli spazi riempiti. Assumono la stessa valenza dei silenzi che si creano tra le persone che si conoscono bene.




Marion fa uso di tante tecniche diverse, anche se predilige il collage, si muove fra i vari mercatini delle pulci in cerca di ispirazione, primo tra tutti il “suo” Jeux de balle a Bruxelles dove compie una vera e propria ricerca di vecchi spartiti, giornali, album di famiglie sconosciute, cartoline e documenti antichi.
Quello che colpisce è che grazie a questa libertà formale si riconosca subito il suo universo, dal modo di bilanciare l'immagine, ai colori che spesso si rincorrono, turchese, ocra, rosso, o verde bosco, che siano propri di stoffe, ritagli di giornali o ancora ottenuti con pennellate di guaches poco diluite.




Guardando i suoi lavori tutti d'un fiato si è come trasportati in un limbo confidenziale e silenzioso dove lo sguardo si ferma a riflettere e ammirare la sua sensibilità e maestria. Qui potete visitare il suo blog.
Tra gli artisti che influenzano il suo lavoro cita come illustratrici dalla grande libertà espressiva Chloé Poizat, Michelle Thompson e Marion Brosse, e ancora Rauschenberg e Cy Twombly.

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Viola Niccolai = Jake Hollings

Jake Hollings è di York e ha studiato illustrazione alla Huddersfield University, in Inghilterra.
Colpiscono, nei suoi lavori, due aspetti principali: la freschezza stilistica e le scelte della rappresentazione, che affronta tramite tutta una serie di tecniche diverse.
Hollings passa dalla pittura alla colorazione a pennarelli con grande libertà, toccando argomenti diversi, da scene affollate di personaggi surreali a oggetti colti in un’estrema sintesi di colore e tratto. Nelle sue illustrazioni i soggetti sono inseriti in una precisa linea del tempo, dagli anni Novanta a oggi. Ne è un esempio la schermata di Youtube che incornicia le copertine dei dischi in ascolto introducendo una nuova chiave di lettura, che non sia la mera raffigurazione dell’oggetto, ma piuttosto un mezzo che dà inizio ad una doppia narrazione, un racconto nel racconto.



Reinterpretando sinteticamente copertine di dischi che sono ormai grandi classici (Sonic Youth, Pixies…), la leggibilità di questi oggetti non è tanto legata alla verosimiglianza della rappresentazione, ma attinge piuttosto all’idea, al concetto, che quelle copertine sono ormai diventate, alla fama di immagini presenti in ogni negozio e rivista di musica, e per questo riconoscibili.
Stesso meccanismo con cui Jake induce l’osservatore a ritrovare, pur nella costante velocità dal gesto pittorico, gli sfondi dei videogames con la loro tipica stilizzazione di partite di calcio, incontri di box e gare di macchine da corsa. Icone precise, le sue “Cool cars”, le musicassette o i mac, tipiche di un mondo propriamente nerd che il segno di Hollings  modula con profonda ironia.




Nel portfolio, su cargocollective e behance, compaiono inoltre lavori in monotipia, collage, efficaci schizzi a china e divertissements in didò.
Il suo immaginario prende in prestito elementi della grafica di computers e videogames, serialità che strizzano l’occhio alla Pop Art (non a caso disegna l’Heinz Tomato Ketchup in bustine) e colori brillanti e acidi di un mondo parallelo e finto dove il paradosso sta proprio nel segno, mai scontato o estetizzante.




mercoledì 15 ottobre 2014

Ce ne fossero più spesso di giornate così

[di Elena Sartori]

Liliana ha manine piccole da duenne, una maglietta a righe colorate ed una scheda arancio tra le mani, pronta per essere scarabocchiata. Visita il Museo ad altezza “braccia di mamma” e davanti al crocifisso del Guariento, artista del 1300, non esita proprio: i personaggi, lei, lo sa benissimo dove vanno! Con un ditino li indica uno per uno, e la mamma li mette tutti al loro posto!

Un branco di cavallini di Didò (ma solo le teste eh?), riproduzione del lavoro canoviano destinato al Monumento per Ferdinando IV di Borbone, scende lo scalone della pinacoteca e si apposta sul fondo nero del set fotografico, pronto ad essere immortalato per la “Galleria degli artisti” di questa Giornata.





Arianna, dal canto suo, è perfettamente sicura che lo sfortunato bambino de Lo spino, dipinto da Antonio Bianchi, si sia avventato con troppa baldanza a piedi scalzi su quel cespuglio spinoso, infingardo e nascosto! E ce lo testimonia così.



564  paia di scarpe, piccole e grandi, hanno percorso domenica 12 ottobre il Filo di Arianna, tema 2014 della Giornata nazionale delle famiglie in Museo, che per il secondo anno viene proposta nel mese di ottobre da un’idea di Kidsarttourism e con il patrocinio del Ministero dei Beni e della Attività Culturali e del Turismo, del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati e di Icom.



Un filo che idealmente ha collegato tutti i musei d’Italia aderenti all’iniziativa, quasi seicento, e a questi le famiglie. Nel nostro caso, quello dei Musei Civici di Bassano del Grappa (MBA), un lungo filo azzurro dal sagrato della chiesa di San Francesco, lungo il chiostro e su, su per la scalinata e poi attraverso le sale museali e attorno alle opere ha condotto i visitatori a riappropriarsi di un patrimonio che l’evento esigeva fosse osservato dalla prospettiva di un metro e mezzo al massimo!




Per loro erano pronti dei laboratori di disegno e poi una mappa colorata del Museo e il nuovo Kit famiglia, composto da un blocchetto di schede gioco sulle principali opere esposte, una lente in cartoncino per osservare “nel dettaglio” i dipinti (o il vicino!), una porzione di pasta modellabile.



Ci siamo preparati all’apertura delle porte con la danza della haka, come gli All Blacks. Pensavamo di dover placcare decine di piccoli visitatori in corsa sciolta lungo le sale espositive, dover intercettare insidiose punte di matite troppo vicine alle tele, interrompere spontanee lotte di cuscini e invece niente di tutto questo. C’erano occhi spalancati e attenti che si guardavano intorno, al Museo civico di Bassano del Grappa ieri pomeriggio. Gambette incrociate, distese, accavallate, raccolte, piegate ad angolo retto all’indietro…. Ma educate. Bambini acciambellati a terra, a cercare di risolvere l’enigma proposto più velocemente del fratello. Nonne che potevano concedersi un tempo tranquillo e coinvolgente da passare con i proprio nipoti.

C’erano genitori soddisfatti a pavoneggiarsi, in mano la scheda di sala, e spiegare che no, non è vero che tutte le modelle del Canova soffrivano di una fastidiosa ed invadente “foruncolite”, oh no! Quei puntini neri, e come non saperlo, erano i “famosissimi” punti di repère, utilizzati dallo scultore per riportare le misure dal gesso al marmo.
E poi, con la scusa che «Sai, secondo me potresti anche fare così…», rubavano i pezzettini di pasta modellabile (vi abbiamo visti!) dalle mani della progenie. Ma non solo… E c'erano gruppi di visitatori che non andavano più via! E hanno colto l’occasione per visitare anche le sezioni non direttamente coinvolte dalle proposte didattiche pensate per la Giornata. Si sono insinuati tra le ceramiche greche a decorazione geometrica della sezione Chini, hanno messo il naso nella sala in fase di allestimento che conterrà la Storia della Città, e sbirciato dai vetri la rinnovata sala Chilesotti, quella che «ti ricordi, quando si studiava qui dentro, e c’erano le librerie di legno scuro e le luci al neon, e il bibliotecario con i baffi, se facevi la pausa troppo lunga, entrava e ti sequestrava i libri?»

Ho dovuto aspettare un’ora buona per vedere le prime famiglie entrate ridiscendere le scale verso l’uscita. Erano visi contenti. Di visi annoiati, non dico bugie, ne ho visti forse al massimo due o tre. Alcuni sono corsi di nuovo, senza farsi troppo notare, verso la sala didattica per fare il secondo giro di laboratori! Il commento più ricorrente, quel «Ehhh, ce ne fossero più spesso di giornate così…» apriva il cuore, ed alludeva, a parer mio, a tante cose. Alla gratuità dell’evento e all’accoglienza ricevuta, ma anche e soprattutto alla possibilità di passare una parte della propria domenica a fare qualcosa insieme ai propri figli, in un luogo dove insieme ci si può arricchire di mille stimoli e forse anche spunti di ispirazione. Meglio di Gardaland. E costa molto meno. In fondo poi, come diceva Alan Bennett, citato quiVal la pena ripetere che la gente entra in una galleria d'arte per i motivi più svariati; alcuni, è vero, perché amano la pittura, ma per molti guardare i quadri non è la cosa più importante. Entrano perché piove, magari per rimanere un po' al caldo, o perché sono stanchi di stare in piedi; forse sono in anticipo per un appuntamento, oppure sperano di rimorchiare proprio lì…

Beh, magari da ieri qualcuno deciderà di entrare anche per stare un po’ tutti insieme, in famiglia. Un altro, più che valido motivo!

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Elena Sartori ha una laurea in Storia contemporanea, ha lavorato presso la biblioteca di Montebelluna e ora collabora con i Musei civici e la biblioteca di Bassano del Grappa per la realizzazione di percorsi storici e di lettura rivolti a bambini e ragazzi della scuola Primaria e Secondaria di primo grado. Fa parte del Gruppo di volontari Volta la carta, che anima letture in biblioteca a Bassano per bambini dai tre agli otto anni circa, e del gruppo di lettura genitori che leggono, composto da adulti che si confrontano su titoli di narrativa per ragazzi.
A breve, sarà attivato un gruppo di lettura, da lei condotto, per ragazzi delle scuole medie alla biblioteca di Bassano. Si chiamerà Terra di nessuno e verranno discussi testi di narrativa per ragazzi sulla Grande Guerra.

[Le foto che corredano l’articolo sono © Daniele Bonifazi]