mercoledì 28 gennaio 2015

Bambini al museo

I mesi di novembre e dicembre sono stati pieni d’iniziative legate alla collana Pippo (Piccola Pinacoteca Portatile): la presentazione della collana e un laboratorio di Francesca Zoboli al Castello di Melegnano, durante Boockcity, e la seconda attesa edizione del gioco Pippo non lo sa (di cui potete leggere qui e vedere le opere qui). La terza iniziativa è una nuova sperimentazione didattica della collana, attuata a Milano, nell’interclasse di quarta elementare (5 sezioni) dell’Istituto Comprensivo 5 Giornate, a partire dal volume Viva la natura morta!. Questo post racconta la prima parte del percorso, la visita al Museo del Novecento insieme ai bambini, in cerca di natura morte. La seconda, riguarda la parte laboriale svolta in classe, uscirà il prossimo mercoledì, 4 febbraio.

[di Marta Sironi]

Il tema della natura morta non è certo il più immediato e diffuso della nostra tradizione artistica – diverso se fossimo in Olanda! – e nemmeno il più attraente per i bambini, ma i disegni di Francesca Bazzuro avvicinano al genere secondo vie insolite e divertenti.


Francesca Bazzurro, Marta Sironi, Viva la natura morta!, Topipittori, 2012.

A cominciare dal piacere di elencare gli oggetti e la loro relazione con il piano d’appoggio (mostrandoci per esempio la forma reale di un tavolo rappresentato al modo cubista), scoprire come si possa rappresentare il tempo (teschi e clessidre, foglie cadute o secche…), ma soprattutto la possibilità di far parlare un soggetto apparentemente ‘muto’ (dalle bottiglie o da un mazzo di fiori c’è spesso un fumetto da riempire).

Picasso, La bouteille de Bass,
Museo del 900.
Braque, Natura morta con chitarra, Museo del 900.




















Le scelte dei quadri presenti nel libro sono di Francesca Bazzurro, secondo le sue predilezioni che avvicinano ad artisti poco frequentati (il caso di Giovanna Garzoni), evitando in ogni caso scelte scontate. La varietà degli artisti scelti e la centralità del tema permettono di usare il libro adattandolo pertanto a ogni collezione museale che comprenda delle nature morte.

Giorgio Morandi, Natura morta, Museo del 900

Si è deciso di visitare il Museo del Novecento, andando a scoprire nature morte eseguite a partire dagli anni Dieci del Novecento e attraverso le modalità interpretative delle avanguardie storiche. Lo stesso percorso museale inizia con due esempi di nature morte cubiste (Picasso e Braque) affiancate da un esordio metafisico di Morandi.

Boccioni, Sotto la pergola a Napoli, Museo del 900.

Boccioni, Sviluppo di una bottiglia nello spazio, Museo del 900.

Boccioni ci ha dimostrato l’originalità del Futurismo nell’utilizzo del colore e della scomposizione della forma, sintetizzati rispettivamente nelle natura morta composta sul tavolo di Sotto la pergola a Napoli e nella sperimentale scultura Sviluppo di una bottiglia nello spazio (durante la nostra visita non visibile), facilmente scambiabile con l’esperienza spaziale del plastico Forme uniche della continuità nello spazio.

A. Soffici, Natura morta (Piccola velocità), Museo del 900.

A. Soffici, Composizione con fiammiferi, Museo del 900.

Due opere di Soffici hanno permesso non solo di focalizzare l’attenzione sulle varianti di un unico artista, ma anche di individuare l’inserimento di oggetti d’uso (la scatola di fiammiferi, il giornale) con una tecnica a collage molto diversa dai cubisti. Anche la reiterazione, in quadri diversi, delle stesse forme ottenute con mascherine prefabbricate – bottiglia e bicchiere – ha fornito spunti tecnici

Giorgio Morandi, Natura morta con manichino, Museo del 900

Giorgio Morandi, Natura morta, 1943, Museo del 900.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1940, Museo del 900.

Nella sala dedicata a Morandi ci siamo finalmente seduti in terra e abbiamo osservato le silenti variazioni cromatiche del pittore bolognese, apprezzando la luce naturale dei suoi interni, il variare delle ombre e della disposizione degli oggetti.

Giorgio De Chirico, Les brioches, Museo del 900.

Un passaggio nella sala di De Chirico e un pizzico di magia metafisica ha fatto intravedere, a tutte le cinque classi, un cane nelle due panciute brioches (io naturalmente rimango ancora convinta della storica definizione e non sono riuscita a vederlo).

Achille Funi, Il bel cadavere, Museo del 900.

Donghi, Margherita,
Museo del 900.
È stata poi la volta di una caccia al tesoro, alla ricerca delle nature morte nascoste nei ritratti degli anni Trenta, scoprendo tra l’altro come gli oggetti aiutino a dare significato ai ritratti: il libro di Buzzi, Il bel cadavere, nell’omonimo quadro di Funi; l’iperrealismo delle mele e limoni nella Margherita di Donghi; infine i pasticcini, gli anelli, la sigaretta accesa del doppio ritratto di Marussig. Il nostro giro si è concluso davanti alla Grande natura morta di De Pisis, un modo ancora nuovo non solo di concepire il genere pittorico ma soprattutto di guardare e restituire figurativamente gli oggetti. La sua pittura ‘calligrafa’ tratteggia paesaggi ideali dove oggetti da collezione si animano e si mischiano in una realtà di natura immaginaria.


Marussig, Donne al caffè, Museo del 900.

Filippo De Pisis, Grande natura morta, Museo del 900.

L’attenzione dei bambini è stata esemplare, stimolata anche dal dover eseguire a breve una loro natura morta in classe: aver osservato autori, tecniche, soluzioni formali e significati dei quadri ha arricchito certamente le possibilità interpretative di questo soggetto così come, più in generale, di lettura delle opere. Ci siamo lasciati dandoci appuntamento in classe: ognuno avrebbe portato un oggetto a piacere per comporre una ‘piccola natura morta portatile’ insieme agli oggetti portati da altri 3/4 compagni.

Non perdete la prossima puntata di Bambini al museo, mercoledì 4 febbraio.

Ricordiamo che nei giorni 31 gennaio e 1 febbraio, la Piccola Pinacoteca Portatile sarà al centro di un corso di formazione rivolto a insegnanti, educatori e atelieristi presso il Mart di Rovereto, a cura della sezione didattica del museo e con la nostra partecipazione.

martedì 27 gennaio 2015

I Martedì della Emme / 15: Possedere una fattoria

[di Francesca Romana Grasso]

Recentemente un'amica bibliotecaria che ama le mucche, Giovanni Segantini e la vecchia Emme, mi ha regalato Una fattoria, un libro che intorno alle immagini di Carl Larsson vede prendere forma il testo di Lennart Rudström.
Pubblicato a Stoccolma nel 1966, è stato tradotto da Margherita Gelsomino, per Emme, nel 1982.

Carl Larsson (1853-1919) era un popolare pittore, incisore e illustratore svedese. Nonostante le umili origini contadine, fu ammesso all’Accademia Reale Svedese delle Arti di Stoccolma, in virtù del suo talento. Con la moglie Karin Bergöö, anch'essa artista,  si trasferì nel piccolo villaggio svedese di Sundborn, e insieme ebbero sette figli.

Larsson comprò la fattoria di Spadarvet con il denaro guadagnato
dipingendo un murale al Museo Nazionale di Stoccolma.

Queste note biografiche aiutano a comprendere Una fattoria, che principia così:

«Che cosa meravigliosa deve essere per un artista che dipinge paesaggi possedere una fattoria e cavalli e maiali e galline! Questo è quel che pensava il pittore Carl Larsson.(...) Un giorno che il vento fischiava e la pioggia batteva contro i vetri, arrivò una lettera di Björk (…) che scriveva che la fattoria era in vendita, insieme a quattro mucche, un cavallo, un maiale, delle pecore e naturalmente anche le galline. 
Quando arrivò di nuovo la primavera, Carl Larsson partì, insieme alla moglie e ai bambini, per andare a comprare Spadavert.»

I boscaioli usavano seghe ben affilate e “dentellate”
per ben penetrare  nella legna umida.

Tra parole e immagini si susseguono animali, stagioni, attrezzi, lavori, seghe dentellate, blocchi di ghiaccio trasportati con i cavalli, falegnamerie e fucine per approvigionare gli attrezzi, reti e nasse da pesca, battiture di terra e semine in primavera, pascoli, stalle, fienagioni e trebbiatrici, chiese di campagna con fedeli addormentati, letamaie e campi fertilizzati, raccolte settembrine di patate e arature, carbonaie, caccie e banchetti natalizi. E così, pagina dopo pagina, ci si immerge in un mondo che per millenni ha affinato tecniche e consuetudini per mediare tra esigenze umane e leggi naturali.

Uomini intenti a recuperare blocchi di ghiaccio dal lago,
per alimentare la ghiacciaia della fattoria.

Amo questo libro per gli acquerelli, che, mirabili, si pongono al servizio di una consegna puntuale di saperi antichi; lo amo perché come in un mito, il racconto si dipana attraverso parole che nominano e spiegano attività e attrezzi, tramandando gesti da compiere con regolarità, seguendo la cadenza delle stagioni, riti sociali, momenti di raccoglimento, pause di attesa. 
La scrittura di Karin Bergöö si rivolge al lettore in maniera piana, con grande rispetto per la sua capacità di interessarsi alle cose del mondo, senza escamotage volti a destare stupore. Il linguaggio è preciso, sequenziale, 'tecnico'.

Nella falegnameria si costruivano  mobili e arnesi:
si segava, trapana, piallava, passata la carta vetrata a mano.

Leggere queste pagine mi ha fatto ricordare con quale piacere ascoltavo e seguivo i 'grandi' quando mi mostravano un luogo - indifferente se una fattoria, una falegnameria, o un laboratorio chimico - e mi spiegavano dettagliatamente come funzionava, mi facevano vedere gli attrezzi, gli spazi, motivando gesti e posizioni dei lavoranti, la collocazione dei materiali, l'ordine con cui si avvicendavano le diverse azioni.

 Un contadino doveva anche saper pescare, tessere reti e nasse.

I bambini, oggi come ieri, amano capire come funzionano le cose, comprendere qual è il modo migliore per farle, sentire testimonianze e vedere le persone che lavorano; non sempre e non tutti sono animati dal desiderio di 'fare' direttamente le esperienze, magari partecipando a laboratori e attività didattiche. Queste pagine, lette o raccontate, possono soddisfare molte curiosità, con buona pace di chi ama starsene tranquillo e far lavorare solo i neuroni specchio.

Prima della semina il campo deve essere ben erpicato,
per far divenire la terra molle e leggera.

Francesca Romana Grasso è pedagogista e dottore di ricerca in scienze dell'educazione; appassionata di libri, ha conseguito il Master dell'Accademia Drosselmeier. Centro studi di Letteratura per l'Infanzia. Da tre anni vive a Milano, dove lavora come formatrice, progettista e consulente -sia presso il suo studio privato sia con servizi educativi e scolastici, consultori familiari, biblioteche, librerie, cooperative e associazioni. Progetta e conduce percorsi formativi su tematiche sociopsicopedagogico, con particolare attenzione al pensiero di Maria Montessori, Elinor Goldschmied, Emmi Pikler, Bruno Munari, Jella Lepman. Collabora con la rivista Liber e alcuni blog di letteratura per bambini e ragazzi. Ha scritto a quattro mani con Alice Gregori il Manifesto. Alleanze Educative e di Cura. Per saperne di più sul suo lavoro potete consultare il sito Edufrog oppure seguirla sul suo blog.

Dal nostro catalogo, Francesca Romana Grasso ha scelto La Casa delle Meraviglie a cura di Loredana Farina.

Le pastorelle si portavano ai pascoli piccoli telai,
per lavorare anche durante le lunghe permanenze all'aperto.

Il sagrestano, sulla destra,  aveva il compito di svegliare
chi si addormentava in chiesa durante le funzioni.

Se siete bibliotecari, insegnanti, librai, promotori della lettura o appassionati di libri illustrati e desiderate partecipare alla rubrica I Martedì della Emme, presentando in un vostro post un libro di Emme Edizioni di Rosellina Archinto scriveteci qui, specificando di quale volume volete scrivere.


Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, le trovate  qui.
Qui trovate tutte le puntate precedenti de I Martedì della Emme:

I Martedì della Emme / 1: Un gioco per bibliotecari felici
I Martedì della Emme / 2: Federico, topo bambino
I Martedì della Emme / 3: Un’avventura invisibile
I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine 
I Martedì della Emme / 5: Un albo molto rumoroso
I Martedì della Emme / 6: Elogio dell'immaginazione
I Martedì della Emme / 7: Il sapore di una rivoluzione 
I Martedì della Emme / 8: Caro Stevie
I Martedì della Emme / 9: La storia che si ripete
I Martedì della Emme / 10: Dove c'era un prato 
I Martedì della Emme / 11: La vita quotidiana è una storia ricchissima
I Martedì della Emme / 12: Tutto cambia

I Martedì della Emme / 13: Sull'esser gufo

I Martedì della Emme / 14: Vedere l'altrove

lunedì 26 gennaio 2015

L'arte può cambiare il mondo, solo...

[di Lisa Topi]

The Milkmaid, Johannes Vermeer, 1660 circa.
Ho chiuso il mio primo post sul blog dei Topipittori invitandovi a sperimentare la luce dei dipinti fiamminghi del Rijksmuseum di Amsterdam. Oggi mi piacerebbe condurvi in una visita virtuale che si rivelerà più scanzonata di quanto preannunciato, un breve scorcio su alcune delle opere con occhi non vostri, non miei.

L’ultima volta che visitai il Rijksmuseum, la scorsa estate, trovai un’installazione singolare. A fianco di alcuni dipinti si trovavano dei grossi post-it gialli (philosophical graffiti) che dispensavano ai visitatori bizzarre chiavi di lettura dei quadri stessi. Scoprii, poi, che l’installazione faceva parte di un progetto chiamato Art is therapy del quale, Alain de Botton e John Armstrong, autori del libro che ha ispirato l’esposizione e del catalogo che cito, parlano così:

La mostra al Rijksmuseum vuole portare il visitatore a ripensare le premesse cruciali per capire quale sia lo scopo di una visita a un museo. L’intenzione è sollevare – e rispondere in modo diverso – alla complessa domanda su quale sia realmente lo scopo dell’arte. Suggerire, significativamente, che potremmo guardare e servirci dell’arte per i suoi potenti effetti terapeutici.

Una missione non da poco. E, in effetti, non è molto chiaro quanto gli autori intendano alla lettera le proprie raccomandazioni. Un vago imbarazzo serpeggiava tra i visitatori, me compresa, che non sapevano bene se doversi soffermare su quei manifesti sgraziati e non ben catalogabili. Credo che l’ironia e lo spaesamento provocato dall’operazione al Rijksmuseum abbiano centrato il bersaglio prima ancora dei testi, alcuni dei quali sono davvero brillanti, alcuni, forse, didascalici. Il punto di vista degli autori è certamente discutibile (perché un bambino può immedesimarsi in un pirata valoroso e una bambina in una sguattera o in una vedova arcigna, per esempio?) ed è probabilmente cucito addosso alla figura di uno spettatore non troppo attento, eppure sono divertenti questi esercizi di auto-guarigione, tra i quali si fa strada un glorioso auspicio, che riserviamo per il finale.

Stradina di Delft, Joahannes Vermeer, 1658 circa.

LA VITA È ALTROVE. HO UN MALRIPOSTO DESIDERIO DI GLAMOUR.

In una delle gallerie laterali della Gallery of Honour del Rijksmuseum, probabilmente dietro tre file di persone, è esposta una delle opere d’arte più famose al mondo. E non è una buona notizia. La fama estrema di un’opera d’arte è quasi sempre controproducente perché, per poterci toccare, l’arte deve provocare una reazione personale – e ciò è difficile quando un dipinto è a tal punto rinomato. Questo quadro è assai poco coerente con il suo status in ogni caso, perché, più di qualsiasi altra cosa, intende mostrarci che l’ordinario può essere molto speciale. Ci indica che prendersi cura di una casa modesta ma bella, pulire il cortile, accudire i bambini, rammendare i vestiti – e fare tutte queste cose accuratamente e senza crucciarsi – è il sommo dovere della vita. 
Questo dipinto è antieroico, un’arma contro le false immagini del glamour. Si rifiuta di accettare che il nostro fascino dipenda da gesti eroici non comuni o dal conseguimento di uno status. [...] 
Se l’Olanda dovesse mai avere un Documento Fondante, un deposito concentrato dei propri valori, sarebbe proprio questo piccolo dipinto. È il contributo olandese alla ricerca di senso della felicità nel mondo – e il suo messaggio non appartiene solo a questa galleria.

La festa di San Nicola, Jan Havicksz Steen, 1665-1668.

SOFFRO DI FRAGILITÀ, SENSO DI COLPA, PERSONALITÀ DISSOCIATA, AUTO-DISPREZZO.

Probabilmente sei un po’ come questo quadro. Ci sono dei lati di te che sono alquanto degenerati. Forse bevi, hai qualche comportamento leggermente compulsivo, non ti comporti sempre “bene”. Sei, nel linguaggio di quest’opera d’arte, un bambino avaro. 
E ciò a volte ti disturba, spingendoti all’auto-critica. Ma di certo – e questo è ciò che tendiamo a sottovalutare – sei anche molto rispettabile e ragionevole sotto altri aspetti della tua vita. Jan Steen ti sta proponendo di integrare i risvolti problematici della tua personalità col resto di ciò che sei. [...] 
Il dipinto mette in scena per noi una reazione generosa e costruttiva alla debolezza. [...] Un bambino cattivo che la mattina di Natale o per la festa di San Nicola scopre che Babbo Natale gli ha lasciato un pezzo di carbone o un ramo di salice nella scarpa o nella calza non dovrebbe provocare un’ansia immotivata. L’ordine del mondo non collasserà per una singola trasgressione. Come mostra la nonna del bambino in preda al pianto, forse non è stato del tutto dimenticato: c’è un regalo sotto il suo cuscino. Ecco cosa dobbiamo fare con noi stessi: essere meno preoccupati e turbati dalle nostre follie occasionali. 


Casa di bambole di Petronella Oortman, 1710.

VIVO NEL MONDO REALE; SONO TROPPO VECCHIO(A) PER I GIOCATTOLI.

I bambini hanno una capacità naturale di proiettarsi in ruoli diversi, attraversando quelle che a prima vista potrebbero sembrare delle barriere inscalfibili: un dolce bimbo di cinque anni può calarsi senza problema nei panni di un pirata sanguinario. 
Noi siamo composti di strati multipli: potremmo essere state molte altre persone se la vita ci avesse condotto per altre strade. Prendere contatto con il gioco ci permette di tirare fuori le parti di noi stessi che non siamo soliti mostrare. Queste parti potrebbero essere piuttosto strane. Con questa casa di bambole, potete giocare a essere:
Un valoroso capitano di mare cinquantaduenne recentemente tornato da Giava;
Una domestica di retrocucina abbandonata alla nascita dalla madre alcolizzata;
Una ricca vedova arcigna con i geloni e un carattere austero ma una passione per i cani di piccola taglia.
La casa delle bambole è un emblema dell’arte: ti mette in grado di provare le cose prima di viverle. 

Ritratto di Rutger Jan Schimmelpenninck e la sua famiglia, Pierre Prud'hon, 1801-1802

NON SO MAI COSA FARE DI FRONTE A UN QUADRO.

Spesso non siamo certi al cento per cento di come dovremmo comportarci in un museo d’arte (oltre a stare in silenzio e ben attenti al nome dell’artista), e la nostra mancanza di direzione indica che ci annoiamo facilmente. Ma c’è una cosa in particolare che possiamo fare per divertirci. Negli spazi pubblici, soprattutto nei ristoranti e nei caffè, può essere divertente immaginare come sono le persone intorno a noi, cosa possono contenere le loro vite, come ci si sente a essere loro amici e come sono le loro relazioni. 
Questo tipo di pensiero è tanto più indicato per lo studio di certi dipinti nei musei. Sebbene siamo molto distanti dalla realtà, questa pratica dovrebbe essere valorizzata tanto quanto l’apprendimento di date e influenze storiche. Nel caso di questo dipinto, non fate caso ai vestiti alquanto singolari e all’ambientazione in pieno bosco e avrete quattro persone che invitano a fare supposizioni sulle loro personalità.  
Della moglie si direbbe che non disdegna mansioni amministrative, che è tollerante con i piccoli fallimenti (benché abile nel capire quando porre dei limiti), gentile all’esterno ma, se necessario, dura e severa in privato. Potrebbe essere la persona adatta con la quale condividere un’ansia professionale in qualche modo umiliante. Il marito, invece, sembrerebbe premuroso e sensibile anche se ha totale controllo del proprio lavoro e i piedi ben saldi a terra, un equilibrio cui è giunto pienamente solo con il matrimonio e sotto l’influsso positivo di sua moglie. 
Questo è solo un inizio approssimativo... potete continuare, qui e con altre opere – e poi la prossima volta che vi troverete in un caffè. 


La toilette, Jan Havicksz Steen, 1655-1660.

SENSUALITÀ E DECENZA NON SI MESCOLANO. 

Siamo abituati all’idea che le immagini erotiche non abbiano dignità e gentilezza. Tendono a costituire un mondo a sé con la sessualità, tagliate fuori dalle altre questioni di cui ci occupiamo regolarmente. Ci sorprende, dunque, trovarci di fronte a un’immagine apertamente erotica che è altrettanto interessata ad altri aspetti della natura umana, che apprezza il raccoglimento, la tenerezza e la mente delle persone.
Lei non rinuncia alla sua identità di cittadina onesta solo perché si sta togliendo la calza lasciandoci tranquillamente dare una sbirciatina. È sempre la stessa persona che poco prima, quello stesso giorno, a un ricevimento ha fatto un’acuta osservazione allo Stadtholder e poi si è occupata della contabilità domestica. Sa come riuscire in questa difficile impresa: essere rispettabile e sensuale allo stesso tempo. 
Il quadro apre alla possibilità che possiamo essere tanto sensuali quanto brave persone. Il quadro, sorprendentemente forse, è come il ritratto di un santo: ci mostra qualcuno che dovremmo cercare di imitare.


Ciocca di capelli di Giacomina di Baviera, prima del 1770.

HO TEMPO.

Sappiamo che le persone molto tempo fa avevano dei capelli, che avevano l’abitudine di pettinarli, agghindarli con cura nei ricevimenti formali (o con vento forte), toccarli nelle situazioni di tensione seduti nei salotti e accarezzarseli l’un l’altro nei momenti più intimi del corteggiamento. Eppure sorprende, commuove e ancor di più spaventa, trovarci di fronte a una ciocca dei capelli di Giacomina – sostanzialmente perché il resto di Giacomina non è lì con noi. La personalità, le fantasticherie, le ambizioni, il rimpianto e la bontà d’animo che una volta erano attaccati a questi capelli non ci sono più, sono polvere e cenere mentre Giacomina, per mezzo dei suoi capelli eterni e all’apparenza giovani, è ancora incredibilmente presente. 
Il pensiero della morte, finora astratto e dunque non troppo angosciante, inizia a stringere la sua morsa. Ci dirigiamo verso i capelli di Giacomina. Solo alcuni pezzetti di noi, e non i più importanti, sopravvivranno tra qualche secolo, e magari dentro una teca sotto lo sguardo fisso degli sconosciuti. Ma questo non deve essere motivo di panico; i capelli ci ricordano continuamente che la sabbia scorre con implacabile velocità attraverso tutte le nostre clessidre.


Servizio da tè, 1725-1730.

NESSUNO SI ACCORGE DI ME.

Pensate a quanto invisibili, minuscoli, poveri e non apprezzati ci si debba sentire per convincersi a comprare un servizio da tè del genere.


Il gioco della guerra (allegoria della guerra nordica), Crispijn Van de Passe II, 1656.

COME RIMPIANGO I BEI TEMPI ANDATI.

I significati politici qui appaiono ovvi. I leader spietati considerano la guerra come un gioco (stanno giocando a backgammon). L’economia soffre – l’oro è riversato in una cassa con un buco alla base. I soldati comuni sono rappresentati, in primo piano, niente meno che come maiali, pronti per essere mandati al macello oltreoceano.  
L’opera è un memento di quanto il progresso reale possa essere dolorosamente lento. Alcune parti del mondo sono ancora dilaniate dalle guerre – ma l’idea che la guerra sia un’elegante avventura aristocratica è stata completamente scardinata, grazie (in parte) alle immagini che l’hanno messa in discussione in maniera così evidente e memorabile. All’epoca, questa incisione sosteneva una tesi coraggiosa e radicale – diretta contro una diffusa ammirazione per la nobile arte della guerra. Il fatto che l’atteggiamento assunto da quest’ opera sia oggi la norma e l’oggetto della sua satira ormai antiquato, è una conquista notevole – testimonianza del potere delle immagini. 
I problemi del mondo sono di così grande portata e le nostre vite così marginali, le nostre azioni così deboli al confronto, che è comprensibile se ci limitiamo ad alzare le spalle in segno di resa. Non dovremmo. L’arte può cambiare il mondo... solo molto lentamente.

venerdì 23 gennaio 2015

Io voglio stare qui. Con i libri.

Licia Pittarello all'ingresso della mostra.
Da qualche giorno leggo e rileggo il catalogo della mostra One hundred books famous in children's literature, in corso a New York, presso il Grolier Club. Si tratta della sesta "mostra dei cento" organizzata dalla più antica  prestigiosa associazione di bibliofili al mondo, fondata nel 1848 da Robert Hoe, grande collezionista e produttore di macchine da stampa. Le mostre di questa serie hanno sempre avuto una enorme importanza, mettendo in luce aspetti inediti o scarsamente considerati di intere branche del sapere libresco.

Mi sembra che anche questo caso non faccia eccezione, anche se ci ho impiegato parecchio tempo per capire esattamente perché la selezione di questi cento libri, operata da Chris Loker, libraia antiquaria e curatrice della mostra è, a mio avviso, problematica, nel senso che costringe a una riflessione sulla natura della letteratura per ragazzi e sulla sua evoluzione nel tempo.

La prima edizione di Histoire de Babar (celo!)
East of the sun and west of the moon di Kay Nielsen (manca!)
La Cinderella di Rackham (celo!)

Viene abbastanza automatico, di fronte a una selezione così severa, pensare a quel che c'è di troppo e a quel che manca. Non è questo un esercizio nel quale voglia indulgere più di tanto: mancano un sacco di cose legate alle evoluzioni più recenti della letteratura per ragazzi e, in particolare dell'albo illustrato; ci sono moltissimi libri di istruzione ed edificazione, che hanno caratterizzato la produzione editoriale dedicata ai piccoli per almeno tre secoli, dal Seicento in avanti.

La prima edizione di Madeline...
… e una illustrazione originale.

D'altra parte, è difficile criticare una scelta che si fonda su una realtà storica e sacrifica certamente la spettacolarità alla correttezza "scientifica": i libri per ragazzi hanno cominciato a voler "divertire" solo in tempi molto recenti. Direi che fino a buona parte dell'Ottocento, fino alla rivoluzione vittoriana che ha sconvolto l'idea stessa di libro per ragazzi, anche grazie all'evoluzione tecnologica che ha permesso di stampare economicamente a colori, l'obiettivo che si ponevano autori, editori e adulti in genere quando mettevano un libro in mano a un bambino (e ne mettevano più di quanti immaginiamo oggi, se si pensa alle tirature che certi libri raggiungevano anche in epoca storica) era istruirlo ed edificarlo.

In mostra, uno studio di Sendak per i mostri selvaggi…
…e l'esecutivo per il logo della Cotsen Children's Library di Princeton.

Per esempio, si legge nella scheda dedicata a A Token for Children di James Haneway e Cotton Mather (in mostra l'edizione del 1671; qui potete scaricarne una di cento anni dopo): scritto in un'epoca in cui il tasso di mortalità infantile esigeva un pedaggio emotivo e spirituale a tutte le famiglie, il Token riportava le testimonianze in articulo mortis di bambini e giovinetti, con effetti un tempo sicuramente edificanti, ma oggi assolutamente esilaranti. Queste biografie spirituali giovanili furono molto popolari su entrambe le sponde dell'Atlantico fino all'ultimo quarto del Diciannovesimo secolo (e sono state ripubblicate negli anni 1990 da un libraio cristiano americano (si veda qui).

La prima edizione di Mary Poppins
… e una illustrazione originale di Mary Shepard.

Una cosa che emerge con meritoria chiarezza dalla mostra e dal catalogo sono i due elementi che legano edificazione e divertimento. Le chiavi di un passaggio, di una trasformazione che ha avuto luogo in epoca vittoriana e che ha permesso alla letteratura per ragazzi, e in particolare a quella illustrata, di evolversi e articolarsi in maniera così varia e avvincente nell'ultimo secolo e mezzo sono state la fiaba e la filastrocca.

Un Robinson Crusoe d'antan...
E uno novecentesco, con le illustrazioni di N.C. Wyeth

A partire da Esopo (in mostra l'edizione di Croaxall del 1722; della tradizione di illustrazione delle Favole di Esopo ho scritto qui) e Perrault (1697), le narrazioni popolari raccolte e adattate sono da una parte strumenti di edificazione morale e di insegnamento di condotte di vita, ma, dall'altra, si rivelano talmente ricche di suggestioni e immagini da permettere - se non esigere - lo sviluppo di illustrazioni estremamente fantasiose e affascinanti, spesso quasi in contrasto con la severità e austerità dei testi. Al punto che viene il dubbio che proprio l'illustrazione abbia contribuito ad alimentare un recente processo di revisione dei testi, orientandoli a una maggiore leggerezza.

Dai libri per bambine: bambole (Raggedy Ann)...
… sagome di cartone (Piccole donne)…
… e giochi di società (Pollyanna).
La filastrocca, nata come strumento per facilitare la memorizzazione di sequenze alfabetiche e numeriche e presente nella letteratura per ragazzi fin dai primi Primer (in mostra il rarissimo The New-England Primer del 1690, ma qui potete scaricare un'edizione settecentesca), già con A Little Pretty Pocket Book di John Newbery (in mostra l'edizione del 1774) comincia a volgersi all'intrattenimento puro, associandosi a illustrazioni che tendono a raffigurare i bambini nel momento del gioco più che in quello dell'apprendimento.

La prima edizione di Pinocchio, in formato rivista,
non poteva proprio mancare.
Accanto al bozzetto del frontespizio de Il vento fra i salici.

La mostra è organizzata per sezioni tematiche e, accanto ai libri propone una cinquantina di oggetti che sottolineano il legame fra questi libri famosi e la cultura del loro tempo: illustrazioni originali (fra queste, una di Walter Crane e una di William Blake), lettere autografe, manoscritti, ma anche giocattoli, bambole, giochi, horn-book e oggetti destinati all'infanzia.

Perrault...
… e Gulliver.

Alla mostra è presente anche una reading station: una piccola biblioteca nella quale sono messe a disposizione dei bambini copie attuali dei libri in mostra. Matia Burnett, sulle pagine di Publishers' Weekly, riferisce un divertente aneddoto avvenuto durante la sua visita: un bambino era talmente preso dalla lettura di questi libri che, quando il suo accompagnatore gli ha detto: «È tardi, ci aspettano in pasticceria», si è sentito rispondere: «Non voglio la pasticceria. Voglio stare qui. Con i libri.»

E albi illustrati di ogni epoca, da Caldecott...
… alla nevicata di  E. J. Keats del 1962.
[La pattuglia di illustratori italiani che si recherà a New York nei prossimi giorni per ricevere i dovuti onori alla propria arte presso la NYSOI è caldamente invitata a spendere qualche ora in questo luogo.]
[Ringraziamo Licia Pittarello per aver cortesemente fotografato la mostra e acquistato il catalogo per noi.] 
[Altre foto della mostra sono state scattate dalla curatrice e sono disponibili qui.]
[Il catalogo della mostra può essere ordinato, a caro prezzo, da Oak Knoll.]