sabato 19 aprile 2014

Ab ovo


A Milano, sospeso sulla vergine
c'è un uovo - intorno
stanno tutti in silenzio
per non romperlo


Con questo, i Topi vi augurano una felice Pasqua e vi lasciano alle feste con due quesiti. 
Uno è facile, l'altro difficilissimo: 
1) di chi è l'uovo? 
2) di chi sono i versi?

venerdì 18 aprile 2014

Munari politecnico

[di Valentina Colombo]

Faccio parte di quello stuolo di ammiratori (quasi) incondizionati che ha praticamente fatto il conto alla rovescia per l'apertura della mostra dedicata a Bruno Munari dal Museo del Novecento, a Milano. Dal 6 di aprile al 7 settembre, al piano terra di questo bellissimo spazio, potrete vedere numerose opere del designer, pittore, scultore, scrittore, teorico, filosofo, artista, futurista, concretista... insomma di Munari “politecnico”. Un aggettivo che, secondo il curatore Marco Sammicheli, racchiude proprio l'indiscussa poli-tecnicità di Munari. Abbiamo già parlato svariate volte di lui in questo blog, in relazione ai suoi libri per bambini, ma anche alla sua estetica, alla filosofia e al metodo da lui creato, che ormai hanno fatto scuola.
Dare conto di questo immenso corpus di ricerca e di opere è una impresa non da poco. Le collezioni Munari sono sparse un po' ovunque. Quello che è presente alla mostra in corso proviene in gran parte dalla Fondazione Vodoz-Danese, dove si è realizzata la prima retrospettiva, nel 1996, di cui questa è una ideale prosecuzione e un ampliamento; dalle Collezioni Civiche del Comune di Milano; dallo stesso Museo del Novecento e dagli archivi dell'ISISUF (Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo).

Alta tensione, 1996

Macchina aerea

Chi conosce le opere di Munari forse da una retrospettiva si aspettava una quantità e una varietà di opere diversa. 

In primo piano, Fossili del 2000, 1979. Sullo sfondo si vedono
 i disegni per Nella notte buia, libro uscito nel 1956.
Scrittura illeggibile di un popolo sconosciuto, 1984-1985

Una delle teche con i lavori editoriali di Munari.
A sinistra, Le Macchine di Munari, a destra un suo taccuino.
Solo poche tavole dedicate ai suoi libri, pochi dei suoi bellissimi Libri illeggibili: la parte editoriale del suo lavoro è forse la più assente in questo allestimento, curato da Paolo Giacomazzi, molto ben riuscito, coerente con la limpidezza e la pulizia del lavoro di Munari.

Bambù, 1965
La mostra è suddivisa in quattro sezioni: la formazione artistica giovanile; il rapporto con la scienza e la relazione tra questa e la prassi e teoria creativa; quello con l'arte, l'estetica e il fare artistico e, infine, con i movimenti con cui Munari è venuto in contatto nel corso della sua vita. Intorno a questi quattro pilastri alcuni spunti, sprazzi di quello che accadeva a Milano e nel mondo, a dialogare con le opere esposte, cercando di far emergere le citazioni, le rielaborazioni e le riflessioni di Munari sulla contemporaneità. E quindi si trovano, sulle pareti laterali della sala, tra gli altri, Franco Grignani, Max Huber ed Enzo Mari.
Di nuovo, mai visto altrove, almeno per me, c'erano i Vasi di Bambù, ma soprattutto un accenno, peccato sia solo tale, alla presenza fondamentale della moglie Dilma, autrice di un piccolo collage, tra i primi esposti, che sembra giocare con le opere del marito.

Carlo Belloli, Tipogrammi per Marinetti, 1943

Dilma Munari, Collage su carta senza titolo, 1936

Enzo Mari, Interno, 1952

Max Bill, Farben um schwarz und Weiss, 1977
Eppure, da una retrospettiva su un artista così, in una cornice tanto importante, forse mi sarei aspettata di più. Si sente, pesante, l'assenza dell'elemento del gioco, così fondamentale per Munari. Se ne vede bene l'aspetto sperimentatore, polimaterico, politecnico, appunto. 

Proiezioni dirette, 1951

Si nota il lavoro teorico e pratico sui materiali, e quindi, sul design. Ci si diverte a spulciare tra le diapositive esposte ordinatamente nelle teche, e a immaginare i Tessuti ottenuti dagli errori delle macchine stampatrici degli anni Ottanta sulla sedia di design esposta in uno degli eventi della Design Week, appena terminati.

Tessuti ottenuti dagli errori delle macchine stampatrici, 1982

Mi chiedo che cosa si volesse trasmettere di Munari, a chi e utilizzando quale chiave di lettura. Mi resta una sensazione di incompletezza, di non chiarezza. C'è sempre una semplicità nelle sue opere, data dal fatto che il primo motore di conoscenza in Munari è sempre stata l'esperienza, intesa proprio come sperimentazione casuale, pratica, giocosa del mondo e di tutte le manifestazioni della creatività umana. Una mostra come questa è forse troppo, per così dire, seriosa. 


Sarebbe stato bellissimo se tra una limpida bacheca e l'altra ci fosse stata qualcuna delle splendide foto esposte nella sala attigua: una raccolta di scatti di Ada Ardessi e Atto con il titolo Chi s'è visto s'è visto (un titolo che credo Munari avrebbe amato perché racchiude una ironia e un gioco di parole ricchi di spunti di riflessione) che avrebbero contribuito a creare quel ritratto di uomo minuto e curioso che invece fatica ad emergere.
Infine, dal punto di vista di una appassionata, è un peccato che questa retrospettiva si limiti solamente alle opere provenienti dalle collezioni comunali e dalla Fondazione Vodoz-Danese. 

Lo scorso settembre, ad esempio, tra le tante iniziative, al MoMA di New York, Corraini, editore ormai di quasi tutto il corpus delle opere diMunari, ha presentato la sua collezione di libri d'artista, opere fuori catalogo e bozzetti. Sembra che le due mostre non abbiano in nessun modo dialogato tra loro, ed è un peccato, perché Munari politecnico è anche Munari illustratore e grafico di libri per bambini, e non solo. Ma penso anche alla bella Collezione di Cantù. Questo anche perché il 3 giugno si terrà una giornata internazionale di studi su Bruno Munari, con esperti provenienti da ogni parte del mondo.

Movimento apparente di una texture, 1960
La mostra è senz'altro degna di essere vista, sia che si conosca bene Munari sia che ci si avvicini a lui per la prima volta. C'è tanta bellezza in quelle sale da rimanerne folgorati a vita, e tante sollecitazioni visive e metodologiche da scriverne pagine e pagine. E sicuramente mi rimane la grande curiosità del catalogo, in corso di realizzazione. Non si tratterà, a quanto sembra, di un normale catalogo delle opere esposte, ma di un ritratto di Munari attraverso gli occhi di chi lo ha conosciuto e ha lavorato con lui. Il libro verrà presentato a fine mostra, quindi dovremo attendere ancora qualche mese. Un altro conto alla rovescia per me.  

giovedì 17 aprile 2014

Il grillo dei Malfatti

La prima edizione di I Cinque Malfatti va rapidamente esaurendosi e, coerentemente con la logica capovolta dei nostri, è uscita ieri la presentazione video del libro: un delizioso film con la regia di Emmanuel Feliu e le musiche di Kevin MacLeo e, ovviamente, le immagini degli ormai celebri cinque perdigiorno di Beatrice Alemagna.



Grazie a questo video sappiamo, ora, come finora avevamo solo potuto supporre, che il Molle russa, che i piccioni che lo osservano tubano di curiosità, che la bici dello Sbagliato produce un fantastico rumorino di raggi, che la padella di Capovolto manda un invitante sfrigolio, che la mela del Bucato scrocchia, che al Piegato piace entrare a piè pari nelle pozzanghere, e che, infine, dove abitano i Malfatti dimora quello che dal frinio si direbbe un grosso e festoso grillo. Facciamone tesoro.



Ma oggi non vi elargiamo solo questa fantastica primizia. Vogliamo rovinarci e, perciò, basta fare click qui per leggere, in esclusiva mondiale, totale e globale, l'intervista di Beatrice uscita su Art Book di Lucca Comics & Games 2013 in occasione della mostra a lei dedicata come ospite d'onore, in cui si parla anche di questo libro (e di noi). E per questo, grazie Beatrice.

mercoledì 16 aprile 2014

I regni dell'immagine/11. Vivian Maier

Alla fine del film Alla ricerca di Vivian Maier in sala, due sere fa, c'è stato un applauso. Non è cosa frequente che si applauda al termine di una normale proiezione cinematografica. Però può capitare. È un applauso senza destinatari, perché nessuno degli autori e dei protagonisti è li per raccoglierlo, se non il pubblico stesso. Insomma è un applauso strano, impellente, ma pieno di assenze. Così gratuito che suona un po' surreale.
Nel caso di questo film, una conseguenza adeguata alla storia raccontata: una vicenda pazzesca, al limite della credibilità, improbabile, eppure vera e per questo entusiasmante, spiazzante, struggente, inquietante, fiabesca, miracolosa. La storia della donna più riservata del mondo e del ragazzo più curioso del mondo, riuniti dal destino, per un caso, a un'asta di vecchie fotografie. La storia parte da qui: in quella scatola ci sono negativi di meravigliose fotografie in bianco e nero di un fotografo senza nome.



Il ragazzo che ne entra in possesso, John Maloof, che poi è anche l'autore e il regista del film (insieme a Charlie Siskel), spiega di avere acquisito a colpo d'occhio la capacità di vedere da lontano il valore di una cosa grazie a una lunga frequentazione dei mercatini delle pulci. Che quei negativi valgano, perciò, lo capisce subito e li compra in blocco. Qualche tempo dopo, si mette a indagare e scopre che appartengono a una donna, Vivian Maier.


Charlie Siskel
Charlie Siskel
e Charlie Siskel,, spiega di avere acquisito a colpo d'occhio la capacità di vedere da lontano il valore di una cosa grazie alla sua lunga frequentazione dei mercatini delle pulci. Che quei negativi valgano, perciò, lo capisce subito e li compra in blocco. Qualche tempo dopo, si mette a indagare e scopre che appartengono a una donna, Vivian Maier
Chi è Vivian? La prima traccia di lei trovata da John è un necrologio uscito su un giornale qualche giorno prima. Ed è significativo che la scoperta di questo essere enigmatico avvenga, in modo romanzesco, nel momento della sua scomparsa al mondo. Continuando le sue ricerche, sempre più coinvolto dalla personalità che lasciano intravedere le migliaia di immagini scattate (alla fine risultano essere 150 mila), John scopre, stupefatto, che Vivian non ha svolto la professione di street photographer, come le sue immagini perfette farebbero pensare. Per tutta la vita è stata una bambinaia, prima a New York e poi a Chicago. E questo è solo il primo dei tanti, continui misteri di un'esistenza trascorsa in mezzo agli altri nel segno del nascondimento, della dissimulazione, del silenzio e della solitudine.


Mentre John ricostruisce la vita di Vivian, a cui finisce per consacrare la propria, saltano fuori oltre che scatoloni su scatoloni di negativi, scatole su scatole piene delle cose più varie: biglietti di autobus, ricevute, comunicazioni dell'erario, lettere, bigiotterie, vestiti, camicie, giornali... Perché Vivian Maier, che di sé, delle proprie origini e della propria storia riuscì sempre a non far trapelare nulla, oltre che fotografa in incognito (lei si definì una sorta di spia), fu, secondo le parole di Maloof, una 'collezionista di cose inutili'.


Perché Vivian, che proteggeva se stessa dietro una reticenza maniacale (anche con le poche persone che le furono amiche, nonostante le stranezze, il carattere spigoloso, a tratti minaccioso), ebbe una vocazione, un genio assoluto per il ruolo che si era scelta e che perseguì con fedeltà: quello di testimone. Testimone di cose, persone, istanti, stati d'animo, caratteri, drammi, occasioni, conflitti; in una parola, testimone di tutto quello che incrociava il suo sguardo vorace. Una capacità di visione e di attenzione penetrante, infallibile, la sua, alla quale, osservando le sue foto si direbbe non sfuggisse alcuna angolatura di quel che osservava.


“Aveva una comprensione esatta della natura umana, della fotografia e della strada” osserva uno dei fotografi intervistati sulla sua opera che, a pochi anni dalla scoperta, è entrata fra le più importanti della storia della fotografia (nonostante le istituzioni ufficiali tuttora fatichino a riconoscerne il genio).
Questa persona così schiva e difficile era capace di avvicinarsi agli altri e grazie alla Rolleiflex che non abbandonava mai (e in compagnia della quale si avventurava ovunque senza timore), di entrare in contatto con quel che erano, creando un spazio e un tempo in cui potevano essere a loro agio con se stessi, meglio in cui potevano essere se stessi.


Fra le molte persone intervistate che ebbero la ventura di conoscere e frequentare Vivian Maier, numerosi furono i bambini, oggi adulti, di cui lei si occupò, e molti i loro genitori o parenti. Anche in questo caso, i pareri su di lei appaiono singolarmente discordanti: per alcuni, i bambini furono la grande passione di Vivian (ne fotografò a migliaia, restituendo una visione dell'infanzia forte e profonda). Con lei, osserva la madre di uno di loro, la vita era sempre avventurosa, imprevedibile. Ma questa donna sapeva anche essere terribile, aveva ossessioni, durezze, tratti di vera e propria crudeltà, un lato oscuro percepito da tutti coloro che la conobbero e la amarono.
Alcune di queste persone si chiedono, nel corso del film, come facesse una persona così creativa, dotata di  intelligenza e capacità superiori a quelle di coloro per cui lavorava, a non sentirsi frustrata, facendo una vita da bambinaia.


Una giovane donna, una delle ultime bambine accudite dalla Maier, riflette invece che quella vita Vivian l'aveva scelta e organizzata accuratamente: era il modo in cui voleva vivere, quello che le permetteva di non scendere a compromessi. Ciò che le consentiva di proteggere se stessa dietro un anonimato che era la condizione prima della sua missione di testimone, prima ancora che di fotografa. Facendo la bambinaia, come spiega Maloof, poteva disporre di tempo e della possibilità di “stare fuori”. Di attraversare il quotidiano senza distrazioni, come una persona qualunque, che era la condizione imprescindibile per la sua creatività, l'unica cosa, cioè, che, probabilmente, la interessava.


Vivian Maier era assolutamente consapevole del valore del proprio lavoro, non era ingenua o naif: sapeva di essere molto più che brava. In una lettera definisce le sue foto, senza falsa modestia, 'capolavori'. E quanto fosse profondo, acuto, il suo sguardo lo si capisce dagli autoritratti, bellissimi, che si fece, a centinaia. Così toccanti nella loro onestà e verità, da lasciare senza parole.
Insomma, se ci riuscite, non perdete questo film. Oltre che raccontare, benissimo, una storia di rara bellezza, ha il merito di mettere le immagini all'altezza che dovrebbero sempre avere e che dovrebbe essere sempre ben chiara, nella testa di chi, qualunque tecnica abbia scelto, ne sia artefice.