venerdì 24 luglio 2015

Combatti il caldo con Cicciapelliccia!

Siete a casa con i piedi nel frigo e la testa sotto il rubinetto?


Il vostro gatto si è trasformato in un salsicciotto spettinato lungo alcuni metri?


I vostri figli, inerti e sudaticci, non sono più quei simpatici diavoli che fanno delle vostre giornate estive un percorso a ostacoli?


Bene, da oggi potete dire addio a questo martirio.


È arrivato l'evento climatico dell'anno, che farà impallidire l'anticiclone Caronte e il ciclone Circe.

Ha il colore dei ghiaccioli alla fragola.
L'odore della neve.
Il tinntinnio di un cristallo di ghiaccio.
È rinfrescante.
Dissetante.
Limpido.
Frizzante.

È Il meraviglioso Cicciapelliccia: il più efficace sistema di refrigerazione mai congegnato da mente umana.

Il meraviglioso Cicciapelliccia vi farà venire:
la pelle d'oca,
i brividi,
i geloni.
Persino il raffreddore, se eccederete nelle dosi.

Il meraviglioso Cicciapelliccia è il nuovo albo di Beatrice Alemagna, da oggi in libreria. La storia più artica, polare, siberiana mai scritta: una galoppata in una Parigi invernale alla ricerca del più misterioso essere mai immaginato: il meraviglioso Cicciapelliccia, appunto.

Con questo video, confezionato ad hoc dalla prodigiosa creatività di Anna Martinucci, da un'idea di Giovanna Zoboli, il nostro blog vi saluta e, finalmente, va in vacanza anche lui.

Ci rivediamo il 7 settembre su questi schermi. Buone vacanze e buon riposo a tutti.

Il meraviglioso Cicciapelliccia from Topipittori on Vimeo.

mercoledì 22 luglio 2015

La rete dei libri / 10: Seminare briciole

Nome del blog: BRICIOLE DI POLLICINO

Url:  http://www.bricioledipollicino.blogspot.com

Di cosa si occupa?
Di libri da 0 a 14 anni, con qualche incursione anche nei libri per adulti, recensioni di novità (e non solo) editoriali, resoconti delle nostre attività di promozione della lettura in scuole e biblioteche trentine.

Chi lo fa? 
Barbara&Ilaria, Ilaria&Barbara: siamo interscambiabili. Lavoriamo insieme da qualche anno con biblioteche e scuole del Trentino nel campo della promozione della lettura e della vendita di libri per bambini e ragazzi. Siamo accomunate principalmente dalla passione per i libri; lettrici onnivore, ci “rubiamo” i libri e ne discutiamo insieme. Ci piace il nostro lavoro, molto. Ci riteniamo fortunate di poterlo fare, anche se la nostra è una figura ancora tutta da definire a livello professionale. Tra i nostri collaboratori vantiamo un paio di lettori che vanno dai 3 ai 13 anni, molto preziosi per il nostro blog perché raccontano i libri “a misura di bambino-lettore”.

Quando e perché è nato? 
Il blog è nato il 10 gennaio 2012 dalla necessità di dare conto della nostra attività, ma anche per aiutare insegnanti e bibliotecari a districarsi nel panorama editoriale odierno, e soprattutto per entrare in rete con altri blog che si occupano di letteratura per l’infanzia.

Con quale frequenza viene aggiornato?
Quotidianamente, dal lunedì al venerdì.

Il primo post
Si intitola Eccoci. In realtà non è un vero e proprio post, ma di un inizio di post. Ilaria fece un disegno del nostro simbolo, uno scoiattolo che lasciava briciole dietro di sé, per spiegare quale sarebbe stato l’obiettivo del nostro blog: seminare “briciole” di libri, illustrazioni, letture, proposte di attività. Abbiamo iniziato a piccoli passi insomma.

L’ultimo post 
Una recensione de La principessa salvata dai libri di Wendi Meddour e Rebecca Ashdown (Stampatello, 2014)

Il post più letto
Novembre negli asili, del 2014. I post che raccontano le nostre attività sono piuttosto seguiti, segno forse che tra i nostri utenti silenziosi ci sono molti insegnanti.

Il nostro post preferito
Una notte da principesse 1 e 2. Ma, più che il post, ci è piaciuta molto l'attività che questo racconta. Dormire in un castello vista lago con quaranta bambini, un temporale notturno (neanche l'avessimo prenotato), un ghiro che è sbucato all'improvviso e che ci ha fatto prendere paura, il bagno esterno, le armature, gli scalini in granito alti e ripidi. Facciamo le notti in biblioteca e ci divertiamo un mondo, ma questa esperienza è stata forse una delle più emozionanti fatte fino adesso.

1000 battute per raccontare il blog
Il blog rispecchia esattamente il nostro modo di lavorare, con i libri e con i bambini. Un libro e un sorriso non mancano mai nella valigia e nel blog. Le nostre non sono probabilmente recensioni di professioniste esperte, ma ci riflettono, sono oneste e puntano soprattutto a far vedere quante cose si possano ottenere con un buon libro. È nato soprattutto per aiutare gli adulti (genitori, bibliotecari, insegnanti) a muoversi nel vasto panorama editoriale italiano, e utilizza un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori, ai quali cerchiamo di fornire possibili spunti e strumenti di lavoro attraverso i libri di cui parliamo.
È inoltre una importante finestra sugli altri blog che si occupano di promozione della lettura, perché crediamo nell’importanza del confronto e nella necessità di diversi punti di vista. In quest’ottica lo scorso anno abbiamo avviato con altri due blog la rubrica Mercoledì al cubo, a cadenza mensile, per parlare dello stesso libro da tre punti di vista differenti.

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Abbiamo già parlato di:
9 - Le letture di Biblioragazzi
8 - La coda dei libri
7 - Seren sarà
6 - Lacasadifra
5 - Scaffale Basso
4 - Milkbook
3 - Atlantide Kids
2 - GiGi il giornale dei giovani lettori
1 - Libri e marmellata
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Non abbiamo la pretesa di sapere tutto. Quindi, se  avete un blog che si occupa con continuità di libri per ragazzi, segnalatecelo scrivendo a info[at] topipittori [punto] it indicando come soggetto del messaggio La rete dei libri. Abbiamo già pronti parecchi post pronti, quindi non saremo celeri, né a rispondere né a pubblicare. Ma cercheremo di non dimenticarci niente.
Grazie.





lunedì 20 luglio 2015

12 malfatti ovvero "vedere il bambino"

[di Adolfo Serra e Carolina Lesa Brown]

“Vedere il bambino. Tutto sta nel vedere il bambino e non la sua disabilità.”
Forse questa è la prima frase che s’impara quando si lavora con bambini che hanno necessità educative speciali. Forse perché la nostra stessa storia ci dice che le parole hanno il potere di avvicinarci, ma anche di allontanarci gli uni dagli altri, anche se sembra che la distanza reale continui a smentire questo fatto. Questo accade con parole come “autismo”, “asperger” o altre parole vincolate alle “altre capacità”, termine all’ultimo grido nell’ambito delle etichette che s’impongono a bambini e bambine che non rientrano nei parametri della norma, nelle percentuali né nelle valutazioni psicopedagogiche. Etichette contro cui ogni giorno dobbiamo dichiarare una battaglia perché non induriscano il cuore di chi le porta, come la brina la Regina delle Nevi, dato che si tratta di etichette che non sanno raccontare quello che rappresentano.
Qualche mese fa, abbiamo iniziato a realizzare laboratori di letteratura e illustrazione nel Centro di Attenzione Precoce (CAT) e nel Gabinetto Psicopedagogico dell’associazione Aspadir.


Al principio: “Vedere i bambini e non la loro disabilità”, ne abbiamo aggiunto un altro: “Tutti abbiamo diritto alla buona letteratura e all’illustrazione di qualità”. Per questo motivo, quando è arrivato nelle nostre mani Los Cinco Desastres di Beatrice Alemagna, non abbiamo potuto resistere all’impulso di includerlo in uno dei laboratori.
L’opera, pubblicata in Spagna da A buen paso e in Italia da Topipittori, costituisce in se stessa un invito a pensare al modo in cui le nostre apparenti debolezze diventano autentici punti di forza, a riflettere su ciò che significano perfezione e imperfezione, così come i loro possibili vantaggi e svantaggi: un’opportunità per parlare di noi, dell’ordine e del caos attraverso illustrazioni allo stesso tempo belle e suggestive, che consentono un interessante approccio a partire dalla plastica.


Abbiamo iniziato a divertirci fin dal momento della scelta. Più che un laboratorio, abbiamo preparato un piano: creare un’esperienza che potesse arricchire i partecipanti, che fosse piacevole e indimenticabile. Così ci siamo messi in marcia!

I partecipanti erano i bambini e le bambine del gruppo di abilità sociali, che oscillano fra gli 8 e i 12 anni, con i profili più variegati: autismo, asperger, difficoltà auditive e visive gravi, disturbo da deficit di attenzione, bambini con membra amputate e altri con problemi d’integrazione sociale. Allo stesso tempo si trattava di bambini e bambine provvisti di un’invidiabile capacità di meravigliarsi, sperimentare, provar piacere.

Innanzitutto abbiamo letto il racconto.
“Cosa ne pensate?”, abbiamo chiesto alla fine.
“Bene! No, molto di più!”, hanno risposto sorridendo.
L’album aveva colpito nel segno, toccandoli profondamente. Tutti cercavano la complicità nello sguardo di un compagno e si notava che avevano iniziato un dialogo interno con la lettura.
Abbiamo deciso di rispettare questo dialogo e di non fare altre domande. Avremmo avuto tempo per parlare alla fine del laboratorio.
Allora abbiamo portato i bambini a un grande tavolo coperto da una tovaglia. “Uno, due e tre!”, abbiamo gridato: la tovaglia è caduta, e allegria e sorpresa sono apparsi sui loro volti. C'è stato bisogno di un po’ d’aiuto per guardare e discernere quello che si trovava davanti a loro: c’erano scatole, recipienti, fili, pitture, rotoli, carte, legni… e una gran varietà di materiali, in attesa di entrare a far parte del “malfatto” che ognuno avrebbe costruito.


Alla fine dell’ora, nel momento di mettere in comune i lavori realizzati, abbiamo incontrato nuovi amici: “Elvis insanguinato”, il migliore in pista, anche se ogni tanto dà dei pestoni mortali. Comunque sia, Elvis vive in una scatola (casa) da cui quasi non vuole uscire.
“Gel” è l’opposto della sua autrice: alta e con le braccia lunghe, così impacciata che non riesce a passare inosservata, però proprio per questo attira l’attenzione degli altri.


Le braccia costituiscono un elemento fondamentale anche del “malfatto” creato da Maria*, una bella bambina che ha una tal ansia di abbracciare gli altri che esaurisce la pazienza di molti possibili amici. L’opera di Giovanni*, invece, è un complesso robot con unghie grandi che ti danno la caccia e, allo stesso tempo, capaci di fare il solletico come nessun altro. Non sono mancati malfatti bravissimi nella lotta né altri che, con le loro lacrime, possono creare antidoti per curare.

L’esperienza del laboratorio realizzato con I cinque Malfatti ha corroborato la convinzione che la letteratura e l’illustrazione sono territori d’incontro. Lì, i bambini e le bambine abitano la stessa storia, ma ognuno costruisce il suo significato personale. Si tratta di luoghi in cui non c’è spazio per il giudizio e questo permette di limitarsi a essere se stessi. Perciò scommettiamo sull’illustrazione: a tutti i bambini piace dipingere, disegnare, ascoltare storie e poter raccontare le loro. Giocare con le forme, i colori, scoprire tessiture… Si tratta di emozioni originali e immediate, esperienze che coinvolgono l’essere umano in modo istantaneo attraverso i sensi e tracciano una possibile strada, relazione, dall’esterno all’interno e dell’interno verso l’esterno.
Scommettiamo sulla qualità letteraria: i nostri lettori non hanno bisogno di opere semplificate, di tono compassionevole, che parlino delle loro “altre capacità” e ricordino tutte le etichette che vengono loro appioppate. Anzi, il contrario: hanno bisogno di libri e illustrazioni che li incitino a giocare con la lettura, perché è nel gioco che una persona si crea e ricrea.
I nostri bambini cercano albi che accendano in loro la voglia di parlare con se stessi e instaurare un dialogo da pari a pari con il mondo, perché in questo consiste l’inclusione. Esigono opere che risveglino la risata, raccolgano le loro paure e riservino alcune pagine per il pianto, perché nella vita c’è posto per tutto.


Lavoriamo con libri in cui c’è spazio per l’utopia e anche per la realtà; perché tutti i bambini e tutte le bambine hanno il diritto di accedere alle possibilità offerte dall’arte ed è nostro obbligo, in quanto adulti, offrire loro questa possibilità. Non possiamo dimenticare che qui si mettono in gioco la nostra parola e la nostra immagine in quanto agenti del futuro; se ce ne dimenticassimo sarebbe un vero e proprio disastro.

*I nomi dei bambini sono stati modificati per proteggere la loro identità. Ringraziamo la associazione Aspadir per la fiducia e soprattutto tutte le terapeute che ci accompagnano in ogni laboratorio.

(traduzione di Arianna Squilloni)


mercoledì 15 luglio 2015

La rete dei libri / 9: un servizio necessario

Nome del blog: LE LETTURE DI BIBLIORAGAZZI

Url:  https://biblioragazziletture.wordpress.com/

Di cosa si occupa?
Di recensioni di libri per bambini e ragazzi e di quel che gira intorno alla letteratura per ragazzi e alla lettura dei ragazzi (eventi, digitale, film...)

Chi lo fa? 
Al censimento sui blog proposto da Topipittori rispondo io, Caterina Ramonda. Da una decina di anni mi occupo di biblioteche e di libri per ragazzi, in incontri con i più piccoli e in formazioni per bibliotecari e insegnanti. Lavoro per alcune biblioteche della provincia di Cuneo dove mi occupo di incontri di lettura con le scuole del territorio e della programmazione delle attività, dal progetto Nati per Leggere fino alle scuole superiori per cui da due anni viene bandito il concorso Imbookiamoci  che seguo insieme a Gian Maria Leone, un’altra delle voci del blog di cui cura anche l’aspetto tecnico. 
Accanto alle nostre, si avvicendano altre voci che – con periodicità e ambiti di interesse diversi – arricchiscono il panorama delle proposte: Valeria Baudo, Ilaria Colasanti, Gaia Margutti, Anna Meta. L’idea iniziale era di presentare più voci per rispettare la pluralità di opinioni e anche le preferenze di lettura di ciascuno.


Quando e perché è nato? 
Il blog è nato nel 2008 dall’esperienza di Biblioragazzi, blog che informa relativamente alle biblioteche per ragazzi. La pagina “Letti per voi” di quel blog, su cui venivano saltuariamente segnalati testi interessanti da proporre ai giovani lettori, era molto frequentata, così si è deciso di staccarla e farla diventare un blog autonomo.

Con quale frequenza viene aggiornato?
In media due o tre volte a settimana.
Sulla pagina FB del blog e su Twitter rilanciamo quotidianamente notizie, informazioni, aggiornamenti dal web che possono interessare chi si occupa di biblioteche e di lettura coi ragazzi.

Il primo post
Il 12 aprile 2008 inaugurammo con una serie di post dedicati a Per sempre Stargirl di Jerry Spinelli (Mondadori, 2008), La banda degli scherzi di Alberto Arato e Anna Parola (Rizzoli, 2008), Le cronache di Spiderwick di Holly Black e Tony Terlizzi (Mondadori, 2008). Erano brevi recensioni legate ancora alla forma della precedente pagina, poi lo schema dei dati delle recensioni attuali ha preso pian piano forma.

L’ultimo post 
La bambina nascosta, nel quale recensisco il fumetto francese sull'olocausto di Lizano, Dauvillier e Salsedo, ora edito anche in Italia.

Il post più letto
Quello relativo a L’alchimistaI segreti di Nicholas Flamel, l’immortale di Michael Scott (Mondadori, 2008).

Il mio post preferito
Quello in cui, raccontando di quanto visto al Salone di Montreuil del 2013, parlo del diritto di sapere e di “Il faut le dire aux abeilles”, un albo edito da La Joie de Lire, che parla in modo sublime del dolore e della morte: https://biblioragazziletture.wordpress.com/2012/12/06/montreuil-2013-3-a-proposito-della-morte/

1000 battute per raccontare il blog
L’idea base del blog è di condividere il nostro tempo di lettura, in modo particolare con chi si occupa di bambini e ragazzi, portando anche l’esperienza degli incontri in biblioteca in cui possiamo presentare dei testi e vedere se incontrano o meno il favore dei lettori, se funzionano per una lettura ad alta voce. Ci sembrava necessario dare un’informazione rapida anche ai colleghi bibliotecari che si occupano degli acquisti e che quindi hanno bisogno di un riscontro immediato su cosa può essere utile avere sugli scaffali. Ci piaceva l’idea di poter offrire la possibilità di commentare e di dire la propria.
Col tempo ci siamo resi conto che c’è bisogno di luoghi in cui trovare informazioni sui libri per ragazzi: ogni volta che pubblichiamo un post, più di 6.800 persone iscritte lo ricevono nella loro casella mail e questo dice di come parlare delle buone possibilità di lettura sia un servizio necessario, nella forma più immediata del blog o con le riviste cartacee o negli incontri diretti con le persone.

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Abbiamo già parlato di:
8 - La coda dei libri
7 - Seren sarà
6 - Lacasadifra
5 - Scaffale Basso
4 - Milkbook
3 - Atlantide Kids
2 - GiGi il giornale dei giovani lettori
1 - Libri e marmellata
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Non abbiamo la pretesa di sapere tutto. Quindi, se  avete un blog che si occupa con continuità di libri per ragazzi, segnalatecelo scrivendo a info[at] topipittori [punto] it indicando come soggetto del messaggio La rete dei libri. Abbiamo già pronti parecchi post pronti, quindi non saremo celeri, né a rispondere né a pubblicare. Ma cercheremo di non dimenticarci niente.
Grazie.




lunedì 13 luglio 2015

Raccontare il Tempo

Quando in libreria per la prima volta ho visto la copertina di Qui, di Richard McGuire (titolo originale, Here, edizione italiana Rizzoli Lizard), mi hanno colpito tre cose: la finestra aperta in primo piano (con l'implicito omaggio a Hopper); il titolo, Qui, sospeso nel buio, accanto alla tenda; l'assenza, vistosa, del nome dell'autore. Un invito a entrare nel libro e nella casa, e nello stesso tempo, il più stretto riserbo sul loro contenuto. A un primo sguardo, infatti, il libro avrebbe potuto essere, indifferentemente, un romanzo, una raccolta di immagini o di poesie, un'autobiografia o una graphic novel, quale in effetti è.

Quando avevo quattordici anni, in quarta ginnasio, mio padre mi consigliò di leggere un libro: Gita al faro, di Virginia Woolf (To the Lighthouse). Oggi, in tempi di omologazione culturale, quest'idea fa alzare più di un sopracciglio, a rivelarla, come si parlasse di uno snobismo o di un panzana. D'altra parte, giustamente, se uno a quattordici anni può cimentarsi con Omero o Seneca in lingua originale, può ben confrontarsi con testi della letteratura del Novecento, e probabilmente con meno difficoltà. Per me Gita al faro rimase per sempre Il libro. Quello che la Woolf raccontava, e il modo unico in cui lo faceva, era l'esistenza nella sua irriducibile complessità, dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande: il mondo, il cosmo, l'amore, la morte, le parole, il tempo, lo spazio, la vita del pensiero. E in mezzo a tutto questo c'ero anche io, il modo in cui dentro la vita io ero.


Il primo capitolo di Gita al faro si intitola La finestra. In una delle edizioni che possiedo, Feltrinelli 1992, traduzione e cura di Nadia Fusini, a proposito della posizione assunta dalla Woolf nei riguardi della narrazione, Fusini spiega: «L'io della Woolf non è una personalità, né un soggetto del pensiero e del fare, che concluda in persona, o personaggio. È un “io penso” assolutamente impersonale, che rinvia all'immaginazione come alla sua fonte.» Gita al faro è un romanzo (la Woolf non voleva lo si chiamasse così, consapevole della sua assoluta novità rispetto al passato) in cui l'autore scompare, si cancella.


Fin dalla prima pagina di Qui - storia fulgente, ipnotica e conturbante di un frammento di spazio, nello specifico la stanza di una casa (appartenuta alla biografia dell'autore), scandita attraverso un flusso temporale non lineare che va dalla nascita della Terra fino a un futuro non ancora realizzato -, il mio pensiero è andato a Virginia Woolf, alla sua prospettiva visuale, alla sua altissima capacità narrativa, alla geniale rivoluzione che nella letteratura rappresentò la sua scrittura.


Il secondo capitolo di Gita al faro si intitola Il tempo passa, e al centro della scena c'è una casa vuota, attraversata dal flusso degli eventi che l'hanno abitata. È il Tempo, qui, il personaggio dell'azione. In tutta l'opera della Woolf è il tempo il grande protagonista, descritto con precisione entomologica e vertigine mistica, entro il quale ogni altra vicenda è inscritta in un flusso magmatico, non lineare, a dar conto del mistero della condizione umana. A sua volta, la Woolf nel portare il tempo in primo piano, ha un illustre precedente: il Tempo come personaggio fece la sua apparizione per la prima volta con Shakespeare, in Racconto di inverno, dove, personificato, prende la parola in un celebre monologo e si rivolge al pubblico. Nei primi decenni del Novecento, insieme alla Woolf, altri colossi del pensiero e della letteratura, come Marcel Proust, James Joyce, Bergson, Einstein scardinarono completamente le categorie di tempo e spazio secondo l'accezione tradizionale, restituendo una visione nuova della vita umana, del funzionamento del pensiero e della memoria, e del contesto fisico, fenomenico, entro cui questi accadevano.


Per avere qualche notizia in più su Here ho trovato due bei post che Fumettologica gli ha dedicati: il primo, relativo alla storia del libro, che ha avuto due edizioni, la prima su rivista nel 1989, e la seconda profondamente modificata, nel 2014; il secondo, dedicato a un'intervista al suo autore sulle ragioni, gli intenti e le radici di questo lavoro. Entrambi mi sono stati utili per mettere a fuoco il lavoro realizzato da McGuire, e ne consiglio la lettura, e tuttavia riguardo ad alcune affermazioni in essi contenute sono rimasta perplessa.


Per esempio, se credo sia vero che Here per la prima volta ha portato nel fumetto questa nuova prospettiva di tempo e narrazione, in nessun modo, credo, si possa considerare McGuire il suo inventore: il cambiamento radicale della coscienza umana nella filosofia, nelle lettere e nelle arti fu opera dello straordinario lavoro sulla parola, sulle idee e sulla rappresentazione realizzato da scrittori, scienziati, artisti e filosofi.
Insomma, che McGuire abbia rivoluzionato il fumetto in questo senso, non lo si dubita e gliene si dà tutto il merito, ma che, come afferma Chris Ware in una citazione riportata in uno dei post: “McGuire è un genio e quello che ha dato a ogni lettore con Here è stato un modo personale e singolare di guardare la vita”, su questo non si può essere d'accordo, senza nulla togliere al valore di McGuire.


In uno dei post di Fumettologica si enunciano anche, a proposito di Here, come sue caratteristiche originali, il “funzionamento caotico della memoria umana, la “forte componente autobiografica presente nel libro”, “l’importanza della musica per la struttura e il ritmo dell’opera,  “il fatto che Qui è sia un audace esperimento narrativo postmoderno sia un libro che affonda le sue radici filosofiche nella bizzarra visione del tempo offerta dalla meccanica quantistica”. Per il debito che Here ha evidentemente con il pensiero e la letteratura del Novecento (visione del tempo e dello spazio, struttura narrativa fortemente influenzata dalla musica; rappresentazione del flusso della memoria e del pensiero) non credo sia corretto definirlo “un audace esperimento narrativo postmoderno”.


Ma di quanto ho letto, forse la cosa che mi ha lasciato più perplessa è questa, contenuta nell'intervista a McGuire.
Chiede Fumettologica: Da fumettofili non possiamo che partire da una constatazione: le pagine di Qui sono molto diverse dallo standard compositivo tradizionale dei fumetti. Somigliano invece a un “multistrato” composto da più livelli grafici sovrapposti che ci fa pensare ad autori come Fred, Marc-Antoine Mathieu o Gianni De Luca. In che modo era tua intenzione sottolineare il ruolo del layout?

McGuire, risponde: Be’, l’intera storia di Qui è costruita con questa struttura che non è certo convenzionale per un fumetto. Ma è proprio questa la caratteristica più sorprendente e l’aspetto più importante del medium fumetto in quanto tale: puoi creare una visione simultanea di qualcosa, un risultato particolare che non puoi ottenere in questo modo in nessun altro medium. Se tu dovessi scrivere un romanzo per ottenere un risultato analogo saresti costretto a usare una lunga descrizione testuale come introduzione e poi a scrivere continuamente “nel frattempo…”, “nel frattempo…”, ”nel frattempo…” e così via. Neanche nei film puoi ottenere un risultato simile: presentare la costante contemporaneità di molti eventi su pellicola alla fine produce molta confusione nello spettatore. È proprio questa totale simultaneità, a mio avviso, la vera forza del medium fumetto.


In nessun modo, io credo, si può sostenere che la creazione di una visione simultanea degli eventi sia “un risultato particolare che non puoi ottenere in questo modo in nessun altro medium”. Ogni medium, che si tratti di fumetto, cinema, letteratura, ha accesso alla rappresentazione di una visione simultanea secondo i propri strumenti. Woolf, Joyce, Proust hanno cambiato la letteratura attraverso una lavoro sulla lingua e sulla parola che da quel momento fu in grado di raccontare sequenze temporali non lineari, flussi di pensiero, sogni, percezioni e memorie a cui indubbiamente il fumetto di McGuire è fortemente debitore. E per quanto io sappia lo hanno fatto senza mai aver avuto bisogno di «scrivere continuamente “nel frattempo…”, “nel frattempo…”, ”nel frattempo…” e così via.» Altrimenti non occuperebbero il posto che hanno nella letteratura.

Insomma, credo che se oggi qualcuno è così straordinariamente dotato da portare il proprio lavoro a questo livello narrativo non possa che essere fondamentale il riferimento alle radici più o meno consapevoli del suo lavoro. Il fatto che il mito greco sia alla base dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese non intacca minimamente la bellezza e l'importanza del suo libro, se mai configura con chiarezza lo spessore e la ricchezza su cui Pavese innestò la sua riflessione estetica. E dalle immagini qui riportate è evidente la bellezza, la grandezza visionaria e la complessità del racconto costruito da McGuire con straordinaria bravura, oltretutto perfettamente funzionante dal punto di vista narrativo, cosa affatto scontata, vista la difficoltà della materia narrata.

Cultura e biologia si somigliano, entrambe si reggono su un tessuto vitale di relazioni che ne sanciscono lo stato di salute e forza. Era quello che intendeva Ernst Gombrich quando parlava del gioco della “culla di spago” assunto come metafora dello sviluppo delle forme culturali attraverso il tempo: le generazioni si passano l'un l'altra una configurazione nuova del gioco, configurazione che nasce da una corda sempre la stessa e da movimenti delle mani che determinano intrecci sempre diversi, ma la cui forma è creata dalle possibilità inscritte in tutte le forme precedenti realizzate dalle generazioni passate. Fra l'altro, questo non è proprio anche uno dei temi del libro di McGuire?


Per dare un saggio di quanti pochi “nel frattempo” ha avuto bisogno Virginia Woolf per mettere il scena, simultaneamente, in una stanza, passato, presente e futuro, vi riporto un brano, memorabile, da Tra un atto e l'altro, ultimo romanzo uscito postumo, dopo il suicidio della scrittrice, nel 1941.

Lucy fece scivolare la lettera nella busta. Era ora di leggere il Sommario di Storia. Ma aveva perduto il segno. Voltò le pagine guardando le illustrazioni – mammuth, mastodonti, uccelli preistorici. Poi trovò la pagine dove si era interrotta.
L'oscurità aumentava. La brezza irruppe nella stanza. Con un piccolo brivido la signora Swithin si strinse attorno alle spalle lo scialle coi lustrini. Era troppo immersa nella storia per chiedere che chiudessero la finestra. «L'Inghilterra - stava leggendo – era una palude. Fitte foreste coprivano la superficie. Sulla cima dei rami fittamente intrecciati gli uccelli cantavano...»
Il grande riquadro della finestra aperta ora mostrava soltanto cielo. Prosciugato dalla luce, severo. Freddo come la pietra. Le ombre calavano. Le ombre strisciavano sull'alta fronte di Bartholomew; sopra il suo grande naso. Appariva sfrondato, spettarle, e la sua sedia monumentale. A un brivido che percorse la pelle del cane, la sua pelle rabbrividì. Si alzò, si scrollò, fissò il nulla e uscì impettito dalla stanza. Udirono le zampe del cane battere leggermente sul tappeto, dietro di lui.
Lucy voltò pagina, veloce, furtiva come una bambina a cui diranno di andare a letto prima della fine del capitolo.
«L'uomo preistorico» lesse, «metà uomo e metà scimmia, si drizzò dalla sua posizione semicurva e sollevò grosse pietre.»
Fece scivolare la lettere di Scarborough fra le pagine per segnare la fine del capitolo, si alzò, sorrise e in punta di piedi uscì silenziosamente dalla stanza.
I vecchi erano andati a letto. Giles spiegazzò il giornale e spense la luce, soli per la prima volta in tutta la giornata, restavano silenziosi. L'inimicizia era scoperta; anche l'amore. Prima di addormentarsi dovevano litigare; e dopo aver litigato si sarebbero abbracciati. Da quell'abbraccio un'altra vita forse sarebbe nata. Ma prima dovevano litigare, come la volpe maschio litiga con la volpe femmina, nel cuore dell'oscurità, nei campi della notte.
Isa lasciò cadere il lavoro di cucito. Le grandi sedie incappucciate erano diventate enormi. E anche Giles. E anche Isa contro la finestra. La finestra era tutto cielo, senza colore. La casa aveva perduto la sua difesa. C'era la notte, prima che le strade fossero costruite, o le case. Era la notte che gli abitatori delle caverne avevano contemplato da qualche sommità fra le rocce.
Poi si levò il sipario. Parlarono.

(Traduzione Francesca Wagner e Franco Cordelli, Ugo Guanda Editore, 1978)


venerdì 10 luglio 2015

Il caso dei libri ritirati dalle scuole a Venezia: i fatti.

Da quasi tre settimane seguiamo con molta attenzione l'evolversi della vicenda dei libri per bambini fatti ritirare dal neo-sindaco di Venezia dalle biblioteche scolastiche. Ne abbiamo lette di ogni tipo e colore e ci siamo spesso domandati per quale ragioni le opinioni tendessero a prevalere sui fatti. Fatti che sono, in sé, estremamente chiari. Per questa ragione ci siamo sentiti in obbligo di ripercorrere la vicenda, a beneficio di chi si vuole informare (oltre che nostro, perché un sano ripasso fa sempre bene e lo sforzo di sintetizzare una faccenda complessa fa anche meglio). Il post è un po' lungo. Per non distrarvi, non abbiamo inserito immagini.

Questa brutta storia comincia tanto, tanto tempo fa. E comincia da “Leggere senza Stereotipi”: un progetto presentato nel giugno 2013 alla Casa delle Donne di Roma da Scosse. Leggiamo la presentazione che ne fa il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza

Testi e immagini dei libri per l'infanzia offrono spesso una rappresentazione stereotipata dei generi, che non tiene conto dei profondi cambiamenti che hanno attraversato la nostra società negli ultimi decenni. Il progetto Leggere senza stereotipi parte da questa consapevolezza, nel tentativo di superare una tendenza molto diffusa nel nostro Paese, presente anche nella maggior parte dei libri di testo delle scuole primarie e proporre, invece, una cultura libera da stereotipi che valorizzi le differenze tra i generi.

Da questo progetto scaturisce una bibliografia online e un corso di formazione per educatori e insegnanti. Il comune di Venezia, nella persona della Delegata ai diritti civili e alla lotta alle discriminazioni, Camilla Seibezzi, trova i soldi per far partecipare 78 educatrici delle materne e dei nidi di Venezia a questo corso di formazione. La formazione è tenuta da Paola Bastianoni, professore associato in Psicologia dinamica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Ferrara, dove insegna Psicologia dinamica e clinica per il Corso di Laurea in Scienze dell'Educazione. Durante il corso, viene presentata la bibliografia e Seibezzi pensa sia giusto dotare le educatrici e le scuole in cui lavorano dei libri che sono stati utilizzati per la formazione.

Le polemiche sono iniziate quando alcuni rappresentanti di forze politiche di estrema destra o ispirate a un cattolicesimo integralista hanno scoperto la cosa. Si sa che i ruoli di genere, sia per la destra più radicale sia per i cattolici duri e puri, sono materia delicata. Ma dal momento che non è possibile costruire una polemica intorno a libri in cui le bambine sollevano orsi, le pecorelle vanno a dormire insieme ai lupacchiotti e due macchie di colore si mescolano creando un colore nuovo, cercando nella lista sono saltati fuori tre libri (tre su quarantanove) che parlano di omogenitorialità. I riferimenti sono a Piccolo Uovo di Francesca Pardi con illustrazioni di Altan, Jean a deux mamans di Ophelie Texier e E con tango siamo in tre di Peter Parnell e Justin Richardson.

Nel primo, un uovo non vuole nascere perché non sa in che famiglia andrà a finire e decide di capire quanti tipi di famiglie ci sono. Nel terzo, due pinguini maschi trovano un uovo e, invece di lasciarlo lì a marcire, decidono di covarlo e vedere che cosa salta fuori. Il secondo non lo conosco. Ma non è qui il punto. Non siamo nell’ambito dell’invenzione, del fantastico, del futuribile: siamo nella cronaca, in libri che documentano in maniera che a me pare lieve e garbatissima una realtà quotidiana fatta, per bambini e adulti, di famiglie molto diverse (e per le ragioni più diverse) le une dalle altre.

Basta così poco, nell’Italia di questo inizio di un millennio che tutti dicono nuovo, ma puzza orribilmente di vecchio, per scatenare artate polemiche. Il 7 febbraio 2014, il Giornale attacca, con un breve articolo di Luisa De Montis, che titola: Il Comune di Venezia distribuisce fiabe gay nelle scuole. (È qui che compare per la prima volta l'impropria definizione di "fiabe gay" per una lista di albi illustrati che possono essere utilizzati per diffondere la consapevolezza e l'accettazione della diversità).

Nello stesso giorno, La Nuova Venezia riferisce della richiesta di un parlamentare Udc di sospendere l’iniziativa, rivolta al sindaco Orsoni. Naturalmente, senza «discriminazione nei confronti del gay». L’immarcescibile e onnipresente Carlo Giovanardi tuona, dalle pagine dello stesso giornale: «Le istituzioni competenti si attivino immediatamente per impedire la distribuzione negli asili nido e nelle scuole dell'infanzia veneziana del materiale di propaganda gay e sulla fecondazione eterologa che la delegata del sindaco per le politiche contro le discriminazioni, Camilla Seibezzi si accinge a consegnare. […] Mi sembra evidente che i piccoli non possono essere cavie di cervellotici esperimenti che segnalano soltanto la confusione mentale di chi li vuole imporre a creature innocenti.»

Inopinatamente, Silvia Vegetti Finzi interviene lo stesso giorno sul Corriere della sera affermando che questi albi rappresentano veramente un «rovesciamento di centralità» delle forme familiari tradizionali.

Il 13 febbraio interviene perfino il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, che dichiara al giornalista del Corriere della sera: «È necessario combattere gli stereotipi, ma io quei libretti non li distribuirei». Ma questa diplomatica dichiarazione finisce sotto il titolo Il Patriarca: «Dico no alle fiabe gay». Nello stesso articolo, il capogruppo Udc Simone Venturini dichiara di non aver letto i libri oggetto della polemica, «e non è nemmeno opportuno che la politica li legga per fare censura.»

Le polemiche – che sembrano essere amplificate, invece che molcite dalla stampa – si inaspriscono e assumono toni da crociata. Ne parla anche sul nostro blog Marnie Campagnaro, della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Padova, con un post dal titolo Le 49 cosiddette fiabe gay, che da allora ha avuto quasi 10.000 lettori (che contiene, fra l'altro, anche tutti i link agli articoli di stampa citati sopra).

Poi passano i giorni, si apre il vaso di Pandora dello scandalo Mose e a Venezia ci si occupa principalmente di altro. Il comune viene commissariato e si indicono nuove elezioni. Nel frattempo, però, la questione ha lasciato tracce. Un libraio veneziano ci ha riferito che da allora il clima è teso e alcuni clienti che evitano di aprire qualcuno dei 49 libri oggetto della polemica ed escono dalla libreria se vengono loro proposti. Ma, alla fine, i libri vengono consegnati alle scuole. Non sappiamo se siano stati usati o meno e quali siano stati eventualmente usati, ma questo fa parte della discrezionalità degli educatori, che – oltretutto – sono stati formati proprio per usare questi libri con bambini piccoli e, probabilmente, sanno decidere e valutare il se, il come e il quando.

Arriva la campagna elettorale e uno dei candidati si fa alfiere della nuova crociata contro questi libri. Il motivo è oscuro, anche se probabilmente si tratta di opportunità politica e di speculazione elettorale: si cercano i voti di famiglie orgogliosamente tradizionali, di gruppi che si oppongono all’evoluzione sociale e lo si fa con i mezzi più facili e di grande richiamo: gridare ai quattro venti che si vogliono proteggere “gli innocenti” dalla corruzione.

Il candidato arriva al ballottaggio, lo vince e, prima ancora di insediare la giunta e tenere il primo consiglio comunale, il 25 giugno 2015 emette una circolare: via i libri gender dalle scuole di Venezia. Sembra che lo possa fare: i libri sono cespiti patrimoniali inventariati e di proprietà del Comune e, come tali, il Comune può disporre il loro ritiro. Come se fossero un banco, una sedia, un computer, un erogatore per la carta igienica. Ma se questo è amministrativamente possibile, viene da domandarsi se sia compatibile con i principi costituzionali e, in particolare, con l’articolo 21 (noi lo abbiamo rispettosamente e formalmente domandato al Presidente della Repubblica, che della Costituzione è il più alto garante, ma a oggi non abbiamo avuto alcuna risposta). La circolare di Luigi Brugnaro recita: Si chiede di voler raccogliere i libri “gender”, genitore 1 e genitore 2, consegnati durante l’anno scolastico e prepararli al fine del ritiro che avverrà al più presto da parte di un incaricato. Con i migliori saluti. 

Un commento chiarificatore di Chiara Lalli sulle pagine di Internazionale: [la vicenda] si potrebbe liquidare chiedendosi solo cosa diavolo sono i libri “gender” e ricordando che la storia del “genitore 1” e “genitore 2” è una delle più ostinate e colossali scemenze degli ultimi mesi. Questa dicitura non ha mai avuto a che fare con i libri, ma con i moduli di iscrizione scolastica: la proposta originaria era, banalmente, di usare la parola “genitore” invece di madre e padre come termine più ampio e comprensivo e per includere, per esempio, i figli di genitori single. Ma alla conferenza stampa di presentazione un giornalista ha “tradotto” il contenuto della proposta in genitore 1 e genitore 2 e non è stato più possibile rimediare (genitore non è un insulto, e non lo sarebbe nemmeno “genitore 1” o “genitore 2”, ma la dicitura mai esistita è diventata, nelle menti dei timorati del “gender”, un modo per offendere e insultare le famiglie e i sacri ruoli genitoriali).

A questo punto si innesca la mobilitazione. Nei giorni immediatamente successivi Ibby Italia (con Nati per Leggete e Commissione Ragazzi AIB), ICWA Italia, AIB e AIE (quest'ultima solo il 7 luglio, con un ritardo difficilmente comprensibile) prendono ufficialmente posizione contro questo provvedimento. Tacciono il Ministero per i beni culturali e il Centro per il libro e la lettura. [***Emendiamo: ci era sfuggita una dichiarazione informale di Romano Montroni, presidente del Cepell, rilasciata al telefono a un giornalista della rivista online "Il Libraio" e riportata il 9 luglio 2015 qui.]

Intanto, sul territorio, due associazioni veneziane (Noi La Città – Venezia 2015 e Veneto Radicale) organizzano il 3 luglio alle 11 un incontro pubblico, invitando il sindaco a partecipare a quello che veniva proposto come un dibattito democratico con la partecipazione di un libraio, della docente universitaria che si era occupata della formazione degli educatori veneziani sul tema “Leggere senza stereotipi” e della ex delegata Seibezzi, che aveva promosso l’iniziativa. Il sindaco non si presenta.

Ma il sindaco di Venezia è, invece, molto attivo su Twitter, come è ormai costume dei politici nostrani, e con la stampa. Con un po’ di pazienza, troverete tutti i dettagli nella rassegna stampa del sito Luigi Brugnaro sindaco e sulla sua pagina Twitter.
Vi invito, in particolare alla lettura del comunicato stampa dell’8 luglio 2015 nel quale si proclama:

Denunciamo la polemica inerente quelli che sono stati definiti i libri sulla teoria gender. Ne è nata una speculazione culturale che non ci intimorisce. Non potendo avere una visione completa ed esaustiva della questione, si è preferito ritirare tutti i libri distribuiti dalla precedente Amministrazione in modo da poter verificare serenamente e con piena cognizione di causa quali siano, e soprattutto quali non siano, adatti a bambini in età prescolare. Il vizio di fondo è stata l’arroganza culturale con cui una visione personalistica della società è stata introdotta nei nidi e nelle scuole per l’infanzia unilateralmente, in forma scritta e senza chiedere niente a nessuno, in particolar modo alle famiglie. I genitori dei piccoli devono, invece, avere voce in capitolo su aspetti determinanti che riguardano l’educazione dei loro figli e non esserne aprioristicamente esclusi. E’ quindi nostra intenzione esaminare con cura e obiettività i testi, non distribuendo quelli inopportuni per i più piccoli, che pure restano liberamente consultabili da parte degli adulti nelle biblioteche. Molti libri, che trattano i temi legati alla discriminazione fisica, religiosa e razziale, sono notoriamente straordinari e verranno certamente ridistribuiti, come ad esempio le opere di Leo Lionni “Piccolo blu e piccolo giallo” e “Guizzino”. Le riserve riguardano, invece, alcuni testi come “Piccolo uovo” di Francesca Pardi o “Jean a deux mamans” di Ophelie Texier. Sarà un lavoro di analisi fatto con cura e attenzione, anche approfittando del periodo estivo e delle vacanze scolastiche, valutando quali siano le persone più adatte a questa selezione ed evitando, così, ulteriori diatribe e strumentalizzazioni di un argomento che, ad oggi, ha fatto anche troppo parlare di sé.”

E finalmente, nello stesso giorno, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, il MIUR, per tramite del sottosegretario Davide Faraone ha rilasciato una dichiarazione, riportata qui, secondo cui: Nessun sindaco può intervenire in tal senso, né meno che mai può decidere quali libri possono stare o meno all’interno di un istituto: è un ambito di competenza comune della comunità scolastica, fatta di famiglie e operatori della scuola.

Il resto è cronaca di questi giorni giorni. A voi lasciamo le interpretazioni, la ricerca di un senso, il pensare e progettare azioni. Quello che interessava, qui, era mettere in fila un po’ di fatti.


mercoledì 8 luglio 2015

La rete dei libri /8: Quando chiudi il libro

Nome del blog: LA CODA DEI LIBRI

Url:  https://lacodadeilibri.wordpress.com/

Di cosa si occupa?
Sul blog sono presentati i libri e le 'code'. I libri sono soprattutto picture books. Sono tanti e diversi. Non sempre recenti. Albi illustrati che, per tante buone ragioni, sono rimasti negli occhi e nel cuore. Le code sono i workshop, le idee per giocare e fare ricerca con i bambini e con gli adulti in formazione, intorno al mondo dei libri, partendo proprio dalle suggestioni regalate dai picture books.

Chi lo fa? 
Mi chiamo Stefania Liverini. Vivo in Puglia. Amo i libri e le figure. Sono dottore di ricerca in sociologia. Mi piace raccogliere e coltivare il punto di vista dei più piccoli sulle cose del mondo. Per farlo, uso i libri e i materiali trovati in giro. Accompagno grandi e piccoli nelle letture a scuola, nelle piazze, nelle biblioteche, nelle librerie.
Qualche anno fa, con Franca Cicirelli, ho scritto Signor pittore. Storie e percorsi di educazione all’immagine (La Meridiana).


Quando e perché è nato? 
La coda dei libri è un blog nato alla fine del 2014. Appena nato, ma con le radici antiche di una ventina d'anni; da quando, per la prima volta, poco più che ventenne, ho avuto tra le mani un picture book.  Gli articoli raccontano quello che ho appreso sfogliando pagine e pagine di albi illustrati, ascoltando autori, illustratori ed editori e quello che ho provato nelle letture,  durante gli incontri con i bambini o con gli adulti. È nato anche grazie al prezioso incoraggiamento di Piero, Angela, Francesca e Patrizia, che hanno saputo vedere prima di me qualcosa che già c’era.

Con quale frequenza viene aggiornato?
Il blog viene aggiornato ogni 7-10 giorni. La pagina facebook collegata al blog è invece aggiornata quotidianamente sia attraverso la segnalazione degli articoli del blog e sia con la pubblicazione di notizie ed informazioni inerenti il mondo della lettura per ragazzi.

Il primo post
Se la osserviamo da vicino, una parola non mente, del 29 dicembre 2014, dedicato ad Andirivieni di Isabel Minhos Martins- Bernardo Carvalho (La nuova frontiera, 2013).

L’ultimo post
5 buone ragioni… #Libro 2  del 26 giugno 2015, dedicato a un meraviglioso saggio: I bambini pensano grande. Cronaca di un'avventura pedagogica, di FrancoLorenzoni (Sellerio, 2014)


Il post più letto
Quanto pesa una parola? del 9 aprile 2015, dedicato a Sulla mia testa, Emile Jadoul (Babalibri, 2012).

Il mio post preferito
Tenace come un orso dedicato a Voglio il mio cappello! di Jon Klassen (Zoolibri, 2012)

1000 battute per raccontare il blog
La coda dei libri è quello che resta fuori quando il libro si chiude.
Quando chiudi il libro non hai smesso di leggere.  Un buon libro continua a fare eco dentro di te.  E allora ti capita di tornare sulle pagine, ripensare alle figure, rivedere per analogia o differenza altre letture o altre esperienze.
Il blog parla di questo. Delle divagazioni, dei tanti modi per continuare a leggere quando il libro si chiude.
Negli articoli non si rappresenta in modo esplicito la storia del libro, né si mostrano le diverse pagine. L’attenzione si sofferma su alcuni particolari: quelli che si riferiscono alla narrazione,  quelli legati alla costruzione delle immagini e al ritmo che insieme regalano alla storia.
L’obiettivo del blog è incuriosire e provare a raccontare ciò che rende quello specifico picture book così speciale e bello da leggere.
Il tentativo è quello di condividere la complessità e la bellezza contenuta nei libri presentati e di chiamare altri sguardi e prospettive nuove su quelle pagine.
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Abbiamo già parlato di:
7 - Seren sarà
6 - Laacasadifra
5 - Scaffale Basso
4 - Milkbook
3 - Atlantide Kids
2 - GiGi il giornale dei giovani lettori
1 - Libri e marmellata
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Non abbiamo la pretesa di sapere tutto. Quindi, se  avete un blog che si occupa con continuità di libri per ragazzi, segnalatecelo scrivendo a info[at] topipittori [punto] it indicando come soggetto del messaggio La rete dei libri. Abbiamo già pronti parecchi post pronti, quindi non saremo celeri, né a rispondere né a pubblicare. Ma cercheremo di non dimenticarci niente.
Grazie.

lunedì 6 luglio 2015

In questa periferia dell'essere dove si sbaglia sempre


Da otto anni, Chandra Livia Candiani, fra le migliori voci poetiche italiane, conduce incontri di poesia in scuole della periferia milanese. Oggi, la sua esperienza è stata raccolta e pubblicata in Ma dove sono le parole? (Effigie, 2015; parte del materiale si trova anche pubblicato sulle pagine del blog Il primo amore, che ha curato la redazione del volume), perché, come spiega il curatore Andrea Cirolla, “il mondo merita di conoscere questa esperienza e noi avevamo il dovere di raccontarla”. Ci ha segnalato questo libro Silvia Vecchini, che da alcuni anni svolge incontri di poesia con i bambini.

Che questo libro sia nato da uno stato di necessità dell'editore lo si percepisce con chiarezza, così come lo si percepisce dell'esperienza dei bambini, 1400 in tutto nel corso degli anni, e della poetessa che li ha guidati a intraprendere la ricerca delle parole. O meglio più che da uno stato di necessità, questa esperienza da:

una sorgente che straripa dal suo alveo. Una frescura 

al centro del petto. Quest’altra intelligenza 

non ingiallisce e non ristagna. È fluida, 


e il suo movimento non è da fuori a dentro 

attraverso le condutture di un sapere idraulico. 

Questo secondo sapere è una fonte 

che da dentro di te va verso l’esterno.

Sono parole tratte da Due tipi d’intelligenza, poesia citata da Chandra Livi Candiani nella introduzione del libro, e appartengono al poeta Giallâl ad-Dîn Rûmi, nato nel 1207 in Afganistan, morto in Turchia dove è venerato come un santo e un maestro mistico. Parole che Candiani ha tradotto dalla versione inglese The essential Rumi (Harper San Francisco) per i bambini con cui fa poesia: italiani e stranieri, figli di immigrati da ogni parte del mondo.

Il libro è articolato in otto nuclei tematici: Il silenzio; Il mondo, L’autoritratto (talvolta è «La vita di»), Le parole, L’addio; poi Quello che conta (talvolta quello che «resta»), I grandi, Che cosa è la poesia. Un'ultima sezione è dedicata unicamente ai componimenti dei bambini rom, scomparsi dalla scuola dopo l’ultimo sgombero. Alcune sezioni sono precedute dal dialogo di Chandra Livia Candiani con Andrea Cirolla, e ripercorrono i momenti salienti e le motivazioni di questo lavoro poetico sviluppato per e con i bambini.

Racconta Chandra Livia Candiani:

I bambini sono di otto, nove o dieci anni. Ci sono pochi italiani, sono per lo più migranti che vengono dai paesi più diversi: Cina, Uruguay, Brasile, Panama, Perù, Colombia, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Filippine, Marocco, Tunisia, Russia, Romania, Ucraina. Alcuni sono appena arrivati, altri sono in Italia da tempo, altri sono nati qui.
[...]
Non inizio mai spiegando loro cos’è la poesia, ma segnando un leggero e variabile percorso per andare insieme in cerca del luogo in cui abitano le parole.
 
Ma dove sono le parole? Un verso di un anonimo poeta nicaraguense dice: «Un poeta siente»: un poeta sente, percepisce, avverte, intende, ha sentore e presentimento. E così giochiamo con il sentire e scriviamo le tracce che i sensi lasciano in noi.
[...]
Inizio spesso i miei seminari con il tema del silenzio. Perché i bambini conoscono per lo più il silenzio teso, il comando a cui si obbedisce facendosi piccoli, raggrinzendosi. E invece cerco di trasmettergli un silenzio che allarga, il piacere del silenzio che è ascolto di sé, del mondo, dell’altro, della sinfonia di cui facciamo parte. È con meraviglia che scoprono il mondo che il silenzio rivela. E alla fine gli dico: ora vi do un compito che dura tutta la vita. E loro abbassano le orecchie, ma quando dico: ascoltare il silenzio, farci tana, aspettare lì le parole, ridono.
[...]
Non è sempre facile arrivare alla frescura al centro del petto, alla fonte, bisogna avere spirito d’avventura, curiosità, coraggio, fiducia e partire da qui, da ora, dal corpo. 
Proprio ora, proprio qui, chiudo gli occhi e sento se ci sono davvero, se il corpo è davvero seduto a terra, se sento il pavimento, se davvero respiro, se sento il mio respiro che dalle narici raggiunge la pancia, se sento il suo viaggio verso l’esterno, dalla pancia alle narici, e le mani, sono calde, sono fresche, sono gelate. E cosa provo, che stato d’animo ho, cosa naviga o galleggia o va a fondo o vola in me. Proprio ora. Proprio qui. 
Ecco, per sapere dove sono le parole, per iniziare un viaggio verso la poesia, bisogna che qui ci sia un corpo. Un respiro. Un sentire. E poi una storia, la nostra, ognuno la sua. E della storia fa parte la geografia. Per questo chiedo spesso ai bambini, oltre al nome e all’età, di dire il loro “paese-radice”.
[...]
Non ho nessuna pretesa che qualcuno leggendo questo testo o partecipando a un seminario di poesia possa diventare poeta, ma ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi.
[...]
Il primo anno, a scuola, non sapevo che vicino c’era un grande campo di rom, che poi è stato sgomberato e distrutto. Le etnie erano tante e i rom avevano tratti molto simili a bosniaci, rumeni, albanesi; non li avrei distinti. Erano anche vestiti molto bene, molto meglio degli altri; più tardi ho scoperto che i loro vestiti venivano da un ente benefico e li ricevevano a scuola. E a scuola nel bagno delle maestre c’era shampoo e bagno schiuma e potevano farsi la doccia. Ma io li ho incontrati la prima volta, come gruppo o tribù, perché ero sorpresa che alcuni bambini in una classe scrivessero sempre della notte ed era evidente che la conoscevano molto bene. E parlavano delle notti fredde d’inverno, del pericolo della pioggia, del fango. E degli incendi. Quando l’ho detto stupita a una maestra, lei mi ha risposto: «Sono rom, vivono al campo, nelle baracche, certo che conoscono la notte».

Abbiamo estrapolato questi brani dal contesto del libro per darvi un saggio della sua tonalità e di quello che in esso potrete trovare, tenendo ben presente che in queste pagine ogni parola ha un posto e un senso fondamentali nella comprensione del lavoro poetico dell'autrice e dei bambini.

Leggere di “frescura al centro del petto”, di “respiro” e “pavimento” e “terra”, di “Proprio ora, proprio qui” mi ha fatto venire in mente un libro appena finito di leggere: Diario di scuola di Daniel Pennac (trad. Jasmina Melaouha), appassionata riflessione a partire proprio dal dolore e dall'angoscia dei respinti a vita, dei somari per destino, sull'insegnare, sulla vitalità salvifica della parola, sul legame fra maestro e allievo, sulla nozione di amore come centro della relazione pedagogica.
E, infatti, proprio la presenza dell'insegnante in classe, il suo esserci con il corpo, l'anima, la mente e tutto se stesso è la condizione prima e unica per una presenza degli allievi.

Spiega Pennac: Una sola certezza. La presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all'intera classe e a ogni individuo particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale per i cinquantacinque minuti in  cui durerà la mia lezione.[...] .

In un bellissimo scritto apparso su Vibrisse, nella rubrica La formazione della scrittrice, che potete leggere integralmente qui, si legge quale fu il rapporto di Chandra Livia Candiani dapprima con la scuola e quindi le parole della letteratura.

A scuola ero un asino. Facevo fatica a capire un po’ tutto. Soprattutto i numeri, per esempio che avessero un nome, perché sapevo che tre e due fa qualcosa ma il nome cinque non sempre saltava fuori. Molte lettere poi le avevo imparate al contrario, perché il mio primo maestro involontario era stato mio fratello. Lui studiava seduto alla scrivania, io mi piazzavo di fronte a lui appollaiata su uno sgabello, con davanti foglio e matita e ogni tanto gli chiedevo: “Che lettera è questa?” E lui, distratto: “A”. E io la disegnavo, diligentemente, al contrario. Così sembravo scema a scuola. Non sapevo spiegare il perché, tutto qua. [...]
Ho continuato ad andare male a scuola. Soprattutto, non capivo la punteggiatura, mettevo le virgole dove pareva a me, un bisogno di una pausa piccina, un fiore o un’erba sul ciglio della pagina, macché, la maestra era furente e una volta disse: “Candiani, quando sarai una grande scrittrice farai quello che vuoi tu, adesso segui quello che ti dico io, una volta per tutte!” Era così ironica, visti i risultati scolastici, che tutte scoppiarono a ridere, ma in segreto mi rimase che c’è una categoria di persone che fa quel che vuole con le virgole. 
Ho cominciato a leggere di nascosto, perché un somaro non legge libri, al massimo giornalini. Io prendevo i libri di mia sorella, alle medie leggevo sotto il banco Goethe, Dostoevskij, Tolstoi, Thomas Mann, Musil e via e via, i grandi classici ma di nascosto, come un furto. E Calvino, tanto Calvino. E Ungaretti e Quasimodo e Montale e Pavese. Non so bene com’è andata che ho cominciato a comprare i libri di poesia, i miei libri. In realtà, cercavo la poesia dappertutto, mi stufavo appena uno scrittore si dilungava, mi sentivo abbandonata appena scriveva cose senza sussulto. Cercavo vie di comprensione del mondo e della vita fulminanti. Cercavo la poesia. Sempre leggevo di nascosto, dovevo mantenere la mia identità somara e un po’ scema, mi sembrava un sacrilegio leggere quei libri, temevo che da un momento all’altro qualcuno, a casa o a scuola, avrebbe urlato: “Come ti permetti!” Un paio di volte è successo quasi quasi così. Comunque, mi è rimasto un senso di clandestinità con la cultura, leggo voracemente, famelicamente, e di nascosto, un po’ in un equilibrio precario, con posizioni sbilenche, appena appoggiata a un muro, sdraiata di traverso, in tram. Spesso, scrivo per terra, un foglietto sul pavimento e una matita. Il tavolo è per il computer e le traduzioni, la terra per la poesia. Scrivo in fretta, all’insaputa di me, se no mi sgrido: “Come ti permetti, somara!?”, correggo dopo, in un secondo, terzo, ventesimo tempo o butto tutto.

Anche in questo caso viene in mente Pennac, quando alla fine del suo libro immagina un dialogo con il somaro che è stato:

Siete tutti uguali, voi prof! Quello che vi manca sono dei corsi di ignoranza! Vi fanno dare esami e concorsi di ogni genere sulle vostre conoscenze acquisite, quando la vostra prima qualità dovrebbe essere la capacità di immaginare la condizione di chi ignora tutto ciò che voi sapete! Sogno un esame di abilitazione in cui si chieda al candidato di ricordarsi di un insuccesso scolastico... […] che vadano a rivangare fra le materie che non amavano. Che si ricordino delle loro lacune in fisica, della loro incapacità in filosofia, delle loro scuse patetiche in ginnastica! Insomma è necessario che coloro che pretendono di insegnare abbiano una visione chiara del loro percorso scolastico. Che riprovino un poco la loro condizione di ignoranza se vogliono aver una minima possibilità di tirarcene fuori.

Scrive Chandra Livia Candiani:
Che razza di lavoro è questo dei seminari di poesia alle elementari? Meno male che sono capitata subito in scuole dove il permesso di essere dove si è non è scontato, è conquista faticosa, è abitare a lungo di nascosto, di sfuggita. Perché a scuola io sto così. Ed è da lì che parto, da quel senso di non c'entrare tanto, di non fare famiglia, né tribù, né mondo con nessuno e, guarda cosa va a succedermi, incontro bambini che partono proprio da lì, ma non come sensazione, come situazione. Ecco dove ci incontriamo, in questa periferia dell'essere dove si sbaglia sempre, sì è fuori luogo, si vacilla fortemente e si vive senza rete. Ma si è acrobati quasi nati, si impara veramente da subito. Come respirare con soggezione, come occupare poco spazio, come irradiare gioia dagli occhi, come scoppiare di felicità se ti danno campo aperto, come saper andare via. Gli immigrati sanno andare via. Sanno dire addio. Non è poco. È una grande disperata risorsa. […] Quando vado a scuola voglio dare la mia faccia e il mio corpo, presenti lì, a dire: sono qui per voi, per accogliervi e ascoltarvi. Voglio dare uno spazio di parola. Ampia. Calda. Necessaria. Giocosa. Dritta alla comunicazione. In dentro. In fuori. Dritta allo sbaglio. In equilibrio. Tra il rispetto e la gioia. Tra la dignità e il nulla dell'altra lingua.”

Leo, otto anni.
Quello che conta
è la formica.
È tutto che conta.
È sacro.


Elias, nove anni, egiziano
I grandi sono gente che salgono la torre inabitata
cose e oggetti che si buttano da soli
rompono le porte
distruggono le nostre anime.


Luka, dieci anni, albanese.
Il mio ritratto

Il nove luglio nacque il rumore
che faceva molta confusione
con movimento e paura,
l'incertezza eccola
sono io.


Christian, 10 anni, filippino
Grazie per la sedia 

ed avermi dato una casa, 

io sono piccolo, 
ma dentro 
sono gigante 
che è sbocciato 
da una briciola


Marian, 10 anni
L’amicizia è una giacca leggera,

una bellezza che non si può restituire.
Amore incancellabile, incontenibile,

immisurabile, ricaricabile, indescrivibile.

L’amore è infinito ogni modo d’amare

è come un oggetto.


Marius, nove anni
Il silenzio

Paura volio giocare ma o paura
volio dire qualcosa ma o paura
volio cantare ma o paura
tui mi prendono in giro e o paura
o paura di tuto e sono da solo.
Silensio.

Il silensio mi pasava tra le vene
sembra infinito il silensio.


Maria, 9 anni
Oggi la neve

mi ha toccato
 dentro al cuore.
La mia mamma è come un uccello che vola

una campana che canta.


Ramayana, 9 anni
Le mani che scrivono le poesie

sono le stesse mani

che fanno le pulizie.


Willi, 10 anni
La mia casa interiore

Io sono stonato 
e la mia anima si si si sissi sissi sissi
vuole carezza 
la mia morbida anima.


Nelle scuole italiane succedono cose importanti di cui nessuno sa e se le si sa, le si orecchia male e le si racconta sbagliate. Invece è bene che si sappiano queste cose, e con precisione.