mercoledì 30 gennaio 2013

L'amore non è cieco

Si dice che l'amore sia cieco, senza pensare che alla cecità corrisponde una fra le forme più alte di veggenza: la capacità di vedere, con un occhio interiore, quel che gli altri non percepiscono, perché celato, rimosso, proibito, oscuro, negato. I due adolescenti, protagonisti di Moonrise Kingdom di Wes Anderson (2012), accecati dall'amore, al punto di organizzare una fuga, sembrano gli unici dotati di sguardo nella comunità di cui fanno parte, insediata in una strana isola del New England, a metà fra Eden e campo vacanze (qui e qui due schede del film).



Sam, orfano in affido, ripudiato dai genitori affidatari imbarazzati dalle sue “stranezze”, una notte scappa dal campeggio scout per raggiungere Suzy, figlia maggiore di una benestante famiglia di avvocati, incontrata per caso un anno prima durante la rappresentazione scolastica dell'opera Noye's Fludd, di Benjamin Britten.




I due dopo essere rimasti folgorati e aver trascorso un intero anno a scriversi lettere, raccontandosi con lucidità e verità la propria condizione di estranei fra adulti non si capisce se privi di cervello o storditi da menage depressivi, finiscono per architettare una fuga d'amore, vera e propria ricerca di una armonia originaria perduta condotta, non a caso, lungo un primitivo sentiero tracciato da antichi abitanti indiani dell'isola (e qui il surreale berretto da Davy Crockett sfoggiato da Sam, passa da marchio di ignominiosa stranezza, a fulgente simbolo di autentica avventura).



La fuga di Suzy e Sam (interpretati dai bravissimi Kara Hayward e Jared Gilman), porta scompiglio nella comunità, atterrita e impreparata più che davanti alla ribellione dei ragazzi, siamo nel 1965, dalla propria incapacità di farvi fronte. Genitori, capi scout, polizia: tutti brancolano nel buio, resi ciechi da una stolta disposizione a non vedere se non quel che si vuole o rientra nella propria idea delle cose. Una forma di stupidità comica, surreale, portentosa, che, a fronte della vivida intelligenza dei due ragazzini, dotati di vista straordinaria, costituisce il nocciolo più autentico di questo film davvero bellissimo.



Del resto, sono gli occhi di Suzy a rapire Sam, al primo incontro. Nell'opera di Britten, Suzy interpreta il corvo, uccello della notte e della morte, simbolicamente legato alla preveggenza: nel costume nero, gli occhi enormi e splendenti di lei sono a un tempo finestre sulla propria anima e sul mondo. Sam grazie a quegli occhi vede ed è visto: e da questa esperienza folgorante di riconoscimento, che è l'amore, è tratto in salvo dalla solitudine della propria invisibilità.


Nelle prime immagini del film, del resto, vediamo i panorami dell'isola e i personaggi che la abitano inquadrati dall'ottica di un binocolo. Chi lo impugna, scopriamo subito, è Suzy, legata a doppio filo a questo strumento di visione, che costituisce, come lei stessa spiega a Sam, il proprio potere magico: la capacità di vedere le cose prendendo da esse una distanza, ma al contempo, avendo la possibilità di osservarle più da vicino.


Ci sarebbe molto da dire su questo film ricchissimo di spunti, dettagli, finissimo nella sceneggiatura (i dialoghi sono magnifici; cosceneggiatore è Roman Coppola, della nota famiglia di cineasti), nelle immagini (di un nitore surreale, astratto, quasi metafisico) e con un cast stellare (Bruce Willis, Harvey Keitel, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton). Il suo regista, attento storicamente al mondo dell'infanzia e dell'adolescenza (basti pensare a Fantastic Mr. Fox e a I Tenenbaum), si muove con leggerezza, rapidità, destrezza, in equilibrio fra registri che senza incorerenze o cadute alternano ironia, dramma, comicità, lirismo, profondità psicologica.
Un discorso a parte merita la colonna sonora di Alexandre Desplat, incentrata su due opere famosissime di Benjamin Britten, il più celebre compositore inglese del Novecento: Young Person's Guide to the Orchestra e Noye's Fludd, mescolate a canzoni come Long Gone Lonesome Blues, di Hank Williams, o Le temp de l'amour di Françoise Hardy.



Come Anderson, Britten ha dedicato grande attenzione ai ragazzi nella sua opera: sia facendone spesso i protagonisti delle sue opere, come in Morte a Venezia o in Il giro di vite, sia scrivendo opere loro dedicate (come The Young Person's Guide to the Orchestra) o partiture pensate per le loro voci.  Noye's Fludd non è un'opera per bambini, ma è costruita in gran parte sulle loro voci. Si tratta di una rappresentazione musicale che racconta in chiave comica la vicenda di Noè che, aiutato da una squadra di animali e di ragazzi, i figli e le nuore, in vista dell'annunciato diluvio, costruisce l'arca, sbeffeggiato malamente da un coro di pettegole capitanato dalla moglie, incredula della profezia (che saranno poi i ragazzi a portare in salvo, al momento del diluvio).


L'opera di Britten, molto più che un sottofondo sonoro, costituisce l'impalcatura stessa del film, la sua vita segreta sia dal punto di vista dello stile, giocato fra umorismo, innocenza e raffinatezza, sia per i ruoli che vi giocano adulti e bambini. Il film, non per nulla, si conclude con un'epocale tempesta, che muta i connotati stessi dell'isola dove la comunità abita. Catastrofe naturale che in modo imprevisto risolve anche le vite dei suoi membri. Insomma, davvero è una sorta di diluvio purificatore, salvifico, quello che si abbatte su questa vicenda. E anche in questo caso la conclusione positiva del racconto si deve alla serietà, alla fiducia, al coraggio, all'intelligenza dei ragazzi nel farsi carico della follia, dei limiti e dell'ottusità adulta.


6 commenti:

aliciabaladan@gmail.com ha detto...

Questo film piace a tutti, in effetti è molto bello, eppure a me e a mio marito non ha convinto fino in fondo, abbiamo aspettato qualcosa che non è arrivato, forse eravamo ancora nelle corde di un altro film con una bambina come protagonista, visto due giorni prima, “Beasts of the southern wild”, che ve lo consiglio vivamente perché sarei curiosa di una vostra recensione ☺.

mm ha detto...

i 6 libri preferiti :)

http://www.youtube.com/watch?v=s1wzMnHZolU

Anna ha detto...

A me il film non era piaciuto, ma dopo la lettura di questo post proverò a rivederlo.
Devo dire che tutto Anderson non mi è mai piaciuto troppo.
Per me è troppo teatrale, la cinepresa è sempre troppo presente accanto ai personaggi(volutamente). In Moonrise Kingdom in particolare.
Se il cinema deve essere teatro, preferisco che lo sia dichiaratamente, con piani fissi, attori teatrali, alla Peter Greenaway, per intenderci.
Anderson spinge i sentimenti drammatici dentro delle pose caricaturali, col risultato che è un po' comico ma non troppo, un po' surreale ma non troppo, un po' drammatico ma non troppo, ed è uno stile dentro cui io entro ogni volta "solo un po'" perché non capisco mai il codice narrativo.
Gusto personale.

Topipittori ha detto...

@Alicia e Anna. Capisco che questo sguardo possa lasciare perplessi, e distanti. Per me il fatto di mescolare cinema e teatro, caricatura a dramma, dà tre dimensioni al racconto, lo approfondisce, anziché appiattirlo. Credo sia molto vicino alla vita, alla realtà, dove i piani e i registri si sovrappongono di continuo, benché in effetti il gioco possa suscitare l'impressione opposta, e una certa sensazione di ambiguità.

Andrò sicuramente a vedere “Beasts of the southern wild”. Mi interessa molto.

Enrico Di Giglia ha detto...

@Anna
Anna, la tua osservazione è corretta. Sono d'accordo con quello che dici, e capisco anche che a tratti la visione possa risultare destabilizzante. Io penso che come tutti i codici, sia un pò da digerire e interpretare.
Dai una seconda chance a questo film.
Secondo molti sostenitori di Wes Anderson, questa è forse la prova che ha convinto meno. In realtà, a mio modesto parere, è l'alchimia perfetta degli elementi che il nostro regista predilige.
Il mix narrativo usato da Wes è quasi una scelta obbligata, anzi, voluta. In particolare quello teatrale.
Serve a evidenziare il disagio che i personaggi provano nei loro stessi panni. Personaggi che non si trovano mai veramente a proprio agio nel ruolo che gli è stato imposto dalla vita/regia.
Il commento dei topi lascia intravedere la mia stessa visione a riguardo. Le "maschere", le incertezze e i cambi di registro fanno abbondantemente parte della vita reale.

Per chiudere, spero vogliate concedermelo, linko una canzone di un gruppo italiano intitolata "Wes Anderson".

Il ritornello recita: "...e i cattivi non sono cattivi davvero, e i nemici non sono nemici davvero, ma anche i buoni non sono buoni davvero, proprio come me e te."

http://youtu.be/r8Zo4zXfE5o

Topipittori ha detto...

Ciao Enrico e grazie del commento.Perfetta la tua messa a fuoco: "Il mix narrativo usato da Wes è quasi una scelta obbligata, anzi, voluta. In particolare quello teatrale.Serve a evidenziare il disagio che i personaggi provano nei loro stessi panni. Personaggi che non si trovano mai veramente a proprio agio nel ruolo che gli è stato imposto dalla vita/regia."
Era esattamente quello che pensavo, grazie per questa precisione.