mercoledì 18 settembre 2013

La sconfinata dimensione del nostro stupore

Ayutthaya, Phra Ram Park, altare con offerte.
I thailandesi sono il classico popolo in grado di venderti qualsiasi cosa. Una fra le più facili è il giro in elefante. Ovunque tu sia, in Thailandia, puoi saltare su un elefante e andarti a fare un giro, di solito breve e costoso. Ma siccome sei su un elefante, non hai proprio alcuna ragione per farla troppo lunga. Nessun mezzo di trasporto ha un naso tanto magnifico e zampone più silenziose, e tanto basta.

Mediamente, un occidentale ha rapporti con gli elefanti all'inizio della sua vita. Di solito accade in uno zoo, dove qualcuno nei pressi del pachiderma vende noccioline. Rapito da una creatura che tanto eccede la normale misura delle cose, il piccolo tende la nocciolina, il nasone umido si avvicina, gliela prende delicatamente dalle mani e, facendo sfoggio di bravura, la infila in quella bocca che sembra sempre sorridere, un po' come quella del Budda.

Ayutthaya, Phra Ram Park, altare con offerte.
Ayutthaya, attrazioni turistiche nei pressi di un fintissimo mercato galleggiante.

Ayutthaya, Wat Putthaisawan, Budda disteso.
Più spesso gli elefanti escono dalle pagine di un libro illustrato, a bordo di auto scarlatte o vestiti come damerini, oppure appaiono sullo schermo della tv, agitando le orecchie nei pressi di una affollatissima pozza d'acqua di qualche pianura africana, sul far del tramonto. Terminato questo periodo, un occidentale difficilmente si ritrova a pensare agli elefanti come a qualcosa che lo riguardi.

E poi all'improvviso arrivi in Asia. Dove gli elefanti, oltre a essere istoriati sugli sciacquoni dei wc sette stelle, sono dappertutto: borse, pantaloni, gonne, gonnelle, tende, tovaglie, comodini, cassettoni, vasi, lanterne, scarpe, collane, pouf, poltrone, automobili, bus, manifesti, borsine della spesa, caramelle, farmaci, ovviamente templi, ciondoli, anelli e persino lampioni...
Insomma è una vera e propria orgia elefantina. Nemmeno la tigre gode di tanto prestigio e celebrità.

Bangkok, Museo Nazionale, fregio.

Bangkok, statua di elefante in uno spartitraffico.

E naturalmente, siccome la realtà supera l'immaginazione, non c'è angolo da cui non salti fuori un elefante attrezzato per farti fare una passeggiata. E quando questo elefante appare dal nulla, tu all'improvviso scopri che dentro di te, in un posticino piccolo piccolo e insospettabile, fino a quel momento rimasto latente, sopito da tempo immemorabile ma vivo e pulsante, non hai desiderato altro che saltare su elefante.

Ayutthaya, Phra Ram Park, ragazzi in gita scolastica.
Non sai esattamente per quale ragione questo accada, sai benissimo che sarà deludente, che chi te lo propone sta biecamente speculando su te e sull'elefante, che su quello stesso povero elefante sono saliti frotte di enigmatici giapponesi, ilari americani, britannici bianchi come mozzarelle, famiglie di francesi scontenti e polemici, corpulente signore tedesche, giovanotti olandesi, chiassose comitive italiche, magnati russi con mogli sedicenni, meditabondi cinesi.
A nulla soccorre la logica: scopri che decenni di buon gusto e letture non hanno alcun potere. Il buon senso sembra girare a vuoto.
Tu VUOI salire su quell'elefante, cascasse il mondo.




Ayutthaya, nei pressi del finto mercato galleggiante.
Ci devi andare: punto. È una questione di principio. Ti sembra che la vita non abbia gusto, se non ti trovi a ondeggiare su quel groppone rugoso.
Ovviamente, come ormai vi sarà chiaro, io quest'estate, in Thailandia, SONO ANDATA sull'elefante. In un bananeto. E dopo ho mangiato le banane fritte.
Non ditelo a nessuno.

E bentornati dalla vacanze.


PS
Il mio elefante era un tipo campagnolo, arrangiato alla bell'e meglio: una panchetta sul groppone, due cuscini sdruciti, una vecchia coperta che doveva averne viste delle belle, non un finimento, e una guida che gli ciangottava affettuosamente in thailandese sulla testa ciondolona.

Ayutthaya, Phra Ram Park, elefante in attesa di turisti.
In alcune città, però, mi è capitato di vedere elefanti extra lusso, bardati a festa, con ombrellini rosso fuoco, poltroncine in velluto, sete, nappe, volant, e abbinate elegantissime guide in costume tipico.

Devo dire che i passaggeri, in quel caso, mi sembravano vagamente attoniti. E se non temessi di esagerare, li definirei tramortiti dalle circostanze, fra cocente vergogna e dissimulato imbarazzo. Come uno che sia stato beccato nel bel mezzo di un sogno sfrenatamente infantile e non sapesse come darne (e darsene) ragione.






PPS
Ayutthaya, nei pressi di un mercato galleggiante.
Quando ho visto l'elefante che mi avrebbe portato in gita, mi è parso curiosamente piccolo. Come se qualcuno, durante la notte, l'avesse un po' sgonfiato. O si fosse ristretto per un lavaggio troppo energico. Naturalmente, affinché l'esaltazione del momento preservasse intatta la sua fragranza, ho subito censurato questa impressione. Qualche giorno, dopo, però ho scritto a un'amica, confessandogli questa sorta di delusione dimensionale. E lei mi ha dato una risposta folgorante: che cioè di solito gli ultimi rapporti che si hanno con gli elefanti risalgono all'infanzia. Quando, date le nostre ridotte dimensioni e la sconfinata dimensione del nostro stupore, ci sono apparsi immensi.

E questo è il testone setoloso del mio elefante campagnolo.

E non è affatto vero che gli elefanti hanno paura dei topi.

3 commenti:

Gioia Marchegiani ha detto...

Inutile dire che l'immagine di te sull'elefante in un bananeto, l'ho qui davanti agli occhi e hai lo sguardo di una bambina felice!

Ben tornata!

elillisa ha detto...

Cosa si raccontano un Topo e un Elefante a passeggio in una foresta di banani?
Osservando bene lo sguardo dell'Elefante nell'ultima foto, mi par di sentirli...

Che bellezza.

Topipittori ha detto...

Il Topo dice, telepaticamente, all'elefante: "Santi numi! Ma sono davvero su un elefante, un elefante, un elefante, un elefante, un elefante..." L'Elefante dice, telepaticamente, al Topo: "Santo cielo! Ma sto davvero trasportando un topo, un topo, un topo, un topo, un topo..." E via di questo passo. Alla fine del giro si fissano curiosi, e ancora piuttosto stupefatti dall'evento.

Grazie Gioia ed Elillisa...