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venerdì 5 luglio 2013

Nessuno guarisce dalla propria infanzia

Durante lo scorso fine settimana ho riso. Quasi ininterrottamente.
Il venerdì mattina ero passata da Rizzoli, in Galleria, dove hanno un fornitissimo reparto fumetti (Lizard è marchio Rizzoli), mentre non c'è un libro dei Topi neanche a crepare in mezzo a tutti gli albi del mondo, anche quelli di editori di Osio Sotto e Pezzolo Valle Uzzone.

E, lì, mi sono imbattuta in Zerocalcare. Che ovviamente conoscevo già, essendo diventato un caso editoriale (inizia a fare fumetti per raccontare il G8 di Genova, diventa blogger e con un post su Trenitalia assurge alla gloria, registrando in un giorno 64 mila visite, infine sfonda con libri di fumetti che entrano nelle classifiche dei libri più venduti, con oltre 100 mila copie).

Lo conoscevo, però, per modo di dire, per aver trovato nella mia casella di posta inviti a presentazioni e a eventi vari, non ultimo quello a Milano, a Wow, Spazio Fumetto che gli ha dedicato la prima mostra in assoluto: La coscienza di Zero (qui i video dell'incontro con Zero, durante l'inaugurazione)





















Mai fatto un baffo a me, Zerocalcare. Invece lì da Rizzoli mi sono detta: guardiamo un po' 'sto Zerocalcare. E dopo due pagine di La profezia dell'armadillo ero già in preda alle convulsioni e avevo già deciso di portarmi a casa l'opera omnia. Che però non ho comprato da Rizzoli, ma in una libreria della concorrenza a duecento metri da lì, dove tengono magari non tutti i nostri libri, ma qualcuno, almeno, sì.

Ho comprato i libri di Zerocalcare anche se il mio parere sul suo modo di disegnare non è cambiato. A me il segno di Zerocalcare non piace (ed è la ragione per cui fino a ora non mi sono mai presa la briga di guardare dentro i suoi libri). In compenso mi sono resa conto che il fatto che il segno di Zerocalcare non mi piaccia non è che mi sembra poi così importante. Perché Zerocalcare disegna così e io sono disposta a tutto pur di leggere un fumetto di Zerocalcare.

Perché per me Zerocalcare rientra in quella categoria 'benefattori dell'umanità', in cui metto Matt Groening, Woody Allen, Ernst Lubitsch, Bill Bryson, David Sedaris, Alan Bennet, Franca Valeri, Camilla Cederna, Irene Brin, Anne Fine, Carlo Emilio Gadda, i Fratelli Marx, Mark Twain, Achille Campanile, Monty Python, Arto Pasilinna, Ugo Cornia, Paolo Nori... Personaggi che più distanti non si può e che non c'entrano niente l'uno con l'altro (e sicuramente mi sono dimenticata di qualcun altro), ma che rientrano tutti nella categoria di chi sa far ridere.

Da Time out, zerocalcare.it.

Ma non ridere normale o sorridere, ma proprio riderissimo, ridere come pazzi, come se di fianco avessi qualcuno di spiritosissimo che non ti dà tregua. E oltre tutto, spesso su cose su cui mai avresti pensato di ridere, il che è una bella sorpresa, di quelle che allarga l'orizzonte della sopravvivenza. E scusate se è poco. Per cui a me che il segno di Zerocalcare piaccia o no, mi fa un baffo. E mi va benissimo così. Mi fa ridere anche quello.

Da Un polpo alla gola, Bao Publishing.

Dopo questo fine settimana immersa in Zerocalcare, ieri sono corsa in viale Campania, da Wow, sotto un'acqua torrenziale, a veder la mostra La coscienza di Zero (che dura fino alla fine di luglio). Che un titolo più bello (clonato da un celebre disco di Renato Zero) per questo autore credo proprio sia impossibile trovarlo, considerato il ruolo che nelle sue storie ha la coscienza, o meglio, le molteplici voci della coscienza di Zero, che, praticamente si potrebbe dire compongano un coro da tragedia greca in cui finisce ogni tipo di autorità in cui Zerocalcare si è imbattuto dalla nascita a oggi, nella realtà e nel regno dell'immaginazione (soprattutto).

Da Bollette (e struzzi), zerocalcare.it.

Dalla mirabolante Lady Cocca, cioè la mamma di Zero, che secondo me solo per averla inventata a Zerocalcare bisognerebbe dargli il Nobel, a Terrence Malick, a Vandana Shiva, a Gimmi, quello dei tre porcellini che si fa la casa di mattoni, a Davidgnomo, Darth Fener, Che Guevara, Luke Skywalker, Kurt Cobain... insomma c'è di che essere felicemente scissi in questo pantheon di logorroiche, saccenti, sentenziose celebrità.

Da La profezia dell'armadillo, Bao Publishing.

Ma, insomma, siccome Zerovalcare ormai è un caso editoriale che entra, meritatissimamente, nelle classifiche e vende copie come fossero hamburger, credo non ci sia bisogno che io stia qui a spiegare quello che fa e non fa, tanto lo sapete più o meno già tutti (a parte me, finora...).
Il catologhino della mostra costa 5 euro (in edizione numerata, offerto in bustina da collezionisti fetish), e io l'ho comprato perché contiene il testo dell'intervista che accompagna il visitatore lungo il percorso delle tavole originali esposte, e fa anche lei abbastanza ridere, anzi in alcuni punti molto. Come quando, a proposito dell'abitudine di Zero di trasfigurare le persone in personaggi di cartoni animati, animali eccetera, alla domanda: 
E l'amico “ciocco di legno”? Si è riconosciuto in un tronco d'albero? Si è offeso?
Risponde:
No, lui è grosso, cilindrico e inespressivo, quindi era azzeccatissimo il ciocco di legno. Non si è riconosciuto perché all'epoca non leggeva il mio blog, non so se poi l'ha scoperto...

Da Psicologi, zerocalcare.it.

Ma perché parlare di Zerocalcare in questo blog? Certo non perché faccia fumetti a cui sono minimamente interessati i bambini o i ragazzi, dato che i suoi lettori penso appartengano a quella fascia anagrafica che lui medesimo così definisce: «Credo che i trentenni non esistono più, come gli gnomi, il dodo e gli esquimesi. Adesso c'è l'adolescenza, la postadolescenza e la fossa comune. I trentenni sono una categoria superata, a cui ci si attacca per nostalgia, come al posto fisso.»

Da Perché non possaimo dirci trentenni, zerocalcare.it.

E, allora, perché?
Perché fra le tante cose di cui Zerocalcare racconta ma-gni-fi-ca-men-te ci sono i bambini, protagonisti, quasi sempre autobiografici, delle sue storie. E, in particolare, il modo in cui i bambini vedono gli adulti e cercano di tenerli alla larga. Un punto di vista di cui chi, adulto, ha a che fare con i bambini, credo proprio non possa fare a meno.
Basti dire che Un polpo alla gola in quarta di copertina riporta questa minacciosa sentenza:
Ricorda: nessuno guarisce dalla propria infanzia.

Da Un polpo alla gola, Bao Publishing.

Frase che nella storia è pronunciata da Madame Arbizzati, mostruosa maestra elementare dagli “occhi affilati di efferato macellaio”, che con ghigna da pit bull istruisce una pletora di infanti terrorizzati alla sublime poesia della volpe di Saint-Exupéry.
Ed è sempre Madame Arbizzati che a un certo punto, incontrando gli ex alunni un po' cresciutelli, li apostrofa, demoniaca: «Sono trent'anni che insegno qui al Voltaire. Che lo vogliate o no siete tutti miei figli. Vi ho plasmati. Vi ho lasciato un imprinting come le papere. Vi conosco.»
A me fa ridere, ma nel frattempo mi fa anche venire in mente certi mostri di Stephen King. E anche l'implacabile Flannery O'Connor, una delle più grandi scrittrici americane del Novecento, che ammoniva gli aspiranti scrittori: «Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede abbastanza informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.»
Bravo, bravissimo Zero

E poi la tavola qui sotto è una delle mie preferite in assoluto, nella storia del fumetto.

Da La profezia dell'armadillo, Bao Publishing.