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martedì 10 febbraio 2015

I Martedì della Emme / 17: Bill, prenditi la coda!

Anche oggi, per i nostri Martedì un super classico Emme: uno dei numerosi capolavori di Iela Mari. Grazie a Franco Fornaroli.

[di Franco Fornaroli]

Non conosco la storia di questo libro, quel che so si trova nel catalogo Iela Mari. Il mondo attraverso una lente a cura di Hamelin Associazione Culturale (Babalibri, 2010), dove si vedono un prototipo con rilegatura a spirale, originali a china e prove di stampa, così come si facevano negli anni ’70.
Mangia che ti mangio è stato pubblicato nel 1980 e sicuramente ha una storia. Tra quelli pubblicati dalla Mari nel corso della sua vita professionale è uno degli ultimi.
Si tratta di un libro senza parole, ma non per questo silenzioso. La narrazione è densa di suoni della natura e delle voci dei lettori. È un testo che permette una bella interazione con i bambini. Ma trovo riduttivo pensare che sia un libro solo per i bambini dell’asilo nido e della scuola per l’infanzia, così come tutti i libri di Iela Mari.

Mangia che ti mangio, Emme Edizioni 1980.
Nella mia esperienza di bibliotecario e di promotore della lettura ho avuto la possibilità di sperimentarlo più volte in ambiti differenti e con pubblici differenti, e funziona.
Mangia che ti mangio, già a partire dalla copertina, ludica e giocosa, spiazza immediatamente. Si vedono una coda e una zampa posteriore, nere, sulla destra, e la testa e la zampa anteriore di un lupo, brune, sulla sinistra. Ancora non sai di quale animale sia la coda, ma capisci che il lupo con la rossa lingua, i canini ben pronunciati e l’occhio giallo stretto è pronto a prendere quella coda.
Ma se ruoti il libro e ti ritrovi in quarta di copertina ti accorgi che la coda dell’animale è del lupo stesso, che non sta facendo altro che rincorrersi. Ed è qui che inizia il mangia che ti mangio, perché la paura di essere mangiati si trasforma in gioco quando la mamma dice al suo bambino “adesso ti mangio” e diventa il pretesto per inseguimenti, fughe, nascondigli, ma anche sorprese, versi, urla e risa.
A me questo libro ricorda un cane pezzato della mia infanzia, Bill, di un’albergatrice di Varazze, che aveva l’abitudine di volersi prendere la coda. Vederlo concentrato in quell'inseguimento divertiva moltissimo me e i miei cugini. Si esibiva in questro strano passatempo ogni volta che la sua padrona in genovese gli diceva: «Bill, prenditi la coda!».
L’immagine in copertina suggerisce un inseguimento e una fuga, o meglio l'attimo prima che abbiano inizio. In scena entrano subito la coppia cacciatore-preda.


Dopo questo exploit, e dopo la pausa dei risguardi, ci si trova davanti alla nera coda del frontespizio, sempre sulla destra, che dialoga con la coda precedente e con tutte le altre code a seguire. Ma non è la stessa coda della copertina, ma quella di un grande animale tutto nero, che ruggisce. Una pantera ritratta proprio nel momento in cui si prepara allo scatto utile per catturare la sua preda. E sembra dire: Mangia che ti mangio, così come lo dicono le pantere, con la lingua rossa, i canini appuntiti  e la fessura degli occhii gialli. Ed ecco che la preda inizia la sua fuga. E inizia anche il dialogo fra gli animali, che alternano teste e code, inseguimenti e fughe, attese e corse, cacciatori e prede, in cui i ruoli si scambiano e le immagini si modificano pagina dopo pagina.


Se prima il cacciatore mostra la lingua rossa, c’è poi chi caccia tenendo la bocca stretta, come il gatto o l’uomo. Se il cacciatore che insegue corre, c’è anche chi si apposta, chi striscia, chi salta e così via. E allora viene l'idea che quelli di Iela Mari siano veri e propri libri di divulgazione scientifica. Perché qui lo spettacolo in scena è quello della catena alimentare, con il falco che vuole artigliare la vipera che vuol mangiare la rana che vuole catturare una libellula che vuol prendere una zanzara.

Immagini dall'edizione Mangia che ti mangio, Babalibri, 2007.

Ma la zanzara potrà dire a un piede umano Mangia che ti mangio?
E l’uomo potrà dire alla tigre Mangia che ti mangio?
La sorpresa non sta solo nelle immagini che Iela Mari propone, ma anche nel linguaggio che ci sta dentro, dietro, che permette di arricchire l'espressione di tutte le sfumature lessicali e sintattiche della lingua.

Mangia che ti mangio, Emme Edizioni 1980.

Con la zanzara che punge, si prepara il lettore alla sorpresa successiva: un uomo, a caccia, che spara, con tutte le implicazioni e i ragionamenti al riguardo. Quindi da mangia che ti mangio a mangia che ti prendo, a spara che ti pungo, a mangia che ti sparo, attraverso, a seconda di chi è ritratto, i diversi punti di vista. Se è quello di chi fugge, allora scappo che mi mangi e corro che mi prendi.
Il libro si chiude con il ritorno al gioco iniziale tra code e teste, cacciatori e prede, a rassicurare che è così: con la tigre insegue il coccodrillo che insegue la pantera che insegue… e il gioco continua, dalla pantera alla zanzara, all’uomo e dalla tigre alla zanzara a suggerire che questa storia è circolare, non si conlcude e va dal grande al piccolo e dal piccolo al grande.
Iela Mari. Disegno preparatorio per Mangia che ti mangio.

Il libro realizzato con il segno grafico pulito che è il marchio di fabbrica della Mari, ha disegni comprensibilissimi e, nonostante questo, ricercati, sullo sfondo di bianche pagine che lasciano immaginare ambienti in cui gli animali rappresentati vivono, a seconda dell’esperienza di ciascun lettore. Se c’è la pantera nera, ci sarà allora una foresta equatoriale? Se ci sono un cane o un gatto, ci sarà un ambiente domestico? E, se riconosco un coccodrillo, immaginerò un grande fiume? Una storia, un libro circolare, come accade a certi versi di filastrocca, ai movimenti dei bambini quando dondolano se stessi.
Così è la vita: nulla si perde, prima o poi lo si ritrova.
Chissà se è questo che l’autrice vuole dirci? Chissà se sono anche gli affetti a entrare in gioco?
Chissà se è solo ciò che accade in natura?
Ma questo è un'altra cosa ancora, e ognuno mette del suo.

Edizioni Emme ad anelli e Babalibri rilegata. Dal sito Animalarium.

Sono Franco Fornaroli, vivo e lavoro a Melegnano. Mi occupo di biblioteche e promozione della lettura. Tra le mie passioni, i libri per i bambini e i ragazzi e l'illustrazione per l'infanzia occupano un posto importante. Organizzo mostre ed eventi per bambini e ragazzi e non solo.

Dal nostro catalogo, Franco Fornaroli ha scelto Case stregate di Massimo Scotti e Antonio Marinoni.

Se siete bibliotecari, insegnanti, librai, promotori della lettura o appassionati di libri illustrati e desiderate partecipare alla rubrica I Martedì della Emme, presentando in un vostro post un libro di Emme Edizioni di Rosellina Archinto scriveteci qui, specificando di quale volume volete scrivere.

Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, le trovate  qui.
Qui trovate tutte le puntate precedenti de I Martedì della Emme:

I Martedì della Emme / 1: Un gioco per bibliotecari felici
I Martedì della Emme / 2: Federico, topo bambino
I Martedì della Emme / 3: Un’avventura invisibile
I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine 
I Martedì della Emme / 5: Un albo molto rumoroso
I Martedì della Emme / 6: Elogio dell'immaginazione
I Martedì della Emme / 7: Il sapore di una rivoluzione 
I Martedì della Emme / 8: Caro Stevie
I Martedì della Emme / 9: La storia che si ripete
I Martedì della Emme / 10: Dove c'era un prato 
I Martedì della Emme / 11: La vita quotidiana è una storia ricchissima

I Martedì della Emme / 12: Tutto cambia
I Martedì della Emme / 13: Sull'esser gufo
I Martedì della Emme / 14: Vedere l'altrove

I Martedì della Emme / 15: Possedere una fattoriaI Martedì della Emme / 16: Dentro le pagine

martedì 16 dicembre 2014

I Martedì della Emme / 12: Tutto cambia

Rosellina Archinto (foto dal blog edufrog).
Anche oggi per I Martedì della Emme troviamo una mamma e una bambina. Insieme parlano di una signora che si chiama Rosellina e di libri, molti libri. Le ringraziamo entrambe per la loro presenza su questo blog.
 
[di Miriam Tavola]

Di Rosellina Archinto ci parlava la signora Belli durante gli incontri di acquisto coordinato al Sistema Bibliotecario Meratese quando, compiaciuta e con un pizzico di solennità, ci comunicava  che un albo del mitico catalogo della Emme edizioni era stato ripubblicato oppure quando, durante i progetti di revisione del patrimonio, ci imbattevamo in qualche edizione originale dello stesso sopravvissuta a tante letture, a tanti occhi e a tante mani. Ogni volta il tempo era come si sospendesse: la signora Belli ce li mostrava, entusiasta e consapevole di donarci qualcosa di prezioso, in grado di stupirci, di appagare l’occhio e la curiosità. Non mancavano mai aneddoti sulla stessa Archinto, ma anche Luzzati, Munari, Sendak… e ogni volta lei si augurava che si creasse presso la biblioteca di Olgiate Molgora “La stanza del tesoro”, dove raccogliere queste preziose pubblicazioni.

Sono passati alcuni anni da quando ho lasciato le biblioteche della provincia di Lecco per andare a lavorare presso la biblioteca di Carugate, occupandomi della sezione ragazzi. Nel frattempo la signora Belli è andata in pensione, lasciando orfane diverse delle sue bibliotecarie .
 Succede che la scorsa primavera vedo su Liber la recensione del libro La casa delle meraviglie: la Emme edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina, edito da Topipittori. Lo compro, è mio!

È una domenica mattina, quando Giulia, la mia bambina, mi vede immersa nella lettura e, incuriosita, mi chiede cosa stia leggendo.
Glielo mostro e le spiego che è un libro che racconta di una signora che si chiama Rosellina Archinto che aveva un grande sogno, quello di fare libri per i bambini. Lo sfogliamo insieme  e subito ci appare la fotografia di quando era piccola, avvolta in un cappotto, con delle calzette che arrivavano fino a metà polpaccio  e con un cappello a tese larghe. Giulia mi chiede quanti anni ha. «Quattro», le rispondo «proprio come te!»  Giriamo ancora una pagina ed eccola ormai ragazza in cima a una vetta, con il fratello Ettore: «È salita sulle rocce?» «Eh sì Giulia, Rosellina era come una scalatrice, amava la grandi imprese e puntava in alto, con determinazione» rispondo.



Procediamo e la vediamo con  Gio Ponti, a seguire la ritroviamo sulla Lambretta e poi, sfogliando ancora le pagine, ecco le immagini del periodo in cui visse in America dove vide dei libri colorati, un po’ strani, ma che lasciavano sia i bambini che i grandi a bocca aperta e che erano ancora introvabili in Italia. Racconto a Giulia che Rosellina era molto curiosa, amica di parecchi artisti e passava molto tempo nelle  biblioteche e nelle librerie dove, appunto, poteva trovare i libri belli, avendo un certo occhio.

Giriamo ancora qualche pagina ed eccola mamma di ben cinque figli: Desideria, Alberica, Cristina, Francesca e Manfredo. Giulia li osserva attentamente  e mi dice «Io sono Desideria perché è un bel nome e anche un po’Francesca perché ha i capelli biondi», io invece rimango sorpresa e ancora più affascinata da questa donna che è riuscita a realizzarsi in tutto e per tutto e me la immagino nella sua abitazione – ufficio a destreggiarsi fra gli schiamazzi dei bambini e, nel contempo, animata per un nuovo progetto editoriale o per un bel un bel libro da stampare qui in Italia. Giriamo ancora delle pagine ed ecco la sorpresa:  Giulia esclama, stupita «C’è Piccolo Giallo e piccolo Blu, e la storia di Max (Nel paese dei Mostri selvaggi ndr) e Il palloncino rosso!» E poi mi guarda con gli occhioni contenti per la felice scoperta. «Eh sì Giulia! È grazie a Rosellina Archinto che abbiamo dei libri così belli: li ha scelti lei.»



Giulia va in camera, prende dalla libreria proprio Il palloncino rosso di Iela Mari che le ho regalato quando aveva due anni.  Allora, Giulia aveva guardato con stupore la macchia rossa che a ogni pagina cambiava e acquistava una nuova forma e un nuovo significato. Tutti oggetti quotidiani che Giulia ben conosceva e che per magia cambiavano.


Una grafica essenziale e pulita in grado di esplicitare un concetto complesso come quello del divenire e del continuo cambiamento, accompagnato però da un elemento costante, il filo conduttore, capace di rassicurare e di offrire la chiave di lettura: il colore rosso.  Un palloncino che diventa mela, ma poi cade e si spacca in due. Ma si è rotta? No, è l’occasione per diventare una farfalla che si libera nel cielo, poi le ali si assottigliano e si allungano per diventare un fiore che viene colto dallo stesso bambino presente all’inizio, ora i petali sembrano afflosciarsi, forse ha bisogno di po’ d’acqua… ma guarda un po’, il fiore sta diventando l’ombrello del bambino. Riguardandolo, ora Giulia ride ed esclama: «Maddai un palloncino che diventa mela e la mela che diventa farfalla!»


Allo stupore è sopraggiunto il divertimento di giocare con il possibile. Propongo a Giulia di prendere un cartoncino giallo, ritaglio un quadrato. «Proprio  come la piastrella del bagno», dice Giulia, pieghiamo i quattro angoli e con un po’ di fantasia, ecco un fiore, e poi, allungando due petali opposti, con un piccolo sforzo abbiamo un uccellino… E sì, tutto è in movimento, tutto cambia e con il giusto sguardo tutto è proprio possibile! Alla fine Giulia mi dice che Rosellina dovrebbe fare una app del libro Il palloncino rosso. Ai bambini, aggiunge, piacerebbe molto!

Forse a Giulia piacerà questo video di Guillermo Vázquez ispirato a questo libro (animazione: Dame Pistachos; musica: Lisa Mitchell, Neopolitan Dreams).

El globito rojo - Un cuento de Iela Mari from Guillermo Vázquez on Vimeo.


Mi chiamo Miriam Tavola, sono laureata in Scienze dell'Educazione, ho conseguito  un master in pedagogia interculturale e ho frequentato, presso lo IAL di Brescia, il corso di specializzazione post laurea Bibliotecario con indirizzo multimediale. Ho iniziato la mia esperienza nelle biblioteche di pubblica lettura nel 2000. Dal 2008 lavoro presso la biblioteca di Carugate dove, tra le varie attività, mi diletto nel progettare e realizzare percorsi e interventi di promozione alla lettura rivolti a bambini e ragazzi.

Dal nostro catalogo, Miriam Tavola ha scelto in regalo L'uomo dei palloncini di Giovanna Zoboli e Simone Rea.

Immagine dal blog comemarcovaldo.

Se siete bibliotecari, insegnanti, librai, promotori della lettura o appassionati di libri illustrati e desiderate partecipare alla rubrica I Martedì della Emme, presentando in un vostro post un libro di Emme Edizioni di Rosellina Archinto scriveteci qui, specificando di quale volume volete scrivere.

Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.
Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, le trovate  qui.

Immagine dal blog comemarcovaldo.

Qui trovate tutte le puntate precedenti de I Martedì della Emme:

I Martedì della Emme / 1: Un gioco per bibliotecari felici
I Martedì della Emme / 2: Federico, topo bambino
I Martedì della Emme / 3: Un’avventura invisibile
I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine 
I Martedì della Emme / 5: Un albo molto rumoroso
I Martedì della Emme / 6: Elogio dell'immaginazione
I Martedì della Emme / 7: Il sapore di una rivoluzione 
I Martedì della Emme / 8: Caro Stevie
I Martedì della Emme / 9: La storia che si ripete

I Martedì della Emme / 10: Dove c'era un prato 

I Martedì della Emme / 11: La vita quotidiana è una storia ricchissima

lunedì 3 febbraio 2014

Una formica

Nel corso della giornata di ieri, si è diffusa la notizia della scomparsa di Iela Mari.
Ieri e l'altro ieri, sono stata impegnata in un corso sulla lettura e la scrittura degli albi illustrati. Alle mie sedici, attentissime allieve per ore ho cercato di spiegare cosa significhi raccontare.
L'ho fatto attraverso la lettura di fiabe, romanzi, racconti, testi di estetica, albi scritti da altri e da me, e testi scritti da loro stesse. Ho mostrato figure, sottolineato parole, ripetuto fino allo sfinimento concetti che mi sembrano fondamentali.

Quando, poi, più tardi, ho saputo di Iela Mari, mi è venuta in mente subito la sua formica. Quella che nel libro La mela e la farfalla assiste, su una foglia, allo spuntare della testa di un bruco dalla buccia di una mela.
Che veniamo soli alla luce è una cosa; che qualcuno assista alla nostra venuta al mondo, dà al tutto ben altro respiro. C'è il benvenuto dell'altrui stupore ad accoglierci, lo sguardo di un testimone con la sua stupefatta meraviglia a dirci che evento dirompente sia lo spaccare una liscia, intatta superficie. E il manifestarsi di una vita là dove, un istante prima, tutto sembrava come sempre.


Nella doppia pagina successiva, il bruco si cala dalla mela appeso a un filo di seta. E la formica si sporge un millimetro in più dalla foglia, per assistere a questa formidabile impresa. La straordinarietà dell'evento sta in quel corpo di formica teso sul vuoto, sporto verso un già irraggiungibile basso, a dirci che esseri appena nati sono già capaci di peripezie ed equilibrismi eseguiti con perfetta, matematica perizia.


Pensate a cosa sarebbero queste due pagine, senza quella formica. Cioè, senza di noi.
Raccontare è questo.
Raccontare "questo gioco con regole ignote" è pensiero, disciplina, umiltà, esattezza.

Quanti sono debitori a Iela Mari?
Molti. Mi vengono in mente il magnifico Katsumi Komagata, per cominciare; e le bravissime Anne Crausaz ed Emilie Vast per continuare. Le loro formiche sono un silenzioso omaggio a questa grande maestra.

Katsumi Komagata, Found it!, One Stroke, 2001.
Anne Crausazz, J'ai grandi ici, MeMo 2008.
Emilie Vast, Korokoro, Editions Autrement 2011.

mercoledì 8 maggio 2013

Una messa a fuoco così precisa

Un recentissimo post di Anna Castagnoli sul blog Le figure dei libri, con il suo bel corollario di interessantissimi commenti e striscianti polemiche, mi ha riportato alla mente le immagini di un illustratore francese di fine Ottocento, del quale avevamo già parlato qui: Louis Maurice Henri Boutet de Monvel. (Qui trovate molti suoi libri digitalizzati, ma quelli che mostriamo qui di seguito sono gli esemplari di Vieilles chansons pour les Petits Enfants e Fables de La Fontaine che appartengono alla nostra collezione).



È interessante il parallelo fra le illustrazioni di Anne Crausaz (qui una scheda biografica e qui un'intervista)  e quelle di Iela Mari per i libri usciti alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta per i tipi della Emme Edizioni di Rosellina Archinto (e a proposito della quale vale la pena leggere questo e cercare il catalogo della relativa mostra). Ma ancor più interessante, forse, è ritrovare lo stesso tipo di ricerca formale, le stesse atmosfere più di un secolo fa, nelle immagini di uno dei maestri dell'illustrazione francese fin de siècle.





Con il termine fin de siècle, nella storia dell'arte ci si riferisce a un periodo caratterizzato, secondo la Encyclopedia Britannica, da «raffinatezza, stanchezza del - ed evasione dal - mondo, estremo estetismo.» In ambito letterario, questa corrente artistica è stata battezzata "decadentismo" in Francia ed "estetismo" in Inghilterra. Una definizione che, personalmente, mi ha sempre lasciato insoddisfatto.





In Boutet de Monvel, così come in Iela Mari, in Anne Crausaz e in molta altra illustrazione, contemporanea e non, mi sembra prevalga, più della noia splenetica del mondo, il desiderio di dare del mondo una visione molto idealizzata, cioè molto distante da una realtà che non viene percepita - e forse non può essere percepita - come degna di rappresentazione.





Io mi guardo intorno e non riesco a dare torto a chi ha pensato e pensa di offrire ai bambini una prospettiva nella quale la messa a fuoco è così precisa da obliterare i dettagli sullo sfondo: quel contorno chiassoso, pacchiano e invadente che confonde chi osserva e annichilisce e inquina ogni bellezza. In questa scelta formale, mi pare si possa leggere una forte dichiarazione etica e politica (ma c'è una vera differenza fra etica ed estetica?) che non mi sento di non condividere.





E per tornare da dove siamo partiti, cioè dal post di Anna e da alcune delle domande che lei pone («Cosa significa crescere?»; «A quale età si smette di vedere che le forme sono belle come fanciulle vezzose?»), mi sembra di poter prendere il coraggio a due mani e affermare che il vero insegnamento di questa maniera di illustrare per bambini sia che crescere significa (o dovrebbe significare) acquisire e mantenere la capacità di non disperdere l'attenzione, di non lasciarsi distrarre dai rumori di fondo, di badare all'essenziale e nell'essenziale trovare il senso della vita adulta.





Quanto alle forme e alle fanciulle vezzose penso che molti fra coloro che leggono queste pagine continuino, anche in età non più infantile, a esserne irrimediabilmente sedotti.