venerdì 20 aprile 2012

Quando un bambino dice alla luce

Alla fiera di Bologna, Marina Gellona è passata a trovarci allo stand e ci ha portato in regalo 100 storie per quando è troppo tardi, edito da Feltrinelli per la collana Save the Parents di Scuola Holden (grazie!). La prefazione di Alessandro Baricco spiega a cosa serve il libro: accontentare bambini e genitori in un colpo solo. Cioè il bambino che chiede l'ennesima storia quando è già tardissimo e il genitore che non se la sente di dire di no e si trova a disposizione nel libro ben 100 brevissime storie per soddisfare la richiesta senza fare ancora più tardi. Chi ha scritto le storie? Illustri nomi e illustri sconosciuti, l'elenco dei quali trovate in fondo, in ordine alfabetico. Ma chi ha scritto cosa non si sa, perché ogni storia non è accompagnata dal nome dell'autore: il gioco, quindi, è scoprirlo. Marina, che ha scritta una di queste storie, mi ha detto di dirle quale fra quelle lette mi piacciono di più. Magari lo faccio in un commento. Ora, qui, ne trascrivo una. Una delle più belle, secondo me. Chissà chi l'ha scritta...

Illustrazione di Nikolaus Heidelbach
È pomeriggio e un bambino dice alla luce: «Ho paura del buio.» Lei risponde: «Non preoccuparti, ci sono qua io.»
Più tardi quando arriva il buio, la luce non c'è. È sparita.
Per un istante il bimbo aspetta in silenzio.
«Ehi, sono qui,» dice una voce all'improvviso.
«Non ti vedo,» risponde il bambino.
«Non avere paura,” risponde la voce. «Non ci possiamo vedere, ma siamo qui, vicini, il buio è grande e tiene dentro di sé tutto: la luce, la mamma, il bambino, il letto, la notte.»
«Ora chiudi gli occhi, e dormi,» dice la mamma.


Mentre leggevo queste storie, più volte mi sono trovata a pensare che probabilmente molte di loro sono state raccontate dagli autori ai loro figli o comunque a dei bambini. Non so esattamente perché abbia pensato questo. Forse solo perché gran parte del materiale che riceviamo in casa editrice nasce in questo modo, a detta degli stessi autori. Nonni, genitori, zii, cugini, fratelli, insegnanti ci inviano storie assicurandoci orgogliosi che di certo sono destinate ad avere grande successo, visto l'entusiasmo suscitato presso i piccoli per cui sono nate. Su questo argomento ho anche scritto alcune righe in La vera storia dei Topipittori:

Constance Heffron, Happy Days Children's primer. Quinlan readers, 1949.

Se avete raccontato storie inventate da voi ai vostri figli e nipoti, non fidatevi del successo che hanno riscosso. I bambini amano stare con gli adulti, essere oggetto della loro attenzione, e quando dicono che la vostra storia è bellissima, quando ridono ascoltando le vostre parole, lo fanno per contentezza, euforia, amore. Il loro entusiasmo, nella maggior parte dei casi, non ha nulla a che vedere con la possibilità di pubblicazione della storia. E in ogni modo non siete voi i giudici migliori, al riguardo. Quale editore pubblicherebbe mai un romanzo perché l’autore giura che a sua figlia, gran lettrice, è piaciuto moltissimo? Nessuno. E, infatti, nessuno scrittore si azzarda a farlo notare, quando scrive a un editore per proporgli il suo lavoro. L’editore per ragazzi, invece, si sente continuamente pubblicizzare il gradimento riscosso dalle storie che gli sono inviate.

Illustrazione di Catinka Knoth.
Parole al vento, ovviamente, visto le cataste di storie che costantemente ci vengono pubblicizzate in questo modo. Ma si sa, l'entusiasmo dei bambini è contagioso. È pur vero che molti capolavori per ragazzi sono nati per soddisfare la voglia di storie di bambini in carne e ossa che a gran voce chiedevano che gli fosse raccontata una cosa, qualsiasi cosa, purché fosse raccontata da un adulto, lì, di fianco a loro, tutto per loro. Così sono nati, fra gli altri, Alice in Wonderland, Struwwelpeter, Peter Pan nei giardini di Kensington, Il pifferaio magico di Hamelin, le Lettere a Babbo Natale eccetera. Ma è pur vero che non tutti sono Carroll, Hoffmann, Barrie, Browning o Tolkien. Il fatto è che ascoltare una storia è bellissimo (anche una qualunque, magari rubata a due persone che se la contano su al ristorante o sull'autobus). E anche essere gratificati dall'ammirazione di un bambino, lo è.

Kitty Crowther, Le grand desordre.
Le storie di questo libro si somigliano un po' fra loro: forse dipende dai modelli (quanto si sentono risuonare Rodari, Calvino, Disney, ma anche Andersen, Cortazar), forse dal fatto che sono state scritte da allievi di medesimi maestri, che portano quindi il segno del medesimo stile. Va detto che queste storie sono tutte abbastanza ben scritte. Alcune sono proprio belle. Alcune interessanti. Alcune astute. Alcune, insomma, così così. Perché mica è sufficiente saper tenere una penna in mano per scrivere una bella storia. Anche se indubbiamente sapere come si scrive è già molto. Almeno per cominciare. E non basta nemmeno avere una buona idea: perché un'idea bisogna saperla sviluppare e non è la sola tecnica di scrittura, per quanto fondamentale, a supportare in questo compito.

Illustrazione di Franco Matticchio.
Secondo me alcune di queste storie piaceranno ai bambini, altre no. Ma certo, questa è una banalità: su 100 storie è normale che accada. Capita anche al lettore adulto e i bambini sono lettori tutti diversi gli uni dagli altri, proprio come gli adulti.
A me viene da consigliare questo libro più che a genitori desiderosi di essere salvati da bambini insaziabili di storie (ma davvero si possono considerare una calamità, al di là dell'artificio retorico?), a chi vorrebbe scrivere storie. Lo vedo un po' come una sorta di Esercizi di stile di Raymond Queneau: un prontuario dei molti modi in cui si può scrivere una storia breve. L'aspirante scrittore potrà trarne utili lezioni. Lo compri e lo legga attentamente: individui la struttura di ogni narrazione, le parole usate per raccontarla, il tema, il modo in cui questo è trattato, il punto di vista con cui è affrontato, in quale persona è raccontata la vicenda, come sono caratterizzati i personaggi, che nomi hanno, come li si fa agire e parlare eccetera. Esamini, cioè, al dettaglio queste brevi composizioni, facendone una prima lettura emotiva, ma poi mettendola da parte.

Quentin Blake, illustrazione per Matilde di Roald Dahl.
E sia spietato, scientifico. Individui le storie che gli sono piaciute di più e quali meno, e faccia lo sforzo di mettere a fuoco il perché delle sue impressioni: in cosa consiste il punto di forza di una storia e in cosa la sua debolezza. Ne trarrà una discreta lezione, su cosa fare e cosa non fare.
Insomma, non è un caso che questo sia un libro nato da una famosa scuola di scrittura!



1 commento:

lillisablue ha detto...

Ad una prima lettura frettolosa delle righe iniziali, pensavo fosse un libro-omaggio (tipo Esercizi di stile di Queneau)al vostro "Troppo tardi"!

;)