martedì 22 gennaio 2013

I regni dell'immagine/10. Quel dettaglio luminoso

Qualche tempo fa, non ricordo in che libro, qualcuno si chiedeva che soddisfazione potesse esserci nel conoscere il nome di un fiore: non è sufficiente osservarlo, annusarlo, toccarlo? Mi ha fatto pensare, questa riflessione. Personalmente, conosco i nomi di molti fiori che mi fa piacere riconoscere, quando incontro. È una forma di saluto. Come il chiamare per nome una persona: la prima volta che lo si fa, costituisce una piccola emozione. Nominare è un modo tipico dell'umano di riconoscere l'esistenza di una cosa, come parte nell'ordine del cosmo. E nei nomi si riverbera, si celebra la bellezza delle cose. Non per nulla, il battesimo è un rito simbolicamente fra i più profondi. E significativa è quell'esigenza di cambiare nome che coglie l'individuo nel corso della vita dopo un'esperienza di mutamento radicale, come l'adesione a una religione o il superamento di una grave malattia (come accade in alcuni Paesi Asiatici).
Ciò non toglie che le cose esistano malgrado le nostre convenzioni, come rifletteva il misterioso scrittore di cui sopra. E sarebbe bene ogni tanto fare l'esercizio di avvertirne il manifestarsi in un vuoto di parole, come misteriose epifanie.
Detto questo, ho una vera e propria collezione di dizionari, manuali di riconoscimento, piccole eniclopedie tematiche, vocabolari, grandi libri del... eccetera. Ne acquisto di ogni genere, su tutto: alberi, fiori, arbusti, uccelli, uova, pesci, etimologie, sinonimi, contrari, teatro, conchiglie, opera, rime, antiquariato, giardini, citazioni, santi, arte, cinema, icone, iconografia, rettili, pittura, mitologia, cetacei, letteratura, astronomia, religioni, stili architettonici, personaggi di romanzo, retorica, fiabe, filosofia, fauna montana, metrica, flora mediterranea, analogie, moda, musica, colori, fenomeni meteorologici, modi di dire, storia, simboli...


Orientarsi nel Creato richiede, infatti, un cospicuo equipaggiamento. E avere a disposizione uno scaffale di supporti agili e ben fatti dà una mano non da poco. Tornare a casa con una curiosità - un lucertolone o un albero mai visti prima, il nome di un artista sconosciuto, un dio inca con una faccia da delinquente – e andare a cercare di che si tratta, è una cosa che mi dà un certa soddisfazione. Certo, oggi c'è il web che si può consultare anche per strada con il proprio smartphone. E sia gloria a wikipedia. Ma certi manuali che ho (mi viene in mente Il libro dei fiori di Ippolito Pizzetti o Lunario di Alfredo Cattabiani, ma anche Manuale di linguistica e retorica di Angelo Marchese)  sono talmente belli e ben fatti che difficilmente sono sostituibili.


Tutto questo discorso è per introdurre l'ultimo mio acquisto in ordine di tempo: Il libro dei simboli: riflessioni sulle immagini archetipiche, edito nel 2011 da quel benefattore dell'umanità che è Taschen, e curato da uno (fino a ora a me) sconosciuto The Archive for Research in Archetipal Symbolism (ARAS) con sede a New York.
808 pagine, cinque grandi aree tematiche (Creazione e Cosmo, Mondo Vegetale, Animale, Umano, Spirituale, a loro volta divise in sezioni e sottosezioni), 800 immagini a colori e 350 testi su altrettanti simboli, al prezzo di euro 29,90 euro (le immagini che vedete a illustrazione del post sono quelle dell'edizione inglese, disponibili nel sito di Taschen).


Uno splendido affare sotto tutti i punti di vista. E la nostra amica libraia Diletta, capace di vendere ghiaccio agli eschimesi e pois ai dalmata, mi ha anche fatto un po' di sconto. In questa esauriente recensione apparsa su Il giornale dell'arte a firma di Viviana Bucarelli, trovate notizie puntuali e precise su questo volume, la cui redazione è il punto di arrivo di un monumentale lavoro durato quattordici anni, frutto a sua volta della strepitosa collezione accumulata negli anni dall'ARAS. Come è detto nell'articolo: “17mila immagini, «mitologiche, ritualistiche e simboliche», volte a catalogare, più o meno, l’insieme dell’inconscio collettivo, e 90mila pagine di scritti.”


Come si legge nella Prefazione, a questo libro ha lavorato un vero e proprio esercito di persone, fra redattori, studiosi dell'ARAS e autori a cui sono stati commissionati i saggi (una cinquantina fra artisti, scrittori, psicoanalisti e accademici delle più svariate discipline), il tutto sotto l'abile guida di Ami Ronnenberg (responsabile ditoriale) e Kathleen Martin (editor).


Naturalmente questo non è l'unico libro sui simboli che possiedo. Comprandolo, pertanto, mi sono chiesta che senso avesse un altro libro sui simboli. A colpo d'occhio, solo sfogliandolo, però, questo volume manifesta la propria unicità. Intanto per le immagini. La scelta è veramente straordinaria: sorprendentemente puntuale, precisa, approfondita, attenta, illuminante. E qui, si percepisce chiaramente il lavoro sull'immaginario che è alla base della ricerca dell'ARAS, archivio nato sotto l'egida e l'ala del pensiero di Carl Gustav Jung, e che da esso trae la sua principale ispirazione. La medesima originalità si ritrova nei testi che non si soffermano esclusivamente, come capita altrove, su contesti culturali e riferimenti storici, mitologici, religiosi, culturali, presentando al lettore un dovizioso elenco di forme e significati legati a ogni simbolo. Qui il registro è discorsivo, analitico, saggistico, spesso molto personale, sempre legato all'importanza del simbolo nella vita psichica, e molto libero nello stabilire nessi fra culture, sensi, segni, sogni, visioni.


E interessante è osservare come sia nei testi sia nelle immagini l'arco temporale dell'indagine vada dalle più remote origini alla contemporaneità, con ciò implicitamente sottolineando come la vita dei simboli abbia a che fare con il presente e il presente alimenti, e come la loro produzione e importanza culturale non sia limitata al passato, come invece si ha l'impressione sia sfogliando altre pubblicazioni a loro dedicate. Tutto ciò è espresso con chiarezza nella bella Prefazione al volume di Ami Ronnenberg, di cui qui cito un brano. Credo che i concetti e le riflessioni che vi sono espressi costituiscano punti di vista illuminanti per chi lavora con le parole e le immagini.


Non potrebbe esserci modo migliore per esprimere il senso profondo e il principio ispiratore de Il libro dei simboli: riflessioni sulle immagini archetipiche, che citare le parole di Meister Eckhart: “Quando l'anima desidera sperimentare qualcosa, proietta davanti a sé un'immagine dell'esperienza per poi entrare dentro di essa.” La frase allude all'immagine come a una soglia, in grado di condurre a nuovi livelli di significato. Le immagini simboliche rappresentano molto più che mere informazioni: sono semi che germogliano, che racchiudono in sé infinite possibilità. Le parole di Eckhart, inoltre, spiegano l'importanza che può assumere un libro di immagini in un mondo caotico e complesso come il nostro.


In passato, un uomo che aveva in mente di pubblicare un dizionario dei simboli chiese consiglio a C. G. Jung. La sua risposta fu di lasciar perdere, dato che ogni simbolo avrebbe richiesto un libro intero. Noi abbiamo deciso di aggirare l'ostacolo concentrandoci su un'immagine specifica, che da una parte delinea l'argomento, dall'altra si presta a ulteriori approfondimenti: si tratta cioè di un'immagine
precisa, che collega il simbolo a un'esprienza altrettanto precisa e che, allo stesso tempo, se l'immagine è stata appropriata, è in grado di evocare il suo fondo archetipico. Quando non siamo riusciti a trovare l'immagine giusta, abbiamo rinunciato a un dato simbolo; in caso contrario siamo stati gratificati da un senso di gioiosa scoperta, come quando aprendo una porta si svela un luogo incantevole e segreto. Paul Klee ha giustamente affermato: “L'arte non riproduce ciò che è visibile. Lo rende visibile.”


La poesia, al pari dei simboli, esprime ciò che non può essere detto. Quando i poeti si svegliano, cala la notte, ha affermato W. S. Mervin. Abbiamo cercato quindi di preservare questa visione notturna includendo versi poetici, un altro modo per riflettere sui simboli. Nelle linee guida abbiamo incoraggiato gli autori a studiare, come poeti che osservano accuratamente la natura, il “dettaglio luminoso” dell'oggetto materiale. Grazie a questa prospettiva si riesce a fare luce su un'altra dimensione. Data la brevità dei testi, la nostra speranza era di riuscire a fornire una visione per quanto fugace della realtà archetipica. Può capitare che il lettore si trovi in disaccordo con una data interpretazione simbolica. Tuttavia, se la voce stimola nuove associazioni mentali, la riteniamo comunque riuscita.



“Una poesia reclama un'altra poesia”, ha sostenuto T. S. Eliot: la speranza è che le nostre riflessioni inducano i lettori ad approfondire le loro. Nel corso degli anni ci è stato chiesto spesso perché avessimo l'intenzione di realizzare un libro sui simboli. Abbiamo sempre risposto che nessuno parte dalla prospettiva dell'immagine. Per indicare la scrittura e il disegno gli antichi egizi usavano un solo termine. Ed è proprio un'idea analoga di perfetta armonia fra immagine e testo a rendere unica quest'opera sui simboli.


6 commenti:

ninamasina ha detto...

Uno di quei libri da correre a comprare ancora col pigiama addosso.
Ahh, se avessi ancora addosso il mio bel pigiamino... :-)

Topipittori ha detto...

Che bello sentirti, Nina!
Cosa fai ancora in casa? Mettiti subito su il pigiama, inforca la bici e via!

ciorven ha detto...

ecco, ho chiamato un libraio di quelli coi baffi e mi ha risposto: "ce l'ho!".
"me lo tenga, volo..."
questa nonostante sia di una incompetenza abissale per tutto ciò che riguarda l'immagine e l'arte...ma il bello lo si riconosce anche da incompetenti.
grazie,topi, per l'ennesima perla, siete davvero delle ostriche molto prolifiche!
anto

ciorven ha detto...

ho dimenticato un"io" prima di "sia di un'incompetenza abissale"...
io, mica il libraio, naturalmente! :))

Anna ha detto...

Andrò in bancarotta, mio marito mi lascerà, mi troverete su una strada, userò i libri per scaldarmi.

Grazie per la recensione. L'incipit mi ha fatto venire in mente il documentario di una tribù che aveva solo più pochissimi discendenti, tutti vecchi. Sapevano che la loro lingua, parlata solo dalla loro tribù, stava per scomparire con loro. Uno degli anziani, con voce tremante chiedeva all'intervistatore (e lo chiedeva sul serio, senza retorica): ma quando non ci sarà più nessuno a chiamare le cose, dove andranno? come faranno?

Topipittori ha detto...

@ciorven, che bello sentirti! Ci sembra molto bella la definizione di ostriche: grazie. Il libro ti piacerà, ne sono certa: e sarà prodigo di idee per attività e creatività di ogni genere.

@anna, questo libro sembra fatto per te. E mi sa che il tuo fuocherello di libri dovrà scaldare anche noi. Il tuo articolo sui Grimm ha determinato un acquisto di impulso. E al contrario dei Taschen i libri Donzelli costano un botto...