venerdì 14 giugno 2013

Per non dimenticare niente

Qualche tempo fa, per una lezione sulla fiaba, ho scelto come tema la fiaba nell'albo illustrato: non nel senso di “fiabe illustrate”, cioè di fiabe più o meno note accompagnate da illustrazioni, ma in quello di presenza del 'fiabesco' nell'albo secondo le prospettive più diverse: personaggi, temi, struttura narrativa, immagini, lessico, simboli, ambientazioni... Dalle ricerche sul tema, la prima cosa emersa è stata la straordinaria varietà di modi in cui il fiabesco (di cui sarebbe interessante definire i contorni) da una parte si manifesta e dall'altra pervade le narrazioni, non solo negli albi, ma per esempio in film, romanzi, fumetti, albi, spot, graphic novel.
Mentre andavo in cerca di albi che contenessero elementi fiabeschi, mi sono imbattuta in un libro del 2006, edito da Autrement Jeunesse, Chose qui font peur, testo di Bruno Gibert, illustrazione di Pierre Mornet, mai tradotto in Italia.
Ecco come inizia:

Per non dimenticare niente,
bisogna fare delle liste. Così, ci sono liste per tutto.
Liste di commissioni, liste di tutto quello che si deve fare,
liste di libri da leggere, di cose da portare in viaggio.
E c'è anche la lista di cose che fanno paura.


Un incipit di grande precisione che sotto una semplicità all'apparenza quasi banale, innesca un meccanismo di straniamento, di scivolamento dal piano ordinario della realtà quotidiana, del conosciuto, della razionalità, delle certezze, a quello del mistero, dell'inconoscibile, dell'irrazionale, dell'inquietudine.
Esiste qualcosa di più comune di una lista di cose (che peraltro così comune non deve essere se George Perec, cultore e studioso di elenchi e liste, la praticava come genere letterario)? Gibert ne elenca alcune, due relative alla normale amministrazione della vita quotidiana, due più specifiche, libri e vacanze. E all'improvviso, cammuffata da pratica ordinaria, eccola: la lista delle cose che fanno paura.

In verità, già la prima frase, Per non dimenticare niente, (scritta in rosso e in corpo più grande, a evocare forse l'incipit più famoso della letteratura: C'era una volta...) è quanto mai ambigua nel dichiarare il proprio assunto, surretiziamente, come universale e condiviso dato di fatto.
Perché non bisogna dimenticare niente? Chi l'ha stabilito? Come è possibile non dimenticare niente? Sappiamo che esiste una patologia che consiste nell'essere afflitti da una memoria prodigiosa che trattiene tutto, incapace di selezionare, problematica quanto la perdita della memoria (ne tratta Aleksandr R. Lurija in un suo bel saggio). Siamo dunque così sicuri che davvero bisogna ricordare tutto? Che, al contrario, dimenticare non sia essenziale: dimenticanza come vera e propria necessità vitale? E che, pertanto, quella che ci sta suggerendo di ricordare tutto non sia una voce perfida, in qualche modo malvagia, che vuole instillarci un'idea pericolosa, e che per farlo ci manipola, si approfitta della nostra credulità di lettori?
Non solo: sappiamo dalla psicoanalisi che la paura è una delle emozioni più forti e condizionanti, causa di meccanismi psichici difensivi, quali la sostituzione, la censura, lo spostamento, che consentono al soggetto di preservarsi dal ripetersi della sua esperienza.
E allora? In questo libro, contro ogni buon senso, si suggerisce invece che sia necessaria una lista di cose paurose, addirittura da non dimenticare mai.
Diligentemente, ubbidisco alla voce. Mi metto a pensare di stilare questa lista. Dopo quattro parole mi è già passata la voglia. Mi dico che non ho alcun desiderio di pensare alla paura e alle cose che fanno paura.


E mi viene subito anche un altro pensiero: questo è un libro cattivo. Un libro ambiguo, che vuole sembrare una cosa e invece è un altra. Come accade in certe fiabe, quando si scopre dietro un volto familiare, un volto sconosciuto e temibile. Ecco, sono già precipitata, se non nella paura, nel disagio: in cinque righe. E solo attraverso parole, senza un'immagine. A testimoniare che le parole sono strumenti affilati, da maneggiare con cura e attenzione.
In questo libro, le immagini sono nascoste. Ogni immagine è chiusa dentro una doppia pagina di testo: bisogna aprire la pagina a destra, ripiegata, e aprirla, per accedere alla figura. A questo punto, l'immagine si rivela: un'immagine grande, dai colori vividi, che salta fuori dal fondo marrone delle pagine di testo, inattesa, con potenza. Su tutto, prevale il rosso. Un rosso intenso, seguono il nero e il bianco.

Il meccanismo visivo del libro è simile a quello utilizzato dal testo. All'interno di un'apparenza uniforme, monotona, ripetitiva e previdibile, si scopre una dimensione imprevista e imprevedibile, inquietante. Questa struttura a battente fa sì che le immagini non siano lette insieme al testo, ma solo in seconda battuta, separatamente. E del testo siano percepite come conseguenza, fioritura ultima e smagliante, verso una dimensione sempre più lontana, elusiva. Il fondo del pozzo dopo una lunga caduta.

Attraverso queste immagini, infatti, accediamo al simbolico. Sono scenari quasi astratti, dove da sfondi bruciati emergono figure nitide, stranamente statiche, come assorte nella messa in scena di un destino fissato altrove. Visioni oniriche, che del sogno hanno non la sfocatura che si attribuisce loro al risveglio, ma la stupefacente nitidezza che le connota quando le si osserva nel sonno. Anche in questo caso, dunque, le immagini sono strumenti affilati, da avvicinare con cautela.
È grazie alle immagini, poiché il testo rimane scrupolosamente impersonale, dall'inizio alla fine, che ci si palesa la protagonista di questo libro.


È una donna adulta? È una bambina? In che relazione è con la voce che parla? È sua? O invece ne è lei stessa, come il lettore, vittima, oggetto di un esperimento grauitamente perverso?
Non lo sappiamo: tutto è tenuto, volutamente, nell'ambiguità. Sappiamo che questa protagonista è femmina, che è vestita di rosso, che ha capelli e occhi neri, pelle immacolata, bocca di corallo. Che è gelida e lontana come una bambola di porcellana. Nelle sue diverse apparizioni, di immagine in immagine, chiama in silenzio la memoria di alcune celebri sorelle: una bambina perseguitata da un lupo, una ragazza avvelenata da una mela, un fanciulla bianca come il latte e rossa come il sangue uscita nuda da un melograno, una eterna dormiente, una sirena consumata dal desiderio... Guardandola, penso che se la paura avesse un volto, le somiglierebbe: così fragile, mutevole, seducente, distante, imprevedibile, enigmatica, aliena, imperscrutabile.


La paura, suggerisce Chose qui font peur, è tutto. O meglio, è la base di tutto: è da qui che nasce ogni costruzione umana. La meraviglia della fiaba è anch'essa una sua cangiante manifestazione. La paura è il terreno più fertile da cui possa germogliare il pensiero. E penso che questa ipotesi sia abbastanza corrispondente al vero.


Ma torniamo alla nostra lista di cose che fanno paura. Nella seconda pagina di testo si legge:

Quando con la lingua si sente un dente che dondola, solitario, questo fa paura. Un dente che se ne sta andando: questo fa paura. Ci sono la caramella e il dente che si inghiottono insieme, il buco liscio e caldo sulla gengiva.
Davanti allo specchio, il sorriso ha qualcosa in più.
Un buco, come nella bocca delle vecchie streghe e dei pirati. I buchi, questo fa paura.
I buchi nelle pareti delle montagne. I crepacci e le fenditure.
Quando si getta una pietra, la si sente rotolare all'infinito, via via verso l'abisso, via via sempre più debolmente. Ci si dice fra sé e sé  che questa pietra avremmo potuto essere noi o un piccolo animale distratto.


Come si nota, si tratta di una lista molto sui generis. E tuttavia, sì: a suo modo è una lista. Dove, come una pietra che rotola via via verso il fondo, ogni parola è legata alla successiva da nessi sottili, ma saldi, in un processo associativo di progressiva caduta verso il profondo. Il dente, la sua perdita, il buco, le streghe, la montagna, i crepacci, la pietra lanciata, il vuoto, la caduta, l'abisso di cui si percepisce la profondità... come in certi sogni in cui ci si sveglia di soprassalto.


Il testo procede in questo modo, fino alla fine del libro, sapientamente, affondando di immagine in immagine nel territorio della paura, configurandosi come una sorta di silenzioso, puntuale catalogo di situazioni terrorizzanti: la materia cieca, il corpo dentro e fuori, la catastrofi, la sporcizia, gli abissi, i fantasmi dell'immaginazione, le guerre, gli incubi, gli animali, la violenza, le tempeste, la solitudine, il mistero, la scuola... Ogni dettaglio, nel grande affresco del terrore, rimanda a qualcos'altro, in una catena infinita che suggerisce quanto la paura sia anzitutto una dimensione mentale, immaginaria. E proprio per questo umanissima e familiare a chiunque. Perché la paura è un'esperienza che hanno fatto tutti, e che tutti continuiamo a fare. E dalla quale rinasciamo, ogni volta, trasformati. Spesso in meglio, come dimostra questo libro magnifico, che ha un testo strepitoso e immagini perfette, su cui ci sarebbe ancora moltissimo da dire, ma che limiti di spazio ci precludono.
Dove sta il fiabesco in Chose qui font peur? Dappertutto: a cominciare dai capilettera in rosso del testo, per continuare alle parole, ai colori, ai simboli, ai personaggi, alle situazioni, alle percezioni, alle emozioni... perché la fiaba è un catalogo, sì di destini, come ha scritto Italo Calvino, ma insieme anche di paure, capaci di prendere corpo attraverso le più diverse, sfavillanti, seducenti apparenze. Esiste un soggetto, un movente più attraente, più fiabesco? (gz)


3 commenti:

Yaelfran ha detto...

Qué belleza!!!!!!!

Noemi Iaia ha detto...

Ciao!
Potresti dirmi dove hai fatto la lezione sulla fiaba? E se ce ne sono altre, se è parte di un corso di qualche tipo? Sono molto interessata! E questo blog è una scoperta magnifica!
Grazie!
Noemi

Topipittori ha detto...

@Noemi: grazie per l'apprezzamento del blog! La lezione era per un corso tenuto da Arianna Giorgia, a Milano, tenutosi alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano. Probabilmente il corso ci sarà ancora il prossimo anno accademico. Non so però chi lo terrà. Io (Giovanna Zoboli) sono intervenuta come visting professor. Forse questo autunno terrò (ma non so ancora come e dove), un corso sulla narrazione, sempre legata alla scrittura per ragazzi. Se ti interessa ti posso informare.