lunedì 7 ottobre 2013

In cammino

Mentre, qualche sera fa, al cinema, guardavo Vado a scuola ho pensato ad alcuni bambini che ho visto quest'estate in Thailandia. Alle cinque di mattina, ancora col buio, lungo strade come corridoi tagliati nel fitto della giungla, deserte, fra rumori ancora notturni di animali invisibili, ogni tanto spuntavano dei bambini. Soli, a gruppetti, in due, tre. Maschi, femmine, di età diverse, piccoli e grandi. Lindi e in divisa, fermi sul ciglio dell'asfalto, in attesa dello scuolabus. Spesso usciti da villaggetti sparuti, fra polli e cani randagi, o da case poco più che baracche. Erano visioni surreali, paradossi che non finivo di guardare e che non finivano di stupirmi.
Il film del regista francese Pascal Plisson, che spero vinca tutti i premi del mondo, fra cui anche l'Oscar, ammesso che qualcuno l'abbia proposto o abbia intenzione di proporlo, incanta per la bellezza, la tenerezza, la commozione, la sorpresa, l'ammirazione che suscita nello spettatore, e per quello che gli regala: sentimenti poco frequentati come speranza, fiducia, gioia, meraviglia, pace.
Eppure, riflettendoci, questo incredibile racconto potrebbe essere un sentiero minato di possibili cadute, impicci, intralci, buonismi, facilonerie, luoghi comuni.



Racconta il regista che l'idea del film è nata in Kenia. Un giorno, mentre faceva un sopralluogo per un documentario di natura, vide tre figurine che attraversavano la savana di corsa. Erano bambini masai che andavano a scuola. Ore di strada, in marcia, per sedersi a un banco. Rimase folgorato da quello che gli raccontarono.
I quattro bambini scelti per realizzare questo documentario, sono stati selezionati fra i sessanta dei quali sono state raccolte, in tutto il mondo, le storie, prima di iniziare le riprese: Jakson e sua sorella Salomé a Laikipia, in Kenia; Carlito, sua sorella Micaela e il suo cavallo Chiverito, sulla Cordigliera delle Ande, in Patagonia; Samuel e i suoi due fratelli, Gabriel ed Emmanuel, nel Sud Madurai, in India; e Zahaira, con le sue amiche Zineb e Noura, nell'Alto Atlante, in Marocco.



Quattro storie esemplari che raccontano l'archetipo di tutte le storie, che è alle origini di ogni letteratura e in particolare di quella per ragazzi, a partire dalle fiabe, cioè il cammino, inteso come viaggio iniziatico. In questo caso, il cammino di quattro ragazzi, insieme ai loro fratelli o amici, per raggiungere la scuola.
Una trama semplicissima, limpida, che riesce, in questo caso, a rimanere tale pur nell'enorme complicazione del cammino, in senso letterale e figurato, umano, esistenziale. E rimane luminosa, lineare, per la grandezza di chi lo compie: i bambini, che di tutto sembrano preoccuparsi e occuparsi, meno che di se stessi, intenti come sono a camminare, pensare, osservare, capire, superare ostacoli, arrivare.



Non c'è un momento in questo film che non abbia peso, necessità, senso. Non c'è una parola, un gesto che siano troppo o troppo poco. Al punto che ogni possibile dubbio, critica, diffidenza che legittimamente potrebbero insorgere durante la visione, sono spazzate via sul nascere. La forza e la verità di quel che si vede fanno piazza pulita di tutto. Rimangono solo loro, i bambini, lungo le strade e i sentieri che devono affrontare. Difficile dar conto di un tale impatto, della forza poetica e concretissima di queste vite.



Se in un qualsiasi altro film ci desterebbe perplessità o sospetto vedere bambini che assistono all'alzabandiera prima di entrare in classe, in questo capiamo che per Jackson, per Carlito e per i loro compagni si tratta di una cerimonia solenne, un rito importante con cui la scuola, il paese riconoscono ai bambini l'importanza del pericolo corso e della fatica fatta.
Colpiscono questi bambini così seri, silenziosi, assorti, responsabili, tenaci, e insieme avventurosi, allegri, leggeri, giocosi, fiduciosi. Colpiscono i loro gesti misurati, attenti, affettuosi, devoti, intelligenti, e le loro parole strabilianti per acume, saggezza, onestà, verità. “Nasciamo che non abbiamo niente e moriamo che non abbiamo niente, dobbiamo sempre ricordarlo” dice Samuel.



Colpiscono le cose che dicono loro gli adulti con cui vivono. Padri e madri, sulla porta, benedicono i figli con parole antiche, prima che intraprendano il cammino. Il padre di Jackson e Salomé, dice: “Che la vostra penna abbia successo. Che siate forti, istruiti, intelligenti.” La madre di Samuel li ammonisce teneramente: “Fate i bravi.” Il padre di Carlito dona ai figli un nastro rosso che li protegga durante il cammino e che il piccolo cavaliere legherà al collo del cavallo quando il sentiero si farà duro. Il maestro di Jackson, prima che gli scolari siedano ai banchi, li ringrazia per aver percorso un cammino così difficile, per poter essere lì, a scuola.


Osservando questi ragazzi alle prese con la strada e i suoi pericoli, si comprende con chiarezza che attenzione,  tenacia, pazienza, coraggio, sopportazione, solidarietà, lealtà, intraprendenza, sono virtù concrete che possono davvero fare la differenza, e grazie alle quali ci si può mettere in salvo. Così come si capisce che la fiducia, in una relazione fra grandi e piccoli, è quello che permette, al contrario del controllo, di crescere e far crescere. Che permette di affrontare esperienze e di accettare che esperienze e rischi si affrontino.
Pascal Plisson ha molti meriti per la misura con cui ha superato le trappole che un film come questo poneva. Basti riflettere sui luoghi dove è stato girato, raccontati rispettandone l'incredibile bellezza, ma, al contempo, la durezza e le insidie. Perché questi sono i luoghi che i bambini protagonisti abitano, che amano, ma che altrettanto temono, conoscendone gli effettivi pericoli.


Fra tutti, il merito maggiore è che questo non è un film patetico, fatto per ammonire i bambini “ricchi”, quelli che, come si dice sempre, “hanno tutto”, ponendoli di fronte a un confronto che, secondo certe pedagogie d'accatto, li dovrebbe indurre a riflettere sulle loro “fortune” e di conseguenza a sottomettersi di buon grado a patria, scuola, famiglia, pensando ai loro fratelli nullatenenti. Non c'è nulla di patetico, in queste vite.


Questo film, certamente racconta situazioni e difficoltà estreme, ma senza mai distogliere lo sguardo dall'importanza dell'esperienza che questi bambini fanno, di come la fanno, e senza mai togliere senso al valore, al senso profondo, vitale, che questa ha per chi la vive e l'affronta. Perché quello che dice questo film, a mio avviso, è: guardate i bambini, le bambine, le ragazze, i ragazzi. Guardate di cosa sono capaci. E imparate: seguite il loro esempio. Ascoltate quello che dicono. Osservate quello che fanno.
In questo senso, mi viene da pensare che, se è importante che bambini e ragazzi vedano Vado a scuola, lo è altrettanto, se non di più, che lo vedano gli adulti, che siano, o no, genitori, parenti, educatori.


In un romanzo di Elio Vittorini, Erika e i suoi fratelli, c’è un passo, magistrale: “La vita doveva, per loro ragazzi, essere quella che c’era lì, in una casa, in una città; e non era brutto; a loro ragazzi piaceva e il brutto era stato sempre soltanto per la miseria di cui facevano peso i grandi. La miseria non esisteva che attraverso i grandi per loro ragazzi. Forse neanche il freddo esisteva per loro, se i grandi non lo nominavano.”
Ecco, mi auguro che nessun “grande”, dopo aver visto questo film magnifico, nomini quello che questi bambini vivono quotidianamente, facendone peso, brutto, miseria. Sarebbe un torto vero. Il peggiore.


I bambini di questo film, come veniamo a sapere alla fine, hanno sogni grandi e buoni. Vogliono fare i medici, gli insegnanti, i veterinari, i piloti. Se lo diventeranno, saranno di certo i migliori che potremmo sperare di incontrare sulla nostra strada, anche se non necessariamente i più celebri. Nel mentre, preparandosi a diventarlo, si affezionano a una gallina, baciano il loro cavallo, sbucciano un fico d'india per la sorella, cantano, ridono, si rincorrono.
Uscendo dal cinema, mi sono detta: “Esistono persone migliori per cui si possa scrivere, lavorare, fare libri?”


3 commenti:

Cristina ha detto...

Realtà che sembrano lontane, l'infanzia e i sogni non hanno confini. Grazie per il post, amare bellezze.
Cristina

sarachiessi ha detto...

Bellissimo post, grazie!
... ma il film è adatto anche per un bambino?

Topipittori ha detto...

@cristina e @sara grazie per i vostri commenti che ci fanno molto piacere.

Il film è adatto ai bambini, certo, ma dipende dall'età: dai sei anni in poi, direi che un bambino può vederlo. Prima non ne faccio una questione di comprensione, quanto di durata.

So che sono previste proiezioni speciali per le scuole, in base a questo comunicato:

In base a un accordo con l’Academy Two, il film è a disposizione delle scuole – in particolare scuole primarie e secondarie di I grado – per proiezioni da effettuarsi, in orario scolastico, nelle sale cinematografiche più vicine agli istituti interessati. Per maggiori informazioni: Academy Two: numero verde 800 931 105 oppure mail scuole@academytwo.co