lunedì 16 novembre 2015

Piccole sentinelle della patria

Fra le diverse iniziative editoriali per ricordare i cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, specificamente dedicato alla letteratura per ragazzi, è uscito un bel saggio curato da Marnie Campagnaro, La grande guerra raccontata ai ragazzi, che raccoglie saggi di Marnie Campagnaro (Sulle «soglie» della Grande guerra. Visioni e rappresentazioni nella letteratura per l’infanzia), Davide Boero (Cinema, Grande guerra e bambini), Ilaria Filograsso (Infanzie e guerre. Tra dimensioni culturali e problemi educativi), Walter Fochesato (Nani, pinocchi e piccoli alpini. Il racconto della guerra) e una selezione di proposte di lettura a cura di Marnie Campagnaro e Michela Marafini; il volume è corredato delle tavole di Federico Maggioni di cui qui trovate una selezione (grazie all'editore per avercene concesso l'uso). 

Il volume racconta la Grande guerra attraverso la letteratura per l’infanzia, osservata come spiega la presentazione editoriale, «dagli occhi dei bambini e dei ragazzi protagonisti di storie in cui la guerra, con i suoi orrori, consolida legami d’amicizia, fa nascere sentimenti d’amore, causa dolorose separazioni, innesca repentini e spesso traumatici processi di crescita, induce a interrogarsi su chi sia il nemico e incita ad aprirsi al confronto e al dialogo con l’altro. La letteratura, dunque, come spazio per accostare i piccoli lettori di oggi a un evento tanto lontano quanto tragico come la prima guerra mondiale. Attraverso un approccio interdisciplinare, nei saggi che compongono la prima parte del volume si indaga il rapporto fra infanzia e guerra nei libri per ragazzi.» La Grande guerra è «il primo esempio di conflitto in cui all’infanzia è attribuito un ruolo nel dispositivo bellico adulto: i «piccoli combattenti delle retrovie» fanno la loro comparsa nei discorsi patriottici di cui l’infanzia è destinataria privilegiata e i messaggi propagandistici vengono veicolati dalle opere letterarie per bambini e dal cinema, entrambi divenuti funzionali al progetto ideologico nazionale e alla mobilitazione anche dei più piccoli, considerati ormai risorse utili, se non decisive, allo sforzo bellico.»


Il volume offre anche un’ampia rassegna di romanzi e albi illustrati per bambini e ragazzi con indicazioni sull’età di lettura consigliata, le trame, le parole chiave e gli spunti di riflessione, libri che, per qualità di intreccio narrativo e cifra stilistica, costituiscono strumenti preziosi per aiutare insegnanti, genitori, educatori, bibliotecari e operatori culturali a leggere e ricordare insieme ai ragazzi la Grande guerra e, più in generale, per affrontare il tema dei conflitti.
Qui vi proponiamo in lettura alcune interessantissime pagine di Ilaria Filograsso che nel suo saggio esplora il ruolo ricoperto dall’infanzia non solo nella prima guerra mondiale, ma anche in alcune altre guerre contemporanee: bambini al centro di massacri, esodi, odî etnici, ma anche bambini dai quali partire per la costruzione di una cultura pedagogica di educazione alla pace.


Senza menzionare il caso estremo dei ragazzi arruolati, le fonti infantili consentono di polarizzare l’analisi dell’esperienza dei bambini intorno ad alcuni momenti chiave: l’entrata in guerra, l’armistizio, la mobilitazione in età scolare, le ripercussioni fisiche della guerra, la fame, i bombardamenti, il freddo. Lo sconvolgimento materiale del quotidiano è un tema essenziale delle testimonianze infantili e delle rappresentazioni collettive del XX secolo: i bambini, a qualsiasi ceto appartengano, sono afflitti da privazioni e reagiscono con diverse strategie di resistenza alle difficoltà, di resilienza, diremmo con un termine più contemporaneo.
Ma soprattutto la Grande guerra costituisce il primo esempio di conflitto nel XX secolo in cui ai bambini è attribuito un posto particolare nel dispositivo bellico adulto, dai bambini usati come bersaglio dai nemici nelle zone occupate ai discorsi patriottici, moralisti, colpevolizzanti di cui l’infanzia è destinataria privilegiata. I discorsi della mobilitazione rispondono essenzialmente a due esigenze: da una parte, la giustificazione della guerra, che si fonda sull’esaltazione patriottica e sull’odio per il nemico; dall’altra, più sottilmente, la  colpevolizzazione dell’infanzia, messa in condizione di compiere sacrifici pensati a sua misura. 



I due principali vettori di tali discorsi sono i giochi e la scuola, che contribuiscono a rendere onnipresente il conflitto nell’universo infantile, rappresentando due domini complementari ma distinti. Il gioco di guerra, che coinvolge tutta l’infanzia – mentre i giocattoli riguardano soprattutto i figli della borghesia urbana –, diffuso capillarmente tra bambini e bambine (piccoli soldati e piccole infermiere), che con non poca creatività ripropongono abiti, armi e accessori necessari alla finzione, rappresenta il teatro dell’appropriazione, persino violenta o pericolosa, dei valori militari, dell’interiorizzazione dei principi della mobilitazione massivamente attivata soprattutto all’inizio della guerra, volta a stimolare in primo luogo il desiderio ardente di partecipare. Oggetto di ricerche contemporanee di scienziati e psicologi di tutta Europa per valutare l’impatto della guerra sulla psiche dei bambini – e questi studi confermeranno la profonda pressione dell’evento bellico sull’immaginario infantile, per la sua tendenza a fornire codici che modificano in profondità la vita e il mondo dell’infanzia –, il gioco ha un significato essenzialmente preparatorio, propedeutico, evidenziando spesso una drammatica contiguità, spaziale e temporale, con la guerra reale.
 


A scuola i temi privilegiati dalla propaganda sono la valorizzazione dei bambini come «piccoli combattenti delle retrovie» e la loro colpevolizzazione sacrificale in nome di una guerra svolta essenzialmente per loro. Le lezioni di storia e i corsi di morale forniscono l’occasione per una lettura manichea e semplicistica del conflitto, in una retorica binaria che alterna il discorso della fede patriottica e quello dell’odio xenofobo. I disegni e i quaderni ripropongono naturalmente l’esaltazione della Patria del Diritto contro l’Impero del male o l’opposizione tra civilizzazione e barbarie. In Francia l’inferiorità culturale e razziale del popolo tedesco è insita nella caricaturizzazione del nemico, base di un discorso semplicistico e violento, che tende d’altra parte a ritrascrivere la guerra in forma ideale e onirica, omettendone tragicità e violenza diretta. In questa rappresentazione manichea del conflitto l’esito della guerra non dipende soltanto dal coraggio dei combattenti, ma dal ruolo, anche minimo, che ognuno, bambini inclusi, può svolgere offrendo un contributo alla vittoria finale. La propaganda offre ai bambini l’occasione di mostrarsi degni dell’ardire dei soldati, impersonando semplicemente il ruolo di «piccole sentinelle della patria».
 


Il primo compito che i bambini devono eseguire per mostrarsi degni della patria è quello della riuscita scolastica, essendo l’eccellenza scolastica intesa come equivalente dell’eccellenza militare, perché valorizza il principio dell’utilità dei bambini alla causa della guerra: il banco di scuola è il corrispettivo civile e educativo della trincea. Le lettere private evidenziano il desiderio di mostrarsi all’altezza dei soldati riuscendo nei compiti scolastici, mentre i padri dal fronte paragonano spesso la situazione, certo più invidiabile, della scuola a quella della trincea, per rinforzare l’attitudine alla disciplina e l’inquadramento dei figli all’obbedienza: senza dubbio si tratta di un meccanismo di controllo sociale, destinato a sopperire all’assenza dei padri riproponendo, in forma mediata, la loro autorità. Tuttavia, si registra nei documenti proposti da Audoin-Rouzeauil passaggio da uno specifico di ruolo (essere un bravo e ubbidiente scolaro) a un carattere totalizzante dell’essere buon patriota e piccolo soldato, condizione che esige prove e testimonianze che invadono ogni aspetto della vita del bambino. 



I due capisaldi della colpevolizzazione, dunque, sono il lavoro ben condotto in classe e la privazione, la rinuncia, giocando il discorso della guerra anche un ruolo di regolazione sociale, nel caso dei bambini. In effetti, l’interiorizzazione dell’ingiunzione sacrificale si traduce in un’automobilitazione tesa alla ricerca dell’approvazione adulta. Alcune illustri testimonianze vanno in questa direzione. Anaïs Nin a New York, soffrendo a distanza di non partecipare direttamente alla lotta contro gli «indicibili barbari» esognando i tempi eroici di Giovanna d’Arco, rinuncia al cinema per condividere un po’ di travaglio con il suo paese natale, e decide di vestirsi di nero in forma di solidarietà con il lutto dei piccoli orfani, esercitando una maniera tutta cattolica di offrire il proprio sacrificio per la patria.
Così anche Simone de Beauvoir, cresciuta con la Storia dell’Alsazia, raccontata ai bambini dallo zio Hansi (1913), non molto generosa nella descrizione dei vicini di stirpe germanica, ricorda la sua privazione dei dolcetti, organizzando insieme l’esibizione di questa rinuncia, poiché la sua soddisfazione è ancor più rinforzata se il suo gesto diviene pubblico e raccoglie l’approvazione delle sorelle. 



L’impresa della mobilitazione non si occupa solo della dimensione spirituale degli studenti, ma tende a un’utilizzazione pratica dei bambini, coinvolgendoli in lavori manuali che mostrano concretamente il loro contributo, nella confezione di oggetti e di vestiario destinati ai soldati che dalle scuole dell’infanzia sino ai licei rappresenta una vera e propria produzione scolastica per la guerra. Se i soldati, per altro, donano quotidianamente il loro sangue, ai bambini è richiesto di donare il loro denaro, di partecipare anche economicamente all’impresa della guerra: i bambini non sono solo i nuovi bellatores(futuri combattenti, che pagano a loro modo il debito di sangue) ma anche veri e propri
laboratores (coloro che lavorano intellettualmente e finanziariamente per realizzare la vittoria). In misura non uguale, naturalmente, ma in base alla distinzione tra bambini e bambine: queste ultime, infatti, future infermiere e madri di famiglia, ricoprono un ruolo talmente subalterno nell’ordine sociale che non può che tradursi in un «debito infinito», come mostra la loro caritatevole generosità e la loro funzioneprettamente consolatoria in famiglia, limitandosi la mobilitazione delle piccole ai lavoretti manuali, alle piccole privazioni o alle preghiere. 


Infine, i rapporti epistolari con i soldati isolati da parte dei «figliocci di guerra», mobilitati nella corrispondenza con i combattenti al fronte, attribuisce ai bambini un grado ulteriore di responsabilità, questa volta più affettiva che utilitaristica, accrescendo nel contempo il livello di colpevolizzazione fondata sul ribaltamento di una funzione assegnata solitamente all’adulto: quella dell’adozione. 

La mobilitazione dell’infanzia, dunque, diventa spia illuminante di un processo più generale, di una cultura di guerra del 1914-18, di un corpus di rappresentazioni cristallizzatosi in vero e proprio siste ma che dà al conflitto il suo senso profondo. Una cultura non dissociabile da una misura straordinaria di odio nei confronti dell’avversario, da una pulsione sterminatrice, da una forma mentisdello scontro ideologico sul terreno del nazionalismo.

(brano tratto da Infanzie e guerre. Tra dimensioni culturali e problemi educativi di Ilaria Filograsso che ringraziamo per avercene concesso l'uso).


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