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mercoledì 20 giugno 2012

I vestiti magici di Kaarina

Alcuni giorni fa, al Maxxi di Roma, sede dell'edizione 2012 di Tribù dei lettori (buona l'idea di comunicare ai ragazzi cosa sia l'architettura contemporanea, facendola vivere loro in un'occasione come questa, legata al gioco, al pensiero, all'immaginazione), mi sono imbattuta in un'opera di arte che mi ha molto colpito. Una sorta di gigantesco “bucato”, fatto di centinaia di vestiti di bambini appesi a corde: maglie, magliette, tute, felpe, tutine, maglioncini, camicie, vestitini, giacchette, giubbottini, uno dopo l'altro, a braccia aperte e stese, a darsi mani invisibili, esercito di bambini fantasma spavaldamente offerti al cielo e al vento di Roma. Ho chiesto a Gianluca Giannelli, inarrestabile organizzatore di Tribù, se l'opera fosse stata realizzata in occasione del Festival. La risposta è che si è trattato solo di una coincidenza: l'installazione Towards tomorrow è stata inaugurata il 14 aprile (in mostra fino al 15 luglio), realizzata dall'artista finlandese Kaarina Kaikkonen con abiti recuperati attraverso un grande progetto educativo di raccolta che ha coinvolto le famiglie del quartiere. L’opera è collegata a un progetto di cui fa parte un'altra grande installazione dell’artista: Are We Still Going On?, pensata per la Collezione Maramotti (a Reggio Emilia, fino al 28 ottobre).


Osservando questa installazione, ho riflettuto su come a volte opere d'arte contemporanea creino un senso di estraneità che porta a guardare dapprima in modo distratto, superficiale, per rivelarsi poi capaci, a poco a poco, di penetrare più a fondo, spaesando, irretendo,  portando a fermare l'attenzione su quello che non capiamo, chiamandoci a trovare un senso che chiede di essere afferrato, ma non si dà facilmente nella sua complessità, costringendoci ad abbandonare ogni schema, per trovare in noi le ragioni profonde di quel che vediamo e ci tocca.
 
Credo di essere entrata in relazione con questa opera nel momento in cui ne ho accettato la difficoltà annidata sotto l'apparente facilità, quando mi sono imposta di guardarla e riguardarla, certa che l'unico accesso fosse lasciarne risuonare liberamente ogni eco e rimando, in una catena di libere associazioni e riflessioni. Provo a esporne alcune, senza alcuna pretesa di esaurire il significato di un'opera che è, evidentemente, aperto.
Questa installazione mi sembra giochi su concetti opposti, e la sua vitalità, il suo movimento derivano precisamente dalla forza di questi contrasti, dal loro offrirsi come complessità senza semplificazioni: numero e unicità, interiorità e esteriorità, massa e individualità, insieme e parte, presenza e assenza, passato e presente, prossimità e distanza, ordine e caos, per citarne alcuni. Osservando questa serie infinita di indumenti, capita di fissare l'attenzione su uno di loro in particolare: l'abito allora smette di essere involucro e diventa il bambino a cui è appartenuto. Si riempie della sua assenza, un'assenza che induce chi osserva a cercare indizi della sua persona. Subentra una sfasatura temporale, nell'immaginazione: bisognerà immaginare un bambino, il bambino che vestiva quell'abito o quel che ora è diventato, un ragazzo, un adulto? Chi è stato quel bambino? In che modo è entrato in quel vestito, lo ha portato? Quando?

Ho bene in mente il modo in cui da bambina vestivo i miei abiti, alcuni odiati, altri prediletti: certo il modo in cui un adulto si veste e percepisce i propri abiti è molto diverso da questo. Le fiabe dove ci sono abiti o scarpe magiche bene descrivono il modo in cui i bambini  indossano le cose. Una giacca rossa dà coraggio, così come un paio di stivali è in grado di trascinare all'avventura. Così questa schiera di abiti fluttuanti diventa a tratti un esercito fiabesco, dotato di poteri: non c'è bottone di questi vestiti che non parli della mano che l'ha toccato, manica che non descriva i gesti che ha contenuti, scollo e tasca che non ospitino immagini di volti o oggetti. Dentro infatti vi hanno abitato bambini. Rivelare il mistero del loro essere ed essere nelle cose, che è quello di ogni individuo la cui storia è inenarrabile nella sua complessità, sembra uno degli obiettivi di questa opera. Alla distanza fra bambini e adulti, fra noi e loro, allude anche, credo la distanza fisica che l'artista ha interposto fra l'osservatore e l'installazione. Siamo costretti a guardare dal basso il manifestarsi dell'infanzia, a cogliere il suo volare alto come si fa quando si assiste a una migrazione. Crescere è spostarsi, infatti, muoversi in una direzione, orientati dall'istinto e dalla necessità: compiere un'attraversata che, una volta compiuta, si guarda con una sorta di incredulo stupore. C'erano molti pericoli, non lo sapevamo; li abbiamo superati, come abbiamo fatto? Abbiamo avuto molta forza e molto coraggio. Nessuno ce l'aveva detto, e nessuno ce l'ha mai riconosciuto. Dobbiamo farlo noi stessi: e questo significa forse il valore dell'autonomia che offre l'età adulta.

Trapela da questi abiti una fragilità dei corpi, una ingenuità dei pensieri che fa quasi male: come fanno i bambini, persone che hanno vestiti così piccoli, così buffi, così onesti, a sopravvivere? Davvero è un mistero, e ci appare evidente quando vediamo questi abiti tutti insieme: hanno una forza che spegne sul nascere ogni possibile obiezione. Scoprire una maglietta da calciatore, fra tutti questi abiti, fa divampare all'improvviso la furia che manifestano certi bambini nell'immaginarsi campioni, la spropositata grandezza del sogno che espone costantemente l'infanzia all'impietoso essere svergognata dalla realtà. Come si fa a sopravvivere al dolore di non esser riconosciuti? In questa marcia trionfale di bambini fantasma sono rappresentate tutte le età: non separate in incomprensibili fasce corrispondenti ad astratti capacità e saperi, giocano invece fra loro come da sempre sanno fare i ragazzi, come accade nei libri di Elsa Morante: neonati con bambini, ragazzini con adolescenti, in una libera comunità di pari, una Repubblica di Pochi Felici, come ci racconta Elio Vittorini in Erica e i suoi fratelli. Le tutine dei neonati, disegnano piccole sagome perfette.

Ci dicono che sono esseri umani ancora completi quelli che le vestono, dotati di braccia, gambe e testa. Le età successive imporranno al corpo di frazionarsi in pezzi diversi. L'integrità dell'uomo al suo inizio, alla sua origine, diventa così visibilissima: potenza in atto, dotata di tutto quanto è necessario, ordinatamente e nitidamente disposto. Fanno l'effetto di piccoli démoni, questi neonati-tutina e sembrano essere gli dèi tutelari dei bambini, a loro volta protetti dall'intera specie infantile. Lungo tutto il perimetro dell'installazione, a segnarne i confini, abiti in cui il colore è stato dilavato dalla luce, dall'acqua, dall'uso. Presenze che sembrano indicare infanzie più lontane nel tempo. Come fossero immagini di ricordi: più che bambini, il ricordo che si ha di essi. Ci segnalano questi confini che hanno il pallore di foto, di immagini sbiadite, che l'infinito presente in cui vive l'infanzia è cinto, come una fascia di sicurezza, dalla memoria di chi ne è uscito per sempre. Un cerchio magico in cui saltare è impossibile come spiega Saint- Exupéry in un passo di Terra degli uomini:

"Di fronte a questo deserto trasfigurato mi tornano in mente i giochi della mia infanzia, il parco cupo e dorato che noi avevamo popolato di dèi, il regno sconfinato che ricavavamo da quel chilometro quadrato mai interamente conosciuto, mai interamente esplorato. Noi componevamo una civiltà chiusa, in cui i passi avevano un sapore e le cose un significato che a ogni altra civiltà erano negati. Allorché, diventati uomini, viviamo sotto l’imperio di altre norme, che cosa ne rimane del parco pieno d’ombra dell’infanzia, magico, gelido, rovente, di cui adesso, se mai vi si torna, costeggiamo con una specie di disperazione, dall’esterno, il muricciolo di pietre grigie, stupefatti di trovare racchiusa in così angusto recinto una provincia che avevamo trasformato in un infinito, e consapevoli del fatto che in quell’infinito non rientreremo mai, perché nel gioco, e non nel parco, bisognerebbe rientrare.”

Se vi capiterà di vedere quest'opera, forse vi verranno in mente la stupefazione e il piacere immensi che si provavano, da piccoli, dopo aver ritagliato la figurina di un bambino o di una bambina in un foglio di carta piegato in tante parti, dispiegandolo poi in una fila di bambini che si tengono per mano. Una decorazione da niente, all'apparenza. Per un bambino, in realtà un miracolo grazie al quale uno può diventare, improvvisamente, tanti: tanti, tantissimi bambini.