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mercoledì 5 dicembre 2012

Avventure /7: A Montreuil con l'orsacchiotto


[di Francesca Capellini]                         Anni fa, in un'altra vita, mi laureai con una tesi sull'animismo infantile: che i bambini potessero pensare i loro pupazzi, pelouche o straccetti, dotati di un'anima mi affascinava e leggevo questo fenomeno come una sorta di sviluppo in parallelo, tra bambini e primitivi, della loro interazione con la realtà, sulla base di pensieri puramente “magici” o superstiziosi.

Il tema non ha mai smesso di affascinarmi, sia perché la mia infanzia è stata legata a tanti pupazzi sia perché lavoro con i bambini e ne osservo i comportamenti con attenzione. È così che ho scoperto che qui in Francia i doudou hanno un ruolo fondamentale nella società dei bambini.
Doudou è: pupazzo, straccetto, bambola, stringa, scarpa, ciuccio, animale, sciarpa, copertina. Condizione necessaria e sufficiente per essere doudou: essere  oggetto  dotato di un’“anima”, un carattere, una personalità che protegge e accompagna il bambino alla scoperta della vita.

Quando Marianne del De Fil en Cafè  mi ha proposto di organizzare la seconda mostra  di illustrazione (della prima abbiamo parlato qui), in occasione del Salon du Livre et de la Presse Jeunesse di Montreuil, ho pensato quasi subito a questo tema.
L'autrice alle prese con l'allestimento.

Consigliata da Marta Iorio e Sara Gavioli, ho pensato di coinvolgere nel progetto gli illustratori conosciuti nell'estate 2011, a Fabriano, allo Swap: quattro giornate di scambio creativo, organizzate da Giulia Sagramola,  alle quali hanno partecipato 19 illustratori. L'obiettivo, oltre a creare una nuova opportunità di visibilità a molti giovani talenti dell'illustrazione e del fumetto, era dare una continuità professionale e amicale a un'esperienza positiva e importante.

Ed ecco il risultato del suo lavoro.

Hanno accettato l'invito Bianca Bagnarelli, Fabrice Beau, Ilaria Boscia, Aurora Cacciapuoti, Francesca Ferri, Giada Fiorindi, Sara Gavioli, Nicola Giorgio, Marta Iorio, Sarah Mazzetti, Umberto Mischi, Marta Muschietti, Emanuele Rosso,  Giulia Sagramola e Daniela Tieni.

Bagnarelli-Sagramola

La mia proposta è stata molto semplice: ognuno avrebbe fatto “autoritratto con doudou”; sotto il disegno avrebbe scritto una sintetica descrizione del suo compagno d'infanzia (per esempio, Sarah Mazzetti ha scritto: «un gattone Trudi bianco a chiazze arancioni, me lo portavo anche all'asilo, mi piaceva davvero un sacco, aveva la giusta grossezza e la giusta morbidezza.»)

Beau - Ferri

Io, poi, mi sarei occupata di inviare a ciascun illustratore la descrizione di un doudou, estratta a sorte, con il compito di interpretarla in una nuova immagine: un gioco incrociato di disegni dagli esiti imprevedibili.

Boscia - Tieni

A parte qualche file digitale, e le frasi che avevo distribuito, non avevo visto niente. Avevo chiesto a tutti di inviare i disegni via posta direttamente a De Fil en Cafè. Il 28 novembre, giorno dell'inaugurazione (perché si arriva sempre all'ultimo momento a fare le cose), ero emozionatissima. E all'entrata mi aspettava una pila delle caratteristiche buste da illustratore, con scritte e segni di colori diversi.

Capellini - Mischi

Le abbiamo aperte, con Marianne, con trepidazione. E la sorpresa è stata duplice: da una parte ammiravo la bellezza e l'armonia delle singole tavole, dall'altra mi stupivo delle combinazioni inaspettate e sorprendenti nate da accoppiamenti casuali nei quali alla timidezza e delicatezza del rivelarsi si associava un rispetto poetico nell'interpretazione dell'oggetto d'elezione dell'altro.

Fiorindi - Iorio

Per quanto rapidamente, la mostra è cresciuta come una pianta, per stati progressivi. Anche i clienti che passavano per il caffè rimanevano affascinati dalla luce e dall'intimità che emanava da una parete che si andava riempiendo di segni e colori. All'ora dell'aperitivo, amici e curiosi, richiamati dall'insolito progetto, sono arrivati al caffè. Il resto è cronaca. E il segno che questa mostra ha lasciato in ognuno di noi. Per esempio...

Giorgio - Mazzetti

«Io sono stato adottato quando ero piccolo, in Cambogia. Non ho tante memorie. È tutto un po' confuso e complicato, ma di sicuro so che le infermiere dell'orfanotrofio per il lungo viaggio mi hanno donato una sciarpa khmer. Mi ha commosso vedere come Francesca Ferri ha sintetizzato questa mia esperienza in un aereo-cicogna che mi portava verso i miei genitori adottivi, avvolto in quella sciarpa » (Fabrice Beau)

Iorio - Gavioli

«Piccolone era il mio gigantesco doudou, grande come me, ma inspiegabilmente figlio mio. Mi è tornato in mente che gli occhi delle bambole mi inquietano molto e Piccolone era l'unico che poteva tenere gli occhi chiusi tra tutti i miei pupazzi, questo fatto ne faceva un eletto... Mi ha fatto piacere scoprire di aver lavorato sul primo amore di Marta Iorio, Pippo (che ho poi ritrovato nel suo libro Cicale) ed essere così entrata nel suo mondo poetico.» (Sara Gavioli)

Mazzetti - Bagnarelli

«Mi sono ricordata di Pippo, di come l'ho amato tanto, osservato in ogni suo dettaglio...ma anche di come l'ho trattato malissimo, come spesso si fa con le cose che si amano... Cavia nelle sessioni di infermieristica (avevo un siringone e giocavo all'infermiera con lui inzuppandolo d'acqua), oggetto caro nella notte, e quando giocavo a fare la mamma.» (Marta Iorio)

Mischi - Giorgio

«Non ho mai pensato di avere avuto un oggetto d'infanzia vero e proprio: l'allergia alla polvere  mi ha privata in toto della presenza di pupazzi. Non mi ricordavo assolutamente della borsina del supermarket. Me l'ha ricordato mia mamma. Per me era una sorta di survival kit.» (Marta Muschietti)

Muschietti - Cacciapuoti

«I ricordi dei partecipanti comunicano e si stringono tra loro, formando un unico corpus, come un grande mobile costituito di tanti cassetti.» (Umberto Mischi)

Aggiungi didascalia

«Il fatto che il progetto sia stato fatto tra noi, che siamo tutti amici, è stato ancora più bello. Eravamo tutti curiosi di vedere i doudou degli altri e di capire come gli altri avevano immaginato i nostri.» (Giulia Sagramola)

Tieni - Boscia

A me è rimasta la gioia di aver riunito tutti i miei amici illustratori in un'occasione importante e l'orgoglio di aver contribuito a creare un percorso di memoria e di emozione che ci ha permesso di conoscerci più intimamente attraverso la nostra comune passione.

giovedì 15 dicembre 2011

Accadde a Montreuil: illustratrici italiane alla conquista della banlieu

[di Silvia Santirosi]

Cammino cercando il numero 87. Mi fermo davanti una vetrina illuminata, i miei occhi non lo hanno trovato, ma l’insegna recita: “De fil en café”. Sono comunque arrivata. Un po’ in anticipo sull’orario stampato sul volantino, apro la porta e vengo investita da un’aria giocosa, piena di elettricità ed energia positiva. Fervono i preparativi in un clima colorato come il luogo che ospita Notre fil rouge, la mostra che ha riunito 18 illustratrici italiane. Sono i giorni del Salon du livre et de la presse jeunesse en Seine Saint-Denis, un momento inconturnable direbbero i francesi, in ogni caso da non perdere per chi, illustratore o autore, ha voglia di fare un’abbuffata di novità, di editori e, perché no, di amici e colleghi da tutta Europa. Certo, quest’anno la crisi si è fatta sentire anche qui e gli indizi non sono stati pochi: grandi manifesti di giovani illustratori che denunciano il comportamento di editori poco onesti, una standardizzazione preoccupante delle case editrici e davvero pochi libri che sono riusciti a farsi notare nel mare di déja-vu che, tsunami inarrestabile, ha spazzato via ogni slancio alla sperimentazione. Questa però è un’altra storia.

Torniamo allora a quella che stavamo raccontando. Come ogni favola che si rispetti, nasce da un incontro casuale: «c’è stato un giorno in cui è comparsa alla mia porta una ragazza che non parlava francese» ci dice Marianne in un sorriso. «Ha ordinato un caffè e si è seduta in un angolo. Non c’era nessuno e abbiamo iniziato una conversazione in inglese. Da lì all’organizzazione di questo evento il passo è stato breve». Quella ragazza era Francesca Capellini, bergamasca naturalizzata torinese che ha fatto, come la sottoscritta, un grande salto transalpino per andarsene ad abitare nella Ville Lumière, una città dura, difficile, ma in cui i destini delle persone si incrociano nei modi più strani. Marianne è una costumista che ha lavorato per il teatro, il cinema, rientrata da poco sul suolo patrio dopo aver trascorso dieci anni in Irlanda. Parallelamente alla sua attività, decide di creare un luogo intimo, familiare di incontro e condivisione nel quartiere in cui è nata (Montreuil appunto), dove le persone possano andare a bere un tè, un caffè o una cioccolata calda, e magari tornare per imparare a cucire. E per accedere al suo laboratorio delle meraviglie, non c’è bisogno di inseguire il coniglio bianco nella sua tana, basta attraversare una porta.

Quando arrivo, le ragazze che hanno passato il pomeriggio ad allestire la mostra, sono impegnate nella preparazione dei vari stuzzichini. Si aprono pacchi di patatine e si stappano bottiglie di vino. Qualcuna, credendo di non essere vista, sgranocchia un biscotto. Sguardi di panico rimbalzano di viso in viso appena tiro fuori il mio registratore. Sospiro, ormai ho imparato che non c’è niente di peggio che fare un’intervista a un illustratore. Sarà per quello che hanno scelto come modalità di comunicazione il disegno? Poco male, improvviserò cercando la chiave giusta per convincere ciascuno a parlare. Come sempre.


La prima vittima è Aurora Cacciapuoti che da un po’ abita a Cambridge. Così ci descrive la sua illustrazione questo giovane cervello (e mano) in fuga: «bianco nero e rosso: con questi tre colori volevo trasmettere il sentimento di collaborazione che si può instaurare tra donne diverse. Ognuna conserva la sua identità e specificità, eppure ciascuna contribuisce all’arricchimento del gruppo». Manuela Andreani racconta di aver assistito allo spettacolo di un funambolo qualche giorno prima di aver ricevuto l’invito a partecipare. E alla base della sua illustrazione c’è proprio il fascino esercitato su di lei da quell’esperienza. «Francesca ha creato davvero un filo rosso che ha unito tanti luoghi anche lontani e tante persone diverse che magari si conoscevano solo grazie al loro lavoro pubblicato su internet. È bello seguire visivamente questa esplorazione della femminilità attraverso linguaggi e gusti così differenti» commenta Giulia Sagramola quando arriva il suo turno. «Ho piegato il tema della mostra al mio percorso di ricerca legato alla geometria delle immagini un po’ disorientanti, immagini in cui cerco di attrarre l’occhio dell’osservatore incuriosendolo e spingendolo a interrogarsi sul suo significato» si lancia Sarah Mazzetti. E da lì apriamo una parentesi sulla post avanguardia, sull’immaginario americano rispetto a quello europeo…

Intanto, pian piano, le persone iniziano ad arrivare. Gli spazi si riempiono, sedie e divani vengono occupati. Si parla, si beve e si scherza. «C’è tanta poesia in molti di questi disegni, in alcuni anche del romanticismo» risponde Laurent, un amico di un’amica di Marianne, quando gli chiediamo di commentare i lavori presenti. «Mi colpisce molto questo filo rosso che li attraversa legando le persone le une alle altre, alla vita o all’ambiente circostante. Forse, l’unica cosa su cui avrei qualcosa da dire è che ci sono solo illustrazioni di donne» scherza alla fine. Sì sa, qui in Francia, les chiennes de garde (le femministe pure e dure) fanno paura. Tra i presenti intercettiamo Alessandro Tota, disegnatore di fumetti che ha lasciato la sua nativa Bari e vive ormai da quattro anni a Parigi. «La varietà di stili è un elemento che apprezzo molto, ma la cosa che rende interessante questa mostra è il tema del filo» ci risponde, quando gli chiediamo un parere da “esperto”. «Voglio dire, il fatto che quest’oggetto venga immediatamente associato alla linea fa entrare in una dimensione in cui il disegno diventa subito pensiero, cioè la linea deve avere subito un senso: deve unire, condurre da un punto all’altro».

Last but not least, veniamo al cuore (generoso) da cui si sono dipanati i mille fili di questo evento. «L’illustratrice “base” italiana» dice Francesca Capellini «fa riferimento a un immaginario tradizionale, con un segno, una grafica e una concezione generalmente molto dolce. Invece si sta affermando una generazione di ragazze, tutte tra i venticinque e i trent’anni, che hanno un’estetica diversa. Molto più moderna ed europea. Semplicemente volevo creare uno spazio e un tempo che desse loro un minimo di visibilità. Anche se del loro lavoro sentiremo presto parlare. Di questo sono sicura!».
Il tempo passa veloce. Altri impegni mi chiamano altrove. Prima di lasciare quel luogo caldo e colorato, getto un ultimo sguardo ai disegni. Le illustrazioni sono lì, immobili e impassibili, che assistono a questo circo umano. Chissà come avrebbero raccontato loro questa storia…ma questo non ci è dato saperlo.

Postilla a mo’ di conclusione. A volte capita anche di non poter proprio far finta che non ci sia un evidente conflitto di interessi nell’esercizio della propria professione… Spero di non aver scandalizzato troppo i bacchettoni della deontologia professionale nel rispondere all’appello alle armi (pennute) del Cavalier Topo senza macchia e senza paura! Se così fosse, che gli dei mi perdonino.

Grazie agli auspici e all’impegno di Francesca Capellini, la mostra Notre Fil Rouge ha presentato, in occasione del Salon du Livre et de la Presse Jeunesse di Montreuil, i lavori di dodici illustratrici italiane che ci fa piacere nominare una per una, in ordine alfabetico: Aurora Cacciapuoti; Bianca Bagnarelli; Cristina SpanòCristina Storti Gajani; Francesca Capellini; Francesca Ferri; Francesca Viterbo; Giorgia Atzeni; Giulia Guerra; Giulia Sagramola; Ilaria Boscia; Manuela Andreani; Marta Iorio; Sara Gavioli; Sarah Mazzetti; Silvia Rocchi; Silvia Santirosi; e Valeria Scricco. Ai più curiosi basterà cliccare sul nome di ciascuna per precipitare nel suo privatissimo immaginario.

giovedì 9 dicembre 2010

Parigi, o cara

Fonte: http://www.splinder.com/mediablog/Ladridiortiche/media/7403830
Che freddo pazzesco faceva a Parigi in questi giorni!
Eravamo lì per il Salon du livre et de la presse jeunesse en Seine-Saint-Denis che frequentiamo ogni anno, un po' per vedere cosa fanno gli editori francesi, sempre bravi e interessanti, e un po' per gli appuntamenti necessari alla compravendita di diritti.
Al Salone, che si è tenuto dal primo al 6 dicembre, abbiamo dato un'occhiata solo il giorno d'apertura. Abbiamo visto alcune cose belle, altre molto belle, come il libro che ha vinto il Prix Baobab: La règle d'or du cache-cache di Christophe Honoré: notevoli le illustrazioni, testo splendido. Oppure il bellissimo, e senza parole, Diapason, dell'esordiente Laëtitia Devernay, edito da La Joie de Lire. Ci è piaciuta molto anche la nuova collezione Primo, proposta da Éditions MeMo.
L'elenco dei premiati dal Salon, lo leggete qui di seguito. Come al solito fra vinti e vincitori, qualche polemica. Ma i premi, si sa, sono fatti per essere contestati.

Baobab de l'Album 2010: La Règle d'or du cache-cache, testo di Christophe Honoré, illustrazioni di Gwen Le Gac, Actes Sud junior, 2010

Prix du premier album: Monsieur cent têtes, di Ghislaine Herbéra - Éditions MeMo, 2010

Prix Coup de cœur: Le Petit Gibert illustré, di Bruno Gibert - Albin Michel Jeunesse, 2010

Prix de la presse des jeunes: Des hommes dans la guerre d'Algérie, testi di Isabelle Bournier, illustrazioni, Jacques Ferrandez, Casterman, 2010

Prix «Terre en vue»: Petites et grandes histoires des animaux disparus, di Hélène Rajcak e Damien Laverdunt, Actes Sud Junior, 2010

Prix «à l'Abord'art»: La Petite Galerie de Andy Warhol, di Patricia Geis, Palette, 2010

La carrellata di immagini che vi proponiamo mostrano alcuni stand immortalati dalla macchina fotografica che ci ha prestato la nostra preziosa amica libraia Diletta Colombo (la nostra macchina è stata sempre, sistematicamente dimenticata in camera).

Diletta Colombo, libraia
Giulia Mirandola, genio enciclopedico
Les Grandes Personnes
 Editions MeMo

Paola e Luca Notari delle Editions Notari
Approfittando dell'occasione, abbiamo visitato anche mostre varie. Alcune al museo Quai Branly, posto strepitoso; altre al Beaubourg, come quella dedicata all'artista americana Nancy Spero.
Tutte le volte, ci stupiamo di come i bambini francesi, accompagnati da giovanissime, cortesissime ma ferme e autorevoli maestre, frequentino educatamente, silenziosamente, rispettosamente i musei.
Luoghi in cui tutti parlano a voce bassa, dicono “grazie” e “prego”, salutano, sorridono, si preoccupano di non essere un problema per il prossimo che accanto a loro è impegnato a guardare, riflettere, leggere.
Insomma, una dimensione, un mondo a cui ci stiamo lentamente, insesorabilmente disabituando...

L'interno dell'atelier Brancusi al Centre Pompidou (dal sito)
Una menzione speciale al meraviglioso Atelier Brancusi, che non avevamo mai visto... Sì, è così: ce ne vergognamo. Fa parte del Centre Pompidou, ed è la ricostruzione dell'atelier del grande scultore rumeno Constantin Brancusi. Quattro stanze che si possono osservare indefinitamente, la cui bellezza fa, alla lettera, venire i brividi.