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mercoledì 29 maggio 2013

Pipe, nappioni & svergognate matrone

Gli hobby degli altri, si sa, sono la cosa più noiosa sulla faccia della terra. Trovarsi a condividere uno scompartimento ferroviario, un divano a casa di amici o un tavolo di pizzeria con qualcuno che pretende di trasmetterti la sua passione per i francobolli indiani del periodo coloniale, o i minerali di quarzo delle valli canavesane o le mountain bike con ruote da 29” (o qualsiasi altra cosa, fate voi) è un toccasana per gli insonni e una tortura insopportabile per i beneducati.

Per riuscire a rendere il proprio pallino qualcosa di digeribile agli altri ci vuole del talento. Per riuscire a renderlo divertente, se non addirittura appassionante, ci va del genio. Genio vero. Come quello di Dino Buzzati.

Il giovane Buzzati, infatti, era appassionato di pipe. E nella sua passione era assecondato dal cognato, Eppe Ramazzotti. E si sa che a pedalare in tandem si va più veloci e sembra di non fare alcuna fatica, così, i due impavidi, un bel giorno di primavera del 1946, freschi della recentemente conquistata libertà, prendono il coraggio a due mani, vanno da Carlo Pastore della Editrice Antonioli e gli propongono Il libro delle pipe.

Il signor Pastore doveva essere altrettanto appassionato all'argomento, perché il libro vide la luce in quello stesso anno «Stampato dalla tipografia dell'Unione Artistica Industrie Grafiche di Pietro Vera, in Milano, con copertina di Erberto Carboni  e disegni degli autori, incisi in legno da Giuseppe Molteni». Ne vengono realizzate «325 copie numerate da 1 a 325 e 15 copie non numerate fuori commercio» (il nostro esemplare appartiene a quest'ultima serie).


Come la coppia Buzzati/Ramazzotti riesca a compiere il miracolo è presto detto: sicuramente ci sarà stato lo zampino della Santa Rita del Santuario della Val Morel, dei cui miracoli Buzzati era sicuramente già esperto allora; ma un ruolo ha avuto anche proprio il senso di come l'argomento, necessariamente noioso per quasi tutto il genere umano, si prestasse proprio all'ironia, alla burla, allo scherzo.


Così, in questo libro stralunato si incontrano strane usanze, buffi oggetti e altre sorprese. Per esempio, a pagina 14 si incontra il nappione. Ecco un nappione della razza Spreafico. Il Duca Oddo degli Agronati ne possedeva due, di naso tanto appuntito che era una disperazione: la consorte Duchessa Armellina ne fu trafitta più di una volta, ed anche amiche di casa e cameriere: tanto che dovettero assumere gonne lunghe. Cosa c'entri questo con le pipe non è dato sapere, né intuire. Ma per noi è fonte di gran divertimento e identificazione (per via del naso appuntito)
Di ambito più specifico il caso della Pipa di pellirosse in catlinite (che è una pietra speciale). I musei d'oltre Atlantico ne allineano più d'una nelle loro bacheche. La presente non è delle peggiori: si osservino gli avidi rai del gatto mammone all'orciuolo (fornello) ove esso crede forse celinsi interiora di pollo.
Come quello della Pipa a forno: la pipa primordiale tuttora in voga nelle tribù selvatiche del Continente Nero e pure in certi distretti dell'Asia, è fatta di un pertugio circondato da terra: null'altro. E ricorda i vulcani (Natura fu pur sempre maestra!) Da noi non si usa ed è un peccato. Perché, ci domandiamo, non si ripristina nelle campagne e nei civici giardini l'antica usanza? Perché non ritentare così una tal quale verginità d'animo? In quanti stolti trastulli si perdono invece i benpensanti; come ad esempio nell'appiccicarsi a certe sottanelle, a certe svergognate matrone! (diporto di cui in realtà non riusciamo a capacitarci).
Insomma, così come basta un poco di zucchero per inghiottir la pillola, come cantava l'incantevole Julie Andrews nella Mary Poppins disneyana, una dose massiccia di ironia ci permette di sorbire – fra le righe, si badi bene – una quantità sorprendente di informazioni, notizie e nozioni su uno strumento da fumo che non accoglieremmo benevolmente, se acceso, fra le pareti di casa. E se vi sembra poco, provateci voi.


Di questo bel libro esistono almeno tre edizioni. La prima, rarissima, alla quale appartiene il nostro esemplare. Una, meno bella ma ancora sopportabile, del 1966, per i tipi di Aldo Martello. E un'ultima, cinicissima e al limite dell'inguardabile, del 1986 (Giunti), ma dotata di vasti apparati.


venerdì 23 dicembre 2011

E tutto è Natale scrupolosamente

Il Babau, Dino Buzzati, 1971, pastello su carta, 20 x 28 cm

La saponetta

Tu pensavi che cosa mi regalerà
finalmente è venuto Natale
eccomi qui alla porta, e tutto
è Natale scrupolosamente
l'esatto sogno dei bambini
col gelo col grigio col vento
che fa turbinare quei cosi
di ghiaccio e di neve e le famiglie
che si chiudono come valve
tram fermi automobili poche
eccomi qui da te col regalo
io che te lo avevo promesso
ciao ciao ho avuto la forza
di arrivare fin qui se non altro.
Ma dico: quando l’avrai consumato
e resterà un fogliettino
un fagiolo un cece un nulla
e ti scivolerà fra le dita
precipitando giù nel lavandino
dico, amore, per un istante almeno
ti ricorderai di me?

Quella che avete appena letto è una poesia di Dino Buzzati (tratta da Le poesie, Neri Pozza 1982). Varrebbe sempre la pena di tenere presente che il Natale è una festa ambivalente, giusto per non appiattirsi sulla sua immagine più televisiva, irrimediabilmente bianca rossa e oro, perfetta per vendere panettoni e carte telefoniche, ma alla lunga piuttosto tediosa, opprimente.
Trovo che questa poesia sia piena di vere raffinatezze natalizie:

... l’esatto sogno dei bambini
col gelo col grigio col vento...

... e le famiglie
che si chiudono come valve
tram fermi automobili poche...

Il Babau, Dino Buzzati, 1967, acrilico su tela 119 x 80 cm

Ve la propongo insieme ad alcune immagini e a una bellissima storia dipinta di Buzzati, dedicate al celebre Babau.
Posso spiegarvi perché associo queste immagini a questo periodo.
Perché anche quella qui rappresentata è una notte ed è una notte di avvento.
Perché vi regna un'atmosfera che nasce dalla compresenza di buio e luce, che è una delle caratteristiche simboliche di questa festa.
Perché ci ricorda che i racconti, i miti, i simboli (che si sia o no religiosi), sono dotati di voci che, come poche altre, sanno raggiungerci, toccarci, rapirci.
Perché le parole che strisciano negli interstizi di queste immagini invernali raccontano di un essere che penetra, non visto, nelle case dove i bambini dormono:

QUANDO sui terrapieni notturni vanno i treni vanno vanno
ALLORA librandosi a mezz'aria il BABAU entra nei sogni dei bambini
ma i micidiali cretini gli hanno dato la caccia.
Poi DIO MIO DIO MIO, CHE COSA ABBIAMO FATTO!

In Le notti difficili, nella storia scritta che Buzzati dedica al Babau ucciso, si legge:

Era molto più delicato e tenero di quanto si credesse. Era fatto di quell’impalpabile sostanza che volgarmente si chiama favola o illusione: anche se vero.

Con il suo vellutato, baleniforme Babau, Buzzati ci ammonisce severemente a non ammazzare le storie di luce e ombra che i bambini amano, di cui è fatto il loro immaginario e di cui hanno tanto bisogno. Diamogli retta.

Il Babau, Dino Buzzati, 1969, acrilico su tela 40 x 30 cm

lunedì 11 aprile 2011

Bellezza delle formiche mentali

Come nasce un'amicizia?
Quella fra Dino Buzzati e Arturo Brambilla nacque, come i colpi di fulmine, a prima vista, il primo giorno di scuola del 1919, al Liceo Ginnasio Parini di Milano. E si trasformò rapidamente in una società segreta, come spesso diventano le grandi amicizie fra ragazzi, grazie a due libri scoperti insieme e diventati sacri a entrambi: La storia dell'arte egiziana di Gaston Maspéro e Rip van Winkle di Washington Irving, con illustrazioni di Arthur Rackham, che sancirono per sempre la passione per gli antichi egizi, i simboli, il mistero, il fantastico, le atmosfere notturne e quelle gotiche. In comune, i due ragazzi misero anche l'amore sfrenato per la bicicletta, la montagna, la scrittura, la poesia, il disegno e la pittura, costruendo un'amicizia che durò per la vita.

A testimonianza di ciò, rimangono le esilaranti, meravigliose lettere che i due, ribattezzatisi Dinophis e Ar-Tuêris, si scrissero ora in versi, ora in geroglifici, ora in cronache sportive illustrate da vignette e disegni al tratto.
È proprio in queste lettere la prima prova di Buzzati narratore per parole e immagini: attitudine che lo accompagnerà tutta la vita e di cui fu, in Italia, pioniere, esponente e innovatore sopraffino con opere memorabili, da La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945), a Poema a fumetti (1969), a I miracoli di Val Morel (1971), passando attraverso l'intera produzione pittorica che si snoda dal 1923 al 1971.
In futuro mi piacerebbe dedicare attenzione sia a Poema a fumetti sia agli orsi siciliani sia alle numerose bellissime storie dipinte.




Ma oggi vorrei parlare di I miracoli di Val Morel, libro per cui ho una venerazione, e che a mio avviso è un'opera unica, per la relazione che testo e immagini vi intrattengono, straordinariamente ricca, complessa, interessante. È un libro poco conosciuto: ha avuto solo due edizioni - la prima di Garzanti e la seconda, bruttina (GEI, 1983), intitolata PGR. Per grazia ricevuta; le copie nel mercato antiquario navigano sopra i 200 euro; e non è stato ripubblicato nemmeno nel 2006, in occasione del centenario dalla nascita.

Il pettirosso gigante
Invece, oggi, con l’interesse che si sta sviluppando per questi ambiti narrativi misti, queste modalità molteplici di racconto, I miracoli di Val Morel dovrebbe essere studiato approfonditamente, specie da chi è interessato a lavorare su più piani con più linguaggi. Nel 1970, il genere popolare degli ex voto ispirò a Buzzati un ciclo di trentasette tavole da esporre in una galleria d'arte veneziana, pubblicate poi in volume da Garzanti, l’anno successivo, col titolo I miracoli di Val Morel. I dipinti costituiscono una profonda riflessione a proposito del rapporto che la razza umana intrattiene con l’invisibile, intendendo con questo termine tutto ciò che attiene al sacro: il mistero, le forze sconosciute che presiedono ai destini degli individui; le entità occulte, potenti e lievi che circondano e attraversano le nostre vite terrene e materiali; ma anche la dimensione interiore, psichica, parte della persona e sede del pensiero, delle passioni, delle paure, dell’immaginazione: dimensione negata e spesso repressa, perché paurosa, incontrollabile, sfuggente, e tuttavia unico, vero ponte fra se stessi e il mondo.

Il Colombre

Da queste scintillanti, terribili, e al tempo stesso, ironiche rappresentazioni di Buzzati scaturiscono interrogativi a proposito dell’essere umano e del posto assegnatogli all’interno di quel sinistro, incomprensibile marchingegno a cui diamo il nome di ordine universale. Perché I miracoli della Val Morel hanno il merito di andare all’essenza della pittura di ex voto, cogliendone il lato più contraddittorio e inquietante. Tanto che oggi ci è impossibile avvicinare un ex voto senza tornare alla loro lezione.

I gatti vulcanici
La qualità straordinaria di questi brevi racconti soprannaturali è conseguita da Buzzati in due modi. Il primo, una serie di introduzioni al volume, a scatole cinesi, che slittano dal semplice racconto dell'occasione della mostra, all’espediente letterario del manoscritto ritrovato, all'invenzione di una leggenda privata e fantastica incentrata su un misterioso e fiabesco pittore di ex voto a cui far risalire la paternità delle immagini. Il secondo, attraverso un'orchestrazione sapientissima dei testi. Ogni ex voto, infatti, è accompagnato da due testi, il primo compare nella pagina di sinistra, bianca, e descrive il contenuto dell'immagine in un registro linguistico simile a quello che potrebbe connotare un datato studio di storia locale, di matrice positivista.

Le formiche mentali
Riporto un esempio del capitolo 19, Le formiche mentali.

Pare che effettivamente a Longarone e in Val di Zoldo, nell'anno 1871, ci sia stata una breve invasione di formiche mentali, provenienti, a quanto risulta, dalla regione dei Balcani. Piccolissime, quasi impercettibili allo stato normale, crescevano a dismisura una volta installate nelle circonvoluzioni cerebrali, che gli insetti raggiungevano introducendosi dalle orecchie. Le vittime, comunque, furono assai limitate. Esse vennero via via trasferite
al manicomio provinciale, dove se ne persero le tracce.

Il secondo testo, sulla pagina di destra, sta dentro l'immagine, nell'ex voto, e contiene una breve descrizione delll'incidente occorso, dell'intervento di Santa Rita, e un ringraziamento finale da parte del miracolato o dei suoi parenti o della comunità, in un registro fortemente emotivo, popolare, devozionale.

Io, Angelo Dal Pont, tipografo da Polpet, ero seriamente disturbato dalle Formiche Mentali. Le quali mi dicevano: Lo sai che non esisti? E se esisti, esisti male? Perché mangi carne di pesce? Come mai non ti sei inserito? Oppure: A noi Formiche vuoi bene? Guai se non ti sottometti al nostro amore. Finché, una sera, chiesi aiuto alla Santa. La quale venne e batté le mani, dicendo. Orsù, saccenti animaletti, lasciatelo in pace. Così fu per grazia dell’Onnipotente. Da allora potei accudire serenamente al mio lavoro, alla famiglia, al culto di Dio. Longarone 1871.

I ronfioni
Fra questi due testi, che raccontano il medesimo episodio da punti di vista antitetici, l'immagine si offre con potenza dirompente, amplificata dal contraddittorio instaurato dalla parola. E racconta il fatto attraverso un terzo punto di vista, che è quello dell'immaginario puro, costituito da una molteplicità di sensi e registri, fra simbolo, rebus, allucinazione, incubo, crittogramma, fiaba, tavola a fumetti, icona pop o surrealista, immaginetta, pittura sacra, visione mistica, art brut.

L’immagine appartiene a una dimensione temporale che precede quella del testo; è sia una modalità umana di racconto storicamente più antica, sia, nella finzione di Buzzati, un racconto cronologicamente più antico: il tempo immemorabile dei miracoli, che è un tempo psichico, prima ancora che storico. L’immagine, infatti, codifica il racconto in una dimensione più arcaica, mitica, simbolica e si esprime attraverso forme e simboli che attingono alla lingua e alle dimensioni del profondo, dell'inconscio.

Per chi non conoscesse il libro, assicuro che il risultato è stupefacente.
Perciò, termino questa breve nota con un appello agli editori che possono permettersi di avere in catalogo Buzzati: ripubblicate subito I miracoli di Val Morel! Così che in fretta e in furia, ancora in pigiama, possiamo precipitarci in massa alla libreria più vicina, ad acquistarlo...
Nel frattempo, accontentiamoci di questo video: