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lunedì 31 marzo 2014

Lo sguardo di un bambino

Oggi presentiamo Gli amici nascosti di Cecilia Bartoli. Questa storia ci è arrivata all'improvviso, e del tutto inaspettatamente, toccando prima Guido Scarabottolo che l'ha passata a Giusi Quarenghi  che l'ha mandata a noi. Quando è approdata qui, e l'abbiamo a nostra volta letta, abbiamo desiderato subito che trovasse casa nel nostro catalogo e l'autrice ha accolto la nostra proposta. Gli amici nascosti racconta una vicenda realmente accaduta, e lo fa utilizzando la prima persona singolare, come, dal 2009 a oggi, è sempre accaduto per tutti i volumi della collana Gli anni in tasca, di cui il titolo fa parte. Questa volta, però, a scrivere questa storia non è stato il protagonista, Robera, ma Cecilia Bartoli, che l’ha incontrato nel corso del suo lavoro per l’associazione Asinitas. Dopo aver ascoltato con interesse e attenzione l’esperienza e i racconti di Robera e di sua madre Taiba, Cecilia ha dato loro voce e parole in lingua italiana. 

Quando l'autrice ci ha proposto questo bellissimo testo in lettura, abbiamo pensato subito di pubblicarlo. Non abbiamo avuto alcun dubbio che il senso profondo e lo spirito di chi le aveva affidato con tanta fiducia la storia della propria vita fossero stati pienamente rispettati. Guido Scarabottolo è implicato in questo libro non solo nella parte di tramite, ma anche di illustratore: sue infatti sono le belle illustrazioni al tratto che accompagnano la storie e di cui, qui, trovate un assaggio. Il brano seguente, la prefazione dell'autrice, racconta come è nato il libro.
Gli amici nascosti sarà presentato da Cecilia Bartoli a Roma, l'11 aprile, alle ore 17, presso il Centro Interculturale Miguelim, in via Policastro 45 (trovate alla fine del post l'invito all'evento).

Illustrazione di Guido Scarabottolo.
[di Cecilia Bartoli]
 
Asinitas, l’associazione per cui lavoro, per molte persone che arrivano da altri paesi è un luogo di accoglienza e di passaggio, un luogo in cui cominciare a fermarsi e a ripensare la propria vita dopo aver trascorso mesi (a volte anni) a scappare. Ho ascoltato la storia di Taiba e Robera nel 2007 e non sono mai riuscita ad ‘archiviarla’. In quel periodo, molte persone etiopi, in particolare oromo, data la situazione nel loro paese, facevano richiesta di asilo politico in Italia.
Taiba è arrivata sola presso la nostra scuola di italiano ed è riuscita immediatamente a farsi volere bene da tutti: piccola di statura, occhi brillanti, determinata, dotata di forte presenza, capace di farsi comprendere perfettamente anche con “pochissima lingua”. Di viaggi incredibili tra le pareti delle nostre stanze ne ascoltiamo tanti, ma quello di Taiba e Robera mi ha colpita particolarmente, e non solo me.

In quegli anni lavorava con noi Sandro Triulzi che all’Africa ha dedicato studi e ricerche e dell’Etiopia è un vero esperto. Ci aiutava a preparare le persone che dovevano sostenere l’incontro con la commissione che valuta il diritto a essere accolti come rifugiati. Durante le sedute, ascoltavamo attentamente, in silenzio, la loro storia. Poi passavamo all’analisi, agli approfondimenti, alla contestualizzazione. C’era Giovanna, avvocato, Marco e io, che in Asinitas ci siamo dall’inizio, e Franca, insegnante di italiano.

Illustrazione di Guido Scarabottolo.
Nel frattempo però – sola nella mia stanza –avevo modo di ascoltare un’altra narrazione di quel viaggio, una narrazione senza parole, quella di Robera, che in quel periodo aveva sette o otto anni e non parlava una parola di italiano, ma negli occhi aveva tutto quello che era sufficiente per capire. Incontravo Robera su richiesta della scuola, che inizialmente lui rifiutava, stando a lungo nascosto sotto i banchi o dentro gli armadietti.
Come si parla a un bambino che non conosce la tua lingua? Niente, non si parla: si ascolta. E non parole, ma gesti, sguardi, suoni.
Per diverso tempo abbiamo solo giocato con gli oggetti.
La mamma andava raccontando i motivi che l’avevano indotta a scappare dall’Etiopia e le tappe del suo viaggio periglioso; e io – un po’ a intuito, un po’ apposta – portavo degli oggetti nella stanza o preparavo dei veri e propri allestimenti. Robera sembrava comprendere le mie intenzioni e giocava un’ora intera, spesso disponendo di me come di uno dei suoi pupazzi. Le sue narrazioni sono iniziate così.
Un giorno, a scuola, Taiba ha scritto questo testo:


Robera, illustrazione di Guido Scarabottolo.
Viaggio in mare
Io con mio figlio, paura, tutte persone piangere.
Il mare alto, così così [grandi grandi onde].
Tredici bambini, duecentocinquanta persone, nave grande.
Cinque giorni il mare così così [grandi grandi onde].
Tutti stretti, arriva acqua, tutti i vestiti bagnati.
Lacrime, tutti tutti.

I soldi nella borsa, i soldi nascosti nella cintura.
Acqua e biscotti nella borsa. Robera e tutti i bambini sta male, vomita.
Robera dice: «Mamma, dove io?».
Ha visto qua acqua, qua acqua, acqua, tutto intorno.
Io: «Aspetta, Robera, dopo Italia»
Robera: «No, subito!»
Telefoniamo in Italia: «Aiutate, aiutate!»
Arriva elicottero, butta giubbotti di salvataggio.
 

Poi venuta barca grande, tutti i bambini in barca grande, tre donne incinta.
La barca grande tira la barca piccola.
Robera va sulla barca grande con i bambini, io piango:
«Dove è il mio bambino?»
Il rimorchiatore tira la nostra barca per tutto il giorno.


Illustrazione di Guido Scarabottolo.
Quel giorno mi sono fatta coraggio e al centro della stanza ho preparato una barca e l’ho riempita di bambolotti; intorno, teli blu e azzurri. Allora Robera ha “raccontato” tutto: c’erano bambolotti che pregavano, altri che vomitavano, io ho ricevuto un cuscino sotto il maglione per sembrare incinta... Vorticando le braccia, ha mimato anche l’arrivo dell’elicottero di salvataggio.
Da quel momento ha iniziato a proporre, a rimettere in scena alcuni accadimenti, senza che proponessi più nulla. Le pietre che ha ricevuto in testa a Tripoli, in Libia, sono un suo racconto, ripetuto tante volte e finito sempre tra disinfettanti immaginari e cerotti reali applicati tra di noi e su diverse bambole. Piano piano sono arrivate anche le prime parole di italiano e a scuola andava un po’ meglio.
Taiba e Robera sono poi partiti per la Norvegia e il nostro rapporto si è interrotto.
Robera ora abita vicino a Oslo. Per anni non ho più saputo nulla di lui e della sua mamma: non avevo alcun recapito.

Un giorno d’estate, mi è capitato di rileggere gli appunti presi dopo i miei incontri con lui, e l’intervista alla mamma preparata per la commissione. E così, di getto, ho scritto questa storia. Volevo dare parole a quelle sequenze di immagini, di gesti, di sguardi. Volevo che fosse la voce di Robera a narrarla. Difficilmente l’odissea dei migranti viene raccontata da un bambino, soprattutto se non ne è il protagonista diretto, ma si trova, come è accaduto a Robera, a vivere quell’esperienza trascinato dagli adulti. Eppure, sono molti i bambini che hanno attraversato il deserto e il mare, e molti quelli che vi hanno lasciato la vita.

Taiba, illustrazione di Guido Scarabottolo.
Questo racconto non vuole spiegare ai bambini la situazione dell’Etiopia, non sono affatto preparata su questo, e non è nemmeno un racconto che vuole denunciare quanto sia scandaloso che intere popolazioni siano costrette a subire esperienze simili per poter sfuggire al carcere o alla morte certa. È una storia che prova a raccontare lo sguardo di un bambino attraverso lo sradicamento e il pericolo, l’amicizia e l’avventura di un viaggio forzato.
Dopo essere stata scritta, questa storia è rimasta nel mio computer e non sapevo bene che farne. Non sono una scrittrice e non avevo il coraggio di proporla a nessuno, ma nemmeno di buttarla o dimenticarla.
L’ho data all’amico Franco Lorenzoni, che fa il maestro in una scuola elementare. L’ha proposta a scuola e i suoi bambini l’hanno apprezzata molto. Volevano conoscere Robera e mi è dispiaciuto molto non potergli fornire un indirizzo poiché da anni non sapevo più nulla di lui.

Poi, un giorno, Franca, che pure non sentivo da tanto tempo, mi ha chiamata: «Ci sono Taiba e Robera a Roma, vuoi venire a pranzo?».
E siamo andati al ristorante cinese ed è stato un bellissimo rincontro. Taiba era identica; Robera, un gigante.
Un abbraccio stretto, pochissima lingua in comune, ma a questo eravamo abituati e ci siamo capiti lo stesso e, soprattutto, scambiati gli indirizzi.
Forse è stato allora che questa storia si è sentita pronta a uscire dal mio computer: perché dopo poco l’ha letta l’amico giusto; così ha iniziato a camminare.
Qualche giorno fa, ho telefonato a Taiba e Robera e ho spiegato loro che avrei raccontato ai bambini del loro viaggio, anche se forse qualcosa dei loro racconti si sarebbe un po’ mescolato alle narrazioni di altri. Erano contenti e, sotto sotto, mi è sembrato di intuire, anche un pochino orgogliosi. Lo spero.
Si sono raccomandati di spedir loro una copia del libro, appena uscirà.

Per chi è interessato alla presentazione di Gli amici nascosti, l'11 aprile, a Roma, alle 17, presso Centro Interculturale Miguelim, via Policastro 45, ecco il programma:


Cecilia Bartoli, autrice del libro Il percorso di una storia.

Alessandro Triulzi, africanista e professore all'università orientale di napoli
Fuggire dall'Etiopia ieri e oggi.

Alessandra Orsi, psicoterapeuta, formatrice in ambito interculturale
La migrazione nei panni di un bambino.

Franco Lorenzoni, maestro elementare, fondatore della Casa laboratorio Cenci.
Parlare di migrazione in classe.

Maria Coletti, Cinemafrica, Associazione genitori Pisacane 0-11
Parlare di migrazione in classe: racconto di una esperienza.

mercoledì 26 giugno 2013

Contenti come Cornia in bicicletta

Ugo Cornia in bicicletta interpretato da Eleonora Antonioni (che non l'ha mai visto).

Leggere Ugo Cornia è come andare in un centro benessere. Ma un centro dove si può mangiare quello che si vuole, bere quello che si vuole e persino fumare. Non è necessario socializzare e non è prevista alcuna sauna. Si può non fare movimento, evitare le cure estetiche, i massaggi e le pratiche di rilassamento. Insomma, un centro benessere vero, dove si sta proprio bene e il sentirsi bene deriva dal fatto che, curiosamente, nel gran caos universale, si scopre di essere contenti.

Contenti almeno come Cornia quando va in bicicletta per Modena. L’andare in bicicletta per Modena è ciò che accomuna “Scritti di impegno incivile“ e “Autobiografia della mia infanzia“ che sono i due libri che Ugo Cornia leggerà venerdì, 28 giugno, alle ore 19, a Spazio B**K. Sentire Cornia che legge è quasi meglio che leggere Cornia. Perciò ci sembra che proprio non si possa non andare, il 28 sera da B**K. Magari si può anche andare in bici. E poi sulla copertina dell’ultimo libro di Cornia c’è un elefante bellissimo, di cui è proprio impossibile fare a meno.

Un piccolo esempio di come Cornia è contento in bicicletta, tratto da Autobiografia della mia infanzia.

E così ci dedicavamo sempre e con piacere a queste nostre attività parateppistiche, anche se trenta anni fa il traffico a Modena doveva essere meglio che adesso, oppure la gente era più abituata a certe cose, perché per esempio, anche in bicicletta, e anche la bici ha significato l’apertura di una grande epoca, soprattutto d’estate, e soprattutto dalle due alle quattro, quando era categorico il divieto di uso del cortile, e lì, la bici era soprattutto con Gianni Pecchini, che in bici abbiamo fatto grandi esplorazioni, ma tra l’altro mi viene in mente adesso, cioè a dire la verità mi è venuto in mente ieri sera mentre ero in ascensore e stavo salendo a casa e allora, scrivendo questa specie di Autobiografia della mia infanzia, che all’inizio dicevo no, non ce la posso fare a scrivere un’autobiografia della mia infanzia, e invece dopo iniziavano a tornarmi in mente un sacco di cose, e alcune mi commuovevano anche molto mentre ci pensavo, e forse se uno mi avesse guardato da fuori mi vedeva un po’ con gli occhi lucidi, anche se a ricordarle son belle addirittura anche le cose brutte, e allora comunque mi era venuto in mente un pomeriggio, e lì eravamo di sicuro a fine giugno, perché me lo ricordo e son sicuro che si trattava di fine giugno, e sono anche sicuro che dovevo compiere undici anni, e non so perché ma i miei mi avevano dato da tenere la Mari, mia sorella, e poi dovevano essere andati da qualche parte, mentre c’era Gianni che sua madre gli aveva dato da tenere William, suo fratello piccolo, che aveva un anno in meno di mia sorella, e soltanto che sia io che Gianni avevamo in programma di andare in un negozio in viale Storchi, che si chiamava Mary
Model ed era un negozio di modellismo perché dovevamo guardare o comprare dei modellini, e da viale Storchi a casa nostra ci saranno non più di tre chilometri, ma era una distanza che andarci a piedi con mia sorella e William non sapevamo come fare e anche caricarli in bicicletta non ci riuscivamo e quindi pensavamo a come fare, ma mentre pensavamo a come fare William e mia sorella avevano socializzato tra di loro, e allora poi ci è venuta questa bellissima idea di chiuderli nel mio garage per mezz’ora che andavamo di corsa alla Mary Model e poi tornavamo a riaprirli, e così li abbiamo messi nel mio garage, con la luce accesa, e tra l’altro c’erano delle brande, contro il muro del garage, quindi gli abbiamo anche aperto due brande così se volevano potevano far finta di dormire, e poi abbiamo chiuso a chiave la porta del garage e siamo partiti, soltanto che quando siamo stati alla fine di via Medaglie d’oro, dove c’è il Parco, secondo me era molto più breve andare a sinistra verso Vittorio Veneto, mentre per Gianni era più breve andare verso Largo Garibaldi, poi fare la via Emilia, e non ci siamo riusciti a mettere d’accordo, quindi poi ci avevamo scommesso non so cosa su chi arrivava primo e ognuno era andato per la sua strada. E poi sono arrivato alla Mary Model e lì guardavo la vetrina, e poi ho guardato anche dentro, e Gianni non c’era, e sono tornato a guardare la vetrina, e dopo venti minuti Gianni non era ancora arrivato, e allora ho aspettato ancora altri cinque minuti e poi ho detto adesso torno indietro per la via Emilia fino a Largo Garibaldi, cioè per la strada che voleva fare Gianni, e infatti poi sulla via Emilia, all’altezza di piazza Mazzini, vedo Gianni che scancherava nella bici, e la bici c’aveva tutta la ruota davanti scarlancata, e gli ho chiesto che cosa aveva fatto, e allora lui ha detto che stava andando fortissimo per la via via Emilia quando un autobus di merda aveva inchiodato per la fermata e lui se l’è visto fermo lì davanti e ha frenato, soltanto che era andato a sbattere sull’autobus e si era imberlato tutta la ruota, e dopo era sceso il guidatore a vedere che cosa era successo e Gianni gli aveva detto se era il modo fermarsi così, a inchiodata, e il guidatore invece voleva anche dargli una sberla e avevano un po’ litigato per due minuti, poi il guidatore era risalito sull’autobus e se n’era andato, anche perché sull’autobus c’erano tutti i passeggeri da portare, e però dopo un po’ che tornavamo indietro con le bici a mano, ci è anche venuto in mente di mia sorella e William chiusi in garage, e c’è venuto in mente che magari piangevano e piantavano qualche grana e Rebuttini si accorgeva che li avevamo chiusi in garage per farci gli affari nostri, e così ci eravamo messi a correre tirandoci dietro le nostre bici, e invece poi quando siamo arrivati William e mia sorella erano nella branda abbracciati che si dicevamo delle cose, e così via...

mercoledì 12 giugno 2013

Mappe ritrovate di territori segreti



Dall'inizio di giugno, il nostro blog è entrato in fase di rallentamento estivo. Ma evidentemente i nostri lettori no. Negli ultimi giorni gi stanno arrivando dei messaggi, stimolati dai post più recenti, davvero molto belli: vere e proprie lettere, anzi. Belle, sì, non solo per un carattere privato, ma soprattutto per come ci sembra che “afferrino la palla” per rilanciarla più lontano, sviluppando riflessioni, aggiungendo riferimenti, spingendo il discorso sui libri e sul lavoro che ci sta dietro, verso altri ambiti ed esperienze. Per questo ve le proponiamo. La prima arriva da Sandra Caciagli*, che, mossa dal post Tu non sei niente del 30 maggio scorso, su Un altro me, di Bernard Friot, ci ha scritto di sé, del suo lavoro coi bambini e gli adulti, e del suo modo di usare i libri. Ringraziamo Sandra per il suo messaggio, i suoi pensieri e il modo in cui ha pensato di condivederli.


Cari Topi,
per la seconda volta dopo la lettura di un post sul vostro blog non posso fare a meno di scrivervi anche per condividere i pensieri che mi suscitate, anche se ho sempre paura di non esser capace con le parole ad acciuffarli tutti questi pensieri che sono nitidi e leggeri quando viaggiano nella mente come fiocchi di neve silenziosi e, invece, quando si posano sul foglio per essere scritti, si sciolgono e sembrano apparire informi e inespressivi.

Ma dopo aver letto il post su Friot e la risposta di Anna** vorrei davvero provare a dire qualcosa su questi libri bellissimi dentro e fuori (amo immensamente la grafica di questa collana li attaccherei al muro in fila per guardarmeli dalla mia poltrona preferita).
Non ho tutti i titoli de Gli anni in tasca, ma ho quello di Friot (credo sia il primo che ho comprato) e quello di Anna Castagnoli.
A Super 8 sono particolarmente affezionata: sarà che sono nata nel ‘69 e che avevo anch’io un albero su cui giocavo per interi pomeriggi nel giardino della casa di campagna di mio nonno, sarà soprattutto che le parole di questo libro mi hanno aiutato a capire qualcosa di importante e mi hanno aiutato a dirlo.
Lavoro da dodici anni con i bambini in vari contesti, tra cui quello scolastico, e negli ultimi tempi mi capita di essere coinvolta in progetti di formazione con insegnanti e educatori; mi chiamano a raccontare quello che faccio e come lo faccio. Così sono stata costretta in qualche modo a pormi delle domande per cercare di capire bene (e spiegare ad altri) il mio modo di lavorare con i bambini, individuando le cose importanti.
Ultimamente, inizio i miei incontri leggendo al gruppo di adulti presenti due cose (edizioni Topipittori tutte e due!): Che cos’è un bambino? di Beatrice Alemagna e il capitolo di Super 8 sullo “sguardo traslucido”.


Lo faccio perché mi sembra importante sgombrare il campo da un atteggiamento che troppo spesso mi capita di vedere negli adulti che lavorano coi bambini, un atteggiamento a volte caratterizzato da superficialità, indifferenza, fretta, supponenza, buonismo, condiscendenza, non ascolto, assenza, mancanza di riflessione intorno al mondo dell’infanzia. E io, invece, quando mi avvicino a questo mondo sento quasi come se tornassi a casa in una casa che è stata mia e di cui conosco bene la lunghezza dei corridoi, gli scalini invisibili che istintivamente scendo, gli avvallamenti dell’intonaco che amo lisciare con la mano, gli scricchiolii che quando li sento so chi sta arrivando, e allo stesso tempo, però, so di essere ormai un’estranea che ha solo il privilegio di ritornare per un momento ad abitare quella casa orami abitata da altri, ospite dei bambini che incontro.
Credo che ciò che faccio quando sto coi bambini sia profondamente pervaso da questa sensazione e che i vostri libri mi abbiano aiutato a decifrarla, come mappe ritrovate di territori segreti, offrendomi la possibilità di pensare con più chiarezza a ciò che faccio e di condividerlo all’esterno. Per questo, oggi sento di dovervi ringraziare ancora una volta per il sostegno che date a questa mia ricerca infinita di senso. Perciò, grazie.

Sandra


Sulla visione traslucida  (da Super 8 di Anna Castagnoli)

Quando si è bambini non si ha una visione lucida delle cose, si ha una visione traslucida. Il verde delle chiome degli alberi, dei prati, è quello iridescente dei ramarri; il cielo, quando è sereno, è di un blu abisso-di-mare che neanche a disegnarlo si riuscirebbe a renderlo così. Il bianco di una tovaglia, di un sorriso, del passepartout di un quadro, di un muro (per non parlare di quello della
neve) possono fare persino male agli occhi. È per il fatto che i bambini guardano davvero le cose, a differenza dei grandi, che le guardano per finta.
Un adulto guarda il cielo e pensa: “Toh, oggi è bel tempo”; oppure guarda le nuvole e cerca di capire da che parte soffi il vento, per sapere se deve prendere l’ombrello o no, quando esce di casa. Se è una domenica e non ha niente di meglio da fare, magari guarda il cielo così, perché gli piace. Pensa: “Che bel cielo, che nuvole bellissime.” Ma non vede davvero il cielo né le nuvole: vede un tutt’uno di cielo e nuvole che fa un bel quadro, piatto come una cartolina.
Invece un bambino, grazie alla visione traslucida, guarda su e vede una miriade di sottili strati di azzurri e blu che si muovono tra loro come i vetrini di un caleidoscopio. Ne attraversa con gli occhi le trasparenze e va giù, giù, fino a una profondità senza ossigeno che ci vorrebbe un palombaro per non morire asfissiati. Anche in pieno giorno, dietro il blu degli ultimi strati, riesce a intravedere le prime stelle della nostra galassia, il nero di quella successiva, e le meteoriti che vagano perdute.
In primo piano, con i suoi occhi radar, ha già esplorato ogni nuvola, alla ricerca di un paio di orecchie di coniglio, di una coda di dinosauro, di una bocca di lupo con la lingua fuori. Trovata ogni forma possibile nel profilo delle nuvole, passa a esplorarne con attenzione l’interno: le dune turgide, le zone gassose, le bolle, per tracciare, come un pioniere di nuove terre, una strada abbastanza sicura da poter essere percorsa. Non una sfumatura nella piuma di un piccione che si alza in volo, non il volgersi al sole di una foglia d’argento, non l’impercettibile movimento delle testoline dei fiori durante le ore del giorno, può sfuggire ai suoi occhi. Ma non è tutto qui. La visione traslucida, oltre che attraversare le distanze, sa cogliere l’infinitamente vicino.
Uno svantaggio della visione traslucida è che non solo i cieli sono caleidoscopi trasparenti, ma anche le persone. Una persona che sorride, se è davvero felice, per un bambino può essere ustionante come una palla di fuoco scappata dal sole. Una persona triste, vista con lo sguardo traslucido, è un lago di lacrime circondato da alberi senza foglie, i cui rami gemono nel vento. Non conosco un solo bambino che non sarebbe disposto a fare il giro del mondo di corsa due o tre volte, se questo servisse a far smettere di essere triste una persona triste.
Ve l’ho detto, i bambini non hanno una visione lucida del mondo.



*Sandra Caciagli lavora dal 1999, come dipendente di una coop sociale, per alcuni servizi educativi del Comune di Firenze: il Laboratorio permanente per la Pace, la Ludoteca La Mondolfiera e S-Piagge, progetto a finanziamento regionale, spazio incontro per adulti e bambini 0-3 anni (le Piagge sono una periferia difficile di Firenze  dove è collocato il servizio). Con Laboratorio per la Pace, lavora da anni nelle scuole del Quartiere 5 (dall'infanzia alle medie); e, grazie all'offerta formativa del Comune di Firenze “Chiavi delle città”, nelle scuole di tutto il territorio comunale. Sempre con Laboratorio collabora con Movimento di Cooperazione Educativa Firenze per offrire occasioni di formazione e gruppi di studio. In particolare, si occupa di laboratori (educazione attiva), creatività, letture, gioco con specifica attenzione all'educazione interculturale, alle relazioni, alla gestione dei conflitti. Dal 2005, svolge attività di formazione degli adulti, per progetti regionali finanziati da fondi sociali europei e gestiti dall'università di Firenze e da quella di Siena, e per altri progetti più piccoli, in Toscana, mirati a formare educatori e insegnanti, soprattutto su in relazione alla gestione di laboratori e agli strumenti professionali quali creatività, narrazione, gioco. Qui il blog di gruppo delle suo gruppo di lavoro, nato per scambiare idee e raccontare esperienze.

**
Questo libro è bellissimo, durissimo, coraggiosissimo.
Io non ho avuto il coraggio di dire davvero il dolore senza infiocchettarlo, c'è come un tabù (tra adulti) a parlare del dolore dei bambini e dei ragazzi.
Friot del tabù se n'è fatto un baffo, ha detto come stava davvero. La verità ci tocca e ci raggiunge sempre, qualunque essa sia: è questo che fa bene
.



giovedì 30 maggio 2013

“Tu non sei niente”

DOMENICA
Tempo grigio a nord della Loira.
Foschie e nebbie nelle valli.


Comincia verso le tre. Il pranzo della domenica è finito da poco. C’è stato il solito episodio dei piatti. «A chi tocca?» «A me no! Ho già apparecchiato.» «E perché a lui non tocca mai? Non lo fa neanche durante la settimana…»
   Lui, sono io.  E il turno dei piatti non mi tocca durante la settimana semplicemente perché non ci sono, sono via. Frequento il liceo come interno in un convitto, a ottanta chilometri da qui, dall’altra parte di Parigi.
  Posso anche farli, i piatti, se insistono. Tanto è come se già fossi via. Sono arrivato ieri, verso le sei, e tra poco riparto. Me ne vado ancora prima che se ne accorgano. Non partecipo nemmeno più a queste discussioni che solo l’anno scorso erano parte della mia vita. Sono qui provvisoriamente, e li guardo da lontano. Nella mia testa, mi sono già chiuso la porta alle spalle.
   Faccio un po’ d’ordine in camera mia. O meglio, nella mia vecchia camera: ci sto così poco ormai, che di me non c’è quasi più traccia. Mio fratello Eric ha invaso tutto, attaccato alle pareti i poster coi piloti di formula uno, seminato sul letto e la moquette i suoi vestiti e le sue riviste.
   Ora sono solo. I miei fratelli sono già usciti, uno dopo l’altro. Mio padre non so dov’è.  Mia madre è in soggiorno a stirarmi la camicia.
   Ed ecco, comincia. Mal di pancia. Non proprio male. Solo una sensazione di vuoto, una mano, dentro, che mi stringe lo stomaco. In questi momenti ho freddo. Parto fra un’ora. Un’ora persa, ingoiata da questa paura vaga. Angoscia.
   La valigia non è ancora chiusa. Ci ho messo la camicia stirata e il sacco di tela per la biancheria sporca della settimana. Come su tutti i miei vestiti e sui miei oggetti personali sopra ci sono un numero e una lettera: 92A. Là non sono che un numero.  
Faccio scattare le serrature, a sinistra e a destra. La valigia non è grande né troppo pesante. Una valigia a buon mercato, in Skai, con una tasca esterna. Ci sistemo anche il panino che mi ha preparato mia madre (prosciutto, tre fette di pomodoro, una foglia di insalata). Non lo mangerò, ma è indispensabile, credo, al rito della partenza.

Parto ancora prima di partire. Prendo le distanze da loro. Che restano al caldo, alla luce, e mi respingono. Ce l’ho con loro ma non lo dico, taccio. Incomprensibile, come al solito, nello spazio segreto che mi sono costruito. Invisibile, ma non lo sanno, perché non mi guardano.
   Li amo, certo, senza dubbio, ma è un’evidenza, una necessità. Sarebbe un inferno non amarli. Li amo per precauzione, per errore. Perché si ha bisogno di amare, ci sono slanci incontrollati che mettono in pericolo fuori dalla propria zona di sicurezza. Quando uno ama, si espone, mette a nudo una parte di se stesso, ed è proprio lì che possono ferirti. Ferire a vita, ferire a morte.
   Amare i genitori e i fratelli è un rischio minimo. È un amore così banale che non sconvolge, non impegna.
   Amo questo genere di pensieri, mi ci diverto segretamente. E me ne vergogno. Sono un ingrato, un egoista. È male. Me li lascio girare in testa, sono armi contro un male più assoluto: non essere riamato, amare e non essere amato. So bene che se mi lasciassi andare, se non reprimessi il mio cuore fino a soffocarlo, amerei alla follia, brucerei d’amore. A volte mi capita, nei momenti in cui l’emozione è d’obbligo, Natale o la festa della mamma, e scrivo poesie ridicole, grondanti di amore inutile.


Lavoro realizzato dai ragazzi della scuola media Leonardo da Vinci,
di Palermo, nel 2102, dopo la lettura di Un altro me di Bernard Friot, (nella foto).

Quello che avete appena letto, è l'attacco del romanzo di Bernard Friot, Un autre que moi (Éditions de la Martinière, 2003), da noi pubblicato nella collana Gli anni in tasca con il titolo Un altro me.
Un giorno, Bernard mi ha raccontato di avere ricevuto più lettere dai suoi lettori per questa autobiografia della sua giovinezza, che per tutti gli altri suoi libri (titoli come le famose Histoires pressées che in Francia hanno venduto centinaia di migliaia di copie, se non qualche milione, e avute numerosissime ristampe). Come la lettera di una giovane lettrice chi gli scrisse: "Questo libro mi ha aiutato a richiudere la porta sulla mia adolescenza".
Lettere di adulti, ma anche di ragazzi, che lo ringraziavano per aver raccontato quel periodo così difficile della sua esistenza: trovare espresso un disagio così forte, e così poco facile da esprimere, con quella precisione, aveva avuto un effetto liberatorio, salutare, catartico per molti di coloro che avevano incontrato quel libro sulla propria strada.

Palermo, 2102, dopo la lettura di Un altro me di Bernard Friot.
Dare parole, e quindi ordine, forma, senso, a esperienze, emozioni, stati d'animo rimasti senza parole, è uno dei grandi compiti e meriti della letteratura, ed è una delle ragioni per cui si ritengono i libri e la lettura tanto importanti nella formazione di bambini, ragazzi, adolescenti. 
Non è una esperienza facile, quella della letteratura. Tutt'altro: richiede attenzione, capacità analitica, intima disposizione al confronto, e a queste bisogna esser educati. Ma varrebbe la pena riflettere che queste doti sono fondamentali anche nella vita, oltre che nella letteratura, e che quindi la letteratura può costituire una palestra ideale in questo senso, facendo attenzione a non sottrarre alla lettura quella dimensione di privatezza, mistero e scoperta personale che la rendono attraente. 
Ci siano accorti che la collana Gli anni in tasca muove in modo specifico il desiderio di mettersi in contatto con gli autori per condividere il piacere della lettura, e a propria volta per condividere le proprie esperienze.
La condivisione dell'esperienza è importante, e forse la ragione per cui la collana Confessions di Éditions de la Martinière, come Gli anni in tasca, muove questo desiderio è che parte esattamente dal presupposto di condividere con i lettori gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza.
Quasi tutte le persone che si sono cimentate nello scrivere le autobiografie de Gli anni in tasca ci hanno riportato un'esperienza complessa, a un tempo liberatoria e frustrante, appagante e ardua. Il passato ha quella sua tipica bellezza da cartolina solo quando lo si tiene a debita distanza. Quando si è costretti a osservarlo da vicino, rivela una complessità sconcertante, a volte paralizzante. E chi accetta di affrontarla mostra una certa tempra.
Deve essere per questo che questi libri, se non hanno incontrato, eccetto alcuni casi, un largo pubblico, hanno avuto grandi appassionati, estimatori profondi, lettori attentissimi e motivati, che poi, a loro volta, hanno anche avuto il merito, dal nostro punto di vista, di farsene interpreti con i ragazzi.
Di questo siamo piuttosto orgogliosi. Ci piacerebbe naturalmente che le potenzialità di questi libri potessero esprimersi meglio, arrivando a un pubblico più largo. Ma non disperiamo.

Con il permesso di Bernard Friot, oggi pubblichiamo due lettere di un ragazzo di venunt'anni, Mathieu, che riflette sul libro Un altro me (la prima inviata all'editore, la seconda all'autore, dopo aver ricevuta la sua risposta):

Mi piace quando il sonno tarda ad arrivare.
Ci sono persone che temono l'insonnia, non è il mio caso: se l'uomo della sabbia, una sera, è occupato altrove, altri compagni più reali sono sempre là, sul mio comodino. I libri.
Questa notte mi sono sintonizzato su “Un altro me” di B. Friot.
La sua copertina dagli occhi blu mi guardava con espressione fredda e tranquilla, e ho cominciato a girare le pagine meccanicamente.
Come al solito quando apro un libro, sono arrivato alla fine tutto d'un fiato. E raramente ho incontrato un libro capace di far provare tante emozioni con così poche parole. Come dire? È un po' come se avessi letto la mia stessa storia. Mi identifico sempre un po' troppo con gli eroi.

Non sapremo mai cosa ne sia stato di Cahuzac, ne quale fosse la realtà familiare di  Delpech. Sta al lettore immaginarlo.

È buffo, ma questo libro mi ha fatto venire voglia, a mia volta, di scrivere delle confessioni. Benché a ventun'anni sia ancora un po' giovane per questo.

In ogni caso, grazie per questo bel testo.

Cordialmente

***

Alla fine trovo il coraggio di rispondere.
Mi sono piaciute molto la sue riflessioni sul libro, “un messaggio spedito al mare”. Mi sembra il punto di vista delle edizioni La Martinière che offrono ai lettori la possibilità di contattare gli autori. E questo mi ricorda alcuni progetti.

Una volta letto, cosa fare di un libro? Chiuderlo da qualche parte, in biblioteca, finché non ci torna la voglia di riprenderlo o in attesa che qualche ospite non ce lo chieda in prestito? Perché, piuttosto, non regalarlo, condividere la sua emozione con un altro? Insomma, trasmettere il messaggio... Alla fine di ogni libro bisognerebbe mettere una quindicina di pagine bianche, perché i lettori possano lascia traccia del loro passaggio, e lasciare, a loro volta, una testimonianza. Così il libro si arricchirebbe dei contributi dei suoi lettori... e se un giorno, per il più incredibile dei casi, tornasse nelle mani del suo autore, che piacere sarebbe per lui scoprire il cammino percorso dal suo libro!

La ringrazio dell'incoraggiamento. Sono davvero creativo? Non lo so. Piuttosto ho l'impressione di creare per rispondere a una piccola voce che mi dice sempre “tu non sei niente”, provare a me stesso che non sono il vuoto. La mia forza forse è quella della disperazione... O quella della speranza: come saperlo?

Così, scriverò. Forse non delle Confessioni. Perché, a parte tutto, mi sento ancora troppo vicino alla mia infanzia per poterla guardare obiettivamente, ma altre cose. Mi piacerebbe scrivere per i ragazzi, scrivere quello che non ho potuto leggere da bambino. Scrivere quello che avrebbe potuto dare speranza ad alcuni miei amici che oggi non ci sono più.

Cosa l'ha spinta a scrivere? Perché ha deciso di scrivere libri per bambini? Le risposte mi interessano :).

Buona continuazione

Palermo, 2102: suggestioni dalla lettura di Un altro me di Bernard Friot.

giovedì 23 maggio 2013

Il paesaggio del cuore

[di Eleonora Bellini]

 Ai bibliotecari piace, quando possono, organizzare incontri con gli scrittori per i bambini e i ragazzi che frequentano la biblioteca. Incontri non di facciata, ma di contenuto: bisogna aver letto il libro. Perché, leggendo, il pensiero cresce, l’immaginazione pure e, qualche fortunata volta, nel libro si trovano esperienze analoghe alle proprie, ci si identifica, si fa un passo sicuro sulla via del diventare adulti. Così, quando ci è stato proposto dai Topipittori di presentare a Borgomanero il libro Una cosa che ti scoppia nel cuore di Anna Pavignano, “nata a Borgomanero”, abbiamo invitato le scuole a un percorso dall’inverno alla primavera, con le seguenti tappe: dono del libro, lettura individuale e/o di classe, incontro con l’autrice. Sei classi, due della scuola elementare e quattro della scuola media, più di 130 ragazzine e ragazzini lettori, hanno accolto l’invito.

Così, mercoledì 15 maggio, alla Biblioteca della Fondazione “Achille Marazza” Anna Pavignano è stata sottoposta non solo a un tour de force di incontri (prima il gruppo dei ragazzi delle medie, poi quello delle elementari, infine, nel primo pomeriggio, gli adulti), ma anche a un incalzare vivace e pressante di domande. Incontrare l’autore di un libro che hanno letto entusiasma sempre i ragazzini, perché significa per loro dare corpo e concretezza e normalità all’eccezionale: “immagino lo scrittore o la scrittrice con un mantello scuro, sempre chiusi nel loro studio dove entra poca luce, sempre intenti a scrivere e tristi, senza tempo né voglia di uscire e di incontrare gente” affermò qualche tempo fa un bambino durante un laboratorio in biblioteca. Un pregiudizio da smentire.

Che qualcuno capace di organizzare così bene storie e parole si riveli nell’incontro pesona gentile, affabile, curiosa delle impressioni e delle idee dei suoi lettori, tanto quanto loro lo sono delle sue, credo sia davvero un’esperienza fondamentale per l’adolescente e il preadolesente, che hanno bisogno di adulti “buoni”, adulti che si raccontano con semplicità e verità, adulti che non sono perfetti e non fanno prediche. Adulti.
Anche per questo motivo, oltre che per altri di stile, garbo, ironia, il racconto autobiografico dell’infanzia di Anna, infanzia di tempi nei quali ai bambini era concesso gran tempo per solitudini, ozî, immaginazioni e fantasie, è stato un momento privilegiato di incontro tra generazioni lontane.
Anna Pavignano ha esordito affermando che, scendendo dal treno nella piccola stazione di Borgomanero, aveva provato “la sensazione intensa di sentirsi a casa”. Non certo una captatio benevolentiae del suo giovanissimo pubblico, ma una rivelazione.


C’è, nell’io mutevole che siamo nei diversi momenti della vita, un io fondante, che rimane per lo più nascosto, ma che può, di tanto in tanto, riaffiorare ben vivo e concreto: è l’io bambino. L’infanzia vive nel profondo, sempre. Però ci sono cose dell’infanzia che si superano, come le paure. Ci sono tante paure di bimba narrate in questo libro “senza pelle”, paure principalmente indotte dall’educazione e poi superate in età adulta.
E proprio a proposito delle paure di Anna bambina sono fioccate le domande: perché avevi paura del diavolo e degli zingari e dell’uomo del sacco? e perché non volevi avere figli e ne hai poi avuti da grande? e ti è dispiaciuto quando è morto Merdùn? e ti è passata ora la paura di morire? e anche tua sorella aveva paura? e adesso che paure hai? o non ne hai più?


La paura è esperienza comune, il racconto della paura, ha suggerito Anna, costituisce il primo passo per il suo superamento. Questo, dunque, è stato il tema posto in assoluta evidenza dalla scrittrice, ma anche dai suoi lettori. Un tema interiore che si è imposto con molta più forza di quella delle ambientazioni borgomaneresi di gran parte della storia, sulle quali noi bibliotecarie avevamo un po’ insistito nel presentare la proposta alle insegnanti.
Il ponte del Torrione e la sua edicola con la madonnina, la chiesa di san Gottardo con la gelateria sull’angolo della piazza non fanno più parte degli itinerari di passeggiata dei bambini e dei ragazzini, perché i bambini e i ragazzini non vanno più a piedi, né soli né accompagnati. Le rive del torrente Agogna non sono più fiorite di narcisi da cogliere in primavera. Il grande frutteto con il cielo paradiso non esiste più e al suo posto sorge un quartiere di tanti palazzi e poco di verde. I frammenti di paesaggio urbano dei bambini borgomaneresi di oggi sono molto diversi da quelli di Anna. Ma il paesaggio del cuore resiste. Accomuna infanzie presenti e lontane. Si può sempre percorrere in lungo e in largo, abbraccia, consola.

giovedì 16 maggio 2013

Premiata Compagnia Piumini

Da piccoli, avevamo formato una compagnia, e facevamo il teatro dei burattini. Inventavamo storie di principi e principesse, personaggi cattivi e buoni. Le battute erano improvvisate: bastava sapere la trama del racconto, e poi inventavamo. Quando qualcuno improvvisava una battuta buffa, veniva da ridere anche a noi che muovevamo gli altri burattini.
Io cantavo spesso, perché ero molto intonata (da grande, mi dissero che avevo la voce da mezzosoprano).
Carla e Roberto davano voci diverse ai personaggi. Soprattutto mio fratello sapeva imitare i nostri compagni e i grandi, nel modo di parlare e muoversi, e noi gli chiedevamo sempre, anche fuori dal teatro, di fare quelle imitazioni.
Non ricordo a quale età, alle Elementari, le maestre preparararono uno spettacolo teatrale che ebbe grande successo, e un elogio sui giornali della Valcamonica.
Io ero la protagonista, Serenella, una bambina trovata da piccola da due vecchi che l’avevano allevata con amore, ed era, in realtà, la figlia del re.
Lo spettacolo era in tre atti, e io portavo vari vestiti colorati, tutti fatti da mia madre. In una scena ero diventata principessa, ma molto triste, e fra le ballerine che danzavano per rallegrarmi c’era anche mia sorella Carla, piccolina.
Alla fine cantavo una canzone dolcissima, che diceva:


Gira arcolaio,
gira arcolaio,
gira e dipana
la buona lana.

La voce che avete appena ascoltato è quella di Marirosa, da Tre fratelli Piumini, la nostra ultima novità per la primavera 2013. Tre fratelli Piumini è l'autobiografia d'infanzia di Roberto Piumini (che non ha bisogno di presentazioni) e delle sue sorelle, Carla e Marirosa: il primo romanzo a tre voci della collana Gli anni in tasca. Il perché di questa scelta, lo si afferra dal brano che avete appena letto, che testimonia di una vocazione alla narrazione e all'invenzione. Da piccoli, essere fratelli, proprio come avviene in certe fiabe in cui tre fratelli si mettono in viaggio, combattono orchi, sfidano la sorte, conquistano regni, cercano doni meravigliosi, si perdono nei boschi, è una avventura in sé, una dimensione magica, una cospirazione segreta, a metà fra società di mutuo soccorso e associazione a delinquere.

E se la memoria legata all'infanzia è in larga misura memoria di famiglia, la memoria di famiglia è una memoria composita, fatta di più voci, di tonalità e timbro diversi, capaci di fare di un medesimo evento una partitura complessa.
Interessante, allora, è cogliere come ogni episodio, frantumandosi in tre voci, tre sguardi diversi, si dilati a una dimensione più ampia, sovraimpersonale, compiuta. Oppure osservare i modi in cui la memoria si appropria del passato e lo restituisce sotto forma di racconto: come, al cinema, guardando la medesima scena girata da tre registi diversi, da tre punti di vista diversi e con tre sceneggiature diverse. In questo senso, penso che questo libro sia particolarmente interessante per chi, coi bambini e ragazzi, si accinga a parlare di racconti e di memoria.

Il racconto dei tre fratelli Piumini, titolo che sembra uscito da una raccolta dei Fratelli Grimm, si dipana nell'arco di anni, fra le atmosfere nordiche della Valcamonica e quelle distese e assolate dell'appennino tosco-emiliano, fra eventi piccoli e grandi, ripercorsi con cura e attenzione nel rispetto profondo e affettuoso dei segni, delle tracce, lasciate nella storia personale e di famiglia.
Molta parte, in questa narrazione, hanno le case in cui i tre fratelli hanno abitato: talmente forti nella loro presenza da imprimere alle parole e alle frasi una concretezza da materiali da costruzione: mattoni, malta, sassi, travi... La storia dei tre fratelli Piumini costruisce una bella casa ampia, arieggiata, silenziosa e insieme risonante di voci e rumori; d'inverno, profumata di neve e freddo, d'estate deliziosamente spalancata all'odore buono dei temporali e dei prati sotto il sole. (gz)



martedì 5 marzo 2013

Ciò che è giusto e ciò che è sbagliato

[di Rossella, Lorenza e Francesca, Libreria Cartamarea]

Ci siamo sempre chieste, da libraie e sostenitrici dell'importanza culturale e sociale del libro, come fare a raggiungere il mondo degli adolescenti e a lasciare un segno vivo e non retorico nel giorno della celebrazione della Memoria, 27 gennaio, data che ci riporta alla mente i tragici episodi della Shoah. Tra tutti i testi presi in considerazione, quello di Cesare Moisè Finzi Il giorno che cambiò la mia vita, edito da Topipittori, nella collana Gli anni in tasca, ci ha subito catturate per la semplicità stilistica della narrazione che lascia spazio soprattutto al vissuto emotivo, raccontato in prima persona, e che raggiunge immediatamente il cuore dei lettori di tutte le età. La storia della fuga di un ragazzo ebreo e della sua famiglia, una storia di persone che scelgono di aiutare, rischiando la propria vita. Grazie all'editore siamo riuscite a contattare il dottor Finzi, ex primario di Cardiologia presso l'Ospedale di Faenza, dove vive tutt'ora, e a fissare un incontro con i ragazzi della Scuola Media Dante Arfelli di Cesenatico.

Cesare e il fratello Manlio, durante la festa di Purim, 1938.
E, così, il 21 gennaio Cesare Finzi è arrivato da noi, in treno, con la sua valigetta piena di ricordi, con i suoi occhi azzurri talmente trasparenti che ci si può leggere dentro la sua sofferenza ed emozione.
Ad accoglierlo, una platea di circa 200 ragazzi di terza media, difficili da gestire, esuberanti e sempre in movimento... Ma poche parole introduttive sono bastate a catturare gli animi impetuosi. Non si è mai seduto il dottor Finzi, per due ore ha raccontato, in piedi, perché la storia di quegli anni non si può raccontare da seduti, perché chi l'ha vissuta e ce la tramanda non si può sedere, è come se la stesse rivivendo, ogni volta, sempre col cuore in gola.
E questo è arrivato ai ragazzi: la tensione e la tragicità degli eventi, il fluire del racconto senza pause, gli occhi più volte pieni di lacrime, il coraggio di ricordare quegli attimi interminabili e cruciali della propria vita.

 E, a conclusione, le parole più importanti, il messaggio positivo per le nuove generazioni, un messaggio quotidiano: «Non voglio farvi la predica, ma voglio solo ricordarvi che ogni giorno, in tutto ciò che fate, avete la possibilità di scegliere da che parte stare, e questo mio racconto vi potrà servire per decidere con consapevolezza, ragionando con la vostra testa, discernendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Non siamo un gregge di pecore, ma persone libere di prendere decisioni.» L'emozione si palpava, nell'aula magna, molti prendevano appunti e sono rimasta colpita soprattutto da una ragazza ripetente, che di solito non partecipa affatto alla vita scolastica, rapita dalle parole di Finzi, attenta e subito pronta con una domanda. Sì, il messaggio è arrivato...

Poi, nel pomeriggio, il dottor Finzi ci ha regalato altre belle parole in libreria, pronto ancora a rispondere a domande che purtroppo fanno ancora male.
Vogliamo sottolineare anche il continuo impegno di quest'uomo che tutt'ora continua a svolgere ricerche, a svelare nuovi risvolti della vita di persone mai conosciute personalmente, ma in qualche modo legate con un filo sottile alla sua vita. Ci ha raccontato enigmi e dettagli su cui sta ancora lavorando: insomma, una persona che nonostante la sofferenza vissuta in prima persona, riesce a guardare positivamente al futuro.

giovedì 17 maggio 2012

Sulla punta delle dita

[di Angela Nanetti] 

L’infanzia per me, prima ancora di un’età, è un modo di relazionarsi col mondo; e dunque un linguaggio.
E se la lingua è il ponte del sé con gli altri e con l’altrove, ponte di interconnessioni mobili in continuo divenire, il linguaggio infantile lo è in modo del tutto particolare e specifico, così come particolare e specifica è questa prima tappa della vicenda umana.  Unica, preziosa, irripetibile.
Dunque il linguaggio, che sappia veicolare il pensiero infantile, l’immaginario infantile, lo sguardo infantile sul mondo. Che non sono “diminuiti” e “diminutivi”, ma sono “altri” rispetto a quelli degli adulti.
Federica Iacobelli nel suo La città è una nave riesce meravigliosamente in questa impresa difficile, raccontando insieme l’infanzia e la sua infanzia, dai cinque ai dieci anni. In dieci tappe che sono dieci narrazioni, per le quali utilizza, mescolandoli, la terza persona e il parlato interiore. Con queste tecniche, usate sapientemente, racconta un vissuto infantile con i suoi amori e gelosie, le paure e gli incanti, le domande e le delusioni, rendendolo al lettore autentico e palpitante. E intorno a esso una città di acqua e di terra che trema, di vicoli che scendono al mare, di ville alte e basse, di mare sbirciato da uno scampolo di terrazzo e di palazzi che sul mare stanno a galla, ma rischiano sempre di affondare. Una città instabile nella sua mutevolezza come il bradisismo che la tormenta, come la vita che scorre. Ed ecco un esempio:

La bambina corse alla finestra. Ci arrivava appena con la testa, ma se poi saliva sulle punte vedeva un muro fatto con le rocce e oltre quel muro solo onde, tante onde... La bambina si voltò solo un momento. Lachis stava disegnando con lo zio, mentre il papà stava telefonando. Era difficile, il lavoro di architetti, è più difficile in un posto come questo. In un posto come questo bisognava stare attenti, perché il palazzo doveva stare a galla. Partire no, non era mai riuscito a farlo, perché era troppo grosso e troppo vecchio; ma se affondava con lo studio e coi disegni? Se si bagnava? Se sparivano i progetti?...

Un palazzo come una nave, che può salpare o affondare, paura e desiderio nel contempo. Ecco l’infanzia.
Al  termine della lettura mi sono sentita dentro sospesa, come se avessi l’anima sulla punta delle dita.

martedì 17 aprile 2012

Con un certo batticuore...

Da alcuni giorni è in libreria il libro di Anna Pavignano, Una cosa che ti scoppia nel cuore, novità Anni in tasca della primavera 2012, presentata in fiera da poco. Nelle ultime pagine del libro, si legge un dedica: "A Luisa Mattia,  la più generosa che ci sia." Abbiamo chiesto a Luisa, autrice di un volume di successo della nostra collana, W la libbertà, alla quale la dedica è stata tenuta nascosta fino all'ultimo, di spiegarci la ragione per cui il suo nome compare nel libro, che legame ha con queste pagine e cosa pensa di questa storia di infanzia e di come è raccontata.

[di Luisa Mattia]

Generosa: Anna dice che lo sono, e con lei. Gentile sì, ma ostinata, c’è poco da discutere. Se lo dice, ne è convinta. Generosa, io, nel caso di questo libro… Perché?   Quando  ho presentato Anna a  Topipittori, lei non aveva ancora scritto un rigo del libro e Giovanna e Paolo non sapevano nulla delle sue capacità di "scrittora". A me sembrava una bella festa mettere insieme persone capaci di raccontare, fare bei libri, incontrarsi su pensieri e sentimenti...
Ora Anna dice che, per aver fatto questo, merito un “Grazie”.
Prego!

Anna la conosco bene. E lei conosce me. Siamo amiche da un bel pezzo, quel tanto che basta per volersi bene con impegno e allegria. Quel che ci vuole per coltivare stupore e intessere stima. Siamo complici per effetto della voglia di scrivere, per i racconti che ci facciamo, per le tante idee e i tanti progetti che è bello pensare, anche se poi finiscono in una bolla di sapone oppure non riescono a diventare neppure quella. Si vive di sogni da concretizzare, di realtà da scoprire, di sentimenti da intrecciare. I libri e i racconti sono, da sempre, un luogo bello in cui troviamo sintonia.


Lei, Anna, scrive il cinema, mette parole e anima nelle storie che andiamo a vedere in sala.
È una tipa, Anna, che attraversa le giornate con un’attenzione antica ai dettagli, alle persone, ai sentimenti, ai cenni e agli accenni.
È una tipa, Anna, che può dimenticare le chiavi di casa o il cellulare, ma non si scorda mai, ne potete star certi, di una storia che ha pensato o che qualcuno le ha raccontato. Né di un’emozione né di un sentimento. 
E tutto pensa e lavora, per dargli forma di vita e – qualche volta – una storia.

Quando Topipittori cominciò la collana Anni in tasca, ne parlammo. Le dissi che avrei scritto della mia infanzia carica di allegra sapienza e di disobbedienze. E lei, Anna, replicò che disobbediente non lo era stata mai, perché era stata una bimba fifona. E non per caso. Accennò a qualche episodio, a qualche emozione. Finì lì la conversazione, ma non il lavorio della memoria.


Da bambini desideriamo approvazione, affetto, avventura. Ostinatamente andiamo alla ricerca di occasioni di stupore.
L’essere buoni o cattivi dipende spesso dalla valutazione degli adulti, dalle regole che fanno loro, dai loro umori, dalle loro felicità, dalle loro malinconie.
Da adulti, poi, proviamo a riscoprirci e specchiarci in quell’Io infantile che, troppo spesso, facciamo finta di aver dimenticato.

Scrivere della propria infanzia è una esplorazione e anche una riappacificazione: con noi stessi, con il tempo che è passato, con il presente che – vuoi o non vuoi – viene da lì. Scrivere della propria infanzia è anche scoprire il se stesso di oggi, trovarne le radici e gioire del presente, del come si era e come si è, senza strappi, senza ipocrisie. 


In Una cosa che mi scoppia nel cuore, Anna Pavignano prende se stessa bambina e si lascia guardare, da lei che scrive – oggi – e da noi che leggiamo.
È una bambina gentile capace di forti sentimenti.
È una bambina vulnerabile che pure attraversa con energia vitale giornate, eventi, confusioni, delusioni e scoperte.

Scrive, Anna Pavignano, secondo un registro che modula il passato su un doppio binario stilistico.
Il gioco narrativo, intenso, lucido, carico di affettività, si muove tra un “passato passato” - quella dimensione che si vive da bambini, quando ti senti "oltre" il tuo essere stato piccolo – e il “passato-e-basta”, quando hai chiuso il cerchio dell'infanzia e sai che indietro non ci torni; e questa consapevolezza ti segna con allegro sollievo e, contemporaneamente, nostalgica malinconia mentre vivi un presente fatto di nuove consapevolezze e di una forza lieve che viene dall’aver attraversato la paura.


Ecco, questo libro, scritto con grande passione da Anna Pavignano, vale non solo per la qualità della narrazione, per lo stile così seriamente lieve. Vale anche per il racconto che si scioglie con delicatezza per il lettore e che rivela come la paura sia alla base della solidità di un bambino e di una persona.
Non c’è identità, non c’è spessore nei “senza paura”.

La bambina Anna non è certo una temeraria né spavalda. Conosce la paura ma impara, poco a poco, a governarla.
Lo fa con gentilezza e ostinazione. Spesso lo fa ridendo.
Ecco, il tocco della narrazione brilla di umorismo, lo stesso che poi – da adulta – connoterà i film di cui è stata autrice.
Si ride della fifa e si sorride alla vita.
Con un certo batticuore, certo.

giovedì 8 marzo 2012

Un'ora sola ti vorrei

Prima di vederlo, qualche giorno fa, avevo sentito parlare molto del film documentario di Alina Marazzi Un'ora sola ti vorrei che la regista milanese ha dedicato alla madre, suicida quando lei aveva sette anni.
Un film che, uscito nel 2002, è diventato un vero e proprio caso, per la forza, la bellezza, l'originalità del racconto.
E credo anche per il coraggio con cui Alina Marazzi ha saputo dar conto di una vicenda così tragica e privata, restituendo da una parte un ritratto complesso, profondo di una identità femminile, dall'altra  affrontando il tema dell'identità femminile in rapporto alla maternità, nei suoi aspetti meno facili e stereotipati, quelli di cui pochi parlano, e di cui pochissimi parlano con lucidità tanto il campo è minato da convenzioni, pregiudizi, tabù sociali, culturali, religiosi.



Mentre guardavo le immagini di questo film, e l'immagine ossessivamente ripetuta dello sguardo aperto, interrogante della giovane donna che ne è protagonista, non ho smesso un attimo di chiedermi con vero sgomento come sia stato possibile che in un ambiente tanto colto, illuminato e agiato, una ragazza con una personalità così evidentemente eccezionale, e con doti di intelligenza e sensibilità fuori dal comune, abbia potuto essere così equivocata, contrastata, poco accolta, compresa, rispettata, aiutata al punto da vivere una condizione di disagio e angoscia irrisolvibili nel momento in cui ha deragliato dal ruolo di madre e moglie impeccabile. Al punto da precipitare in un conflitto interiore devastante, non riconoscendo per prima lei stessa a se stessa la legittimità, la possibilità, la libertà di un pensiero e di una personalità irriducibili, fuori dagli schemi.


Questo film per me è stato particolarmente importante perché mi ha permesso di dare una risposta a una domanda che ciclicamente mi si è posta durante la lettura dei romanzi che fanno parte della nostra collana Gli anni in tasca.
E cioè per qualche motivo, in tutti questi libri, con pochissime eccezioni, le figure materne, se da una parte appaiono come evidentemente importanti
Immagini tratte da Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.
nella vita dei figli, dall'altra si percepiscono come offuscate, lontane, chiuse in una dimensione che spesso le rende impenetrabili, misteriose, inaccessibili, a volte persino fredde.
E questo a fronte di figure di padri, magari meno importanti nell'economia della vita domestica e familiare, e meno presenti, ma certamente più forti dal punto di vista emotivo, più immediati, vitali, leggibili e comprensibili, umanamente significativi. Non nascondo che riscontrare questa situazione mi ha messo in imbarazzo. Soprattutto perché, quando ci riflettevo su, avevo sempre l'impressione di non arrivare mai al punto vero della questione, ma di trovare spiegazioni frammentarie, legate a contesti e situazioni specifici, quando il problema era, invece, evidentemente più generale e diffuso.

Un'ora sola ti vorrei mi ha consentito di capire con chiarezza inequivocabile quale sia questo punto. E cioè che se a un uomo (a qualsiasi uomo, a qualsiasi classe o ambito professionale appartenga) quel che la società chiede è di essere prima di tutto se stesso e, in ragione di questo, di adattare alla propria identità i ruoli che è chiamato a svolgere, alla donna quel che viene chiesto è l'opposto e cioè di impersonare i ruoli a cui è chiamata, modificando la propria identità
Immagini tratte da Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.
in base a quel che questi richiedono, in un processo di autocorrezione e di adattamento che ha come fine la corrispondenza perfetta fra persona e richieste familiari e sociali. La ragione per cui le madri degli Anni in tasca rimangono tanto invisibili, misteriose sia per i loro figli sia per il lettore che ne ripercorre le storie, il motivo per cui leggendo questi racconti si ha sempre l'impressione di non arrivare mai a conoscere queste donne, i loro desideri, le loro inclinazioni, i loro caratteri, se non nei rari, eccezionali momenti in cui si apre per loro uno spiraglio di libertà che consente di manifestarsi, è che a queste donne la prima richiesta che è stata fatta dal contesto sociale e culturale è quella di mettere da parte se stesse. Di scomparire al mondo, come se l'idea stessa di identità costituisse un ostacolo insormontabile allo svolgimento corretto della funzione materna. Come se l'azzeramento individuale costituisse il suo fondamento imprescindibile. Una condizione sine qua non. Come se l'idea in sé di identità relativamente al femminile fosse inaccettabile.
Mi chiedo se, nonostante le apparenze, le cose oggi siano davvero cambiate.
In Giorni d'amore e di inganno, romanzo di Alicia Giménez-Bartlett (creatrice della meravigliosa ispettrice Pedra Delicado), che ha al centro l'analisi minuziosa delle dinamiche di una strana, casuale comunità femminile, una frase mi ha colpita, pronunciata da una delle protagoniste, la più eccentrica, aggressiva e arrabbiata di loro: «Siamo capaci di dare tutto quel che ci viene chiesto, da Dio e dalla società. Solo che a volte la società chiede cose diverse da quel che siamo disposte a dare.»
Teniamolo ben presente.