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giovedì 17 gennaio 2013

Riflessioni a margine di una crisi /2: Far funzionare la propria idea, giorno dopo giorno

La libreria di Thomas, a Livigno (SO)

Fra le tante, piacevoli conseguenze del nostro post di venerdì scorso, quella che più ci ha rallegrato e anche un po' inorgoglito è questo lungo messaggio di un libraio periferico e isolato, ma per nulla fuori dal mondo. Con un sentito ringraziamento e l'invito a continuare la nostra conversazione.

[di Thomas Ruberto]

Sono un libraio (non ho nessun attestato, solo una piccola libreria da gestire) e spero di dare un contributo a una discussione davvero intelligente che credo abbia toccato tutti i temi che riguardano il mondo dei libri. E per dare un contributo, vorrei parlare della nostra esperienza e di come intendiamo evolverci (magari anche per dare una spintarella a chi vuole aprire una nuova libreria), e naturalmente dire la mia su quello che ho letto nei vari commenti.

Cinque anni fa abbiamo deciso (io e mia madre) di provare a destinare ai libri uno spazio di 20 mq nel negozio di famiglia (con mille dubbi di mia madre, commerciante da trent'anni).
Passo indietro: vivo in un piccolo paese di montagna a fortissima vocazione turistica, estremo nord Italia, 6mila abitanti. Prima della nostra non esistevano librerie in paese, tanto che quando si è sparsa la voce della (minuscola) imminente apertura, la sorpresa sui volti dei compaesani è durata almeno un anno, più o meno il periodo di vita che ci davano. Non esistevano librerie prima della nostra, dicevo, così a chi ancora oggi mi chiede come vanno gli affari (sempre con annessa sorpresa sul volto), io rispondo che la sorpresa non deve stare nel fatto che la nostra libreria funzioni, ma che prima non ce ne fossero in paese. Io stesso, dopo aver finito l'università ed essere tornato all'ovile, potevo acquistare libri solo sul web (in formato cartaceo, parlo di 6 anni fa).
Avevamo deciso di provare a dare un'opportunità ai libri, vista la nostra passione per la lettura e la scrittura, ma per farlo non potevamo buttare tutto il lavoro precedente e stravolgere un negozio per quello che in fondo poteva rivelarsi un azzardo: così 20 mq e un investimento iniziale minimo ci erano sembrati ideali per la nostra prova. Io ero convinto delle potenzialità dei libri nel mio paese, dovevo solo toccare con mano le risposte dei lettori-clienti.



Tre anni dopo, nell'estate 2011, abbiamo ristrutturato l'intero negozio: la libreria è triplicata fino a occupare 60 mq al piano terra, gli altri articoli (borse e accessori) li abbiamo trasferiti al piano interrato in circa 30 mq. La libreria ha continuato ad avere successo, a conquistare lettori e credibilità, a incrementare le vendite. L'opportunità che avevamo dato ai libri si è rivelata un'opportunità per noi, e oggi possiamo dire di esserci consolidati. Per questo abbiamo deciso che, entro fine anno, la libreria si estenderà al piano interrato. Elimineremo il reparto borse e accessori (qui sì che la crisi di vendite è forte) e punteremo ancora sui libri (dove la crisi c'è ma è meno marcata).



Siamo però convinti che i libri da soli non bastino. Noi proporremo ancora di più una scelta di non-book di qualità (non scopriamo nulla di nuovo, e qui forse Diletta non sarà d'accordo con noi) e, vicino alla scelta di libri di cucina che vogliamo incrementare introdurremo i migliori prodotti del territorio (anche qui non scopriamo nulla di nuovo, e qui forse Diletta ci darà dei banalotti). Un'offerta che, crediamo, possa rendere ancora più piacevole la scelta di un libro, in un ambiente accogliente e originale (per ciò che riguarda la nostra provincia). Credo sia lo stesso concetto seguito da Spazio B**K, solo che ogni persona mette se stessa nel proprio progetto, la propria sensibilità, le proprie intuizioni, sempre con la consapevolezza che il tutto deve essere funzionale al luogo in cui si vive, al tipo di lettore che frequenta la libreria e all'evoluzione del mercato (prima locale, poi nazionale, poi mondiale).



Sono rimasto affascinato dalla libreria ideale di Anna, descritta nel suo primo commento : potrebbe essere anche la mia libreria ideale e di molti altri, sono convinto. Ma non sono convinto possa funzionare davvero, almeno in Italia (con l'eccezione di poche grosse città). Perché se è vero che l'Italia è fatta di province e cittadine (ed è vero), anche le librerie devono essere fatte a loro misura. Oggi i tempi per una libreria del genere in provincia (almeno nella mia) non sono maturi. Spero lo saranno in un futuro non troppo lontano.
Però la differenza tra libreria “da sogno” e libreria “da realtà” sta soprattutto nel fatto che la seconda è un'attività commerciale, e come per qualsiasi attività anche la libreria è prima di tutto un negozio con un bilancio da far quadrare e con, oltre al lavoro giornaliero di libraio, spese di corrieri e di resi, bollette luce, riscaldamento, telefono e adsl, costi della gestione finanziaria e del conto corrente, pulizie e ordine dell'ambiente eccetera. Tutte cose ovvie, ma a volte è meglio ricordarle, sennò pare che il libraio debba solo pensare ai libri sugli scaffali (o un negoziante alla merce da esporre). Inoltre, la libreria “da sogno” credo non possa essere una piccola libreria, perché a uno o due librai non basterebbero 24 ore per gestire tutto quello di cui parla Anna. E se in Italia si assumono uno o due dipendenti, si aggiungono altri costi (sostenibili?).

Per farla breve (e non ce l'ho con Anna, sia chiaro, perché la sua libreria “da sogno” potrebbe essere un modello da seguire a Milano, Roma, Torino o Parigi), sono convinto che le belle idee, intriganti, stupefacenti e rivoluzionarie siano piuttosto facili da avere. La difficoltà più grande sta nel metterle in pratica e soprattutto nel farle funzionare nel tempo. E, oggi, un libraio, con tutto quello che succede là fuori, deve prima di tutto essere concentrato nel far funzionare la propria idea, giorno dopo giorno, e poter ribaltare piano piano ciò che di sbagliato c'è nel mondo dei libri.

Poi, sulla qualità della produzione che ogni giorno troviamo tra le novità, credo sia già stato detto tutto. Non faccio però parte di quei librai schizzinosi che decidono di non vendere la D'Urso, oppure Brosio, oppure Vespa (una volta ho visto un cartello nella vetrina di una libreria con scritto “Noi non vendiamo i libri di Bruno Vespa”). Come credo sia giusto fare, cerco di dare equilibrio alle proposte, esponendo libri di qualità per i lettori forti e per chi vorrebbe diventarlo, e libri ad alta “vendibilità” per chi non cerca altro. Per fare un esempio, è anche grazie alle centinaia di copie vendute in estate della trilogia delle Sfumature, che dall'autunno all'Epifania abbiamo potuto proporre un bancone al centro della libreria con circa 30/40 romanzi di piccoli editori di qualità.

E poi avete ragione: il pessimismo regna sovrano, ovunque, anche se è chiaro che è difficile stare allegri nella situazione economica attuale e, direi, in quella istituzionale (italiana) degli ultimi decenni. Ma proprio l'aprire e gestire una piccola libreria mi ha insegnato a puntare l'attenzione sugli aspetti positivi e sui punti di forza di un progetto, sul tentare nuove strade calcolando bene i rischi, senza mai restare fermi nella posizione di partenza. Come dice Diletta, provare “a crescere investendo nelle idee, nei progetti di qualità, nelle tecnologie, in un'immagine attraente-seria”. Evolversi, appunto, anche solo nei limiti della piccola libreria, di un budget limitato e delle possibilità dell'intelletto della singola persona che gestisce il tutto.



La mia conclusione potrebbe farmi passare per individualista, ma in realtà non è così: credo nel confronto fra librai ed editori come sta succedendo in questo blog, non credo nell'iscrizione fine a se stessa in qualche associazione di categoria; credo che per evolversi ogni libraio debba prendere spunto da realtà diverse da quelle in cui ha la libreria, non credo nell'omologazione delle librerie e del loro catalogo; credo che il conflitto di interessi nel mondo italiano dei libri sia palese, dove i maggiori editori, distributori, librai lavorano per un'unica società, non credo che la situazione cambierà a breve finché le persone come voi, noi, resteranno in minoranza (ma si lavora per diventare maggioranza); credo nella carta e negli ebook e nella loro convivenza pacifica in libreria, non credo che Amazon e compagnia siano la sola risposta; credo che sia bello uscire di casa ed entrare in una libreria, dove ci sono cose chiamate “scaffali” e sopra ci sono cose chiamate “libri” che si possono addirittura toccare, non credo sia bello se il futuro ci vedrà accendere un computer e fare tutto restando in poltrona; credo a una politica dei prezzi più razionale e a un miglioramento della legge Levi, non credo agli sconti selvaggi di librerie di catena e librerie on-line; credo che un indirizzo web e un social network non saranno mai accoglienti e piacevoli quanto una piccola libreria ben tenuta; credo nei Topipittori e nei piccoli editori seri e capaci (fin dalla nostra apertura abbiamo avuto qualche vostro titolo tra gli scaffali), ma non credo che il settore ragazzi e illustrati sia il punto forte della nostra libreria; credo che il confronto con persone come voi sia fondamentale per un piccolo e ancora poco esperto libraio come me.

La puntata precedente di Riflessioni a margine di una crisi potete leggerla qui. E non mancate di leggere i molti, interessantissimi commenti.

venerdì 11 gennaio 2013

Riflessioni a margine di una crisi /1: invito a una conversazione

Boekhandel Selexyz Dominicanen - Maastricht
La nostra amica Diletta Colombo è una donna coraggiosa. Il 7 dicembre scorso, insieme a una socia, nel bel mezzo di una recessione durissima e dagli esiti ancora incerti, ha aperto a Milano, nel quartiere Isola, una libreria nuova di zecca. Con Diletta, da parecchi anni, ci scambiamo idee e opinioni, ci confrontiamo su una realtà che vediamo da punti di vista diversi, ma prossimi. Qualche giorno fa, abbiamo ricevuto un suo messaggio. Ci sembra sia di interesse generale e lo proponiamo in lettura, insieme alla nostra risposta. Se qualcuno desidera partecipare a questa conversazione, che vorremmo si aprisse anche ad altri librai, editori, distributori, bibliotecari e lettori, può commentare qui. O contattarci e inviare un pezzo con le proprie considerazioni all'indirizzo info[at]topipittori[dot]com.

Le immagini a corredo di questo post sono alcune delle venti più belle librerie del mondo (via Il Post.it)

Diletta Colombo - L'editoria italiana e il mercato librario sono in crisi. Da tempo il digitale mette in crisi la carta. La crisi economica crea una situazione di allarme.  Praticamente non si legge altro.

Atlantis Bookstore - Santorini
Proprio in questi giorni la storica libreria Hoepli mette in cassa integrazione a rotazione 60 dipendenti, la Libreria dei ragazzi è quasi in pensione, Utopia lascia largo La Foppa per trasferirsi in via Vallazze e anche la Libreria del Mondo Offeso trasloca in una zona meno commerciale, chiude la libreria antiquaria Rovello, il futuro di Milano Libri è incerto, i dipendenti Fnac sono in lotta e sul Manifesto del 5 gennaio l'ODEI (Osservatorio degli Editori Indipendenti) mette in guardia dai grandi colossi editoriali che controllano la catena distributiva, rovinando il mercato del libro e costringendo i piccoli a una vita di stenti. I Topi fanno parte di ODEI?

Bookàbar Arion Palazzo delle Esposizioni - Roma
Da giovane donna e neo-imprenditrice, mi dico che non ne posso veramente più di analisi povere, stereotipate e vecchie sull'editoria e sul mercato librario.
La realtà è molto più complessa della dicotomia imperante buono/cattivo, alla quale si tende a far corrispondere grande/piccolo (anzi, grande/indipendente).
La crisi non viene solo dalla riduzione del potere d'acquisto e dal disinvestimento statale nella cultura e nell’istruzione. E non tutto va a rotoli. Ci sono imprese che stanno provando a trasformarsi, a cambiare e a crescere investendo nelle idee, nei progetti di qualità, nelle tecnologie, in un'immagine attraente-seria e all'avanguardia e soprattutto nelle relazioni.

A livraria Lello e Irmao - Oporto
Perché le librerie, piccole o grandi, e gli editori, piccoli o grandi, hanno smesso di fare progetti?  Di porsi domande sulle trasformazioni in atto? Di curare e investire nella propria immagine e nella comunicazione come moltissime aziende avevano già fatto negli anni cinquanta e sessanta? Di selezionare prodotti di qualità? Di incentivare la formazione dei propri dipendenti? Di lavorare sullo spazio in relazione col proprio pubblico? Di risparmiare nei settori giusti e di destinare risorse in ciò che nel lungo periodo può generare reddito? Di fare analisi di mercato per differenziare l'offerta senza arrendersi ai soliti gadget e ai mini-vasetti di marmellata bio?

Capire non è facile, avere la sensibilità e l'intelligenza di cambiare ancora meno.
E la crisi c'è davvero e pesa sugli scontrini.
Ma perché chi fa accordi con Amazon per vendere i Kindle e realizza una nuova applicazione per comprare libri da iPhone, si tiene un sito antidiluviano, esteticamente improponibile, e uno spazio vecchio, poco confortevole e attraente? Non è la globalità di un progetto che fa la differenza sui risultati?
Perché i grandi editori e le grandi catene di librerie investono più energie a piangere miseria che a interrogarsi su come stiano cambiando i modelli culturali di riferimento e su che cosa chiedono "i clienti" oggi?
Forse noi tutti – editori, librai, amministratori, analisti di settore, sociologi - non ci interroghiamo abbastanza sulle ragioni per le quali il modello della grande libreria di catena in voga negli anni ottanta e novanta non è più efficiente, né efficace.

Bart's Books - Ojai, California
Forse ci dimentichiamo che in Italia sono i lettori forti a trainare l'economia del libro, non una vasta massa di lettori deboli. E da noi i lettori forti sono molto più numerosi che in Germania, dove pure una cultura penetra anche in strati più vasti della popolazione. E che questi lettori forti sono stanchi della mediocrità di molta produzione editoriale e della maggior parte dei modi in cui viene commercializzata. Forse ci dimentichiamo che le persone (e i giovani soprattutto) guardano all'estero per comprare molti libri al passo con la ricerca scientifica, economica e artistico-grafica.
Forse ci dimentichiamo del ruolo che le biblioteche potrebbero avere nel rianimare l’economia del libro.
Di questo si tende a non parlare. Si parla della crisi come di un fenomeno esogeno, un maligno deus ex machina entrato di nascosto nel regno della felicità e del benessere, contro il quale l'unica possibile difesa è il sussidio pubblico, la prebenda, il privilegio, l'affitto agevolato.
E la risposta della politica sembra essere l'offerta del privilegio, dell'affitto agevolato e non di un progetto serio e ponderato. (Per quanto già costituisca una novità che dalla politica, almeno da quella locale, venga una risposta così tempestiva).

Ler Devagar - Lisboa
Regna il silenzio sui giornali e sui blog, che sembrano essere capaci solo di sottolineare la crisi e i suoi effetti, senza sondarne approfonditamente le cause, senza cercare, studiare e far conoscere le realtà produttive e distributive  (forzatamente piccole e, perciò, forse scarsamente appetibili dal punto di vista della “notizia”) che contro questa crisi stanno tentando strade nuove.
E ancora più rimangono in silenzio quegli esempi vitali imprenditoriali che trasformano progetti in economia che potrebbero aiutare a dare nuove idee e nuovo coraggio.
Mi piacerebbe tanto che di tutto questo si iniziasse a parlare, perché di questa crisi dei libri, così come ce la raccontano, noi giovani non ne possiamo più.

Barter Books - Alnwich, UK
Paolo Canton - No, cara Diletta, non facciamo parte di ODEI. Anzi, fino a poco fa non ne sapevamo nulla. Come spesso accade, queste iniziative collettive tendono a fare un proselitismo di prossimità. Un po' come l'Associazione Italiana Editori: siamo editori da quasi dieci anni, ormai, ma non siamo mai stati contattati da qualcuno che si sia premurato di spiegarci anche solo quali vantaggi avremmo potuto ottenere dall'associarci. E così non siamo associati.
E siamo d'accordo con te. Le soluzioni alla crisi che vengono proposte e ventilate da più parti (per il comparto librario dell'editoria e la relativa catena distributiva, intendo) sono vecchie, stantie, e soffrono degli stessi mali che questa crisi hanno generato: immobilismo, conservatorismo, sospetto nei confronti del nuovo, disattenzione alla qualità della proposta (sia produttiva sia distributiva), scarsa considerazione, se non totale disistima del “cliente”, desiderio di nicchie protette e privilegi (ricordo qui che “privilegio” deriva da “privata lex”, una legge fatta ad hoc, non molto diversa dalle tanto criticate leggi ad personam).

El Ateneo - Buenos Aires
La ragione del silenzio di quelli che definisci “esempi vitali imprenditoriali” è che, come ben sai, questi sono impegnati anima e corpo, tutto il giorno di tutti i giorni, a lavorare al proprio progetto. Come te e come noi. E trovare lo spazio e il tempo per una riflessione a margine è sempre molto difficile. Serve uno stimolo forte, come il tuo, per farlo. Grazie di avercelo dato.
Ci consideriamo, orgogliosamente una di queste realtà. Nei nostri quasi nove anni di vita, con il nostro piccolo catalogo, siamo diventati voce attiva della bilancia dei pagamenti, esportatori di cultura e creatività italiana (anche se in formato tascabile), insigniti di onorificenze in Francia, beneficiari di sostegni governativi in Portogallo, invitati a rappresentare l'editoria più innovativa in Brasile, in Belgio, in Corea.

El Pendulo - Città del Messico
Il 2012 è stato il primo anno difficile della nostra breve storia. Quest'anno la voce del fatturato domestico non avrà un segno positivo. Ci salva dalla decrescita il lavoro di tessitura di relazioni all'estero (un lavoro che conduciamo da soli, senza alcun supporto istituzionale). E ci salva da un grave segno negativo il prestigio che abbiamo conquistato presso insegnanti, bibliotecari, promotori della lettura, genitori più o meno organizzati: negli ultimi tre mesi dell'anno, le nostre vendite dirette (cioè quelle effettuate fuori dal circuito delle librerie, quindi a scuole, associazioni culturali, gruppi di acquisto, biblioteche e privati) sono aumentate del 60 per cento.

P L U R A L - Bratislava
Il cavallo beve. Sono gli intermediari che non riescono a fargli arrivare l'acqua. Il nostro distributore (ALI) fa un lavoro egregio, ma si scontra con logiche e sistemi di incentivazione tanto perversi quanto consolidati. Uno fra tutti, l'incapacità di pensare a ogni editore come a un'entità separata, invece che a un frammento di un immenso catalogo indistinto da collocare in libreria, possibilmente attraverso un unico buyer che serva più librerie, per minimizzare l'impegno e ottimizzare il costo del venduto. Invece, le librerie di catena sono in fortissimo calo (compensato in parte da Amazon e da IBS, che crescono vertiginosamente). Alcune piccole realtà specializzate e non, hanno un successo incredibile in contesti difficili e ristretti, ma spesso incontrano molta difficoltà a essere riconosciute come interessanti e alimentate, sostenute dalla distribuzione.

The American Book Center - Amsterdam
Sono anche convinto che alla professionalizzazione del libraio e alla riduzione del costo del venduto possa contribuire anche la formulazione concertata di un diverso regime per le rese. Sono infatti convinto che le rese, così come sono gestite oggi, siano un'ottima scusa per perpetuare la prassi ignobile degli invii d'ufficio, un fertile terreno per piccoli ricatti (se non prendi anche A e B, non ti do le quantità che mi chiedi di C), ma anche – se non soprattutto – un fortissimo incentivo per il libraio a non selezionare l'offerta e a delegare in toto al pubblico la scelta. È, quest'ultima, una strategia suicida. Basti ricordare chi, fra i piccoli commercianti di quartiere, è sopravvissuto alla devastante orda dei supermercati, negli anni Settanta e Ottanta: solo chi ha saputo trasformarsi da vinaio a enoteca, da pizzicagnolo a salumiere (se non salumaio), da lattaio in bottega specializzata in formaggi selezionati. Anzi, sono stati proprio questi commercianti, e il loro successo di nicchia, a imporre alla grande distribuzione vere e proprie rivoluzioni di approccio, e a sostenere la crescita di tanti piccoli produttori di qualità. Perché non si dovrebbe riuscire a fare altrettanto nel mondo del libro?

The Last Bookstore - Los Angeles
Sul fronte della politica, credo che spesso si guardi dalla parte sbagliata. Non è pensabile immaginare che vengano messe a disposizione più risorse pubbliche di quelle attuali. Anzi, temo che dovremo accontentarci di qualcosa di meno. Non ho i dati sotto mano, ma credo che più del 90 per cento delle provvidenze pubbliche per l'editoria finiscano nella tasche dei quotidiani di partito e di gruppo parlamentare (che nessuno compra, neppure i pochi che li leggono) a garanzia di un pluralismo fittizio e parassita. Il resto finisce nelle tasche dei grandi editori. Un esempio per tutti è quello di Bookcity Milano, dove mi è stato riferito che le poche risorse pubbliche disponibili sono state assegnate alle grandi fondazioni che portano il nome dei marchi editoriali più importanti del paese (e spero di essere stato informato male) e tutti gli altri si sono dati da fare, autotassandosi (e qualcuno facendo pagare 12 euro per l'ingresso a una festa in una struttura museale di proprietà dei Comune di Milano ottenuta gratuitamente).

Cook&book - Bruxelles
A me sembrerebbe più utile, per salvare l'editoria libraria (tutta: quella di qualità come quella nazional-popolare) cancellare tutte le provvidenze pubbliche all'editoria e trasferire i fondi così risparmiati alle biblioteche (nazionali, comunali, scolastiche) affinché comprino libri. Magari imponendo loro per legge di acquistarli nelle librerie locali (con apposita asta, a tutela della trasparenza e della concorrenza).Questo penso varrebbe assai di più degli affitti agevolati e dei contribuiti a sostegno della bibliodiversità.
Ma è un discorso molto più complesso e articolato di questo, cara Diletta.
E le nostre sono solo due voci.

Mi piacerebbe che se ne aggiungessero altre, magari sulle pagine di questo blog.

lunedì 4 ottobre 2010

Parole da politico

Scrive Simon Schama - uno storico della Columbia University, autore, fra l'altro, di Paesaggio e memoria - in conclusione del suo lungo articolo-intervista con David Cameron, il primo ministro conservatore britannico, alla guida del primo governo di coalizione della storia contemporanea del Regno Unito:
Quando ripenso alla parola più ricorrente nella nostra conversazione, mi accorgo che è “bambini”: anche più di “responsabilità sociale” e “governo massimalista”. Come vorrebbe lasciare la Gran Bretagna alla fine del suo mandato? 
«Un luogo migliore per i bambini, in cui andare a scuola e crescere». 
E per quanto mi sia armato contro il sentimentalismo, non vedo nulla in lui del politico che bacia i bambini per la strada mentre lo dice; solo un senso istintivo, quasi animale, per la famiglia.

Il resto potete leggerlo qui.