giovedì 5 maggio 2011

Il giro del mondo in 4000 marionette

[di Anna Masini]

A Palermo, nel cuore della Kalsa e a pochi passi dai secolari Ficus (elastica, per la precisione) di piazza Marina, vale davvero la pena lasciarsi alle spalle le incredibili radici di quegli alberi maestosi, e arrampicarsi su per la salita dell’Intendenza, alla ricerca del piccolo vicolo Niscemi. Trovatolo, infilarvisi e camminare piano piano, finché alla vostra destra la strada non si allargherà un poco, lasciando spazio all’antico edificio che fu dell’Hotel de France e che ospitò, nell’epoca del suo splendore, personaggi come Sigmund Freud o Edmondo De Amicis, che erano soliti alloggiare lì quando si trovavano in visita in Sicilia.

Oggi l’Hotel de France non esiste più. Al suo posto troverete invece la meta vivamente raccomandata da questo post: il Museo Internazionale delle Marionette, che porta il nome di Antonio Pasqualino.
Pasqualino fu medico, antropologo e studioso della storia e delle tradizioni popolari della Sicilia; nel 1965 fondò, insieme a un gruppo di studiosi ed intellettuali, l’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari, a cui seguì, dieci anni dopo, l’apertura del Museo.
Al suo interno, la collezione conta circa quattromila pezzi, fra marionette, burattini, ombre, attrezzature sceniche e cartelloni provenienti da tutto il mondo, nonché la più vasta e completa collezione di pupi (siciliani, catanesi e napoletani) a cui Pasqualino si era dedicato per molti anni, con l’intento di reintegrare l’opera dei pupi nella cultura siciliana a lui contemporanea.

Ci siamo. Siete entrati, avete fatto il biglietto, e ora: le scale.
Salite lentamente, e con il naso all’insù, per ammirare e osservare le grandi ombre indonesiane che si lasciano indovinare attraverso una sottile parete che accompagna la scalinata e diventa soffitto. Fabbricate con pelle animale, le figure bidimensionali sono snodate nelle giunture e vanno immaginate nelle rappresentazioni teatrali di Giava e Bali, ovvero animate per mezzo di bacchette, mentre una fonte di luce (in genere una lampada a olio) ne proietta l’ombra su di uno schermo. L’accompagnamento musicale tradizionale è dato da un ritmo di percussioni, mentre le storie narrano solitamente di mitologia e della lotta tra il bene e il male.

Secondo piano. Sorridenti e un po’ enigmatiche, le marionette da tavolo di Baj vi salutano in gruppo, vocianti eppur silenziose, come dei bambini a cui è stato interrotto, all’improvviso, il gioco. Intorno, a piccoli gruppi, serafiche e terrificanti maschere cinesi e africane vi guardano con indifferenza. Voi però avvicinatevi…
Un grande salone arredato con panche di legno ospita le scenografie, le quinte e i cartelloni per le rappresentazioni dell’opera dei pupi. La storia dei pupi affonda le sue radici nella cultura popolare siciliana, e dalla metà dell'Ottocento le testimonianze e la documentazione di questa attività si fanno meno sporadiche: il genere inizia ad affermarsi stabilmente e in breve tempo la città di Palermo e quella di Catania diventano i fulcri di due diverse scuole.

Scolpiti nel legno e differenti per misure (più piccoli e agili i pupi palermitani, un po’ più alti e rigidi quelli catanesi, meno mobili, ma proprio per questo più facili da manovrare quando si mettono in scena i combattimenti) i pupi incarnano i paladini del ciclo carolingio, di cui indossano le luccicanti armature e narrano le eroiche gesta. Le differenze tra l'opera dei pupi palermitana e catanese si riscontrano anche nell'allestimento degli spettacoli: a Palermo il boccascena porta decorazioni più ricche e un cartellone “a scacchiera” con otto riquadri.

A Catania lo sfondo è dato da una singola scena e un unico cartellone. Anche le manovre di scena sono differenti: a causa del peso e delle dimensioni dei pupi della scuola catanese, che possono raggiungere i trentacinque chili per un metro e quaranta di altezza, a Catania i pupi vengono manovrati dall'alto di un ponte montato dietro al fondale.

A Palermo invece, i pupi più agili (non più di novanta centimetri di altezza per quindici chili di peso) vengono animati ai lati del boccascena, cosa che consente di avere un palco con vari piani di scena.

Continuiamo il nostro giro del mondo: dall'altra parte della parete, alcune piccole stanze ci rivelano nuovi tesori segreti. Nella prima, l’impressione è quella di entrare in una taverna dove si stia tenendo una festa di musiche e di canti. Un pianista con le dita nell’aria, danzatori che riprendono il fiato dopo l’ennesimo giravolta, coppie in disparte, forse già stanche. Poi, due scrigni del lontano oriente: India, Thailandia, Birmania, Cina, Giappone... ombre, marionette e burattini dalla lunga storia e tradizione. Infine, la sala dei cavalli e dei cavalieri. In due lunghe doppie file ai due lati della stanza, c’è un esercito di guerrieri, armato di tutto punto e con le corazze scintillanti, addormentato nel silenzio di una finestra aperta sul cortile, mentre un raggio di sole illumina il didietro bardato dei loro fedeli destrieri.

In questa stanza, la prima volta che ero in visita al Museo Antonio Pasqualino, una signora mi è passata accanto dicendo a bassa voce al marito che teneva sottobraccio: È orrendo, sembrano tutti morti.
Non sono riuscita a risponderle, perché io invece avevo il fiato spezzato dall’emozione.
Le marionette di quella stanza le sentivo tutte vive, dal respiro lento e addormentato sì, ma sul punto di svegliarsi da un momento all’altro, pronte a saltare in groppa al loro cavallo o a iniziare una danza appassionata con la loro dama. Gli scudi tintinnano contro le spade al primo filo di vento. Le maschere orientali sussurrano storie in una lingua incomprensibile. I cavalli agitano la coda non appena smetti di guardarli, e i pupi si sgranchiscono volentieri le gambe, quando nessuno li vede.

3 commenti:

giulia ha detto...

grande annette!!! eccoti qua!
bellissimo spiare il museo dalle foto. grazie!

iulia lampone ha detto...

Dev'essere bellissimo questo museo! Grazie per avercelo segnalato!

un caro saluto

Rossana Taormina ha detto...

Cara Anna,
grazie per il modo in cui hai restituito l'atmosfera di sospensione temporale che si respira all'interno del museo e l'emozione di cui si rimane "prigionieri" nel visitarlo.
Sono felice quando si parla della mia città guardando a ciò che ha da offrire.
A presto.
Rossana