venerdì 2 dicembre 2011

Credi fermamente nell'utopia


Come dovrebbe essere una scuola? Com'è la scuola ideale?
Io lo so perché da piccola ne ho frequentata una e ritengo che l'averci trascorso cinque anni (forse i più importanti nella vita di un bambino), sia stata una delle grandi fortune della mia vita. La mia scuola elementare si chiamava, e si chiama, Trotter, o Casa del Sole


Il Trotter è nato all'inizio del Novecento, come galoppatoio. Nel 1922, quando questo fu trasferito a San Siro, il comune acquistò l'area e la trasformò in una struttura pedagogica modello, ovvero la Scuola all'Aperto Casa del Sole, dalle avanzatissime teorie didattiche e pedagogiche, destinata ai bambini gracili e tubercolotici.

Il complesso oggi è sottoposto a vincolo dalla Sovrintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici come esempio di scuola all’aperto più grande d’Europa e il parco è attualmente nell’elenco redatto dal FAI dei Beni Ambientali di Milano da conservare e valorizzare; nel 1991, il Comune ha commissionato al Politecnico di Milano uno studio per la riqualificazione naturalistica e architettonica dell’area, concluso nel 2002. Il progetto del Trotter fu di un tecnico del Comune, l’ingegner Folli, che realizzò un impianto a padiglioni immersi in un parco, e concepiti per stare fra gli alberi e il verde, offrendo agli alunni un ambiente ecologicamente ideale. E ideale lo era davvero, perché la bellissima vegetazione del parco è fatta, come si legge sulla scheda del Comune di Milano, da 53 specie arboree, fra le quali numerosi alberi secolari. Oltre al verde, il parco ospita due grandi palestre vetrate, una piscina all'aperto, una piccola fattoria, una chiesetta, alcune serre, un orto, un teatro, una biblioteca, una voliera, arnie...



La Casa del Sole ospitava, e ospita, materne, elementari e medie. Ogni padiglione, quando l'ho frequentata, era suddiviso in quattro classi e un refettorio dove i bambini, tutti insieme, consumavano colazione e pranzo. A scuola facevamo il tempo pieno, fino alle quattro di pomeriggio: negli anni Settanta, una vera e propria innovazione didattica. Alle quattro, uscivamo salutati da una merenda che arrivava su grandi vassoi: una michetta accompagnata da una mela o una pera o una arancia o una piccola tavoletta di cioccolato.


Dopo pranzo, facevamo ricreazione nel parco: durava un'ora e non c'era stagione preclusa. Si giocava liberamente, a quel che volevamo e con chi volevamo. Se faceva freddo ci imbacuccavamo e fuori a galoppare nella neve. Molte lezioni si tenevano all'aperto, per esempio disegno, agraria, scienze, ginnastica, ma non solo.

Capitava di uscire anche per altre lezioni, quelle di solito tenute nella amatissima classe, come italiano, oppure si usciva per la lezione di musica, che si teneva nella chiesetta, recentemente ristrutturata dal FAI: per raggiungerla si doveva attraversare il parco, attraverso il viale dei Platani. Ci faceva cantare in coro un'insegnante non vedente, che si chiamava, nientemeno, Signora Schumann.
Oltre alle materie consuete, avevamo materie sperimentali e molte classi gestivano attività particolari, organizzate in piccole cooperative: la Cooperativa Chicchirichì vendeva polli ruspanti e uova (e, a Pasqua, pigolanti pulcini per cui i bambini facevano a botte); la  Cooperativa Flores vendeva piante;  la Cooperativa Ago d'Oro vendeva manufatti vari.

La mia classe gestiva una piccola Cassa di Risparmio in cui, ogni lunedì, i bambini venivano in pellegrinaggio da tutta la scuola a versare le monete che avevano in tasca. Ognuno aveva un piccolo libretto di risparmio. In cinque anni sul mio accumulai qualcosa come 16000 lire. Come dire, un capitale, e non scherzo. All'inizio dell'estate si faceva il saggio di fine anno scolastico: una cosa molto istituzionale, a base di balletti, esercizi ginnici, cori. Ma noi adoravamo quell'esibizione che ci dava l'impressione di essere parte di un grande, bellissimo spettacolo per cui dovevamo prepararci, provare costumi, movimenti, parole...
Quando cresci in un ambiente del genere, in mezzo alla bellezza, perché bello era il parco e belli gli edifici, quando fare scuola significa anche semplicemente guardare fuori dalla finestra e vedere le stagioni - pioggia, neve, sole, colori e cieli che cambiano; quando ogni attività ha uno spazio progettato bene, dai padiglioni - che sembrano casette pensate per i bambini, con belle classi ampie e luminose -, alle immense palestre tutte aperte sul verde; quando c'è perfino una fattoria con mucche maiali galline conigli, dove imparare le scienze (e quando nascevano i vitelli, i maialini o gli agnelli, era un gara fra le classi andare a salutare silenziosamente e con sacro rispetto, i nuovi nati).



In un ambiente così, andare a scuola diventa la cosa più naturale del mondo, e lo è, davvero, naturale, una scuola pensata in questo modo. E fa diventare una cosa perfettamente naturale crescere e imparare. Sì, sono stata fortunata.

Quando poi sono andata alle medie e mi sono trovata in una classica, normalissima scuola milanese, un severo edificio dei primi del Novecento, con un brutto cortile in cui cresceva un albero male in arnese, rimasi basita. Ero convinta che le scuole fossero tutte come il Trotter e improvvisamente imparavo che no, le scuole potevano essere luoghi molto diversi, che lasciavano fuori dalla porta molte delle cose che fanno bello e interessante il mondo.
Ci sono tante altre cose di cui si potrebbe parlare a proposito di questa meravigliosa scuola: dei bravissimi maestri che ci insegnavano; dell'orgoglio e del senso di appartenenza che i bambini che la frequentavano provavano; del degrado terribile e scandaloso che questo luogo dal valore incommensurabile ha conosciuto negli anni Ottanta e Novanta; del risveglio degli ultimi decenni, promosso da una agguerritissima associazione di insegnanti, genitori e cittadini

del quartiere, che l'ha fatta rinascere, riportandola all'attenzione, che meritava, di media e istituzioni.
Personalmente, forse, la più grande lezione del Trotter è stata questa: credi fermamente nell'utopia. Perché le utopie, se non ti limiti a pensarle, ma fai in modo di dar loro un corpo e un'anima, esistono. Il Trotter, utopia realizzata, lo stava a dimostrare.

Ho iniziato a scrivere questo post per presentarvi un libro in cui recentemente mi sono imbattuta e di cui subito mi è venuta una gran voglia di parlare. Si intitola A due passi dal sole e raccoglie sei racconti scritti da bambini del Trotter: i finalisti del concorso letterario “Signor Nilsson” (dal nome della prodigiosa scimmietta di Pippi Calzelunghe), organizzato dalla rivista T Trotter ed edito da Terre di Mezzo.
Ma come vedete sono andata fuori tema. Invece il concorso, il libro, la rivista, i racconti e i bambini che li hanno scritti meritano un post tutto per loro. Lo pubblicheremo nei prossimi giorni. Ma come facevo a parlarvi di questo libro senza prima dirvi che cos'è, e che cos'è stato per me, il Trotter? Questa scuola in cui davvero i bambini si sentono a due passi dal sole?

Le foto in bianco e nero di questo post provengono dall'archivio storico Casa del Sole. Le foto a colori, dal sito della scuola. La storia della scuola Casa del Sole la trovate qui. Sul Trotter sono stati pubblicati alcuni libri, di cui trovate notizia qui.

2 commenti:

isabel archer ha detto...

io non ne sapevo nulla e sono un'insegnante... grazie davvero di questo dolcissimo e illuminante racconto. mi andrò a leggere il più possibile sull'argomento seguendo le tue indicazioni.

Lia ha detto...

è vero dobbiamo credere di più nelle utopie e forse qualcuna si relizzerà,scopro adesso il tuo blog,mi piace molto,continuerò a seguirti.ciao