sabato 24 dicembre 2011

Gesù Bambino nella greppia

Quest'anno, fra le letture più belle fatte, c'è stato un libro di Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca. Mi è tornato in mente in questi giorni, per un bellissimo capitolo sul Natale. Adriana Zarri, scrittrice, giornalista, teologa, eremita, ha dedicato numerose riflessioni alla bellezza e alla forma della bellezza come significato profondo, misterioso dell'essere, della vita. Riflessioni che tramano, in controluce, questo brano sul presepe e sul bambino che ne è protagonista. Parole di grande interesse, per credenti e non credenti. Ve le proponiamo. Torneremo il 31 dicembre, per gli auguri dell'anno nuovo. 
Buon Natale.


Quest'anno, ho fatto due presepi: uno in casa e un secondo nella stalla. Disponendo di una stalla, con tanto di greppia, mi pareva che quella fosse la collocazione più adeguata: tanto che poi ho deciso di lasciarlo, anche durante l'anno. Anziché un'altra immagine sacra, egli è lì, tra il disordine e i topi, come forse neanche a Betlemme gli mancavano. Poiché accanto alla casa non si coltiva grano, non ho paglia; e tutti gli anni il fornitore è Giacomo. Viene con una mezza balla (e me ne basta molto meno; il resto farà da strame per le bestie) e io ci colloco sopra la statuina di gesso. È un presepe da poveri. La paglia, Gesù Bambino e basta (in quello di casa, per ornamento, c'è solo un volo d'angeli: una ceramica di Faenza, essa pure un regalo di amici di là). È un presepe da poveri, ma è il signore che seguita a nascere, ogni giorno: e non finisce mai di nascere, e non finisce mai di morire, e non finisce mai di risorgere, nella carne e nel mondo. Nasce non tanto «nell'anima», come un'ascesi tutta spiritualistica ci ha insegnato a ripetere: nasce nella vita; nasce dal nostro ascolto, dalla nostra attesa, dal nostro umile e docile accordarci con i ritmi profondi delle cose. E noi gli siamo utero, cesto, nido.

Sano Di Pietro, Natività, c. 1470. Barbara Piasecka Johnson, Montecarlo.
Lorenzo Monaco, Natività, 1409. Metropolitan Museum, New York.
L'incarnazione non è una storia privata: è la storia del mondo e Cristo non nasce solo nella greppia. Il Verbo sposa la terra e e si fa terra, carne, tempo, storia, finitezza, condizionamento, situazione umana nella sua complessità, e nella sua povertà, vita del mondo, con la sua concretezza e i suoi limiti. E la vita – questa vita assunta da Dio – è fatta di me, di voi, di storie e destini innumerevoli, di vicende cosmiche e piccoli accadimenti quotidiani. Anche di neve è fatta, la vita, e di germogli che dormono, di gatti che ronfano, di stufe che brobottano e di polente che inondano le tavole come lune d'inverno.
Dopo gli incontri con gli amici, che hanno sfidato freddo e neve per i doni e gli auguri natalizi, torna la solitudine compatta, non mi sono lasciata sedurre dai tanti inviti. Per le feste una persona sola sembra che faccia pena (che pena sprecata, nel mio caso!) e gli inviti si moltiplicano. Ma io ho sempre difeso il mio Natale, anche quando non ero un'eremita, ma il monachesimo ce l'avevo dentro, in un bisogno di silenzio; e così Pasqua e le festività importanti. Se mai un pranzo potra essere accettato nei giorni successivi.

Andrea De Litio, Natività, 1460- 1470. Atri, Cattedrale
Benozzo Gozzoli, Natività, c. 1450, Armadio degli argenti, Museo di San Marco, Firenze.
Ricordo quando abitavo a Roma, in una di quelle case con le pareti di carta velina, con i rumori che passavano muri, soffitti, pavimenti. E mi giungeva, confuso, il chiacchiericcio vuoto di tavolate che si intuivano convenzionali, con discorsi di nulla.  Io «là sola come un cane» facevo pena a loro: ma loro facevano assai più pena a me. Sentivo il pomeriggio che naufragava in chiacchiere sempre più stanche; e il mio silenzio, invece, a onta di quelle interferenze, si faceva più denso, più compatto, più felice. Tanto più adesso, che la mia casa ha solide pareti contadine e al di là c'è soltanto la stalla e lo starnazzare dei polli.
I mesi freddi - l'ho già detto - sono più solitari. Il periodo precedente il Natale è una parentesi di incontri – dolce come sarà poi dolce il silenzio – ma dopo la parentesi si chiude. La chiude il freddo, l'inclemenza del tempo, la sorda barriera delle nebbie, il desiderio di ciascuno di restare più in casa, di coltivare la domesticità. Ed io ricado nel bianco silenzio dell'inverno, illuminato dalla neve, come su di un lenzuolo bianco che accoglie la mia contemplazione. Sono stata grata agli amici per essere venuti a salutarmi; ora sono loro grata perché mi lasciano in silenzio.

Giotto, Natività, 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova.
Giotto, Natività, 1303-1305, Basilica inferiore, Assisi.
Il telefono aveva squillato a lungo, con chiamate da tutte le parti d'Italia: di amici e anche di sconosciuti; ed era stata una dolce manifestazione di affetto. Ora tace anche lui. Sul tavolo ho ancora i segni delle festività: resti di panettoni e di liquori con cui tanti hanno voluto ricordarmi. E io prolungo le ricorrenze liturgiche, contestando le stolte contrattazioni tra Vaticano e stato per la riduzione delle feste che hanno abolito l'Epifania in favore dell'Immacolata. Si capisce proprio che le trattative sono state condotte da diplomatici che non sanno nulla di storia, di liturgia e di teologia. Ma al Molinasso l'Epifania si festeggia ancora, con la medesima solennità di un tempo. Questo Natale dei pagani, questo Natale ecumenico ha, nella mia cappella, la risonanza che merita e che la storia e la liturgia gli hanno decretato fino a oggi.
Gesù Bambino nella stalla si sta ambientando a un clima certo più rigido di quello di Betlemme. Un topo gli ha rosicchiato la vestina scoprendo un angolo di carne nuda. L'ho ricoperto con la paglia senza eccessive preoccupazioni. Dopo tutto, se voleva, poteva mandarlo ben via; se l'ha tenuto vuol dire che il topettino gli piaceva, e magari ci ha conversato un poco.

Beato Angelico, Natività, c. 1440. Convento di San Marco, Firenze.
Piero della Francesca, Natività, c. 1470. National Gallery, Londra.
Del resto il mio Signore non è esigente. L'ho abituato bene e, se non ci sono fiori, non pretende che vada dal fioraio: costa troppo. Si contenta di qualche pannocchia di granturco, qualche zucchina ornamentale, qualche fiore secco, qualche ramo. Del resto l'idea che soltanto i fiori freschi facciano decorazione è molto restrittiva e molto ingiusta verso altri pezzi di natura non meno belli: come un cesto di frutta, o un'erica seccata che serba il suo delicato color viola, un mazzo di spighe (bellissime le varietà dei prati: bellissime verdi ed essiccate); o anche soltanto un ramo. I biancospini hanno rami elegantissimi. D'inverno la mia casa non ha fiori, ma è sempre adorna di qualche pezzo di mondo che mi entra dentro a farmi compagnia. In questo momento, in cappella, c'è un nido d'uccello con le ovette. Naturalmente non sono andata a rubarlo sulla pianta, come fanno i monelli: l'ho trovato ai piedi di un albero e l'ho portato ai piedi del Signore. E credo proprio che gli piaccia. Se non gli piacesse, dimostrerebbe di avere scarso gusto, ed è un'ipotesi che non posso prendere in considerazione.

Gentile da Fabriano, Pala Strozzi, Natività di Gesù, 1423, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Ottaviano Nelli, Natività di Gesù, 1424. Palazzo Trinci, Foligno.

2 commenti:

la lumacaquerida ha detto...

E' difficile stare con sè, nell'ascolto di sè, includendo il tutto. E' una acrobazia dello spirito e della mente.
Grazie per la testimonianza natalizia poco convenzionale.
Salute

Aurora ha detto...

Che bella sorpresa trovare sul blog questo brano.
:)