venerdì 27 aprile 2012

Caro editor, ti scrivo

La Fiera è un osservatorio e luogo ideale per le novità: il momento perfetto per presentare i risultati  di lunghi periodi di ricerca e lavoro. Così, l'Associazione Hamelin ha scelto la fiera di quest'anno per presentare la propria rivista rinnovata. Ci è giunta allo stand portata da Nicola Galli Laforest e, curiosissimi, l'abbiamo sfogliata e letta appena ne abbiamo avuto il tempo.
Anche perché ci ha attratto l'argomento evidenziato sulla copertina dove troneggia un seducente topo pifferaio di Simone Rea: Contro i libri a tema. Un argomento a cui siamo sensibili (ne abbiamo scritto, tempo fa, sul blog, qui). La metamorfosi della rivista, che nel nuovo formato assume le fattezze di libro, non è un semplice make up o una riorganizzazione grafica dei contenuti.

Mutata anche nell'impaginazione, Hamelin 30 apre anche al colore e alle immagini di cui tratta negli articoli, a conferma di quanto sia fondamentale parlarne facendo sì che il lettore le possa avere sotto gli occhi. E questo è, certamente, fra gli altri, un cambiamento di sostanza.
L'impressione generale è che a far avvertire alla redazione di Hamelin la necessità di un cambiamento sia stato un ripensamento nell'approccio alla materia: ripensamento forse nato dalla percezione della rapidissima evoluzione del nostro settore, dove sempre più si avverte come fondamentale, nel mestiere di fare libri e di promuoverli, l'ingresso di nuovi media e tecnologie, un allargamento di orizzonte, un apertura ad ambiti solo apparentemente lontani, un desiderio di dialogo e di confronto con interlocutori e attori diversi, e una generale rielaborazione di dati acquisiti che rischiano, senza un'autentica discussione, di calcificarsi in conformismi e luoghi comuni, posizioni acquisite e certezze anacronistiche.

Gli articoli di Emilio Varrà, Nicoletta Gramantieri, Nicola Galli Laforest e Giulia Mirandola, vanno in questo senso e meritano di essere letti (senza nulla togliere agli altri). In particolare, dato il mestiere che faccio, mi ha colpita la Lettera a un editor, di Nicola Galli. Come autrice, prima, e come editor poi, sottoscrivo ogni parola di questa riflessione. E mi sento di completarla con qualche osservazione.
La discutibile qualità del lavoro degli editor credo sia il riflesso di un modo di pensare, valutare, produrre e considerare i libri, la loro funzione e il loro pubblico. Quando si smette di attribuire al libro l'autonomia come valore primario, per considerarlo mero strumento al servizio di cause, contenuti, valori, temi, princìpi, strategie, insegnamenti, battaglie e via discorrendo, cioè al servizio di tutto, fuorché della necessità e libertà individuale di pensare, elaborare conoscenze e ricercare forme nuove, inattese e non conformi, di riflessione e visione, è chiaro che ne va di mezzo la sua stessa sostanza.

Cioè la sua forma peculiare, imprevedibile e inclassificabile quando davvero il libro è irriducibile a funzioni prestabilite. In questo senso, se la forma è percepita come priva di valore in se stessa, negata come portatrice in sé di senso, fatalmente diventa “funzione di”, materia opinabile e pertanto alterabile, plasmabile in vista degli scopi da raggiungere, soggetta all'arbitrio di chi, l'editor, appunto, ne stabilisce la conformità e la correttezza rispetto a obiettivi commerciali, economici, ma anche didattici, ideologici da raggiungere.

Un'idea di forma, questa, che rimanda a un'idea di lettore come contenitore di informazioni modellate, confezionate e dosate ad hoc. Un lettore-consumatore di contenuti gratificanti che lo confermano nel suo stile di vita, di pensiero e di consumi, che siano ludici, didattici o ideologici. Finché libri, letteratura e lettori saranno mortificati da questo modo di intendere la ricerca culturale, finalizzata all'individuazione di target e fasce di pubblico, non potremo aspettarci che un approccio alla "forma" dei testi (e delle immagini) fondato sull'arbitrio da parte delle case editrici, e quindi degli editor.

In questi tre anni, come editor della collana Anni in tasca, ho lavorato nel senso di un rispetto fondamentale del progetto e della voce di ogni singolo autore. Questo peraltro era il senso originario della collana: offrire voci. E le voci si manifestano, primariamente, nella loro originalità e irriducibilità, cioè nelle scelte lessicali, nella costruzione dei periodi e del discorso, nell'uso di frasi idiomatiche, nella ricerca di una tonalità propria e unica. In tutti i titoli della collana, infatti, fanno la loro apparizione lessici familiari, dialetti, modi di dire, entra il parlato, ma anche l'eleganza e la peculiarità della cultura e della lingua congeniali ai loro autori.

Alla fine, credo che davvero la peculiarità di questi libri sia proporre come primaria ai lettori l'esperienza della voce narrante. Cioè della lingua, identificata come esperienza fondamentale, davvero imprescindibile della letteratura, del suo valore, della sua bellezza, del suo piacere.
Per questo è stato così difficile, nel panorama attuale della narrativa, spiegare la natura di questi libri? Per questo spesso è stato difficile scegliere, in libreria, lo scaffale dove esporre questi romanzi, considerati inclassificabili? Per questo si è avuta la tentazione di non reputarli adatti ai ragazzi, considerati destinatari inaccessibili rispetto a un'idea di letteratura che si afferma innanzi tutto come forma di elaborazione dell'esperienza e dell'identità, e non come trama o tema? Per questo della collana sono “passati” più i titoli di autori già noti, e quelli incentrati su “temi” riconoscibili e ci si è accorti con difficoltà della qualità di quelli scritti da autori esordienti o poco conosciuti che, semplicemente, raccontavano la stranezza, la fatica e la felicità di crescere?


In fiera, a un incontro fra editor a cui ho partecipato, ho sentito definire la ricerca della qualità nei prodotti editoriali «vezzo di snobismo intellettuale», addirittura nocivo alla diffusione del libro e della lettura. E chi si occupa di qualità - intesa come eccesso di forma rispetto alle limitate possibilità intellettuali dell'utenza di massa - addirittura responsabile della disaffezione ai libri e alla lettura. Un punto di vista interessante che mette in luce come l'editore e l'editor vengano intesi, non come mediatori fra i lettori e i migliori fermenti di pensiero, esperienze e cultura della società, ma come creatori di prodotti “per tutti”, realizzati sulla misura delle necessità e dei gusti dei diversi segmenti di pubblico (come se qualità fosse sempre sinonimo di élite: equazione che avrebbe dovuto scomparire da tempo, sulla base di quel che succede in libreria, con il formarsi di numerose interessanti nicchie di pubblico, curiose e intraprendenti, ma che nel nostro paese resiste impavida, per quanto superata, come sta dimostrando, in molti casi felici, proprio il mercato).


L'operato concreto di un editor, gli interventi che pratica nel corpo dei testi e delle immagini, è il riflesso non solo di competenze culturali e professionali più o meno solide, ma anche e soprattutto di idee e posizioni sul modo di intendere il senso del libro e della letteratura. Quindi, attenzione: quando in libreria scegliamo titoli che ci sembrano “adatti” nella lingua e nei contenuti a un “vasto” pubblico di giovani lettori, riflettiamo che dovremmo cominciare seriamente e approfonditamente a pensare a cosa intendiamo con questi termini, perché di sicuro non stiamo valutando solo storie, romanzi, racconti, ma visioni del mondo che, a volte, parassiticamente si impongono al lavoro, alla cultura e alla lingua dei loro autori. Forse dovremmo tenere sempre ben presente che i criteri su cui si stabilisce la conformità al gradimento e alle “possibilità intellettuali” dei lettori si fondano anche su posizioni ideologiche, visioni dell'infanzia, strategie imprenditoriali che poco hanno a che fare con il valore dei libri in se stessi e con le potenzialità reali dei lettori (e dunque con la possibilità di un incontro autentico fra libri e lettori), e molto, invece, con gli obiettivi, non sempre espliciti, di chi li produce.
Che nell'immagine di copertina, il topo pifferaio, minacciato, rappresenti l'autore, e il gatto minaccioso, nascosto in quarta, l'editor?

Ringraziamo Simone Rea per averci permesso di pubblicare gli schizzi realizzati per lo studio della copertina della nuova versione della rivista Hamelin.

1 commento:

Alicia Baladan ha detto...

Grazie, Topi e Hamelin. E’ questo un tema scottante che divide tutti, interminabile.

“Quando si smette di attribuire al libro l'autonomia come valore primario, per considerarlo mero strumento al servizio di cause, contenuti, valori, temi, princìpi, strategie, insegnamenti, battaglie e via discorrendo, cioè al servizio di tutto, fuorché della necessità e libertà individuale di pensare, elaborare conoscenze e ricercare forme nuove, inattese e non conformi, di riflessione e visione, è chiaro che ne va di mezzo la sua stessa sostanza.”

A mio avviso questo è ciò fa di un libro un prodotto diverso, perché se è vero che si vende, in teoria può arrivare a tutti, non è come un opera d’arte rinchiusa in una prestigiosa galleria, non scompare con il suo deperimento materiale e ha la stessa possibilità di quel’opera inavvicinabile.

Io sono la prima a cercare un senso in un libro, ma credo che ciò avviene quando l’approccio non ha prodotto un rapporto emozionale e questo può essere il rischio di qualsiasi opera, è allora che si chiede “ma che senso ha?”. E’ a questo punto che gli esperti si scatenano con le pillole, quando in realtà uno, anche un bambino ci è rimasto male per non aver fatto un viaggio sorprendente o quasi.

Si, si , il gatto è quell’editor, che vuole accontentare una buona fetta di “addetti al lavoro”, adulti.