venerdì 4 maggio 2012

Quando ero lupo

Cosa eravamo, quando eravamo bambini? Eravamo uccelli? Temporali? Eravamo tigri sanguinarie? O alberi secolari?
Quand j'etais loup (Editions Gautier-Longuerau, 2003), testo di  Philippe Lechermeier, illustrazioni di Sacha Poliakova, parte da questa domanda. Fuori campo una voce dà conto al lettore della propria meravigliosa, terrifica trasformazione da lupo in ragazzo. Come ci si trovi nella pelle di lupo e come da belva ferina ci si muti in figlio dell'uomo. E ovviamente vengono in mente Mowgli e i tanti ragazzi selvaggi che costellano la storia della letteratura e dell'antropologia, nel seguire questa necessaria, ma dura metamorfosi che da una condizione edenica, per quanto scomoda e rischiosissima, approda alla chiara riva della civiltà, delle parole, delle regole e delle relazioni. 

Quando ero lupo,
non dormivo mai,
la notte mi arrampicavo sui tetti,
urlavo e mi sbracciavo,
facevo segno a quelli di sotto:
Uhuhuhuh!

Quando ero lupo,
la gente ne aveva abbastanza di me.
Mi gridava: “Scendi, se sei un uomo.”

Io non potevo: ero un lupo. La gente è matta.




Quando ero lupo,
le notti senza luna,
mi capitava di non fare niente.
Mi arrotolavo su me stesso,
tutto sottosopra,
ero giù di corda,
pieno di malinconia.

Quando ero lupo,
saltavo di tetto in tetto,
correvo sui camini,
scivolavo lungo le grondaie,
facevo un baccano d’inferno.
E le sere di temporale,
gridavo la mia rabbia:
Hou, hou!



Quando ero lupo,
me ne fregavo di tutto,
mi pulivo le zampe sulla faccia
rosicchiavo le cotolette fino all’osso
rifiutavo di spazzolarmi i denti.

Quando ero lupo,
anche i più grandi stavano sul chi vive, con me.

Si facevano da parte, per lasciarmi passare,
e abbassavano gli occhi, quando li guardavo.
Alcuni di loro si prosternavano.



[…]

A poco a poco, il mio pelo si fece più rado,
i miei denti divennero meno lunghi,
la mia voce fu più dolce.
Il mio muso si accorciò
e quando uscivo per strada
la gente non mi riconosceva.
A casa, le mie unghie non graffiavano più il parquet,
non distruggevo più tutto quel che toccavo.
Abbandonai i bagni di luna sui tetti, i ringhi,
gli ululati, e quando avevo una fame da lupo,
allora mi annodavo un tovagliolo intorno al collo.
Mostravo le zampe bianche e diventavo gentile.



Oggi nessuno più mi sfugge.   
Posso frequentare anche i più impressionabili,
non mi trattano più coi guanti,
posso parlare senza spaventarli,
arrivano persino a non ascoltarmi.
Il dentista mi mette le dita in bocca senza timore,
e quando vado allo zoo non semino più il terrore.
Niente panico, niente crisi isteriche.

 

Non sono più un lupo.
Vado nella vostra stessa scuola,
ho una cartella,
imparo le tabelline.
Tuttavia, certe sere,
quando la luna è rossa,
quando mi sento un gatto in fondo alla gola
o un uccello in testa,
mi siedo sul bordo della finestra.

E mi ricordo dell’epoca in cui ero un lupo.


(traduzione a cura della redazione)

Questo libro è stato un colpo di fulmine, visto e acquistato in edizione economica (edita nel 2008), in una libreria specializzata di Strasburgo. Il testo è uno dei più belli di albo illustrato che abbia mai letto. E lascia senza parole che con questo libro Sacha Poliakova abbia fatto il suo esordio (e Philippe Lechermeier quasi, dato che questo è il suo secondo album). Nata nel 1977 a San Pietroburgo, la Poliakova non è certo fra i nomi acclamati dell'illustrazione, ma il suo lavoro, il suo sguardo sono fra i più interessanti in circolazione, capaci di suscitare inquietudini e interrogativi, di offrire infiniti spunti di riflessione attraverso un lavoro di scavo nella condizione infantile e adolescenziale come pochi sono capaci di condurre.

La scorsa estate avevo portato con me, fra i libri da proporre agli iscritti al corso speciale di Macerata tenuto insieme a Luigi Raffaelli, L'âme du cheval (Seuil jeunesse, 2005), di cui la Poliakova firma testo e illustrazioni. È stato indubitabilmente il libro che ha sollevato più curiosità, commozione, discussioni, interpretazioni, fra i tanti, e tutti interessanti, proposti. Quel che mi ha sorpreso è stata la presa emotiva immediata che il libro ha avuto su tutti, e questo attraverso un irresistibile gioco di contrappunto e impatto fra il testo di rara misura e le illustrazioni essenziali, al limite della ripetitività, costruite su un numero limitato di elementi, riproposti quasi identici a ogni giro di pagina.

Per temi, tonalità emotiva, atmosfere, tensione narrativa, intensità drammatica questi due bellissimi libri si somigliano: entrambi mettono a fuoco la forza dirompente del crescere, l'energia vitale che producono la sofferenza e la gioia della scoperta di sé, l'originaria condizione di solitudine di tutti gli esseri e la fatica di rompere tale condizione per accedere alla dimensione dell'altro, imparando a condividere la propria unicità. E per tornare quindi, dopo il passaggio alla civiltà, alla norma, al linguaggio, alla socialità, a farsi di nuovo uccelli, lupi, alberi, temporali, in un recupero delle proprie radici ancestrali. Ma questa volta per partecipare al tutto, empaticamente, in una sfera superiore di sensi, sensibilità, consapevolezza.

4 commenti:

el maquinista ciego ha detto...

Io ero ninja ;))

Beautiful blog!!! Thanks for sharing!

Eleonora Bellini ha detto...

io ero una formichina, per essre quasi invisibile, e facevo provvista di fantasie

donifolk ha detto...

Un libro molto bello e una illustratrice molto brava, dalle tinte molto calde e testure interessanti.

Francesca Massai illustrazioni ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.