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lunedì 17 novembre 2014

"Mamma, farò un libro!"

[di Zosia Dzierzawska]

Quando Giovanna e Paolo mi hanno chiesto di contribuire alla collana Gli anni in tasca con la storia della mia infanzia, sono rimasta stupefatta. Ricordo ancora la passeggiata di ritorno dalla casa editrice verso lo Studio Armad'illo, emozionata, felice e confusa. Ricordo di essermi fermata in strada per chiamare i miei genitori a Varsavia. "Mamma, farò un libro!", dissi, "un libro sulla nostra famiglia!"

Era, cari amici, il novembre 2012.


Schizzo.

All’epoca disegnavo da circa un anno e mezzo. Avevo appena terminato il MiMaster di illustrazione, che avevo iniziato quasi per gioco, e stavo ancora cercando di capire se l’illustrazione potesse diventare un mestiere per me e se davvero fossi disposta a farlo. Fino a quel momento non avevo mai realizzato fumetti, nonostante sognassi di scrivere e disegnare un libro intero. Un libro intero? Ero elettrizzata, ma anche terrorizzata. Da dove inizio, mi chiedevo, camminando per corso Lodi in quella sera di novembre.

Pianificando un capitolo.

Così mi tuffai nella realizzazione del fumetto, all’inizio timida e insicura ma con sempre più determinazione, mentre andavo conquistando una maggiore consapevolezza di ciò che realmente significava fare quel libro. Ho iniziato ad annotare le idee in un piccolo taccuino blu che ho ricevuto in regalo da un amico. Ho parlato con i miei genitori e cugini. Ho cercato di capire come tradurre le idee in immagini e la serie di immagini in un insieme coerente. Ho cercato di non forzare la struttura e la simmetria, in modo tale che la storia si sviluppasse secondo il suo ritmo. Mi sono concessa del tempo (un sacco di tempo, con grande apprensione dei miei editori!) per capire cosa dire e come.

Il progetto del libro ingombra le pareti...

Una cosa mi è apparsa chiara fin da subito: il disegno era la parte facile. Richiedeva un sacco di tempo – una quantità pazzesca di tempo – ma rimaneva pur sempre la parte più semplice. Scrivere, concepire delle cose – questa è stata la parte più difficile. Il disegno necessita di tempo, naturalmente, ma con la pratica si acquisisce una certa agilità nel processo: lo scarabocchio illeggibile su una pagina diventa a mano a mano uno storyboard un po’ più definito, poi un profilo a matita chiaro e deciso, finché si trasforma in una pagina finita in Photoshop.

Disegnando con Photoshop

Si può impiegare fino a una settimana per completare una singola pagina (e spesso mi è capitato), ma in quella fase si cammina comunque su un terreno sicuro. La vera lotta è tra la pagina vuota e quel primo scarabocchio illeggibile. La creazione di qualcosa dal nulla. L’unica difficoltà che il passare del tempo non è affatto riuscito a risolvere. Pensare ogni capitolo da zero è rimasta la vera sfida.

Momenti di disperazione.

Mi era stata data una straordinaria libertà da parte dei Topipittori. Ero libera di sviluppare la storia in qualsiasi direzione volessi. D’altra parte, però, nessuna limitazione significava anche nessuna linea guida. Così ho scritto e riscritto, disegnato e ridisegnato, finché non sentivo che le pagine "funzionavano". Era quello il punto d'arrivo – o funzionavano oppure no, nel qual caso le riscrivevo più volte finché non sentivo che potevano andare. E guardavo, stupita, come un mucchio di pagine bianche si trasforma in qualcosa d’altro; diventa un libro. Ci sono voluti più di due anni ma ecco che, finalmente, la storia ha preso forma. Forse non è un libro perfetto, ma è divertente, è strano ed è certamente fatto con amore. Ne sono davvero orgogliosa, e spero piacerà anche a voi.

E finalmente il lavoro è concluso!

Zosia ha scritto questo post in inglese, ecco la versione originale:

When Giovanna and Paolo asked me to contribute to Gli anni in tasca collection with a story of my own childhood, I was astonished. I still remember the walk back from their place to Studio Armad’illo, thrilled, happy and confused; I remember stopping in the street to call my parents in Warsaw. “Mom, I’m making a book!”, I said,  “a book about our family!”

That was, dear friends, November 2012.

Sketch.

I had only been drawing for about a year at that time. I was freshly out of an illustration master I had taken up on a whim, and still figuring out whether drawing was something I was capable (and willing) to make a living out of. I had hardly made any comics until then, let alone dreamt of writing and drawing a full-length story. An entire book? I was thrilled, but I was also terrified. How do I even start, I wondered, walking down corso Lodi on that November evening.

Sketch.

So I plunged into the making of the comic, shy at first, unsure, then with more and more determination, and a better sense of what it actually means to be making that book. I started putting down ideas in a little blue notebook I got from a friend. I talked to my parents and cousins. I tried to understand how to translate the ideas into images, and the series of images into a coherent whole. I did not push much for structure or symmetry. I let the story develop in its own pace. I gave myself time (a lot of time, much to the dismay of my publishers) to figure out what to say and how.

Designing a chapter.

One thing became clear pretty quickly – drawing was the easy part. It took a lot of time – it took a crazy amount of time – but it was still the easy part. Writing, thinking up stuff – that was the hard part. Drawing takes time of course, but with practice, you get comfortable with the whole process: the illegible squiggle across a page becomes a slightly better defined storyboard, then it becomes a clear and steady pencil outline, then it  becomes a finished page in photoshop. It can take as much as a week to finish a single page (as it often did), but it is still safe territory. The real struggle lies between the empty page and that first, illegible squiggle. The conjuring of something from nothing. That did not get easier with time at all. Thinking up every chapter from scratch remained the real challenge. 


Drawing the last chapter.

I had been given an extraordinary amount of freedom by Topipittori; I was free to develop the story in any direction that I pleased. No limitations, however, also meant no guiding points. So I wrote, and rewrote, and drew, and redrew, until the pages “felt right”. That was it - it either “felt right”, or it didn’t, in which case I would just rewrite it over and over again, until I felt it worked. And I watched, amazed, how a pile of blank pages grows into something; becomes a book. It’s taken over two years for it to take shape, but there you have it. It’s a book that may not be perfect, but it is fun, it is weird, and it’s certainly made with love.  I’m really proud of it, and I hope you like it too.

 A page of the book.

lunedì 28 aprile 2014

La verità è sempre concreta

L'attenzione è una attitudine che mi colpisce sempre molto. Di solito, la spia dell'attenzione sono gli occhi. Occhi che, mentre guardano, pensano. Spesso mi capita di vederli in alcuni bambini, e quando accade ne rimango sempre presa.
Pia Valentinis è una persona attenta. Non parla molto. Ha uno sguardo molto fermo, come quello di una persona che non sia sicura di capire esattamente. E anche come se quel tipo di sguardo le fosse imposto dalle cose, una specie di risposta dovuta al mondo.
Una volta sono andata a trovarla nel suo studio, a Cagliari, e mi ha fatto vedere alcune tavole di Ferriera a cui allora stava lavorando. Era un lavoro la cui intensità emergeva con evidenza. Con impudenza le dissi che sarebbe stato perfetto per la nostra collana Anni in tasca graphic. E questo pur sapendo benissimo che il lavoro era destinato a un altro editore, quello che poi l'ha pubblicato, cioè Coconino Press. Ma si sa, gli editori...
Pia fu molto contenta, non che abbia in alcun modo preso in considerazione la proposta spudorata di tradimento, la stupiva la mia reazione di entusiasmo, che forse non si aspettava. La stessa reazione l'ho avuta leggendo il libro, da poco pubblicato, qualche giorno fa.


O meglio, entusiasmo non è la parola giusta. La definirei una sospesa e tranquilla meraviglia, che corrisponde allo stato d'animo su cui il ritmo, piano e profondo, della narrazione sintonizza il lettore. Non mi viene in mente che questo ossimoro, per descrivere la risonanza interiore che provoca il racconto.


Raccontare la propria famiglia, e dunque se stessi, non è facile. La materia autobiografica è scivolosa, perché ampia, crudele, prossima. Me ne sono resa conto osservando la fatica degli autori e fumettisti che hanno pubblicato nelle nostre collane dedicate all'autobiografia di infanzia e adolescenza. Nel libro di Pia, che ripercorre la storia di Mario, cioè del padre, operaio, a Udine, di questa fatica non c'è traccia, e non perché non ci sia stata: il libro ha avuto una lunga incubazione e lavorazione, proprio per le difficoltà che ha posto all'autrice. Il fatto è che ogni sforzo non ha lasciato residuo, bruciato da una narrazione che ha trovato una forma perfettamente coincidente e coerente con la propria materia.


Sono d'accordo con uno dei personaggi di Ferriera, Biagio, che ha studiato in seminario e cita a memoria Marx e Lenin, quando afferma: “La verità è sempre concreta”. Anche la poesia, lo è.
Ho letto diverse recensioni su questo libro (e molte altre ne usciranno), che giustamente ne mettono in luce temi, personaggi, contenuti. A me, quando ho pensato di scrivere qualcosa su Ferriera, è venuto subito in mente di elencare le pagine che mi sono rimaste, e mi rimarranno, in mente. Non perché siano migliori delle altre, ma perché in queste, per me, c'è una grande chiarezza di visione, coincidente con una altrettanto capacità di esprimerla.


Per cui adesso scriverò questo elenco. Le immagini che corredano questo post, però, non corrispondono a queste pagine, ma alla sequenza narrativa con cui Ferriera inizia. Perciò, se vi verrà voglia di osservare queste pagine, dovrete farlo con il libro fra le mani: per dire che questa non è tanto una recensione quanto una riflessione sul libro di Pia Valentinis.


Ecco le pagine di cui ho detto prima:

    - la pagina 6 dove si vede Pia che disegna, di spalle. Mi ha impressionato la precisione con cui Pia sa come è se stessa vista da dietro (questa la potete vedere, è la prima, dopo la copertina);
    - la pagina 18, il riquadro in basso a destra, in cui ci sono Pia, il padre e la madre, per mano, coi piedi nell'acqua bassa del mare, un mese prima delle vacanze, mentre si sottopongono, miti e solidali, alla fatalità della prima scottatura;
    - la pagina 25 in cui si elencano le acque sante bevute da nonna Luigia, per il modo in cui un semplice elenco di nomi mette a fuoco l'enigmatico rapporto fra fede e quotidiano, assoluto e relativo, sacro e profano;
    - la pagina 21 e la pagina 28, gemelle, nelle quali sei dettagli visivi accompagnati da sei frasi, in un caso pronunciate dalla nonna durante i pasti, e nell'altro dal padre mentre guarda la televisione, danno conto di chi le pronuncia con tale evidenza che si ha l'impressione di non aver necessità di sapere altro di queste persone/personaggi, (ma forse nemmeno di noi e della nostra famiglia);


   - la pagina 49 che apre il capitolo dedicato all'incontro fra i genitori con le parole di una vecchia canzone e immagini di baci di famosi film e attori in voga al tempo della storia: una scelta che evidenzia in modo disarmante come l'immaginario amoroso di ogni epoca determini in modo sottile, per analogia e contrasto, la realtà degli amori di chi in essa vive;
    - la pagina 66 in cui sono elencate le espressioni inglesi che il padre di Pia apprese durante il primo giorno di lavoro in una fabbrica australiana. Parole che, associate alle immagini di corrispondenti gesti delle mani, raccontano a chi legge non quella sola giornata, ma i tre anni che Mario trascorse in Australia, paese in cui era emigrato per lavorare;


    - la pagina 72 in cui attraverso il dialogo di due canarini si mette a fuoco cosa siano luoghi come una fabbrica o una miniera;
    - la pagina 74 in cui una intera pagina di francobolli dà conto di quella cosa immateriale e potentissima che sono le parole e i pensieri fra due persone lontane;
    - la pagina 75 in cui attraverso un dialogo fatto di otto battute e otto quadri, si dà conto contemporaneamente di due universi, delle dinamiche di una rapporto amoroso, del carattere di due persone, delle ragioni profonde che sottostanno a una scelta in grado di cambiare due vite.

Ricordo che, anni fa, quando guardavo le illustrazioni di Pia Valentinis, tutte le volte pensavo (con imbarazzo) che quello che mi piaceva di più non erano i tanti albi, certamente belli, che faceva. Io trovavo magnifici i disegnini che produceva per la rivista Fuorilegge. La letteratura bandita, edita dall'Associazione Equilibri. Erano dei microfumetti in bianco nero. Marginali, silenziosi. Adesso ho capito perché mi piacevano.

sabato 30 aprile 2011

Ventidue minuti

Il weekend è lungo e il tempo non sembra volgere al bello.
Quindi prendetevi ventidue minuti di tempo e godetevi questo mediometraggio di Ira Glass e Chris Ware.
Se non potrete più farne a meno, potete comprare libro e dvd qui.


Lost Buildings from Kobey Teef on Vimeo.