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mercoledì 5 novembre 2014

Farsi specchio

Da mesi mi domando che cosa mi affascini così dei disegni che pubblico in questo post. Sono disegni di un grande artista, David Hockney. Rappresentano probabilmente un punto di svolta della sua carriera artistica e della sua avventura umana. Ma la ragione per la quale mi colpiscono così profondamente mi è rimasta a lungo oscura. Ora penso di avere una risposta, per quanto abbozzata e approssimativa. E penso sia giusto cercare conforto nella condivisione.



Non ho mai voluto bene alla mia maestra, la signora De Cesaris. Io, precocemente snob, la vedevo goffa e ridicola, con le sue gambette secche secche che reggevano un gran sederone, un petto prorompente e una fluttuante pappagorgia. Mi sembrava che il suo aspetto fosse più adeguato a una "portinara" barelliana che alle aule della scuola elementare Veronica Gambara. E invidiavo a mia sorella la segaligna e severissima maestra Languasco, che non metteva il cappotto neanche se nevicava.




Addirittura, c'era in lei qualcosa di offensivo per la piccola carogna puritana che ero: una femminilità espressa in maniera eccessiva e minacciosa, in aperta contraddizione con tanta bruttezza. Anelli, bracciali e collane, occhi bistrati, rosso alle labbra e - nefandezza fra le nefandezze - unghie laccate. Tanto più incongrue, quelle unghie eufemizzate, in quanto non diverse da quelle che, grifagne, ti afferravano all'omero per scuoterti come un pupazzetto, se parlavi quando avresti dovuto tacere, tacevi quando avresti dovuto parlare, ignoravi quel che avresti dovuto sapere o sapevi quel che avresti dovuto ignorare.





Tutto il tempo che è passato non riesce a farmi stare simpatica questa persona. Ma verso di lei provo oggi una immensa gratitudine. Perché è stata lei, come un bravo maresciallo di fureria, a consegnarmi l'ordinanza: le armi, le dotazioni, le divise, i complementi, le munizioni che uso tutti i giorni, ormai con una disinvoltura tale da non rendermene più quasi conto.




La signora De Cesaris, come tutte le sue colleghe dell'epoca, faceva imparare le poesie a memoria - by heart, come più correttamente dicono gli aglofoni. Ma nel suo caso quella delle poesie a memoria era una ossessione, una vera mania. Ce ne imponeva mille e mille, della qualità più varia, facili come difficili, brutte come belle, infantili come criptiche. Dalla pioggerellina di marzo di Angiolo Silvio Novaro (antenato del più noto Federico) al meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale. E noi le dovevamo sapere. Le unghie erano minaccia.




Però io mi divertivo molto a impararle e mi ricordo ancora il momento esatto in cui una frase poetica, un verso, entrando nella memoria, diventava parte di me. Non accadeva con tutte le poesie. Ma con qualcuna sì. E una di queste mi è tornata in mente l'altra sera, mentre guidavo per le strade secondarie di una Brianza assediata dal traffico, interrogandomi sulla ragione per cui da settimane, ovunque vada, metto sempre nello zaino la copia del catalogo della mostra The arrival of spring in 2013.

Specchio
Ed ecco sul tronco si rompono gemme:
un verde più nuovo dell'erba che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo:
e sono quell'acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c'era.





È questo farsi specchio, questo avere una pazienza minerale, a dare a questi disegni - a questi versi - la potenza commovente di un io che si fa da parte e, facendosi da parte, fa sì che il disegno cessi di essere appropriazione del reale per diventare rivelazione del vero. Mi confortano in questo pensiero le parole che ha detto David Hockney in una recente intervista sul processo che lo ha portato alla creazione di questi disegni: «Sono cinque diverse visioni di Woldgate e per ciascuna di esse ho dovuto aspettare che avvenisse un cambiamento. Alcuni disegni erano troppo simili ai precedenti e mi sono reso conto di essere stato impaziente. Dovevo aspettare un cambiamento maggiore. Penso che farlo sia stato molto eccitante: mi costringeva a osservare molto più approfonditamente ciò che volevo disegnare.»




Mi piace questo artista che si fa spettatore. Mi piace perché ne esce esaltato. Come da questo carboncino esce esaltato l'arrivo della primavera, che pure siamo così abituati a immaginare si manifesti in «quel verde che spacca la scorza». Ci ricorda Hockney che «secondo i cinesi, il bianco e il nero contengono i colori, quindi deve essere vero.»


A margine:
[La poesia è di Salvatore Quasimodo e l'ho imparata a memoria il 21 marzo 1970. La sottolineatura è mia.]
[La mostra di David Hockney ha chiuso i battenti il 1 novembre a New York, alla galleria Pace.]
[Di David Hockney avevamo già scritto qui.]
[Il catalogo del mostra mi è stato donato da Elham Asadi, alla quale va una gratitudine immensa.]
[Sono debitore verso D. del germe della riflessione sull'io che si fa da parte, avendomi lei recentemente scritto: «Quando disegno, non voglio essere io.»]


giovedì 26 gennaio 2012

David Hockney e la montagna di vetro

Si narra che David Hockney abbia deciso di illustrare le Fiabe dei fratelli Grimm affascinato dalla frase di esordio de Il vecchio Rink Rank: «Un Re aveva costruito una montagna di vetro...» L'idea di disegnare una montagna di vetro lo affascinava come problema tecnico. E si diede a risolverlo.

Cliccando sulle immagini è possibile vederle ingrandite e a una migliore risoluzione.
Ma se stiamo a quel che dice Robert Flynn Johnson, curatore emerito dei Fine Arts Museums di San Francisco, David Hockney ha sempre amato le Fiabe dei fratelli Grimm e le avrebbe lette tutte e 220 [sic!]. «A pensarci bene,» avrebbe detto Hockney, «si tratta di storie davvero strane, che raccontano le esperienze più diverse in un'atmosfera fra il magico e il moraleggiante. Sono raccontini affascinanti, scritti in una lingua molto semplice, diretta ed esplicita. E la ragione del loro fascino, secondo me è la loro semplicità.»



Questa passione, vera o inventata che sia, ha dato origine a una serie di trentanove incisioni, realizzate da Hockney fra il maggio e il novembre 1969, ed esposte per la prima volta alla Petersburg Gallery di Londra, che per l'occasione realizzò quattro diverse edizioni e un portfolio, tutti con una tiratura di 100 copie e 15 prove d'artista.



Hockney scelse sei fiabe. Una scelta molto personale, che include, oltre alla già citata Il vecchio Rink Rank, la celebre Raperonzolo, e le meno frequentate Il leprotto di mare (che ricordiamo è la Aplysia Deplians, un nudibranco), Ucceltrovato, Storia di uno che se ne andò in cerca della paura, Tremotino [i titoli sono quelli dell'edizione Einaudi 1951/1992, traduzione di Clara Bovero, con una  prefazione di Giuseppe Cocchiara; i testi sono anche disponibili online in questo sito poliglotta].



All'approccio di Hockney alle Fiabe dei Grimm manca completamente ogni intento di abbellimento (una tentazione alla quale hanno ceduto molti illustratori, anche blasonati). Il suo segno è semplice e scarno, come il linguaggio delle fiabe. Le illustrazioni non scendono nel dettaglio, ma si concentrano sull'atmosfera e riescono a restituirci con una straordinaria economia di segno il dramma e la magia dei testi raccolti dai Grimm.



Secondo Peter Webb, autore di Portrait of David Hockney, «his images focus on his imaginative response to the descriptions in the text rather than attempting to concentrate on the most important events in the narrative. They are therefore more than simply illustrations: they stand on their own as images, independent of the stories.» Ma su questo non siamo d'accordo: proprio il fatto che scaturiscano da un'indagine creativa sul testo fa di queste incisioni delle illustrazioni a pieno titolo.



Infatti, a partire dalle incisioni originali è stato realizzato anche un libro: Six Fairy Tales from the Brothers Grimm with original Etchings by David Hockney. È stato pubblicato a Londra nel 1970 da Petersburg Press, in associazione con la Kasmin Gallery. Il libro è minuscolo: undici centimetri di altezza per sette e mezzo di base. È rilegato in pelle blu, con il titolo in argento sul piatto di copertina, e contiene tutte le 39 tavole. Le immagini che accompagnano questo post sono tratte appunto dalla nostra copia di questa edizione.
Le incisioni originali, anche sciolte, sono inavvicinabili ai comuni mortali, ma la prima edizione di Six Fairy Tales si trova, con un po' di pazienza, anche in condizioni eccellenti, a partire da poco meno di cento euro. Chi volesse acquistare una ristampa recente, in formato più grande, può farlo qui.


Va aggiunta, a questo punto, una curiosità. Il frontespizio del libro è accompagnato dal ritratto di una certa Catherina Dorothea Viehmann. Chi era? Diversamente da quanto hanno fatto i folkloristi successivi, i fratelli Grimm non hanno battuto le campagne alla ricerca di vecchiette che raccontassero loro le storie che si erano tramandate oralmente di generazione in generazione. Si avvalevano, invece, di "muse" più domestiche: un'amica di famiglia, una vicina di casa... Ben 40 delle loro fiabe, fra le quali Cenerentola, I tre capelli d'oro del diavolo e La guardiana d'oche, sono state raccolte dalla viva voce della signora Viehmann, una vedova, figlia di un locandiere, che aveva probabilmente sentito raccontare queste storie dagli avventori della locanda del padre.