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mercoledì 2 dicembre 2015

Secondo voi, che cos'è un bambino?


Da venerdì 4 a martedì 8 dicembre si terrà a Roma Più libri più liberi, fiera della piccola e media editoria. Come sempre parteciperemo anche noi Topi. Saremo, come da tradizione, allo stesso posto: chi lo conosce, ci troverà senza fatica; per tutti gli altri cercate lo stand H08, che è di fronte a Corraini e di fianco a Edizioni Corsare.
Veniteci a trovare perché oltre all'intero catalogo a vostra disposizione, abbiamo tutte e undici le novità appena uscite: da Di qui non si passa a Il meraviglioso Cicciapelliccia, da Una lettera per Leo a La voliera d'oro e a Uccelli da colorare e disegnare, da Storia piccola a Il topo che non c'era, da Capriole a Occhio al mosaico, fino alle 20 buone ragioni per regalare un libro a un bambino e a E sulle case il cielo nella nuova edizione Minitopi. Potrete sfogliarle in tranquillità e decidere di quale proprio non potete fare a meno. Oppure potete anche solo passare a salutarci.

http://www.topipittori.it/it/home

Quest'anno la mostra scelta da Più libri più liberi e organizzata da Biblioteche di Roma per lo Spazio ragazzi è dedicata a Che cos'è un bambino di Beatrice Alemagna. In esposizione, su pannelli di grande formato, ci sarà l'intero libro completo di illustrazioni e testi. 
Che cos'è un bambino è il nostro libro di maggiore successo sia di pubblico sia di vendite. È diventato una sorta di icona: il libro con cui siamo identificati come editori, probabilmente anche all'estero dato che è stato tradotto in 9 lingue: inglese, coreano, olandese, portoghese, spagnolo, francese, greco, cinese, svedese. Il successo del libro è legato ai contenuti, decisamente innovativi sia per i temi, l'identità infantile in relazione a quella adulta, sia per il modo in cui l'infanzia è rappresentata attraverso parole e immagini. Un modo unico, nato dal lavoro sull'identità che Beatrice Alemagna svolge da sempre con i bambini e che è al centro di tutti i suoi libri.

Da quando è uscito, nel 2008, Che cos'è un bambino è stato ristampato decine di volte; in Italia ha venduto circa 25.000 copie, e nel mondo più di centomila. L'edizione messicana è stata acquistata dal governo per la distribuzione nelle scuole e ha venduto 32 mila copie. In Spagna è stato adottato come libro ufficiale Unicef per il Natale del 2008.
Nel 2014, Che cos'è un bambino è stato tra i più votati dai bibliotecari italiani per ragazzi, interpellati su quali albi illustrati per la fascia 0-11 anni ritenessero i più belli, per essere inseriti nell'edizione 2015 di The world through picture books, pubblicazione sia digitale sia cartacea curata da Ifla (International Federation of Libraries Association), nata per presentare ai bibliotecari del mondo i 10 albi più belli di ciascun paese del mondo.
Sebbene Che cos'è un bambino abbia avuto un successo immediato, la sua fortuna si è costruita nel tempo. Il libro oggi registra il doppio delle vendite di quelle realizzate all'esordio. E le vendite sono in crescita. La causa di questa crescita costante e ininterrotta è il passaparola fra librai, bibliotecari e genitori.
Percepito da alcuni come un illustrato “più per adulti”, in realtà Che cos'è un bambino ha molto apprezzato anche dai piccoli, come sa chi lo ha proposto loro. Moltissime sono state le attività formative e didattiche che, in questi anni, sono state organizzate in biblioteche e scuole, mettendo il libri al centro dell'attenzione dei bambini (ricordiamo fra le altre, quelle svolte da Antonella Capetti e da Tiziana Cherubini).
Poco seguito dai media tradizionali, anche specializzati, Che cos'è un bambino ha ricevuto e riceve, a sette anni di distanza dall'uscita, molta attenzione da blog, siti, e social network, con recensioni, analisi, commenti.


Per l'importanza che il libro ha avuto nell'ambito della produzione di albi illustrati, e per invitare il pubblico di grandi e piccoli a riflettere sulla questione dell'identità infantile e adulta, Biblioteche di Roma ha scelto di dedicare a Che cos'è un bambino questa bella mostra (che dopo la fiera approderà in diverse biblioteche del circuito romano e laziale). I visitatori, dopo averla visitata, sono invitati a fornire una risposta personale alla domanda del titolo di Beatrice Alemagna, lasciando un pensiero scritto o disegnato su cartoline predisposte che troveranno a loro disposizione negli spazi espositivi e che potranno lasciare in un contenitore apposito.
Vi aspettiamo!

La mostra sarà inaugurata e presentata venerdì 4 dicembre, alle 16.30 presso lo Spazio ragazzi, dove parleranno di tutto questo e di molto altro ancora Cristina Selloni, Annamaria Di Giovanni, Giulia Mirandola, Carla Ghisalberti e Giovanna Zoboli. 

venerdì 18 settembre 2015

Siamo tutti storie piccole

[di Cristina Bellemo]

«… l’universo è grande così grande come
il valore di una persona».
(Arjuna, dieci anni, peruviano, in Ma dove sono le parole, a cura di Chandra Livia Candiani con Andrea Cirolla, Effigie, Il Primo Amore, I fiammiferi)

Come si fa a raccontare una storia piccola?
Be’, in quanto piccola, è presto detta.
Anzi no. Perché una storia piccola può essere anche grandissima, immensa, e può custodire in sé tanto, e tutto di noi.
Quando ho scritto Storia Piccola lavoravo ad alcuni racconti di adozione: riflettevo su che cosa significa, e che cosa provoca, l’arrivo di un bambino, in qualsiasi tempo, in qualsiasi luogo egli giunga. E riflettevo anche sulle parole per dire, sul loro coraggio e sulla loro bellezza.
Da sempre sono innamorata delle parole, sul mio biglietto da visita è scritto proprio Parole: mi incantano, mi affascinano, talvolta i loro prodigi mi disarmano e mi sconcertano.
Così è germogliato un racconto che si snoda su questi due sentieri, la vita e le parole, riuniti a un crocicchio da una convinzione profonda: ciascuno di noi è una storia piccola e però piena di dignità. Una storia che merita spazi e tempi di narrazione di sé, di accoglienza e di ascolto. Perché una storia le cui parole nessuno ascolta e nessuno dice, muore. E con lei muore la persona che ne è portatrice.
Ogni storia piccola STA nell’infinito, granellino di preziosa unicità, e RESISTE e RESISTE. E dice. E dà.


Storia Piccola inizia proprio da qui: C’era una volta l’infinito.
Ricordo con un sorriso il promettente smarrimento di Alicia Baladan davanti a questo incipit: Come si affronta una storia che incomincia così?!
Ma questa sfida, che lei sentiva grande, doveva poi guidarla a creare la meraviglia delle illustrazioni che ha disegnato per questo albo (dovete vederle: sono infinitamente capaci di significati!).
È la storia di un bambino che viene alla luce, nasce. Nel corso della vita si nasce molte volte, ma qui la novità del suo essere al mondo, in quel preciso piccolissimo luogo che è dentro l’infinito, in quel preciso piccolissimo istante che è dentro l’eternità, richiede attenzione da parte del mondo.
Un bambino che nasce è qualcosa che CI riguarda, pena la rinuncia alla nostra umanità. Lo afferma ad alta voce Arjuna, nei suoi versi riportati in apertura.


Beniamino nasce in un giorno, in una casa, in una famiglia, in un’aria, in un profumo, in un ordine o in un disordine di una stanza, alla presenza o in assenza di qualcuno, in una tonalità di luce che irrompe o nel mistero di una penombra.
Intorno, anche nella natura, tutto è fremito, e trepidazione, ed emozione per lui.
Beniamino è un principe, il suo nome significa prediletto (e perciò atteso), e la sua mamma è una Reginamamma e il suo papà è un Repapà. È una regalità fiabesca e dunque metaforica: a significare che ciascuno ha potenzialmente diritto sovrano sulla propria esistenza, e al contempo che la potenza della gioia ci fa re.
L’onda di questa gioia autentica si propaga con un’energia e un entusiasmo istintivi e bambini: è un contagio. Non ci si trattiene dal mostrarsi anche «sfrenati» in questo festeggiare. Oggetti di uso quotidiano diventano improvvisati strumenti di musica, e si mangiano leccornie come solo nelle feste eccezionali.


Poi le tappe della crescita di Beniamino sono scandite dalle parole che egli pronuncia per dire il mondo. Sono parole piene della sua stessa sorpresa. È dare nome, consistenza percepibile e condivisibile di suono a ciò che si incontra e si conosce in un primo tempo silenziosamente con i sensi, si vede, si tocca, si ascolta, si assapora, si annusa.
Nominare il mondo, per un bambino, è FARE il mondo. Far esistere ciò che è detto.
E accanto a questo, la voglia irresistibile di comunicare le proprie scoperte, che mette in gioco un tu, chiama a una relazione.
Così Beniamino dice la mamma e il papà, riconoscendo i genitori come altro da sé.
Dice se stesso, e l’impegnativa costruzione della sua identità.
Dice la sete, che è consapevolezza dei propri bisogni primari e autonomia nell’esprimerli, ma anche desiderio pervadente di conoscenza.


Dice la paura che l’incontro col mondo inevitabilmente fa scoppiare.
Dice gli amici, e la necessità di relazioni esterne ed estranee al nucleo familiare.
Dice la possibilità di immaginare, e toccare con i pensieri e le parole i mondi non ancora conosciuti, ma sognati e immaginati. Le parole sanno raggiungere anche il lontano.
Poi viene il momento di imboccare la sua strada, di dire la sua vita.
Tra le parole di Beniamino, ci sono i silenzi, preziosissimi: sono i tempi dell’attesa, della pazienza, della preparazione.
Accanto a lui mamma e papà vivono questo suo crescere, e sbocciare alla vita, con sconfinata e sbaragliante allegria.
Sicuri che tutta questa bellezza non è cosa da tenere solo per sé. È bellezza che ci permea e ci fa migliori e dunque si trasmette, e si attacca, e si appiccica, perfino indipendentemente dalla nostra cosciente volontà.


C’è un verso, in una canzone di Niccolò Fabi che si intitola Attesa e inaspettata: «chi viene alla luce, illumina». Mamma e papà desiderano subito dare il loro contributo di bene e di bello al mondo nel nome di Beniamino. Con sincera e solida concretezza, direi proprio corporea, fisica, e non nei termini di una virtuale socializzazione, di un’ostentazione autocompiaciuta, e perciò fragilissima.
Piantare un albero d’olivo che regali ossigeno e ombra con la sua chioma.
Far zampillare fontane in tutto il regno perché ci si possa dissetare.
Accogliere.
Regalare concerti fuori programma.
Fare festa.
Che bello pensare che l’arrivo di un bambino possa rendere davvero migliore il mondo!
I genitori sperimentano anche quella sbadataggine (ben nota agli innamorati…) che è necessario affrancamento dalla tirannia della razionalità, pausa rivitalizzante dal ragionare, e dal dover ponderare. Abbandono benefico alle emozioni.


Danzano sotto la pioggia senza ombrello.
Dimenticano la guerra.
Dormono con le ciabatte infilate.
Lasciano volar via le tende dalle finestre.
Che libertà!
Recuperano il loro sé bambino ma, al contempo, vivono anche il loro spazio di distanza e di indipendenza della relazione di coppia.
E forse anche di questo si nutre la loro fiducia verso Beniamino, verso il suo percorso, fino alla partenza per un nuovo viaggio, tutto suo.
Non lo hanno caricato delle loro aspettative, e hanno accolto con un senso di dono e di straordinarietà ogni suo gesto di apertura al mondo. Lasciandosi sempre sorprendere. Non permettere a una persona di sorprenderti, ingabbiandola in schemi di giudizio e di pregiudizio, è una forma di uccisione della vita, e dell’individualità.
Certamente mamma e papà gli sono stati al fianco con parole belle.

Alicia Baladan, Storia piccola in corso d'opera.

Nel periodo in cui scrivevo Storia Piccola, come dicevo, pensavo alle parole. E un giorno mi capita (non certo per caso…) di leggere nel blog di Topipittori una recensione al libro Infanzia, di Nathalie Sarraute (che ho poi subito acquistato), dalla penna di Giovanna Zoboli. Ne sono stata conquistata, forse perché parlava così direttamente a certe parti di me, alla mia personale esperienza.
Scrive Giovanna: «Le parole, i racconti che accompagnano la nostra venuta al mondo hanno il potere di determinare il corso della nostra vita, almeno fino a quando la nostra lingua, in uno sforzo titanico di autodeterminazione, non comincia a conformare questa narrazione a regole sue proprie».
Sì, sono pienamente d’accordo con Giovanna quando sostiene che le parole sono questione di vita o di morte.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

Reginamamma e Repapà di sicuro hanno circondato Beniamino di parole belle, anche se la storia vi accenna soltanto senza pronunciarle, concentrandosi su quelle di Beniamino.
E lui le ha ascoltate, e imparate, e le ha ripetute facendole sue.
Mi sono detta quanto è fondamentale che come adulti, e non solo genitori, regaliamo parole belle ai nostri bambini, con la genuinità di chi, prima ancora, le cerca instancabilmente per se stesso.
Le parole belle non sono solo quelle che dicono le cose a modino, buone e carine.
Sono le parole precise, intense, poderose, che sanno rivelare universi in poche lettere, in una manciata di note.

Alicia Baladan, Storia piccola, schizzi preparatori.

Non dobbiamo essere sciatti nell’uso delle parole con i bambini, non dobbiamo darle per scontate, non dobbiamo sottovalutarle. Dobbiamo anzi averne cura, proteggerle, sorvegliarle, sentirle come patrimonio da trasmettere. E donarle, spargerle, sparpagliarle, proferirle, annunciarle, ripeterle, sussurrarle, farle risuonare e rimbalzare. Accudirle perché crescano forti, e si arricchiscano di significati nuovi, di inedite possibilità narrative. Giochiamo, anche, con le parole, senza mai perdere di vista il loro vigore e il loro peso.
Una parola non vale l’altra, e sceglierle è un atto di rispetto e d’amore.
Diamo alle parole la dignità che chiedono, chiamiamole con il loro giusto nome. Esse possono cambiare il nostro mondo, e quindi il mondo.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

Scrive Chandra Livia Candiani in Ma dove sono le parole?, a proposito del suo lavoro sulla parola poetica con i bambini: «… ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi».
Qui sta forse anche un pezzettino di senso del mio scrivere storie piccole.
E, a questo proposito, mi piace riportare un ultimo frammento dall’articolo di Giovanna, dove risponde a chi le chiede cosa renda un testo adatto alla lettura di un bambino. «Un uso di ogni singola parola rigoroso, non casuale, appassionatamente attento, profondamente veritiero, onesto, limpido, vivo. Una disciplina delle parole “non solo inerente alla scrittura, ma a tutta la vita intellettuale (Flannery O’ Connor”)».
Vita, e parole per dirla.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

lunedì 6 luglio 2015

In questa periferia dell'essere dove si sbaglia sempre


Da otto anni, Chandra Livia Candiani, fra le migliori voci poetiche italiane, conduce incontri di poesia in scuole della periferia milanese. Oggi, la sua esperienza è stata raccolta e pubblicata in Ma dove sono le parole? (Effigie, 2015; parte del materiale si trova anche pubblicato sulle pagine del blog Il primo amore, che ha curato la redazione del volume), perché, come spiega il curatore Andrea Cirolla, “il mondo merita di conoscere questa esperienza e noi avevamo il dovere di raccontarla”. Ci ha segnalato questo libro Silvia Vecchini, che da alcuni anni svolge incontri di poesia con i bambini.

Che questo libro sia nato da uno stato di necessità dell'editore lo si percepisce con chiarezza, così come lo si percepisce dell'esperienza dei bambini, 1400 in tutto nel corso degli anni, e della poetessa che li ha guidati a intraprendere la ricerca delle parole. O meglio più che da uno stato di necessità, questa esperienza da:

una sorgente che straripa dal suo alveo. Una frescura 

al centro del petto. Quest’altra intelligenza 

non ingiallisce e non ristagna. È fluida, 


e il suo movimento non è da fuori a dentro 

attraverso le condutture di un sapere idraulico. 

Questo secondo sapere è una fonte 

che da dentro di te va verso l’esterno.

Sono parole tratte da Due tipi d’intelligenza, poesia citata da Chandra Livi Candiani nella introduzione del libro, e appartengono al poeta Giallâl ad-Dîn Rûmi, nato nel 1207 in Afganistan, morto in Turchia dove è venerato come un santo e un maestro mistico. Parole che Candiani ha tradotto dalla versione inglese The essential Rumi (Harper San Francisco) per i bambini con cui fa poesia: italiani e stranieri, figli di immigrati da ogni parte del mondo.

Il libro è articolato in otto nuclei tematici: Il silenzio; Il mondo, L’autoritratto (talvolta è «La vita di»), Le parole, L’addio; poi Quello che conta (talvolta quello che «resta»), I grandi, Che cosa è la poesia. Un'ultima sezione è dedicata unicamente ai componimenti dei bambini rom, scomparsi dalla scuola dopo l’ultimo sgombero. Alcune sezioni sono precedute dal dialogo di Chandra Livia Candiani con Andrea Cirolla, e ripercorrono i momenti salienti e le motivazioni di questo lavoro poetico sviluppato per e con i bambini.

Racconta Chandra Livia Candiani:

I bambini sono di otto, nove o dieci anni. Ci sono pochi italiani, sono per lo più migranti che vengono dai paesi più diversi: Cina, Uruguay, Brasile, Panama, Perù, Colombia, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Filippine, Marocco, Tunisia, Russia, Romania, Ucraina. Alcuni sono appena arrivati, altri sono in Italia da tempo, altri sono nati qui.
[...]
Non inizio mai spiegando loro cos’è la poesia, ma segnando un leggero e variabile percorso per andare insieme in cerca del luogo in cui abitano le parole.
 
Ma dove sono le parole? Un verso di un anonimo poeta nicaraguense dice: «Un poeta siente»: un poeta sente, percepisce, avverte, intende, ha sentore e presentimento. E così giochiamo con il sentire e scriviamo le tracce che i sensi lasciano in noi.
[...]
Inizio spesso i miei seminari con il tema del silenzio. Perché i bambini conoscono per lo più il silenzio teso, il comando a cui si obbedisce facendosi piccoli, raggrinzendosi. E invece cerco di trasmettergli un silenzio che allarga, il piacere del silenzio che è ascolto di sé, del mondo, dell’altro, della sinfonia di cui facciamo parte. È con meraviglia che scoprono il mondo che il silenzio rivela. E alla fine gli dico: ora vi do un compito che dura tutta la vita. E loro abbassano le orecchie, ma quando dico: ascoltare il silenzio, farci tana, aspettare lì le parole, ridono.
[...]
Non è sempre facile arrivare alla frescura al centro del petto, alla fonte, bisogna avere spirito d’avventura, curiosità, coraggio, fiducia e partire da qui, da ora, dal corpo. 
Proprio ora, proprio qui, chiudo gli occhi e sento se ci sono davvero, se il corpo è davvero seduto a terra, se sento il pavimento, se davvero respiro, se sento il mio respiro che dalle narici raggiunge la pancia, se sento il suo viaggio verso l’esterno, dalla pancia alle narici, e le mani, sono calde, sono fresche, sono gelate. E cosa provo, che stato d’animo ho, cosa naviga o galleggia o va a fondo o vola in me. Proprio ora. Proprio qui. 
Ecco, per sapere dove sono le parole, per iniziare un viaggio verso la poesia, bisogna che qui ci sia un corpo. Un respiro. Un sentire. E poi una storia, la nostra, ognuno la sua. E della storia fa parte la geografia. Per questo chiedo spesso ai bambini, oltre al nome e all’età, di dire il loro “paese-radice”.
[...]
Non ho nessuna pretesa che qualcuno leggendo questo testo o partecipando a un seminario di poesia possa diventare poeta, ma ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi.
[...]
Il primo anno, a scuola, non sapevo che vicino c’era un grande campo di rom, che poi è stato sgomberato e distrutto. Le etnie erano tante e i rom avevano tratti molto simili a bosniaci, rumeni, albanesi; non li avrei distinti. Erano anche vestiti molto bene, molto meglio degli altri; più tardi ho scoperto che i loro vestiti venivano da un ente benefico e li ricevevano a scuola. E a scuola nel bagno delle maestre c’era shampoo e bagno schiuma e potevano farsi la doccia. Ma io li ho incontrati la prima volta, come gruppo o tribù, perché ero sorpresa che alcuni bambini in una classe scrivessero sempre della notte ed era evidente che la conoscevano molto bene. E parlavano delle notti fredde d’inverno, del pericolo della pioggia, del fango. E degli incendi. Quando l’ho detto stupita a una maestra, lei mi ha risposto: «Sono rom, vivono al campo, nelle baracche, certo che conoscono la notte».

Abbiamo estrapolato questi brani dal contesto del libro per darvi un saggio della sua tonalità e di quello che in esso potrete trovare, tenendo ben presente che in queste pagine ogni parola ha un posto e un senso fondamentali nella comprensione del lavoro poetico dell'autrice e dei bambini.

Leggere di “frescura al centro del petto”, di “respiro” e “pavimento” e “terra”, di “Proprio ora, proprio qui” mi ha fatto venire in mente un libro appena finito di leggere: Diario di scuola di Daniel Pennac (trad. Jasmina Melaouha), appassionata riflessione a partire proprio dal dolore e dall'angoscia dei respinti a vita, dei somari per destino, sull'insegnare, sulla vitalità salvifica della parola, sul legame fra maestro e allievo, sulla nozione di amore come centro della relazione pedagogica.
E, infatti, proprio la presenza dell'insegnante in classe, il suo esserci con il corpo, l'anima, la mente e tutto se stesso è la condizione prima e unica per una presenza degli allievi.

Spiega Pennac: Una sola certezza. La presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all'intera classe e a ogni individuo particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale per i cinquantacinque minuti in  cui durerà la mia lezione.[...] .

In un bellissimo scritto apparso su Vibrisse, nella rubrica La formazione della scrittrice, che potete leggere integralmente qui, si legge quale fu il rapporto di Chandra Livia Candiani dapprima con la scuola e quindi le parole della letteratura.

A scuola ero un asino. Facevo fatica a capire un po’ tutto. Soprattutto i numeri, per esempio che avessero un nome, perché sapevo che tre e due fa qualcosa ma il nome cinque non sempre saltava fuori. Molte lettere poi le avevo imparate al contrario, perché il mio primo maestro involontario era stato mio fratello. Lui studiava seduto alla scrivania, io mi piazzavo di fronte a lui appollaiata su uno sgabello, con davanti foglio e matita e ogni tanto gli chiedevo: “Che lettera è questa?” E lui, distratto: “A”. E io la disegnavo, diligentemente, al contrario. Così sembravo scema a scuola. Non sapevo spiegare il perché, tutto qua. [...]
Ho continuato ad andare male a scuola. Soprattutto, non capivo la punteggiatura, mettevo le virgole dove pareva a me, un bisogno di una pausa piccina, un fiore o un’erba sul ciglio della pagina, macché, la maestra era furente e una volta disse: “Candiani, quando sarai una grande scrittrice farai quello che vuoi tu, adesso segui quello che ti dico io, una volta per tutte!” Era così ironica, visti i risultati scolastici, che tutte scoppiarono a ridere, ma in segreto mi rimase che c’è una categoria di persone che fa quel che vuole con le virgole. 
Ho cominciato a leggere di nascosto, perché un somaro non legge libri, al massimo giornalini. Io prendevo i libri di mia sorella, alle medie leggevo sotto il banco Goethe, Dostoevskij, Tolstoi, Thomas Mann, Musil e via e via, i grandi classici ma di nascosto, come un furto. E Calvino, tanto Calvino. E Ungaretti e Quasimodo e Montale e Pavese. Non so bene com’è andata che ho cominciato a comprare i libri di poesia, i miei libri. In realtà, cercavo la poesia dappertutto, mi stufavo appena uno scrittore si dilungava, mi sentivo abbandonata appena scriveva cose senza sussulto. Cercavo vie di comprensione del mondo e della vita fulminanti. Cercavo la poesia. Sempre leggevo di nascosto, dovevo mantenere la mia identità somara e un po’ scema, mi sembrava un sacrilegio leggere quei libri, temevo che da un momento all’altro qualcuno, a casa o a scuola, avrebbe urlato: “Come ti permetti!” Un paio di volte è successo quasi quasi così. Comunque, mi è rimasto un senso di clandestinità con la cultura, leggo voracemente, famelicamente, e di nascosto, un po’ in un equilibrio precario, con posizioni sbilenche, appena appoggiata a un muro, sdraiata di traverso, in tram. Spesso, scrivo per terra, un foglietto sul pavimento e una matita. Il tavolo è per il computer e le traduzioni, la terra per la poesia. Scrivo in fretta, all’insaputa di me, se no mi sgrido: “Come ti permetti, somara!?”, correggo dopo, in un secondo, terzo, ventesimo tempo o butto tutto.

Anche in questo caso viene in mente Pennac, quando alla fine del suo libro immagina un dialogo con il somaro che è stato:

Siete tutti uguali, voi prof! Quello che vi manca sono dei corsi di ignoranza! Vi fanno dare esami e concorsi di ogni genere sulle vostre conoscenze acquisite, quando la vostra prima qualità dovrebbe essere la capacità di immaginare la condizione di chi ignora tutto ciò che voi sapete! Sogno un esame di abilitazione in cui si chieda al candidato di ricordarsi di un insuccesso scolastico... […] che vadano a rivangare fra le materie che non amavano. Che si ricordino delle loro lacune in fisica, della loro incapacità in filosofia, delle loro scuse patetiche in ginnastica! Insomma è necessario che coloro che pretendono di insegnare abbiano una visione chiara del loro percorso scolastico. Che riprovino un poco la loro condizione di ignoranza se vogliono aver una minima possibilità di tirarcene fuori.

Scrive Chandra Livia Candiani:
Che razza di lavoro è questo dei seminari di poesia alle elementari? Meno male che sono capitata subito in scuole dove il permesso di essere dove si è non è scontato, è conquista faticosa, è abitare a lungo di nascosto, di sfuggita. Perché a scuola io sto così. Ed è da lì che parto, da quel senso di non c'entrare tanto, di non fare famiglia, né tribù, né mondo con nessuno e, guarda cosa va a succedermi, incontro bambini che partono proprio da lì, ma non come sensazione, come situazione. Ecco dove ci incontriamo, in questa periferia dell'essere dove si sbaglia sempre, sì è fuori luogo, si vacilla fortemente e si vive senza rete. Ma si è acrobati quasi nati, si impara veramente da subito. Come respirare con soggezione, come occupare poco spazio, come irradiare gioia dagli occhi, come scoppiare di felicità se ti danno campo aperto, come saper andare via. Gli immigrati sanno andare via. Sanno dire addio. Non è poco. È una grande disperata risorsa. […] Quando vado a scuola voglio dare la mia faccia e il mio corpo, presenti lì, a dire: sono qui per voi, per accogliervi e ascoltarvi. Voglio dare uno spazio di parola. Ampia. Calda. Necessaria. Giocosa. Dritta alla comunicazione. In dentro. In fuori. Dritta allo sbaglio. In equilibrio. Tra il rispetto e la gioia. Tra la dignità e il nulla dell'altra lingua.”

Leo, otto anni.
Quello che conta
è la formica.
È tutto che conta.
È sacro.


Elias, nove anni, egiziano
I grandi sono gente che salgono la torre inabitata
cose e oggetti che si buttano da soli
rompono le porte
distruggono le nostre anime.


Luka, dieci anni, albanese.
Il mio ritratto

Il nove luglio nacque il rumore
che faceva molta confusione
con movimento e paura,
l'incertezza eccola
sono io.


Christian, 10 anni, filippino
Grazie per la sedia 

ed avermi dato una casa, 

io sono piccolo, 
ma dentro 
sono gigante 
che è sbocciato 
da una briciola


Marian, 10 anni
L’amicizia è una giacca leggera,

una bellezza che non si può restituire.
Amore incancellabile, incontenibile,

immisurabile, ricaricabile, indescrivibile.

L’amore è infinito ogni modo d’amare

è come un oggetto.


Marius, nove anni
Il silenzio

Paura volio giocare ma o paura
volio dire qualcosa ma o paura
volio cantare ma o paura
tui mi prendono in giro e o paura
o paura di tuto e sono da solo.
Silensio.

Il silensio mi pasava tra le vene
sembra infinito il silensio.


Maria, 9 anni
Oggi la neve

mi ha toccato
 dentro al cuore.
La mia mamma è come un uccello che vola

una campana che canta.


Ramayana, 9 anni
Le mani che scrivono le poesie

sono le stesse mani

che fanno le pulizie.


Willi, 10 anni
La mia casa interiore

Io sono stonato 
e la mia anima si si si sissi sissi sissi
vuole carezza 
la mia morbida anima.


Nelle scuole italiane succedono cose importanti di cui nessuno sa e se le si sa, le si orecchia male e le si racconta sbagliate. Invece è bene che si sappiano queste cose, e con precisione.

venerdì 31 ottobre 2014

Le Scarpe di PiPPo!

Ovvero PiPPo non lo sa 2

Vi ricordate le scarpe di Pippo? Scarpe che non si dimenticano. Lo diceva anche la nota canzone:

E Pippo Pippo non lo sa
che quando passa ride tutta la città
si crede bello come un Apollo
mentre invece sembra un pollo.
Sopra le
scarpe porta le calze
e sopra il gilè la camicia ...

Anche il PiPPo di cui stiamo parlando è un tipo molto artistico. Infatti, a grandissima richiesta dei nostri lettori, e cioè bambini, nonni, genitori, insegnanti, amici, amanti del disegno e illustratori professionisti, torna PiPPo non lo sa. Ovvero: il gioco di copiare le opere dell'arte di tutti i tempi e le culture, si ripete quest'anno con regole immutate, ma un tema nuovo: le scarpe nella storia dell'arte.

Da oggi, fino al 30 di novembre, avrete tempo di cercare, guardare, scoprire, osservare in che opere si nascondono le scarpe più interessanti mai dipinte o disegnate: van Gogh o Degas? Andy Warhol o Fragonard? Franz Hals o Magritte? Hokusai o Fidia?

Andy Warhol, Elvis Presley (Gold Boot), 1956.
Andrea Mantegna, Il Parnaso, 1497, particolare.




















Perché forse non ve ne siete mai accorti, ma le pinacoteche e i musei sono meravigliose scarpiere che aspettano solo di essere scoperte.
Perciò il nostro invito è: disegnate il vostro modello di scarpe preferito per la stagione 2014-2015, ispirandovi ai grandi artisti del presente e del passato. Potete decidere di riprodurre, a vostra scelta, solo le scarpe che appaiono in un quadro, ingrandendole come particolare, oppure potete copiare l'intero quadro in cui le scarpe sono uno dettaglio.

Egon Schiele, Wally in Red Blouse with Raised Knees, ca. 1913.

E adesso il Regolamento di Le Scarpe di PiPPo

Ingredienti per giocare:

1) una persona piccola, giovanissima, giovane oppure matura, anziana, bella o brutta, professionista, amatrice o dilettante che abbia voglia di disegnare; 
2) cento e più secoli di storia dell'arte; 
3) una collana di libri sulla didattica dell'arte (si chiama PiPPo, ovvero Piccola Pinacoteca Portatile, se non l'avete ancora capito); 
4) una libreria milanese che compie due anni di attività (Spazio b**k); tre scuole pubbliche d'infanzia e primarie di Milano con il desiderio di arricchire e incrementare i titoli della propria biblioteca scolastica (Scuola comunale dell'infanzia, via Toce 7; Scuola primaria Duca degli Abruzzi, via Cesari 38; alcune classi dell'Istituto Comprensivo 5 Giornate, viale Mugello 5); 6) Uno spazio espositivo messo a disposizione da un gruppo di creativi milanesi (che poi si chiama Spazio A).

Bruegel il Vecchio, Danza di contadini, 1568.

Preparazione


a) prendete un foglio da disegno di formato 15x21 (la metà di un comunissimo foglio A4);

b) riproducete un'opera d'arte che vi piace, con la tecnica che preferite (se non avete idee, potete consultare uno dei quattro libri della collana PiPPo per trarre ispirazione; o anche il sito di Pinacoteca Universale di Topolò);

Mario Sironi, La ballerina, 1916.

c) sul retro del foglio indicate titolo e autore dell'opera da voi riprodotta. Ma NON FIRMATE il foglio una volta finito il disegno; 


d) mettete il disegno in una busta su cui scriverete il vostro nome e cognome; 



François Boucher, Madame de
Pompadour, 1756, particolare.
e) infilate questa busta in un'altra busta sulla quale scriverete questo indirizzo:


Le Scarpe di PiPPo
c/o Ad occhi aperti
Spazio b**k

via Porro Lambertenghi 20
20159 Milano

f) affrancate la busta e spedite per POSTA ORDINARIA (niente raccomandate, pacco celere, corriere eccetera);


g) se siete a Milano, potete consegnare a mano, allo stesso indirizzo, entro il 30 novembre 2014. 



Nota importantissima: l'opera che avete appena spedito o consegnato, non tornerà mai più in vostro possesso. La state regalando. Continuate a leggere per scoprire a chi...

Diana di Versailles, copia romana,
II sec. d.C., particolare.

René Magritte, Le Modèle rouge,
1937, particolare.













 Cosa succede dopo

Tutti i disegni ricevuti verranno messi in mostra in una sala messa appositamente a disposizione da Studio A! (in via Pollaiuolo 3 - per i milanesi up-to-date, proprio sopra il Frida).


Tutti i disegni saranno esposti anonimamente e saranno acquistabili, indistintamente, per la modica somma di 5 euro cadauno, indipendentemente dall'autore, a partire dalle ore 18 di sabato 13 dicembre. Vale il principio "chi prima arriva, meglio alloggia". 


Frans Hals, Family Group in a Landscape, 1648

Su questo blog e su quello di Spazio b**k, lunedì 15 dicembre sarà pubblicata la tavola delle concordanze. Che significa, questo? Che chi ha acquistato un disegno, grazie a questa tavola delle concordanze, potrà sapere se il disegno che ha acquistato è un Marcolin, uno Scarabottolo, un Guasco o l'altrettanto pregevole opera di Katia Zampaglioni (di anni cinque). Potete guardare la gallery dello scorso anno qui.


Henri de Toulouse-Lautrec, La troupe de Mlle Eglantine, 1896.

Quindi, il gioco non è solo per chi disegna, ma coinvolge anche chi acquista i disegni. In parole povere: saranno la vostra bravura di osservatori, il vostro occhio critico, la vostra esperienza, il vostro intuito a farvi fare l'acquisto migliore... sempre che i disegnatori partecipanti non si divertano a buttarvi fumo negli occhi e a far di tutto per non essere riconosciuti.


Kitao Shigemasa, Geisha con servo, 1777.
Miniatura francese, XIV sec.




















Il pagamento di ogni opera dovrà essere contestuale all'acquisto, così come contestuale sarà la consegna del disegno al suo compratore.
 Le opere saranno in mostra, e quindi visibili, ispezionabili, analizzabili e, infine, acquistabili solo a partire dalle ore 18:00, del 13 dicembre 2013.


Miniatura del primo Quattrocento.

La mostra si trasformerà poi in una galleria permanente online: tutte le opere scomparse nelle case di chi la ha acquistate saranno così sempre e comunque visibili online. Questa volta con la chiara indicazione del nome dell'autore.

Jean-Honoré Fragonard, Les hasards heureux de l'escarpolette, 1767.

Che cosa facciamo con i soldi?

Qui entrano in gioco le scuole selezionate: TUTTO l'incasso della vendita dei disegni si trasformerà in tre buoni acquisto di pari importi, spendibili presso la libreria Spazio b**k, per acquistare libri a scelta degli educatori, da destinare all'arricchimento delle biblioteche scolastiche delle scuole selezionate per partecipare all'evento Le Scarpe di PiPPo. 




George Grosz, Ritratto dello scrittore Herrmann Neisse, 1927.

Perché sono state scelte proprio queste scuole?
 
Perché le conosciamo.

Perché sappiamo che le insegnanti fanno un ottimo lavoro con i bambini.

Perché ci hanno contattato per poter partecipare a questo gioco.
Perché PiPPo da quando ha iniziato ad andare a scuola, ha scoperto che con bambini e maestre si trova benissimo


Norman Rockwell, Triumph in Defeat, 1953.

Norman Rockwell, The Problem We All Live With, 1964.



Perché partecipare?

Primo: perché ci sono mille modi e mille ragioni per regalare un libro a un bambino e questo è un modo nuovo. 

Secondo: perché disegnare è divertente.

Terzo: perché l'arte è di tutti. E a tutti, grandi e piccoli, è permesso giocare con l'arte. Con molta disinvoltura. Magari comprando e regalando i libri della collana PiPPo per imparare a farlo bene.
Quarto: perché scoprirete che disegnare scarpe vi darà grandi soddisfazioni.

Aubrey Beardsley, The Savoy, Prospectus No. 1, 1895.

Vi piace l'idea e vorreste organizzare questo gioco nella vostra città, o per la scuola dei vostri figli? 
Bene. Non siamo possessivi. Potete tranquillamente copiarci. Trovate una scuola con una biblioteca scolastica che vuole ingrandirsi, una libreria, un po' di gente che abbia voglia di disegnare e un altro po' di gente che abbia voglia di spendere 5 euro. Ma ricordatevi SEMPRE di farcelo sapere.



Francesco del Cossa, Aprile: Borso d'Este ricompensa il buffone Scoppola, 1435 ca.

E i disegni che non si vendono? 

Non li rispediamo ai mittenti. Anche quelli verranno regalati alla scuola. Saranno i bambini e gli insegnanti a decidere cosa farne. Per esempio, se appenderli alle pareti delle aule, usarli per imparare a conoscere quadri famosi o provare a venderli a persone volenterose per ricavare altri fondi per la biblioteca scolastica...



Edgar Degas, Danseuse assise, 1881-1883.

Nota importante: la partecipazione al gioco prevede l'accettazione di tutto quanto sopra scritto, oltre all'autorizzazione implicita a riprodurre fotograficamente le opere spedite e a pubblicarne l'immagine nella galleria virtuale. Nessun disegno, venduto o invenduto, verrà restituito al mittente.

Stampa popolare italiana, 1830
ca, collezione Achille Bertarelli.
Vincent van Gogh, Un paio di zoccoli di cuoio,
Une nature morte d’une paire de vieux souliers,
Une paire de souliers, 1886/1888.


























E se volete sapere cosa è successo nel 2013, durante e dopo l'evento PiPPo non lo sa, trovate un dettagliato resoconto qui.
Dopodiché riflettete su quale scarpe indosserete la sera del 13 dicembre, per andare da b**k a vedere esposti i vostri disegni e per comprare le più belle scarpe che avete mai visto.

Leonardo da Vinci, L'Ultima Cena, 1494-1498.

lunedì 7 luglio 2014

Perché scegli quel libro?

ovvero Venti buone ragioni per regalare un libro a un bambino


Perché amo leggere? Ve lo siete mai chiesti?
Io non lo saprei argomentare compiutamente, direi subito, di botto: ma perché uno non dovrebbe amare la lettura? Come si può vivere senza aver conosciuto Peter Pan, Matilde, Mattia, Spotty, il Brucomaisazio, Ferdi, Giulio Coniglio, Stella, la pulcetta grassa, Cybelle, Tiffany, Puzzy, Harry Potter, Rudiger, Cipì, Danny, Africa, il GGG, Jim Bottone, Opal...? Cappuccetto Rosso dove mai lo incontrerai se non in un libro? La storia del gatto con gli stivali come potrai immaginarla, se non hai mai sfogliato un libro…
E potrei andare avanti a enumerare esempi.

In questi mesi ho avuto modo di osservare da vicino i bambini della scuola dell’infanzia di mio figlio Saverio nel loro rapporto con i libri. In particolare ho avuto modo di vederli leggere, sfogliare e, infine, scegliere tra tanti libri e ho potuto chiedere loro: «Perché hai scelto quel libro?».
Così ci siamo seduti, in cerchio, su comodi cuscini e ognuno, con il libro scelto fra le braccia, ha provato a raccontarmi che cosa lo aveva colpito e che cosa lo aveva spinto a sceglierlo.


La mia prima reazione è stata di scoraggiamento: le risposte sembravano stereotipate, banali, scontate. Forse avrei dovuto fare altre domande. Poi, ripensandoci, ho capito: dovevo smettere di essere nella parte del “grande” che giudica e registra, e invece mettermi nei loro panni per arrivare al cuore delle loro ragioni, cercando quella profondità che sempre mi stupisce, quando le si dà occasione di svelarsi. E sapete il risultato? Le ragioni non sono poi tanto differenti dalle 20 ragioni per regalare un libro un bambino dei Topipittori.

Una breve (circa) premessa, per aiutarvi a mettervi a livello bambino!
I bambini innanzitutto sono rimasti spiazzati dall’esperienza che si può fare del libro. Il fatto di poterlo ascoltare, toccare, accarezzare, maneggiare… per molti è stata una novità assoluta. Nell’immaginario il libro apparteneva al pianeta delle attività barbose da fare seduti, lontani da tutto ciò che piace: la scoperta di potersi sdraiare, di poter toccare e manipolare, la scoperta che il libro ti segue in quel che fai, che parla la tua lingua e che non si rompe se lo sfogli, non ti sgrida se lo gratti… è stata una scoperta vera.
Inconsciamente tutti i bambini ricercano nella lettura un'esperienza empatica. Ricercano il noto, ciò che conoscono e amano: per chi legge poco questo coincide con l’identificazione e la preferenza per temi familiari (innanzitutto gli animali o i personaggi dei cartoni animati), per chi invece è un po’ allenato questo significa scegliere libri conosciuti o storie già ascoltate. Questa dinamica, a mio avviso, nasce non tanto dalla limitatezza dell'orizzonte visuale e culturale praticato, quanto dal fatto che la lettura è associata a un rapporto personale e soddisfacente sempre ricercato dai bambini: una comfort zone, dove si è circondati da elementi amati.


Durante la lettura di alcuni libri, i bambini sono rimasti incantati: tutti, senza eccezione. Commoventi e memorabili i volti partecipi alla lettura: le manine sulla bocca nei passaggi di maggior pathos, gli occhi sgranati alle inaspettate svolte di pagina e trama, la partecipazione per nulla impacciata alla creazione di suoni e atmosfere. Il godimento emozionale è stato tale che, anche dopo alcune settimane, mentre andavo a prendere mio figlio, mi è capitato di essere fermata da bimbi che mi chiedevano di leggere per loro.


La scoperta è stata anche visiva: nei libri ci sono cose che i bambini non pensavano/sapevano ci fossero. Hanno scoperto personaggi più intriganti di Peppa Pig, di Jake il pirata o delle Tartarughe Ninja, hanno conosciuto principesse spigliate ed eleganti molto più moderne della più moderna Cenerentola. Senza sorvolare sul fatto che il loro mondo immaginifico è talmente fervido che i pallini colorati di Lionni o di Tullet hanno lo stesso potere catartico di figure assai più delineate e consuete come ad esempio i vari animali.

Ecco dunque le loro ragioni, accanto alle ben più note Venti buone per regalare un libro ad un bambino.

1) Per fargli frequentare un sacco di esseri e cose che non avrà mai la possibilità di incontrare di persona.
«Perché ci sono gli elefanti rosa».
«Perché ci sono tutte le ruspe del mondo!».
«Beh, mi piacciono i mostri!».

2) Perché se legge un libro, poi può leggere una nuvola un gatto un albero una persona.
«Fa i versi degli animali e io li riconosco».

3) Per divertirlo come ti sei divertito tu.
«Perché mi piacciono le barzellette», a proposito di un inaspettato libro sull’arca di Noè.

4) Perché se non sai fare i pacchetti è la cosa più facile da incartare (o da impilare).
Alcuni bambini della classe primavera (1-2 anni) hanno sistematicamente creato pile e costruzioni di libri: a un certo punto ci muovevamo in una cattedrale.

5) Perché se hai azzeccato la scelta, ti ricorderà per tutta la vita, te e il libro.
«Perché hai detto che è magico».

6) Perché poi te ne regalerà uno lui, bellissimo.
Beh, questo lo spero io!


 7) Perché in una pagina non c’è tutto quello che c’è tra terra e cielo, ma abbastanza da non perdere la speranza.
«Perché ci sono le pecore».
«C’è il mare».
«Ci sono tanti camion diversi».
«Perché ci sono i pinguini».
«Ci sono due genitori».

8) Per spiazzarlo (o spiazzarti).
«Perché ci sono i numeri. Non avevo mai visto un libro sui numeri».
«Ci sono i dinosauri: e sai che fa anche un rutto?».
«Perché fa quello che vuole.». *o*

9) Perché un libro è leggero (e peloso, e di stoffa, e ruvido…) anche se pesa.
«Perché è peloso e ci sono i cani».
«Si può grattare e accarezzare».


10) Perché un libro è la prova dell’invisibile.
«Perché c’è Gesù!».
«È la storia di Gesù quando è nato: sai che è nei nostri cuori?».

11) Per dirgli che con le parole può fare un sacco di cose interessanti (che magari può evitare di fare effettivamente!).
«Perché hanno rubato un pollo».

12) Perché i libri si regalano solo a quelli in cui si ha fiducia.
«Perché lo ha scelto il mio amico».

13) Per regalargli un bel momento di silenzio dentro e fuori di lui.
«Si può fare il puzzle» e la concentrazione è una virtù rara, e noi grandi (maestre comprese!) ci siamo goduti mezz'ora di silenzio beato, senza averli dovuto richiamare neanche una volta.


14) Per fare un dispetto a chi sogna un Paese di analfabeti.
«C’è un incendio da spegnere, gli incendi come quelli che spegne il cane dei Paw Patrol». E se ci diverte con gli incendi, nei libri, forse si guarderà meno televisione e si impareranno più parole (sull’equipaggiamento dei pompieri, sicuramente).

15) Perché degli ignoranti non se ne può più (ma dei bambini che imparano analogicamente la lingua non se ne ha mai abbastanza).
«Mamma, ma se i libri li vende il libraio, il Duplo lo vende il duplaio, nelle cave lavora il cavaio e il letto lo fa il lettaio!». Non fa una piega.

16) Perché se è piccolo diventi grande e se è grande, torni piccolo.
«Mi piacciono le moto, io vorrei guidarle».
«Io da piccola collezionavo i dinosauri!». Questo l’ho ammesso io.

17) Perché ha la capacità di trasformare il piombo in oro (e i bambini in zombie!)
«Perché fa paura e io sono una zombie, a carnevale».

18) Perché cosa altro regalare a chi capisce e vede tutto?
« Eh, ci sono i puntini gialli blu rossi e gialli…».

19) Perché hai pochi soldi ma vuoi fargli un regalo bellissimo.
«Mi piacciono i camion»: non sottovalutate il risparmio, nel comprargli un libro piuttosto che un camion ;)

20) Perché gli vuoi troppo bene per regalargli qualsiasi altra cosa.
«Perché c’è tutto quello che voglio!».

Siete ancora in tempo per regalarne uno alla biblioteca di classe: qui c'è la nostra wish list, con i libri che non sono stati acquistati in queste settimane!

(ringraziamo Maria Polita e l'asilo di Saverio per la concessione dell'uso delle immagini a corredo del post)