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mercoledì 4 marzo 2015

Ribaltare la prospettiva

[di Cristina Berardi]

Ho conosciuto Cristina Balbiano D'Aramengo al corso Progettare Libri. È arrivata una sera, invitata da Paolo Canton, con la sua “scatola magica”, da cui ha tirato fuori i libri fatti a mano più belli che avessi mai visto. Libri che si aprivano svelando le forme più inconsuete.
Cristina Balbiano d'Aramengo con la scatola magica di Daniela Lorenzi.

Proprio lì, proprio allora ho deciso che avrei fatto un corso con lei. Bastava aspettare l'occasione giusta, seguendo il suo calendario ricchissimo. Non ho dovuto aspettare troppo.
Animata da quello spirito avventuroso che mi spinge, come ha scritto Paolo in un suo recente post, a mangiare male e a dormire poco per qualche giorno, sono partita alla volta di Milano (io che vivo nell'estremo ponente ligure) per fare un suo corso dal titolo per me molto attraente: Ribaltare la Prospettiva.

Vi presento Sansone e Micheletto, i fedeli torchi di Daniela Lorenzi.

 Un laboratorio che ne contiene due: uno di stampa e uno di legatoria dove si impara a stampare i materiali più diversi cercando contrasti e effetti nuovi, ribaltando - come intitola il corso - le prospettive, per poi mettere insieme i risultati ottenuti, piegando, cucendo e, di nuovo, anche ribaltandole (come avrete capito, e come sanno per esperienza i miei figli, io adoro ribaltare!).


Nella parte relativa alla stampa,  Cristina è assistita da Daniela Lorenzi, che ci ospita nello Studio A14, in via Tantardini, a Milano. La sala dove lavoriamo è ampia, colma di libri, carte, barattoli, strumenti, piani di lavoro con rulli grandi e piccoli. Al centro, a troneggiare su tutto, lui: Sansone, un tipino da 900 chili di possente eleganza. Accanto a lui, Micheletto, il fratellino “da viaggio”, leggero, che accompagna Daniela e Cristina nei laboratori fuori sede. Saranno loro i protagonisti del nostro laboratorio.

La luna di cui sotto.

Prima di cominciare, anche Daniela tira fuori la sua “scatola magica”, dalla quale escono incisioni stupende. Ci spiega come sono fatte. Io scatto fotografie come se non ci fosse un domani e cerco allo stesso tempo di non perdere una parola, ma è difficile. Fra le tante meraviglie, una mi colpisce in particolare. Scopro che è stata realizzata durante un laboratorio fatto con i bambini delle scuole elementari: è una luna, stampata usando oggetti comuni come matrici.


Cristina ci presenta poi il lavoro che si farà e piano piano, dallo stupore e blocco iniziale ci mettiamo a lavorare ed escono fuori cose bellissime.
Una delle compagne, Lucia Casavola, ha portato con sé una scatola con tanti fori, forse in origine realizzata per contenere piccoli flaconi: «La tenevo da parte da molto tempo, per poterla stampare e farci qualcosa!» mi dice. Credo che questo virus mi attaccherà e comincerò anche io a conservare le cose più impensate per poterle poi stampare!

E questo è il risultato del lavoro sulla scatola dei flaconcini di Lucia Casavola.

Il secondo giorno costruiamo i libri. Io non ho un vero e proprio progetto. Quindi preparo un libro Zen.  Lo chiamo Zen, perché mi viene in mente che lo si potrebbe usare per stimolare riflessioni compositive. In realtà nasce un po' a caso, ma   le pagine, muovendosi, creano disegni sempre nuovi (la mistica orientale "un tanto al chilo" viene sempre buona quando non si hanno argomenti validi).

Il mio libro Zen

Cristina è un'insegnante tanto paziente quanto io sono un'allieva scapestrata: mi deve ripetere cento volte come si taglia con il cutter e come si piega un foglio. Io faccio fatica a ritenere le istruzioni: mi convinco che se dimentico tutto è meglio, così avrò una buona scusa per tornare a fare un altro corso.
In ogni caso, le parole non mi bastano per spiegarvi come abbiamo lavorato. Per fortuna Cristina e Daniela suppliscono alla mia afasia, giungendo in soccorso con questo bel filmato.


Insomma, fatelo questo corso. Io lo rifarei. Anzi, quasi quasi lo rifaccio.

lunedì 27 ottobre 2014

A cavallo degli alfabeti

[di Valentina Colombo]

John Alcorn ha illustrato LIBRI!, originariamente BOOKS! nel lontano 1963. Superfluo dire che ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora.
Innanzitutto la grafica e l’illustrazione, oggi, parlano anche, se non solo, il linguaggio di Photoshop o Illustrator, attraverso l’uso di palettine e palettone elettroniche, device astrusi o semplici, con o senza matitone digitale.
Una volta si disegnava a mano, si tagliava, si incollava, si sbagliava e si doveva ricominciare tutto daccapo. Per fare una copertina ci si potevano mettere settimane. Oggi ci sono il benedetto ctrl-Z e il Salva con nome. Si possono presentare in diretta diverse varianti, fatte in cinque minuti e mandate in stampa in un lampo. La velocità domina la creazione grafica e i tempi di realizzazione di una copertina possono dilungarsi solo se ci sono problemi (del grafico, dell’editore etc.).
Ai tempi di BOOKS! il libro era di carta, spessa o sottile, pesante o leggera, ma sempre carta; lasciamo stare le edizioni speciali in pelle di daino o seta cinese, parliamo dei normali libri in commercio in libreria.
Oggi ci sono (anche) ebook, app, enhanced book: li scarichi con un click seduto sul divano.


BOOKS! uscì negli USA nel 1963. C’era ancora la guerra fredda, in quegli anni, le notizie viaggiavano per telefono e televisione, ma erano diffuse a ore di distanza, un aereo ci metteva un giorno per attraversare un oceano ed Elvis era ancora vivo.
Adesso gli U2 vanno da Fazio su RaiTre; in 8 ore sei a New York, e le notizie viaggiano a dorso si passerotto blu su Twitter, istantaneamente.

  

Detto questo, è interessante cercare di capire come mai LIBRI!, riscoperto nel 2012 da Marta Sironi e riproposto da Topipittori, oggi sia stato pubblicato in inglese (Ammo books), francese (Autrement), coreano (Blue Wing), russo (Mann, Ivanov and Ferber), spagnolo e catalano (Gustavo Gili), portoghese (Pequena Zahar). Forse perché LIBRI! è semplice e affascinante; diverso e universale; vintage e attuale; serio e divertente. Spiega con immediatezza cos’è un libro, come si usa, come è fatto, qual è il viaggio che compie dalla testa dell’autore agli occhi dell'editore, alle mani del lettore, passando attraverso le cure del libraio, del tipografo, dell’illustratore, prendendo forma in parole e immagini, e assumendo i mille e uno significati della lettura.

A sinistra, edizione Simon and Schuster, 1963; a destra, edizione Ammo Books, 2014.
Il formato della nuova edizione americana è completamente cambiato, rispetto
all'originale, rimasto invece identico in tutte le altre edizioni realizzate nel mondo.

LIBRI! è un manuale. Anzi, è il migliore annuncio pubblicitario mai fatto sui libri.
LIBRI! è una brillante campagna di marketing concepita sul libro e per il libro fatta attraverso un libro; il che può sembrare bizzarro: ma se ci pensate, è come se vi stessero vendendo un'auto offrendovene una in prova (il che accade normalmente). Questo gioco continuo, dentro e fuori dal libro, la sua sorprendente freschezza è quel che rende LIBRI! traducibile in ogni lingua.

Edizione tedesca, 1966.
Il libro di Alcorn è stato sapientemente riprodotto da ognuno degli editori che ne hanno acquisito i diritti, pur con le varianti che ognuno di loro ha voluto inserire per renderlo adatto al proprio mercato e ai propri lettori, che non sono più quelli del 1963. In questo senso, inizialmente, ci ha sorpreso la scelta dell'editore americano Ammo di stravolgere completamente il formato originale, scegliendone uno più grande e più 'prezioso'. Vale a dire, secondo le loro intenzioni, più vicino a quello di un libro d'arte che a quello di un memorandum agile e spiritoso.

Una scelta spiazzante, che ancora non sappiamo se darà i suoi risultati, ma che senza dubbio risulta interessante, e in parte comprensibile. Del resto, anche l'originale edizione tedesca della fine degli anni Sessanta era stata manipolata: la copertina è totalmente diversa.

Se sfogliate LIBRI! notate da subito che i caratteri sono sorprendentemente differenti. Ogni pagina è diversa, per colori e forme. Ogni lettera o numero sono non solo segni e simboli ma anche immagini, illustrazioni. Le parole giocano a fare le figure.






















E, in fondo, proprio per questo non è sorprendente che russi e coreani, che hanno un alfabeto completamente diverso dal nostro, abbiano voluto cimentarsi in una traduzione, o meglio on una ricodificazione di questo libro. E se si guarda all’opera di Alcorn nel suo insieme, non sorprende che in LIBRI! sia riuscito a trovare un linguaggio così universale.

La sua opera, infatti, si basa su una inesauribile esperienza estetica, intellettuale e pratica, visiva e manuale, guidata da una inesausta meraviglia, da una rigorosa passione per la bellezza e dalla ricerca di un linguaggio capace di comunicare con chiarezza attraverso le forme.

In LIBRI!, come in pochi altri casi, ho sentito tanto forte il potere del libro, la sua capacità di parlare, tirare fili, illuminare significati.



Alcorn ha fatto questo per tutta la sua vita. Ha cercato uno stile che fosse, sempre, un modo di comunicare, creando un riconoscibile codice visivo e approfondendo il potere sia del testo sia dell’immagine, sia di entrambi gli elementi in relazione fra loro.

Dal genio di questo grafico, artista, illustratore, sono nate locandine di film (per dirne uno, Amarcord di Fellini), marchi editoriali (la BUR, per esempio), pubblicità di bibite gassate (la Pepsi), copertine di libri (qui l’elenco è infinito). Li ha raccolti Moleskine in una monografia completa curata da Marta Sironi, insieme a Stephen Alcorn. Un volume di più di 400 immagini prese dall’archivio Apice dell’Università di Milano, dove tutto il fondo Alcorn è conservato (avete capito bene: Alcorn ce l’abbiamo noi, in Italia: tutto).

La grafica del volume è stata realizzata da Marina del Cinque, che chi segue questo blog e i Topipittori conosce, perché a lei si deve la grafica di numerosi libri di topesca pubblicazione, in particolare Il viaggio di una stella.
Non è strano che Moleskine si sia cimentata nella pubblicazione di un volume del genere. I taccuini di questo marchio sono potenziali scrigni dei tesori per scrittori e illustratori di tutto il mondo. Pensieri, parole, suggestioni su quelle pagine testimoniano un processo creativo inesauribile e personale.



John Alcorn: Evolution by design è una imprescindibile fonte di sapere e ispirazione. Consente un accesso privilegiato alla progettualità artistica di Alcorn, attraverso un'infinita galleria di  successi e scarabocchi.
E, infine, per completare il quadro, il 13 novembre, in occasione di Bookcity Milano, Guido Scarabottolo terrà una rilettura di Alcorn. Un dialogo tra passato e presente, fra un art director artigiano innamorato di carta, penna e forbici e uno che ha trovato un terreno ideale anche nel digitale; tra un progettista di copertine di oggi e uno di allora, per cercare di ritrovare territori comuni di pratica e pensiero, confrontandosi a distanza di tempo e di spazio, cercando di capire cosa è accaduto ai mestieri di grafico, artista e illustratore. Che sia una Università, quella di Milano, ad accogliere questo evento, non fa che sottolineare ancora una volta l’importanza di imparare, di riflettere, di indagare il passato per sperimentare il nuovo e proiettarsi verso il futuro.


venerdì 25 luglio 2014

Le ali alle libellule le faccio con l'organza

[Una sera abbiamo incontrato Giusi Quarenghi e al collo aveva una collana bellissima, che è quella che vedete qui accanto. Una collana di libri. Per la precisione, i suoi. Le abbiamo chiesto: "Ma chi l'ha fatta?" "Angela Caremi" ci ha risposto lei. Secondo voi, potevamo non chiedere a Giusi Quarenghi di chiedere ad Angela di raccontarci di questa sua arte fra bibliofila, sartoriale e orafa? No, che non potevamo. E, dunque, ecco: le ringraziamo entrambe. E se volete verificare il grado di perfezione delle copertine riprodotte da Angela Caremi, qui trovate i libri di Giusi Quarenghi: I tre porcellini, Io sono il cielo che nevica azzurro, E sulle case il cielo.]


Cucio da quando ero bambina, ma non facevo vestiti da bambola, non ho mai avuto una bambola.
Disegnavo con ago e filo.
Le stoffe, consapevoli di questo, sono entrate nella mia vita sconvolgendola: hanno riempito la camera da letto, la cucina, il salotto - ops! io non ho un salotto -, il bagno, la credenza, il freezer per combattere le tarme, il cassettone, lo scaffale, la cassapanca; hanno spodestato libri, piatti, creme di bellezza, lavatrici, sedie.
Ebbene, di loro conosco tutto: le trame, gli orditi, ne conosco gli odori. Potrei riconoscere un tessuto dall'odore; l'odore delle loro piante: quello del cotone è lieve, si sente appena appena e sa di confetto, quello del lino è un profumo; conoscete i fiorellini azzurri della pianta di lino? Ecco, immaginatelo. Di erba, di erba dico, sa la canapa, forte robusta: ti spacca le dita quando la cuci. E la lana, quella vera, sa di caprone, non si può confondere.



Alcune, invece, hanno un buon odore di muffettina mista a cipria, buon segno! Arrivano da solai o cantine. Sono le più vecchie, scolorite, stropicciate, rammendate, vecchie e superbe! Loro lo sanno di essere le mie preferite.
Ma quelle sintetiche sentono di profumo triste, perché loro non hanno come mamma una pianta o una pecora e sono troppo giovani per essere state in solaio... né confetto né erba né cipria!
Io non faccio niente. Loro, sotto i miei occhi si trasformano, diventano libri, libri di entomologia, libri di poesia, di racconti, libri di botanica, libro per dormire in collina, Libro sulla libertà di non farsi mai la doccia, sui Pensieri diversi… e poi teatrini, teatrini burattino con i fili, teatrini mosci, teatrini libro, teatrino dei pesci, ma anche orti per la coltivazione delle stoffe, per la coltivazione dell'alfabeto, orto per coltivare i pensieri.



E le collane? Collana con maiali per la Quarenghi, collana per la Maga Circe, collana Topo topo senza scopo dopo te cosa vien dopo?, per la Maria Lai, per la Bourgeois, collana con una Preguntas di Neruda, un' altra collana per la Giusi Quarenghi con la riproduzione dei suoi libri, collana bosco con 150 alberi, collana con incendio a casa di B., e di certo non può mancare la collana con la con le stoffe del Diavolo (Pastoureau).
E in fine molti, tanti papillons per il Signor Giorgio Lucini.
Le ali alle libellule le faccio con l'organza.


lunedì 7 luglio 2014

Perché scegli quel libro?

ovvero Venti buone ragioni per regalare un libro a un bambino


Perché amo leggere? Ve lo siete mai chiesti?
Io non lo saprei argomentare compiutamente, direi subito, di botto: ma perché uno non dovrebbe amare la lettura? Come si può vivere senza aver conosciuto Peter Pan, Matilde, Mattia, Spotty, il Brucomaisazio, Ferdi, Giulio Coniglio, Stella, la pulcetta grassa, Cybelle, Tiffany, Puzzy, Harry Potter, Rudiger, Cipì, Danny, Africa, il GGG, Jim Bottone, Opal...? Cappuccetto Rosso dove mai lo incontrerai se non in un libro? La storia del gatto con gli stivali come potrai immaginarla, se non hai mai sfogliato un libro…
E potrei andare avanti a enumerare esempi.

In questi mesi ho avuto modo di osservare da vicino i bambini della scuola dell’infanzia di mio figlio Saverio nel loro rapporto con i libri. In particolare ho avuto modo di vederli leggere, sfogliare e, infine, scegliere tra tanti libri e ho potuto chiedere loro: «Perché hai scelto quel libro?».
Così ci siamo seduti, in cerchio, su comodi cuscini e ognuno, con il libro scelto fra le braccia, ha provato a raccontarmi che cosa lo aveva colpito e che cosa lo aveva spinto a sceglierlo.


La mia prima reazione è stata di scoraggiamento: le risposte sembravano stereotipate, banali, scontate. Forse avrei dovuto fare altre domande. Poi, ripensandoci, ho capito: dovevo smettere di essere nella parte del “grande” che giudica e registra, e invece mettermi nei loro panni per arrivare al cuore delle loro ragioni, cercando quella profondità che sempre mi stupisce, quando le si dà occasione di svelarsi. E sapete il risultato? Le ragioni non sono poi tanto differenti dalle 20 ragioni per regalare un libro un bambino dei Topipittori.

Una breve (circa) premessa, per aiutarvi a mettervi a livello bambino!
I bambini innanzitutto sono rimasti spiazzati dall’esperienza che si può fare del libro. Il fatto di poterlo ascoltare, toccare, accarezzare, maneggiare… per molti è stata una novità assoluta. Nell’immaginario il libro apparteneva al pianeta delle attività barbose da fare seduti, lontani da tutto ciò che piace: la scoperta di potersi sdraiare, di poter toccare e manipolare, la scoperta che il libro ti segue in quel che fai, che parla la tua lingua e che non si rompe se lo sfogli, non ti sgrida se lo gratti… è stata una scoperta vera.
Inconsciamente tutti i bambini ricercano nella lettura un'esperienza empatica. Ricercano il noto, ciò che conoscono e amano: per chi legge poco questo coincide con l’identificazione e la preferenza per temi familiari (innanzitutto gli animali o i personaggi dei cartoni animati), per chi invece è un po’ allenato questo significa scegliere libri conosciuti o storie già ascoltate. Questa dinamica, a mio avviso, nasce non tanto dalla limitatezza dell'orizzonte visuale e culturale praticato, quanto dal fatto che la lettura è associata a un rapporto personale e soddisfacente sempre ricercato dai bambini: una comfort zone, dove si è circondati da elementi amati.


Durante la lettura di alcuni libri, i bambini sono rimasti incantati: tutti, senza eccezione. Commoventi e memorabili i volti partecipi alla lettura: le manine sulla bocca nei passaggi di maggior pathos, gli occhi sgranati alle inaspettate svolte di pagina e trama, la partecipazione per nulla impacciata alla creazione di suoni e atmosfere. Il godimento emozionale è stato tale che, anche dopo alcune settimane, mentre andavo a prendere mio figlio, mi è capitato di essere fermata da bimbi che mi chiedevano di leggere per loro.


La scoperta è stata anche visiva: nei libri ci sono cose che i bambini non pensavano/sapevano ci fossero. Hanno scoperto personaggi più intriganti di Peppa Pig, di Jake il pirata o delle Tartarughe Ninja, hanno conosciuto principesse spigliate ed eleganti molto più moderne della più moderna Cenerentola. Senza sorvolare sul fatto che il loro mondo immaginifico è talmente fervido che i pallini colorati di Lionni o di Tullet hanno lo stesso potere catartico di figure assai più delineate e consuete come ad esempio i vari animali.

Ecco dunque le loro ragioni, accanto alle ben più note Venti buone per regalare un libro ad un bambino.

1) Per fargli frequentare un sacco di esseri e cose che non avrà mai la possibilità di incontrare di persona.
«Perché ci sono gli elefanti rosa».
«Perché ci sono tutte le ruspe del mondo!».
«Beh, mi piacciono i mostri!».

2) Perché se legge un libro, poi può leggere una nuvola un gatto un albero una persona.
«Fa i versi degli animali e io li riconosco».

3) Per divertirlo come ti sei divertito tu.
«Perché mi piacciono le barzellette», a proposito di un inaspettato libro sull’arca di Noè.

4) Perché se non sai fare i pacchetti è la cosa più facile da incartare (o da impilare).
Alcuni bambini della classe primavera (1-2 anni) hanno sistematicamente creato pile e costruzioni di libri: a un certo punto ci muovevamo in una cattedrale.

5) Perché se hai azzeccato la scelta, ti ricorderà per tutta la vita, te e il libro.
«Perché hai detto che è magico».

6) Perché poi te ne regalerà uno lui, bellissimo.
Beh, questo lo spero io!


 7) Perché in una pagina non c’è tutto quello che c’è tra terra e cielo, ma abbastanza da non perdere la speranza.
«Perché ci sono le pecore».
«C’è il mare».
«Ci sono tanti camion diversi».
«Perché ci sono i pinguini».
«Ci sono due genitori».

8) Per spiazzarlo (o spiazzarti).
«Perché ci sono i numeri. Non avevo mai visto un libro sui numeri».
«Ci sono i dinosauri: e sai che fa anche un rutto?».
«Perché fa quello che vuole.». *o*

9) Perché un libro è leggero (e peloso, e di stoffa, e ruvido…) anche se pesa.
«Perché è peloso e ci sono i cani».
«Si può grattare e accarezzare».


10) Perché un libro è la prova dell’invisibile.
«Perché c’è Gesù!».
«È la storia di Gesù quando è nato: sai che è nei nostri cuori?».

11) Per dirgli che con le parole può fare un sacco di cose interessanti (che magari può evitare di fare effettivamente!).
«Perché hanno rubato un pollo».

12) Perché i libri si regalano solo a quelli in cui si ha fiducia.
«Perché lo ha scelto il mio amico».

13) Per regalargli un bel momento di silenzio dentro e fuori di lui.
«Si può fare il puzzle» e la concentrazione è una virtù rara, e noi grandi (maestre comprese!) ci siamo goduti mezz'ora di silenzio beato, senza averli dovuto richiamare neanche una volta.


14) Per fare un dispetto a chi sogna un Paese di analfabeti.
«C’è un incendio da spegnere, gli incendi come quelli che spegne il cane dei Paw Patrol». E se ci diverte con gli incendi, nei libri, forse si guarderà meno televisione e si impareranno più parole (sull’equipaggiamento dei pompieri, sicuramente).

15) Perché degli ignoranti non se ne può più (ma dei bambini che imparano analogicamente la lingua non se ne ha mai abbastanza).
«Mamma, ma se i libri li vende il libraio, il Duplo lo vende il duplaio, nelle cave lavora il cavaio e il letto lo fa il lettaio!». Non fa una piega.

16) Perché se è piccolo diventi grande e se è grande, torni piccolo.
«Mi piacciono le moto, io vorrei guidarle».
«Io da piccola collezionavo i dinosauri!». Questo l’ho ammesso io.

17) Perché ha la capacità di trasformare il piombo in oro (e i bambini in zombie!)
«Perché fa paura e io sono una zombie, a carnevale».

18) Perché cosa altro regalare a chi capisce e vede tutto?
« Eh, ci sono i puntini gialli blu rossi e gialli…».

19) Perché hai pochi soldi ma vuoi fargli un regalo bellissimo.
«Mi piacciono i camion»: non sottovalutate il risparmio, nel comprargli un libro piuttosto che un camion ;)

20) Perché gli vuoi troppo bene per regalargli qualsiasi altra cosa.
«Perché c’è tutto quello che voglio!».

Siete ancora in tempo per regalarne uno alla biblioteca di classe: qui c'è la nostra wish list, con i libri che non sono stati acquistati in queste settimane!

(ringraziamo Maria Polita e l'asilo di Saverio per la concessione dell'uso delle immagini a corredo del post)


lunedì 28 gennaio 2013

Esperienze / 5: Libri tattili e multisensoriali (prima parte)

[di Barbara Mazzoleni]


Antefatto

Buongiorno a tutti, mi chiamo Barbara Mazzoleni e sono una illustratrice e graphic designer.
Ho la fortuna di lavorare senza risentire della crisi dal 1988 grazie alle mie competenze sui mezzi digitali (sia come designer free-lance, che come docente di Progettazione Digitale e Tecniche di Illustrazione Digitale in alcune importanti scuole di Design di Milano e Lombardia). Faccio questa premessa perché trovo che la mia formazione e professione rappresentino un paradosso rispetto all'esperienza che vi sto per raccontare e che ha mi ha segnata profondamente, come persona, mamma e professionista.
Nel 2011, a marzo, cercavo su internet approfondimenti sui Prelibri di Bruno Munari: ho una bimba che allora aveva quattro anni e mezzo, Viola, e volevo fare qualcosa di speciale per lei e con lei.
Conosco Munari perché da giovane, nel 1987, ho avuto la fortuna di partecipare come assistente ai famosi laboratori Giocare con l'Arte che il grande maestro tenne a Palazzo Reale di Milano: mi ci portava una delle sue storiche collaboratrici, Coca Frigerio, allora mia docente di Illustrazione alla Scuola del Fumetto.


La lezione di Munari e di Coca Frigerio è sempre rimasta viva, anche se spesso inconsciamente, nel mio lavoro e nel mio approccio alla comunicazione visuale. Con una bimba di quattro anni e mezzo, come non ritornare ad approfondire cose che avevo messo da parte, tutta presa dalla mia carriera professionale digitale?
Così, mentre cercavo informazioni sui libri di Munari attraverso un motore di ricerca, per caso mi è apparsa la pagina di un blog che riportava il bando della Prima Edizione del Concorso Nazionale di Editoria Tattile Illustrata Tocca a Te!, per bambini non vedenti e ipovedenti fino ai 12 anni.


Che strano: non avevo mai partecipato a concorsi, e nemmeno mai desiderato fare libri per l'infanzia, nel mio percorso professionale, ma in questo caso è stato come se improvvisamente mi si fosse accesa una lampadina nella testa. Io lavoro da 25 anni con le immagini, come illustratrice, come graphic designer, come docente: le immagini e l'espressione visuale in tutte le sue forme sono una parte imprescindibile di me. Sapete quando uno pensa: "Oddìo, se dovesse succedermi qualcosa di brutto, per favore, qualsiasi altra cosa, ma non alla vista, altrimenti come farei a godere del bello con i miei occhi?" Ecco, una cosa così.
Scoprire attraverso internet questo mondo fino ad allora a me sconosciuto, fatto di illustrazioni per non vedenti o ipovedenti, mi ha fatto innanzitutto pensare a quanto sia fortunata; e soprattutto, ormai abituata da parecchio a lavorare praticamente solo con mezzi digitali, mi ha motivato alla prova di inventare un libro per chi non può vedere e illustrarlo con delle immagini tattili.


Ho subito deciso di partecipare al concorso, ma credetemi, non perché avessi qualche minima pretesa di successo: l'ho fatto per me stessa, perché ero colpita da questa forma di comunicazione, per sperimentare qualcosa di nuovo.
Inoltre il bando del concorso chiariva che tutti i partecipanti potevano donare il proprio libro alla Federazione Italiana Istituzioni Pro Ciechi, che si sarebbe così arricchita di nuovi materiali e spunti
Per la precisione, il concorso era stato organizzato dalla Federazione Nazionale Istituzioni pro Ciechi, dalla Fondazione Robert Hollman e dall'Istituto dei Ciechi di Milano. La giuria sarebbe stata composta da esperti tiflologi vedenti e non vedenti, esperti di produzione di materiale tiflodidattico, rappresentanti dei genitori, rappresentanti del Ministero dei Beni e Attività Culturali, pedagogisti ed esperti di letteratura per l'infanzia.


Mi sono buttata a capofitto in questo progetto, impegnandomi in una ricerca molto intensa per imparare tutte quelle caratteristiche tecniche e quei codici di rappresentazione che sono indispensabili per confezionare un libro tattile davvero adeguato per i bambini con deficit visivi: in internet ho trovato un po' di materiale. In italiano si trova poco, a dire il vero, mentre in lingua inglese ci sono diverse guide, relazioni, articoli di esperti eccetera.


Comunque, riassumendo brevemente: innanzitutto bisogna analizzare formato e tipo di allestimento del libro; che sia facilmente e completamente apribile (il libro non deve restare aperto a "V", si deve appiattire completamente), con una misura adeguata che lo renda fruibile e sfogliabile dalle piccole mani di un bambino, per di più non vedente.
Poi, bisogna capire quanto i codici di rappresentazione siano diversi dai nostri, di persone "normodotate della vista": un non vedente dalla nascita non capisce la prospettiva, perché ovviamente non la conosce, quindi tutto va rappresentato frontalmente o di profilo, nella sua interezza e non parzialmente; le figure non devono essere sovrapposte, altrimenti non è possibile seguirne il profilo correttamente con le dita.


Non devono mancare parti di figure: se si vuole rappresentare un animale che ha quattro zampe, non se ne possono mettere due lunghe e due corte perché sono di scorcio, o addirittura solo due perché le altre sono nascoste, altrimenti la figura non è comprensibile.
Mi sono documentata e ho studiato anche il meccanismo di formazione delle immagini mentali nelle persone non vedenti per capire meglio come evitare errori di rappresentazione.


I materiali devono essere molto significativi da un punto di vista tattile, oltre che avere uno spessore marcato. Sapete quanti materiali belli e interessanti per me - vedente - ho scartato perché assolutamente insignificanti, se toccati a occhi chiusi?
È una prova che invito tutti a fare. Ricordo che in quel periodo sembravo in preda a smania: toccavo tutto e tutti, per esplorare i materiali che capitavano sotto le mie mani.


Poi c'è la questione dei testi (il libro doveva avere, oltre alle illustrazioni materiche-tattili, anche un testo in Braille e con caratteri per ipovedenti): il Braille ha dimensioni fisse e non può essere ridimensionato a piacere solo perché a noi grafici piace un corpo più piccolo o più grande; il testo per ipovedenti, invece, deve avere un forte contrasto cromatico, dei font assolutamente chiari, lineari e leggibili e rispettare dimensioni minime. Quindi, immaginate per una come me, abituata a rompere le scatole ai suoi allievi sulle dimensioni e sul valore estetico del lettering: è stata una lotta con i miei occhi e con le mie abitudini.

Per produrre le pagine stampate con il Braille mi sono dovuta recare diverse volte all'Istituto dei Ciechi di Milano, dove ho trovato la grande disponibilità e competenza della dottoressa Paola Bonanomi e del responsabile del centro di produzione del materiale tiflodidattico, Aurelio Sartorio, che mi hanno gentilmente accolto, e oltre a stampare su fogli di acetato trasparente il Braille così come serviva al mio progetto, mi hanno fatto visitare il loro centro di produzione e laboratorio: un posto pieno di tesori tattili.

Le immagini che illustrano questo post si riferiscono al libro di Barbara Mazzoleni Scopriamo le forme con il ditino, vincitore del premio Tocca a te! come miglior libro assoluto e miglior libro didattico, di cui verrà trattato diffusamente nella seconda parte del post.

(Fine prima parte; la seconda parte, venerdì 1 febbraio)