lunedì 31 ottobre 2011

Quella faccia strana e paurosa

 Immagine tratta da I Quindici, volume 5, Feste e costumi.

Si sa, è nei giorni delle feste comandate che si torna tutti un po' bambini. Forse per questa ragione, a noi, nelle ricorrenze vengono in mente quei pilastri della cultura infantile che furono, durante gli anni Sessanta, I (magnifici) Quindici. Forse ricorderete che ve li abbiamo proposti a Natale e a Pasqua. Beh, la notizia è che ve li beccherete anche per Ognissanti.
Ai nostri tempi, Halloween era una festa anglosassone, che nessuno si filava, qui da noi. Da noi la festa di questi giorni, si chiamava, solennemente e crudamente, “I morti”. Si andava al camposanto con la nebbiolina, in un pittoresco planare di foglie. Si rimaneva a fissare qualche nome originale sul marmo delle lapidi mentre gli adulti sistemavano i fiori, spazzavano la cappella e armeggiavano con gli innaffiatoi. Si mangiavano le 'fave' dette per l'occasione 'dei morti', tipico dolce del periodo. E poi, si tornava a casa. Morta lì, appunto, per rimanere in tema.
Quindi, le grosse teste luminose delle zucche erano, a quei tempi, un esotismo da leccarsi i baffi. E, unica simil strega del calendario, restava, incontrastata, la Befana.
Oggi tutte le cartolerie, i grandi magazzini, i negozi di travestimenti e di giocattoli, i cinema pullulano di mostri, zucche, cappelli da strega, scheletri e tutte la chincaglieria orrorofica prescritta dai consumi della festa più dark dell'anno. Niente di strano: i tempi cambiano rapidamente e la globalizzazione fa affari d'oro con la propensione festaiola della razza umana, specie se subodora l'ennesimo modo di accedere ai portafogli di genitori fragilissimi di fronte alla fame senza fondo di figliolini vispissimi, iperconnessi e iperconsumisti.
Per fortuna, in quegli anni, c'erano loro, I Quindici, a spiegarci come si festeggiava nel resto del mondo, il quale, sembravano suggerirci a ogni pagina, non coincideva - sopresa!-, col nostro, pur mirabile, ombelico.
Lo facevano con quel loro impareggiabile ottimismo yankee. Con quella loro allure cosmopolita da Reader's Digest. Con quelle loro immagini rassicuranti e seducenti. Con quei testi (leggeteli!) che dicevano tutto e niente, e, come la siepe dell'Infinito, per questa vaghezza riuscivano nell'intento di scatenare le fantasie più splendenti, sconfinate. Eterna gratitudine, editori dei Quindici...

 Immagine tratta da I Quindici, volume 5, Feste e costumi.

venerdì 28 ottobre 2011

Che cos'è un uomo? Che cos'è un bambino?

Due domeniche fa, in auto verso sera, tornando dal fine settimana in campagna, ci siamo sintonizzati, come da tradizione, sulla bellissima trasmissione di Radio3 Rai, Hollywoodparty - Il cinema alla radio. La puntata era dedicata a un film che ha fatto epoca, influenzando in modo determinante l'immaginario del nostro tempo, cambiando il modo di pensare, scrivere, vedere rappresentare la fantascienza e, in generale, le visioni del futuro della razza umana. Sto parlando di Blade Runner di Ridley Scott, un film che immagino a tutti sarà capitato di vedere. E che devo, dire, riascoltare senza immagini, con la sola suggestione dei dialoghi e della musica, col buio, in autostrada, con le luci balenanti delle auto e quelle lontane di case e fabbriche, non ha mancato di provocare grande emozione. 



Ma il mio post non è dedicato a questo film, lo tocca tangenzialmente. Il fatto è che, mentre alla radio ascoltavo spezzoni di Blade Runner, e le interviste, i commenti di chi lo presentava, il pensiero è andato a un altro film, appena visto, Tomboy, della regista francese, Céline Sciamma, film che tratta di bambini e di identità sessuale con grande intelligenza.



A proposito di Blade Runner, il conduttore della trasmissione spiegava che Philip Dick, autore del racconto da cui il film è tratto, scrisse Do Androids Dream of Electric Sheep?, nel 1968, indotto dagli orrori della guerra del Vietnam a porsi ossessivamente la domanda di cosa fosse un essere umano e cosa no. Il tema dei replicanti, esseri imperfetti creati dall'uomo per essere copie perfette dell'imperfetto umano, e paradossalmente da loro poi considerati sottospecie di uomini, da eliminare senza remore, addirittura creati con una data di scadenza, viene da qui. E questo è, precisamente, il cuore del film, quello che tiene gli spettatori in uno stato di disagio e tensione costanti per tutta la durata del racconto, inchiodati a sperimentare un dissidio morale senza scampo. Quello fra dato di fatto (sappiamo che quegli esseri umani non sono umani) e dato emotivo (sentiamo che quei replicanti sono più umani degli umani). Ridley Scott impone allo spettatore l'esperienza paralizzante di questo conflitto, inducendolo a porsi in prima persona una questione etica di fondamentale importanza, e domande essenziali su cosa sia l'identità, e su cosa questa si fondi.

 È la medesima esperienza a cui la regista di Tomboy (traduzione inglese del termine maschiaccio) sottopone lo spettatore, mettendolo nella condizione di sperimentare il conflitto fra dato emotivo e dato di realtà.
È Laure, la protagonista di questo film, o non sarà invece Mickaël? sembra chiederci la regista. Sappiamo, incontrovertibilmente, che Mickaël è una bambina, ma sentiamo, altrettanto incontrovertibilmente, che Laure è un maschio. Siamo dalla parte della madre che di Laure afferma con forza il dato biologico? O dalla parte di Jeanne, la sorellina, che di Mickaël afferma l'esistenza, orgogliosa di un fratello che la ama e la difende? Anche qui siamo chiamati a rispondere a domande importanti. Cosa determina l'identità sessuale di un individuo? Quello che sente o quello che è? In questo sta, a mio avviso, la forza di Tomboy. Ci sarebbero tante altre cose da dire su questo film, ma credo che, raccontandole, si toglierebbe molto alla sua visione, che merita di essere affrontata senza saperne troppo, tanto il racconto è scarno, essenziale, diretto. Insomma, quello che consiglio è: andatelo a vedere. Ecco, un'altra cosa effettivamente c'è da dire: come al solito, colpisce la bravura dei bambini, che per l'ennesima volta si dimostrano attori senza rivali, a cominciare dalla strepitosa protagonista, Zoé Héran.




giovedì 27 ottobre 2011

Book by its cover

Ci perdonerà Julia Rothman se utilizziamo la testata del suo meraviglioso blog per dare il titolo a un post dedicato alla Insel-Bücherei: la collana che, a nostro avviso, ha segnato e segna una pietra miliare nella qualità estetica delle copertine.



Nata nel 1912, come progetto per popolarizzare le ricche edizioni della Insel Verlag, fondata a Lipsia nel 1899 da Anton Kippenberg, questa collana conta migliaia di titoli e ha una vivace attività, di ristampe e di nuove edizioni, ancora oggi.



Si tratta di libri relativamente poco costosi, ma progettati con un'attenzione estrema alla qualità dei contenuti e al design. Si trovano comunemente in tutte le bancarelle dell'usato di terra germanica, a prezzi che oscillano da pochi euro a qualche centinaio per alcune ricercatissime prime edizioni, e credo possano essere considerate ancora oggi una vera fonte di ispirazione per qualsiasi editore e illustratore.



In Germania, questa collana gode di un prestigio immenso e alcuni suoi titoli sono stati ristampati in centinaia di migliaia di copie. Lo testimonia la ricchezza della pagina che le è stata dedicata sul Wikipedia tedesco (che potete leggere qui, se ne siete capaci).




Crediamo sia possibile affermare che sia stata proprio la Insel Bücherei la fonte alla quale si è ispirato Alberto Mondadori per lanciare, nel 1958, la gloriosa Biblioteca delle Silerchie, la cui grafica è stata ideata da Anita Klinz (più nota per le copertine della serie Urania, celeberrima collana di fantascienza della Mondadori).


Anche le Silerchie sono di facile reperibilità, sulle bancarelle e nelle librerie a cavallo fra usato e antiquariato, oltre che sui siti di vendita online e su eBay. Anche qui i prezzi variano da pochi euro a qualche decina.


Insomma: a volte non serve spendere capitali per procurarsi cose davvero belle.

mercoledì 26 ottobre 2011

I bambini leggono/1. Principesse di ieri, di oggi, di domani


Inauguriamo con questo post un nuovo spazio, dal titolo I bambini leggono, affidata a genitori conoscitori e amanti di libri illustrati che racconteranno le loro esperienze di lettura con i bambini. Il titolo della rubrica è mutuato da un bellissimo saggio di Roberto Denti.

Claudio Rossi Marcelli, giornalista di Internazionale, nella rubrica Dear Daddy risponde da genitore alle domande di altri genitori. Nel numero 920 della rivista, l'ultimo, la rubrica titola: Con la bacchetta magica e la domanda di una lettrice recita: L’ossessione di mia figlia per le principesse mi preoccupa. Devo fare qualcosa o aspettare che passi?

La risposta di Rossi Marcelli è brillante. Per quanto mi riguarda, condivisibile. Lascia però un grosso non detto che vorrei approfondire un poco. Riporto una sintesi della risposta, leggibile per intero qui.

Dunque, vediamo. Abbiamo Biancaneve che (per la gioia delle madri apprensive) ingurgita la prima cosa che le viene offerta, e Cenerentola che (per la gioia di Carrie Bradshaw) si salva grazie a una scarpa. Raperonzolo trova la felicità grazie ai lunghi capelli biondi e la Bella, pur di non rinunciare alle comodità del castello, si innamora di una bestia che ha il doppio dei suoi anni. [...] Difficilmente potrei trovare modelli di comportamento peggiori per una ragazzina. [...] Eppure, quando le mie figlie mi hanno chiesto per la prima volta un vestito da principessa, ho tirato un sospiro di sollievo.

Il finale:

Cominciamo invece ad affilare le armi per quando incontreranno i modelli di comportamento che ci fanno tremare davvero. Cosa risponderai a tua figlia il giorno che ti dirà raggiante: “Mamma, sono stata invitata ad Arcore”?


Claudio, ripeto: in buona sostanza sono d'accordo con lei. Ma le fiabe non sono affatto quelle che lei dipinge. Lei stigmatizza le versioni che sono state fatte da Disney in poi,  che purtroppo da molti sono viste come "le fiabe" tout court. Probabilmente è consapevole della sua sintesi (la sua rubrica ha poco spazio), e allora quanto sto per scrivere non le sarà nuovo.


Ogni tanto faccio degli incontri con genitori sul tema della lettura ai bambini, e quando si arriva al tema "fiabe" restano sovente molto sorpresi nello scoprire le differenze fra, per esempio, le versioni Disney e quelle classiche, per esempio riportate dei fratelli Grimm. Molti pensano che i Grimm siano gli autori e non i "raccoglitori", attenti e dedicati, di queste fiabe, antiche di secoli, se non di millenni. Ricordo una mamma quasi seccata che le tracce di Cenerentola portassero fino all'antica Cina, prima di perdersi nella tradizione orale precedente alla scrittura. Le fiabe, in effetti, nascono in periodo storico, si ritiene in coincidenza con il momento in cui l'uomo ha cominciato a fare a meno di prove iniziatiche per entrare nell'età adulta e verosimilmente, almeno in Occidente, hanno via via sostituito tali prove per far fronte alla curiosità e alla sete di risposte di bambini, ragazzi e adolescenti.


Italo Calvino sintetizzò da par suo questo concetto quando scrisse, nel presentare la raccolta Fiabe italiane, che le fiabe sono vere, "sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna". La funzione di questo ricchissimo “catalogo” è quella di spiegare in modo comprensibile a un bambino quello che vede, che non capisce e soprattutto quello che prova.
I bambini corrono in ogni momento il rischio di essere sopraffatti dalle loro emozioni, dalle loro paure come dalle loro gioie. Una storia ben pensata e ben raccontata può aiutarli con grande efficacia a capire se stessi. E le fiabe sono meccanismi limati e oliati dai secoli e da infiniti raccontatori: sono strumenti ancora insuperati per interagire con il cuore di un bambino.
E per metterlo in condizioni, rispettandolo, di cominciare a muoversi nel mondo.


Ai bambini non servono lieto fine posticci, edulcorazioni più o meno profonde, o gratuite divagazioni sognanti o avventurose – tutte caratteristiche che troviamo in troppe storie di oggi. Molte storie di fate-bambine o di eroi di figurine con mostri buoni e cattivi sono ricche di “bei valori”, ma lo sono in modo superficiale e quindi inutile: questi personaggi vivono avventure “meravigliose”, propongono una morale, magari, condivisibile, ma in un mondo dove tutto è loro dovuto, astratto, e in cui i bambini facilmente possono proiettarsi con gioia, ma una volta lì si trovano a vivere emozioni estranee, fittizie, imposte. E se si applica questo meccanismo a tanta narrazione, a tanto cinema, a tanta tv rivolta agli adulti, il quadro si fa presto inquietante.
Non è solo un possibile invito ad Arcore, Claudio, a doverci mettere in guardia – c'è da lavorare parecchio, e ben prima!


Per spiegare come si può distruggere una fiaba e il suo potenziale positivo, durante i miei incontri con i genitori spesso leggo due versioni di Hansel e Gretel. Ricordo una volta in cui una bambina spiegò meglio di me la differenza fra questa versione della fiaba e quella illustrata da Lorenzo Mattotti per Orecchio Acerbo.
Vista la presenza della bimba, fino a quel momento evidentemente annoiatissima, le lessi entrambe come le avrei lette a mia figlia. La prima versione, curata non so da chi, ma di sicuro tagliata con l'accetta e con scarsa attenzione alla struttura della storia, scivolò via come acqua fresca. Poco dopo l'inizio della lettura della seconda, un'accurata traduzione redazionale della versione dei Grimm (un'altra buona versione, qui), la bambina si fece prima attenta, poi tesa, e molto attenta alle illustrazioni, cupe, ma anche vibranti di luce. Verso la metà del racconto era in piedi davanti a me, con gli occhi pieni di inquietudine, tanto da preoccupare la madre. La tensione della bambina si fece via via più grande, tanto che un'altra madre disse: "Non sarà il caso di interrompere?" Ma la bambina gridò: "Non sento!" e mi si sedette sulle ginocchia, concentratissima. Lì, ascoltò la storia fino alla fine. Poi corse dalla mamma grugnendo forte, come per liberarsi, e la abbracciò stretta, a lungo. La madre mi disse che lei stessa era stata in difficoltà durante la lettura, rivivendo i sensi di colpa legati al fatto di non poter trascorrere abbastanza tempo con sua figlia.


In un secondo tempo, la madre mi fece sapere che, dal momento di quella lettura, la bambina aveva affrontato più serenamente il “distacco del mattino”, e sospettava anche che quella lettura avesse in qualche modo "agito" su entrambe. Nulla di più probabile.
Sì, Claudio, la sua rubrica decisamente non avrebbe potuto ospitare una approfondimento tanto lungo, e altro mi piacerebbe aggiungere sull'argomento. Se volesse comunque approfondire il tema, oltre a tener d'occhio questo blog, le consiglio di cominciare leggendo: Il mondo incantato di Bruno Bettelheim – qui ne trova un sunto – e Donne che corrono con i lupi di Clarissa Pinkola Estés. Si parla di fiabe, ma soprattutto di crescita in serena consapevolezza, e le risulterà ancora più chiaro come non siano i vestiti e le bacchette magiche il problema, quanto, come ci insegnano le fiabe di tutti i tempi, il costante tentativo “della tribù” di riportare entro schemi noti le libere scelte individuali dei più giovani.


Le illustrazioni che corredano questo post sono di Arthur Rackam, tratte dallo splendido  The sleeping beauty, 1920. Ottimo esempio di come si possano mettere sulla pagina principesse senza cadere nella più vieta banalità. Se volete sfogliarlo, lo trovate qui. La nostra copia è della ristampa del 1932, in tutto uguale all'originale. Se ne trovano copie abbastanza facilmente, da poco più di cento al migliaio di euro, in funzione della pazienza nella ricerca, dello stato di conservazione e dell’edizione.

*Mauro Mongarli fa il pubblicitario, l'operatore shiatsu e scrive le storie che lo scelgono. È papà di una bella bimba, e sta reimparando a fotografare. Ha scritto per Topipittori il libro Non si incontravano mai, illustrato da Claudia Carieri.

martedì 25 ottobre 2011

Di nuovo a Sàrmede (con fotocronaca)

Se decidete di andare a Sàrmede per l’inaugurazione della annuale Mostra Internazionale dell’illustrazione per l’infanzia, ricordatevi di prendere guanti, capello e giacca a vento imbottita di piumino.
Alle sei e mezza di sera, davanti al municipio, dalle montagne del Cansiglio scende precipite un’arietta gelida in grado di congelarvi in pochi minuti o di bloccarvi le vertebre lombari per una settimana.
Poi aspettatevi di dover tirar tardi nell’attesa di riuscire a vedere bene le opere esposte: di gente ne arriva tantissima e non è facile conquistarsi lo spazio e il tempo necessari per godersele.

Per un po' si gioca coi pupazzi di feltro
E si sorride al fotografo
Quest’anno, a Sàrmede, ci siamo andati con Francesca Zoboli e Guido Scarabottolo. La prima esponeva una tavola nella sezione dedicata all’India e il secondo alcune illustrazioni realizzate per il Pinocchio che ha realizzato per Prìncipi&Princìpi. Poi c’era Simone Rea, che ha curato l’allestimento scenografico del quale abbiamo parlato qui, con bellissimi personaggi di feltro che tutti, ma proprio tutti i bambini che salivano alla mostra volevano toccare con le loro belle manine grassocce, unte di patatine e sporche di pizza.
Poi si comincia a lavorare
Si schiavizza la moglie
Le si affidano incarichi di responsabilità
Di cose interessanti se ne vedono sempre: autori noti che si presentano con qualcosa che ci era sfuggito; illustri sconosciuti che rivelano qualità e talenti tutti da scoprire. Insomma, ci si riscalda rapidamente dopo il gelo iniziale. Noi, sul nostro taccuino, abbiamo segnato alcuni nomi. Terremo d’occhio le loro pubblicazioni, blog e pagine Facebook.
Rimane qualche minuto per ammirare il lavoro fatto
Scattare qualche foto
E decidere chi vince il concorso di bellezza.
Il lavoro dell’organizzazione è magistrale: riescono a coinvolgere mezzo mondo senza assumere un piglio supponente, accogliendo chiunque “come un fratello dimenticato che vive in un’altra città”, senza pretendere l’occhio di bue e il centro del palcoscenico. Lo so che tutti li hanno già ringraziati mille e mille volte, ma crediamo non ci si possa dimenticare, qui, di Francesca, Giulia, Leo, Ketty, Monica, Wanda e tutti quegli altri che per noi non hanno ancora un nome, ma si agitano dietro le quinte per realizzare un evento che, a ventinove anni, continua a crescere.

Poi arriva l'urto della folla
Aspettiamo l’edizione del trentennale, adesso. Nella nuova, annunciata sede, però.

Ma passato il marasma, si trova il tempo per godersi la mostra.
E incrociare qualche volto noto
La domenica, poi, ci sono incontri con autori, illustratori, scrittori ed editori.
Ma confessiamo di essercela svignata di prima mattina per salire al Pian del Cansiglio, parcheggiare l’automobile in località Canaie e da lì seguendo il sentiero 922, arrampicarci fino al Rifugio Semenza, sul Monte Cavallo. Da lì, due anni fa, in una giornata di rara limpidezza, avevamo visto Venezia. Quest’anno, invece, un gran cappello di nuvole e qualche centimetro di neve a terra ci hanno fermato al Sasson della Madonna, a mezz’ora dalla meta, dopo due ore e mezza di salita attraverso lussureggianti boschi di faggi con i calzini verdi di muschio, strette gole di calcare e crinali boscosi, rapiti dall’ombra di un cervo fuggitivo. Ma ci torneremo. Ci potete contare.

E domenica, mentre noi scalavamo le vette, è successo questo...

... e questo.

Le foto sono di Rossana Molfetta, Laura Moretto e Giuseppe Braghiroli. , salvo le ultime due che sono di un’amica di Monica Monachesi della quale non conosciamo il nome, ma se ce lo fa sapere lo segnaliamo qui.

lunedì 24 ottobre 2011

La verità della realtà

Qualche giorno fa, in treno, andando a Padova per parlare all'università di immagini e parole, invitata da Donatella Lombello, ho letto Riflessi e ombre, un libro di Saul Steinberg (con Aldo Buzzi), che parla, guarda un po', di parole e di immagini. Saul Steinberg sapeva usare benissimo entrambe. Di sé, infatti, il disegnatore diceva “di essere uno scrittore che disegnava invece di scrivere”, come riporta Aldo Buzzi nella brevissima introduzione al volume.
Leggendo queste parole mi è venuto in mente Dino Buzzati che una volta ha scritto:  “Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pitture quindi non le 'può' prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere; hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie.” Ecco, il punto è questo, credo: raccontare.

Illustrazione di Saul Steinberg
Riflessi e ombre è un libro magnifico. L'intelligenza che lo attraversa è limpida come un diamante. Limpido lo sguardo che si posa sulle cose, e che ci fa vedere, nel senso pieno e autentico della parola. Ci apre gli occhi. Si legge in un viaggio e in un viaggio si ha l'esatta misura di cosa sia un racconto: visivo; verbale. Dovrebbero inserirlo come lettura obbligatoria in tutte le scuole, le accademie, i corsi, le facoltà eccetera di illustrazione, disegno, design, pittura eccetera.
Quando mi sono alzata dal mio posto per scendere alla stazione di Padova, ho guardato con invidia i passeggeri che rimanevano seduti.
Destinazione, Venezia.


Lo scorso Natale, grazie a una cara amica che ci ha prestato la sua casa, abbiamo fatto una lunga vacanza a Venezia. Stare a Venezia più dello spazio convulso di un fine settimana, è un lusso inimmaginabile. Certo, visite a mostre e a musei. Ma anche giornate intere a perdere tempo, semplicemente camminando e guardando. Spesa al mercato di Rialto. Col buio, poi, a casa a leggere e a dormicchiare. La mattina, come personaggi di un film di Woody Allen, corsa alle zattere, nel gelo e nella luce. Penso sia stata una vacanza fra le più belle mai fatte.

Da poco, mi è capitato fra le mani un libro di Lorenzo Mattotti, Venise. En creusant dans l'eau, pubblicato da Galeriemartel nel 2008 (e, in occasione di una mostra tenutasi alla Fondazione Bevilacqua La Masa, in italiano, nel 2009, dal Consorzio Venezia Nuova, e, nel 2011, dalle edizioni Logos, col titolo Venezia. Scavando nell'acqua). Sfogliandolo, ho pensato che mai avevo visto immagini che, come quelle, fossero in grado di restituire esattamente la verità di questa città. Ho ritrovato in questi disegni in bianco e nero, l'esperienza fatta da pochissimo di stare a Venezia, di essere in questa città.


Un luogo così celebre e celebrato, da risultare sfuggente, da nascondersi a sguardi e visioni distratti dietro cliché realizzati per sostituirsi alla realtà. Si può andare a Venezia, in effetti, e tornare a casa senza esserci mai stati. Così, come, mi viene da dire sfogliando il libro di Mattotti, si può essere stati a Venezia, senza esserci mai andati. Come è possibile, questo?


Ce lo spiega Saul Steinberg nel libro di cui ho appena parlato, in una pagina illuminante sul disegno dal vero (e del disegno parla anche qui)

Da studente di architettura ho fatto con la scuola un bel viaggio di istruzione a Ferrara e a Roma. È lì che per la prima volta ho fatto dei disegni dal vero. Io, che non ho mai avuto una preparazione artistica professionale e ho imparato a disegnare facendo dei disegni, avevo pensato fino allora più che altro al disegno inventato, cose di fantasia. Durante quel viaggio ho capito come è difficile fare un disegno dal vero, quanto è importante capire la natura, la verità della realtà. Capire la verità dell'oggetto del disegno – uomo, architettura, paesaggio – è una cosa complessa perché non è una verità visibile, una verità superficiale. E richiede un grande sforzo, un impegno che qualche volta, per pigrizia si cerca di evitare (è più facile inventare). Si deve riuscire a stabilire una complicità con l'oggetto che si disegna, fino a arrivare a una conoscenza profonda di esso. Non si disegna bene se si dice una bugia. E inversamente: se in un disegno dal vero si è detta la verità, il disegno risulta automaticamente un buon disegno. Un'altra difficoltà del disegno dal vero è che ci obbliga a trovare delle risposte a domande mai poste prima d'ora. Quello che si fa lavorando nello studio risponde spesso a domande che già si conoscono.



Fare un ritratto è difficile. Bisogna prima passare un momento critico in cui rapidamente – se si è fortunati – ci si sbarazza di tutti I luoghi comuni sull'oggetto del disegno. Più che inventare è difficile abbandonare le virtù accumulate. Quello che si è scoperto ieri già non è più valido. Non è possibile trovare del nuovo senza prima abbandonare qualcosa.
C'è una morale in questo. È l'avarizia che ci trattiene, specialmente se non solo siamo innamorati di quello che abbiamo scoperto ma siamo anche sicuri che è buono. C'è chi, lavorando dal vero, usa continuamente il bagaglio trovato ieri, lavora dal vero senza davvero guardare, senza lavorare dal vero.
Perché ho una tale riluttanza a lavorare dal vero? E cerco tutti i pretesti per non farlo? È difficile dire la verità su qualsiasi cosa, o rappresentare se stesso attraverso qualcos'altro.”




venerdì 21 ottobre 2011

Un'illustratrice mattiniera

Alicia Baladan è di nuovo al lavoro su un progetto dei Topipittori. Dopo Una storia Guaranì Piccolo grande Uruguay e Cielo Bambino tocca a La leggerezza perduta, con un bellissimo testo di Cristina Bellemo.


Questa storia ci era stata inviata, come accade spesso, per posta elettronica, con un breve messaggio di accompagnamento. Ci è talmente piaciuta che abbiamo immediatamente contattato l’autrice per comunicarle il nostro interesse alla pubblicazione. Fin dalla prima lettura, ci è stato chiaro che sarebbe stata una storia adatta ad Alicia. Gliel’abbiamo proposta e, infatti, lei ha accettato con entusiasmo di illustrarla.


È passata l’estate e ieri mattina, poco dopo le otto, davanti a una napoletana calda e fumante, ci ha mostrato i suoi primi appunti grafici. Ci fa piacere condividerli con voi, in attesa di un libro che arriverà in libreria fra un annetto.