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venerdì 7 novembre 2014

Sedurre vs condurre

Hamelin, n. 37, anno 14. Immagine di copertina Laurent Moreau.

L’imperativo è raccontarsi sempre, raccontare nell’immediato sentimenti, emozioni, esperienze, copiare-e-incollare frammenti di storie, immagini, parole con cui ci si identifica e che diventano nostre anche senza esserlo. Ma se tutto è narrazione, che cos’è narrazione?

Così si legge in quarta di copertina del nuovo numero della rivista Hamelin. Titolo Troppe storie, argomento che di certo interesserà tutti coloro che per le più diverse ragioni si occupano di scrittura, racconto, lettura, storie, come autori, promotori della lettura, illustratori, insegnanti, bibliotecari, studiosi, librai, lettori...

Illustrazione di Serena Schinaia.
Si tratta, lo si capisce, di un titolo provocatorio che rimanda a quella invasione di narrazioni di cui quotidianamente, tutti, attraverso i medium più disparati, siamo fatti segno. Mi è stato chiesto di partecipare al numero con una intervista che mi ha rivolto Giordana Piccinini. Invito che ho accolto con piacere. Allora, oggi, vi anticipiamo, di questa intervista, la prima domanda e la prima risposta. Se poi il tema vi coinvolge, e noi lo speriamo, potrete proseguire la lettura sulla rivista che sulle narrazioni, dai più diversi punti di vista, accoglie riflessioni, studi e indicazioni a firma di Emilio Varrà, Nicoletta Gramantieri, Martino Negri, Elena Massi, Francesco Cappa, Gabriela Bin, Elisabetta Mongardi, Simone Sbarbati.

Buona lettura.

Le immagini che corredano questo post sono di Serena Schinaia, l'illustratrice presentata in questo numero della rivista Hamelin, e ci sono state gentilmente fornite dalla redazione (che ringraziamo).

G.P. Presupposto di questo numero di Hamelin è la pervasività che la narrazione e le tecniche che ne sono alla base hanno oggi: tutti ci raccontiamo sempre, che siamo individui, aziende, manifestazioni, territori. Evidentemente la comunicazione in rete, ma anche la centralità che la stessa idea di comunicazione ha nella nostra società, hanno molto condizionato questo processo. Quello su cui vorrei confrontarmi con te è se e quanto esso ha trasformato anche le modalità, gli stili, l’idea stessa di scrittura: come scrittrice e responsabile editoriale dei Topipittori hai sia un profilo che una pagina su fb e da anni curi sei una delle anime del vostro blog che non è mai stato unicamente promozionale ma si è aperto a riflettere sull’illustrazione, la letteratura e la cultura per l’infanzia. 

Illustrazione di Serena Schinaia.
G.Z. Questo preambolo mi fa venire in mente un episodio di alcuni anni fa. Avevo scritto un pezzo per il bollettino online Vibrisse, di Giulio Mozzi, dal titolo L'intelligenza della forma in cui spiegavo in cosa, a mio avviso, consiste la capacità di scrivere, o meglio di creare senso attraverso un testo, inteso propriamente come struttura narrativa. In questo pezzo raccontavo anche la mia esperienza di lavoro nella comunicazione, e di come, sia nella scrittura creativa sia in quella 'commerciale' il narcisismo rappresenti l'ostacolo principale, quello che determina il fallimento della comunicazione. Facevo l'esempio di alcuni CEO che preferiscono una mediocre comunicazione a una buona, per l'unica ragione che quella mediocre è una loro creazione, pur disponendo di strumenti rudimentali per valutare sia il proprio operato sia quello altrui. In sostanza, le cose interessano loro sono nella misura in cui loro appartengono. Questo è il contrario di un processo di comunicazione, cioè di relazione.
Questo articolo capitò in mano al proprietario di una grande azienda italiana, il quale mi contattò e mi commissionò un lavoro, sottraendolo alle cure dei copywriter di una delle più grandi agenzie pubblicitarie italiane. Si trattava di raccontare, e questi professionisti non sapevano da che parte cominciare, non riuscendo a superare lo schema della comunicazione frammentaria ed emotiva a cui erano abituati.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Oggi io credo che l'insistenza, più che sul raccontare, sia sul creare emozioni. Cioè le narrazioni hanno come obiettivo principale non tanto il racconto, la struttura del discorso intesa come testo, scrittura e sua capacità di generare senso attraverso l'ordine del dar forma, quanto il produrre emozioni. Quello che in ogni ambito si sente promettere è “se leggerai, ascolterai, guarderai questo, vivrai grandi emozioni”. Non ho nulla contro le emozioni, ma mi pare che queste siano solo una piccola parte del processo che una narrazione - visiva, verbale, musicale eccetera - può innescare. Soprattutto io penso che finalizzare il racconto a una immediata risposta emotiva alteri e condizioni il modo della narrazione. In sostanza si finisce per fabbricare emozioni anziché racconti. Ma le emozioni non vanno create, perché sono una reazione del lettore quando entra in relazione con una narrazione. Quando si fa questo, si invade lo spazio del lettore. Creare emozioni è una deriva narcisistica: punta a una gratificazione immediata del pubblico che, in questo modo, è indotto a reagire con automatismi agli stimoli che riceve: se qualcosa mi emoziona è buono, se non mi emoziona, è cattivo. È un atteggiamento regressivo. La fabbricazione di emozioni elimina qualsiasi aspetto di problematizzazione di quel che si legge o si vede. In questo modo si trasforma la lettura, di testi o immagini in una pratica di puro consumo.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Mi viene in mente una cosa scritta da Kafka: "La parola vera conduce, la falsa seduce": un buon criterio sulla base del quale valutare una narrazione. Non è detto, poi, che tutte le buone narrazioni siano letterarie. Le librerie sono piene di pessime narrazioni: cose mal scritte e mal pensate. E d'altra parte se una istituzione, un territorio o una azienda vogliono raccontarsi, in sé questo non è scorretto. Dipende dal modo in cui lo fanno e dal perché lo fanno. Raccontare non è un terreno riservato alla letteratura, all'arte. Per esempio trovo di grande interesse il fatto che, presso il Dipartimento di Scienze Cognitive dell'Università di Trento, il Laboratorio di Comunicazione e Narratività sia stato, e sia, frequentato da categorie professionali diverse, come insegnanti di ogni scuola e grado, vigili, guardie di finanza, guide alpine, personale amministrativo e polizia carceraria.

La scrittura io credo sia, in prima battuta, un esercizio di osservazione, distacco e pensiero: che si scriva un racconto, una cartolina o la lettera di una banca. La produzione di testi, o di racconti (anche per immagini), è un processo ad alto livello di simbolizzazione e strutturazione dei significati, e richiede in primis questa capacità, che è una capacità fondamentale, fondativa, mi viene da dire morale, dell'essere umano.

Illustrazione di Serena Schinaia.
Ci sono riflessioni importanti su questo di Aby Warburg, che è uno dei massimi studiosi di immagini del Novecento. Abbiamo sempre bisogno, tutti, di strumenti narrativi, e nella vita di tutti i giorni: dalle incombenze pratiche a quelle più sofisticate, come le relazioni affettive, amicali o professionali. Le persone che meglio sanno esprimersi, sono quelle che hanno maggiori e migliori possibilità di trovare il proprio posto nel mondo, umanamente, esistenzialmente, oltre che socialmente ed economicamente.


Brano tratto da Scrivere oggi. Cinque domande a Giovanna Zoboli, di Giordana Piccinini, in Troppe storie, "Hamelin 37".

venerdì 19 aprile 2013

Scegliere la fiducia

Illustrazione di Simone Rea.
Quando si parla della rapida trasformazione che, da poco più di un decennio, ha interessato la letteratura, soprattutto illustrata, per ragazzi, si pensa subito, solitamente, ai prodotti editoriali, cioè ai libri e al lavoro, più o meno di ricerca, svolto dagli editori per realizzarli. Ma, forse perché nasciamo editori, insieme al mutamento che coinvolge libri e scaffali di libreria, ci balza all'occhio il cambiamento intervenuto di pari passo nel leggere, valutare, analizzare e selezionare i libri, cioè nel modo di scriverne da parte della critica.
Questa riflessione nasce da due strumenti che abbiamo riportato a casa dalla Fiera di Bologna, e cioè Scelte di classe. I migliori libri del 2012 e Hamelin 33. Annuario di libri per ragazzi 2012.
In entrambi i casi, i volumi si offrono agli operatori di settore (bibliotecari insegnanti, formatori, librai eccetera), ma non solo, come galleria ragionata dei migliori libri usciti lo scorso anno, dalla narrativa, agli albi illustrati, ai fumetti, offerti per temi e fasce di età.
Alla sua quarta edizione, Scelte di classe, progetto di Tribù dei lettori, diretta da Gianluca Giannelli, in collaborazione con Hamelin, associa alla selezione e pubblicazione critica, un momento ludico-didattico, in cui i libri selezionati, ma non solo, vengono letti, guardati, animati, discussi nel corso di una “festa della lettura e dell'editoria”, in cui sono coinvolti i bambini, gli editori, gli illustratori, gli autori, in un calendario fitto di incontri rivolti ai piccoli ma anche, cosa importantissima, ai grandi, in funzione formativa e divulgativa.

Scheda dedicata a A che pensi? di Laurent Moreau (Orecchio acerbo 2012).

Cosa ci sia di nuovo in questa iniziativa e perché in modo nuovo sia necessario avvicinarsi ai libri, lo dice bene nell'introduzione al volume la studiosa francese Sophie Van der Linden, quando afferma che, nonostante l'insistenza ultradecennale da parte di insegnanti, educatori, bibliotecari ecc., sull'importanza della lettura, “a forza di martellare sul 'purché legga', abbiamo persa la strada per una questione cruciale che non avrebbe mai dovuto essere dissociata dalla lettura: quella della letteratura! Perché oggi poco importa quel che i bambini leggono, purché leggano.” E, invece, aggiunge, poco dopo, “la letteratura raramente raggiunge i bambini e gli adolescenti” e questo, a fronte di una produzione editoriale "eccessiva". E nonostante ciò, prosegue Van der Linden:

Scheda dedicata a A che pensi? di Laurent Moreau (Orecchio acerbo 2012).

Sempre più editori, scrittori, illustratori si sono impossessati della letteratura per ragazzi come supporto d'espressione letteraria e artistica a tutti gli effetti [] sono decine e decine di opere straordinarie, pubblicate ogni anno, molto diverse fra loro: testi raffinati e acuti dalle immagini virtuosistiche, che possiedono forza di espressione; storie originali, sorprendenti o assolutamente corroboranti, che producono eco durature e feconde, al tempo stesso perfettamente allineate con le proccupazioni e gli interessi dei bambini. [] E i bambini che leggono questi libri, lo sappiamo, hanno una curiosità, una predisposizione all'astrazione, una attitudine a immaginare, un senso creativo che gli sono propri per il continuo confronto con queste opere letterarie e artistiche, che li accompagneranno e sosterranno per tutta la vita. [] Il ruolo cruciale svolto da Tribù dei lettori con Scelte di Classe è esattamente questo: selezionare con rigore le opere più interessanti, capaci di arrivare ai giovani lettori e far condividere queste letture nella maniera più intelligente, lavorando sulle motivazioni e sul desiderio di leggere dei giovani. Alla fine, questa è senza dubbio la questione centrale, la sola attraverso cui le cose potranno cambiare: la fiducia. La fiducia che dobbiamo concedere ai giovani lettori in contatto con la letteratura. Niente è più importante di questo oggi.

Scheda dedicata a Henri va a Parigi, di Saul Bass (Corraini 2012).

Quanto Tribù dei lettori sposi e realizzi questo punto di vista, e quanto pratichi la fiducia non solo nei ragazzi, ma nella letteratura e negli adulti che stanno accanto ai ragazzi, lo manifesta attraverso scelte importanti: per esempio quella delle persone che chiama a selezionare i volumi e a scriverne. Persone che di libri si occupano sotto punti di vista diversi: non solo studiosi istituzionali, ma anche creativi, organizzatori di mostre, bibliotecari, scrittori, blogger, tutti capaci di portare la ricchezza del proprio orizzonte visuale e dei propri linguaggi nella lettura e nella valutazione dei libri. Va sottolineato, a questo proposito, che le schede proposte sui singoli volumi hanno una qualità sorprendente, spesso altissima.

Scheda dedicata a Henri va a Parigi, di Saul Bass (Corraini 2012).

Quest'anno mi hanno colpito particolarmente le schede di Massimiliano Tappari, acuto fotografo e autore, che in modo poetico, brillante, colto e limpido spiega Henri va a Parigi di Saul Bass e di A che pensi? di Laurent Moreau (di quanto sia importante che gli strumenti critici e i criteri di valutazione dei libri per ragazzi non rimangano unicamente sapere “da esperti”, per essere invece condivisi e allargati ad altri ambiti, e di quanto sia fondamentale che la letteratura e la cultura per ragazzi escano da un ambito specialistico per diventare tout court letteratura e cultura, prodotte e frequentate da tutti, di interesse e sotto la responsabilità di tutta la collettività degli adulti, avevamo scritto due anni fa, in questo articolo).
Un altro segnale importante di Scelte di Classe è la qualità della pubblicazione per cui fin dall'inizio si è contraddistinta. E a questo proposito cito la parte finale dell'introduzione al volume di Hamelin associazione culturale:

La vocazione pedagogica è anche di chi questo testo lo ha voluto, curato, corretto, rivisto, e di chi lo ha impaginato, di chi gli ha dato colori e immagini, di chi con la grafica lo ha reso bello (Fausta Orecchio n.d.r). Poiché la vocazione pedagogica è, innanzitutto, estetica. Offrire ai bambini e ai ragazzi qualcosa di bello e ricco di storie, ecco il piacere di fare e leggere Scelte di Classe

Illustrazione di Steven Guarnaccia.
Insomma, se il luogo comune a proposito dei "libri per i figli degli architetti" o addirittura "dei libri per architetti" è  duro a morire, molto si sta facendo e da parte di molti, perché si tramuti nell'ovvia stupidaggine che è.

Sulla stessa onda, nello suo stile proprio e autonomo, appare la rivista Hamelin che nel nuovo numero si presenta come annuario, ovvero selezione dei migliori libri del 2012. Ho avuto già modo di segnalare come il cambio di formato e grafica di questa rivista, a partire dal 2012, abbia coinciso con un cambiamento anche nell'impostazione dei contenuti. E certamente uno dei mutamenti più evidenti sta nel peso maggiore che vi hanno le figure (per esempio, a ogni numero è proposto un inserto centrale a colori dedicato a un illustratore), una scelta che, per chi si occupa di immagini, non è esteriore, ma si inscrive in una riflessione estetica che riguarda i contenuti stessi di quanto proposto. Un altro percepibile cambiamento sta in una decisa, quasi combattiva, assunzione di responsabilità, a fronte di una offerta editoriale percepita come  “eccessiva”, per tornare all'espressione di Sophie van der Linden, rispetto alla propria funzione critica, avvertita, oggi più che mai, come fondamentale: non per, teatralmente, stroncare o beatificare questo o quel libro, ma invece problematizzando, andando al cuore delle questioni, approfondendo temi, stili, filoni e dinamiche editoriali, studiando immagini e contenuti, interrogando le scelte di autori e illustratori, dando la parola a voci, punti di vista e competenze diverse, ponendosi domande senza formulare facili risposte, e dando ragione ai lettori di giudizi positivi e negativi, di osservazioni e valutazioni, argomentando sempre scelte e preferenze. Un atteggiamento importante, perché la qualità e la crescita dei prodotti editoriali nasce, anche, da un confronto critico autentico e condivisibile. Prendere sul serio la funzione critica significa credere nella letteratura e nei lettori, dare a entrambi fiducia. Sapere che le scelte che facciamo e le parole che usiamo determinano altre scelte e altre parole.
Dall'introduzione di Hamelin, riporto:

Provate a pensare all’attimo in cui mettete piede in libreria, piccola o grande che sia, indipendente o meno. L’attimo prima di ricordare il motivo per cui siete entrati è un attimo di vertigine, di sconvolgente smarrimento e insieme di ebbrezza. Sono centinaia i titoli esposti, le copertine ammiccanti, le fascette esclamative, e spesso gli stessi titoli cambiano nel giro di un paio di settimane, sostituiti da altri apparentemente uguali ai primi. Perché se ne dovrebbero acquistare alcuni, e non altri? Qual è il valore, il merito, la necessità di ciascuno? Ce ne sono alcuni che sono migliori di altri, più urgenti, più vitali? Sono domande, queste, che ne sottendono altre, più essenziali: perché leggiamo? Che cosa ci dà la lettura di un libro? Che cosa stiamo cercando? E per chi si occupa di promuovere la lettura, c’è un’altra domanda ancora: perché far leggere? Perché scegliere un libro per bambini o ragazzi piuttosto che un altro?
Perché, e abbiamo l’ambizione di pensarlo, alcuni libri sono migliori di altri, e lo sono sulla base di valori letterari, estetici e pedagogici necessari. Perché raccontano storie che possono aiutare a fare una scelta, dare la spinta che serve, cambiare la vita. Perché raccontano di noi, di dove siamo e dove stiamo andando.


(gz)

venerdì 7 dicembre 2012

Quando arrivano le tate

Il nuovo numero di Hamelin ci è arrivato da qualche giorno. Tema: Nuovi tabù: l'infanzia ovvero “mettere i bambini dappertutto per non metterne nessuno da nessuna parte”. Tante le cose interessanti. Nicola Galli Laforest analizza la perversa e invalsa abitudine degli editori italiani di sbattere in copertina di romanzi, esangui e malinconici visetti di ragazzini, sollecitando il fanciullino mai sopito che dorme in ogni adulto. Sua e di Barbara Servidori anche una interessante intervista alla come sempre angolosissima Anne Fine. Giordana Piccinini riflette su cosa significa raccontare l'infanzia, soffermandosi sul pensiero che “i racconti di infanzia più autentici sono quelli in cui non accade quasi nulla in superficie”, e trattando anche della nostra collana Gli anni in tasca. Poi ci sono belle pagine di Mariangela Gualtieri a proposito di cosa sia la poesia. Altrettanto belle e interessanti quelle di Nicoletta Gramantieri su cosa poi ce ne facciamo di questa benedetta poesia. E una nota speciale meritano le magnifiche illustrazioni di Viola Niccolai, disseminate per tutto il numero per la gioia degli occhi dei lettori.

Il logo della trasmissione italiana, S.O.S Tata.
Ma l'articolo su cui oggi soffermo l'attenzione è S.O.S. Arrivano le tate di Ilaria Tontardini, dedicato alla  celeberrima trasmissione S.O.S Tata (format Usa, Nanny 911). E lo faccio per diverse ragioni. La prima è che, proprio come Ilaria, finché ho avuto la TV ho seguito questo programma. La seconda è che una delle persone di cui nell'articolo Ilaria fa menzione sono io (“Non avevo dato tanto peso alle tate fino a che non ho sentito da più voci – stimate e molto diverse fra loro – apprezzamenti positivi di vario genere.”). La terza è che l'articolo affronta un medium che nel nostro ambiente è poco preso in considerazione, la televisione, in cui i bambini non solo appaiono con frequenza, ma di cui sono avidi consumatori (come dimostrano anche quelli della trasmissione in oggetto). La quarta è che l'articolo di Ilaria è brillante e interessante. La quinta è che il mio punto di vista sulla trasmissione è sensibilmente diverso dal suo. 

Il logo della trasmissione americana, Nanny 911
 L'articolo di Ilaria si sofferma sulla modalità di svolgimento del programma, mette sotto esame il linguaggio e i comportamenti delle tate, in particolare della loro decana, la poderosa Tata Lucia, descrive i comportamenti delle famiglie e, argomentando con competenza su temi pedagogici cruciali del nostro tempo (autonomia, regole, rispetto ecc.), tira le fila del discorso. L'articolo andrebbe letto per intero, dato che è ricchissimo di spunti, purtroppo qui io mi limiterò a riportarne un brano.

S.O.S Tata vuole stimolare la catarsi: i disastri altrui ci sollevano dai nostri. Se la famiglia Cerrato è sopravvissuta alle grida di Rachele che non vuole riordinare la stanza (che poi risistemerà), possiamo farcela tutti. Si tratta di uno specchio molto inquietante della nostra realtà. Perché è chiarissimo che in questo programma tutto è finzione e per questo reale come non mai. Cela un desiderio di perfezione di cui siamo tutti vittime: quello che va dal corpo scolpito di una ventenne che può essere riguadagnato con una crema anche a sessant'anni, ai figli impeccabili, belli, buoni e sedati. A suon di puntate. Bastano poche – ci si accorge presto di una assenza: non ci sono i bambini.  

 Tata Lucia.
A essere precisi il bambino è l'ingombrante presente, il fulcro della trasmissione che senza di lui non esisterebbe: il movente delle chiamate è sempre una prole problematica, descritta con abilità da montaggi televisivi serrati e sicuramente efficaci. […] Ma di queste creature cosa resta? L'immagine di una performance atletica che ha per movente il capriccio, la forza di una presenza attoriale. 

La risposta del programma è un senso fortissimo di medicalizzazione dell'essere piccoli: l'infanzia è problematica e se c'è un problema questo va sciolto. Con un diktat, un gioco a punti, una cameretta nuova, il bambino va ricondotto a uno schema che consenta agli adulti di saperlo contenere. Di capirlo o ascoltarlo non se ne parla. “Ascoltare o ubbidire” dice Tata Lucia alle due sorelle Guerra: una affermazione che ha sicuramente una sola direzione, che nega a priori l'idea di un dialogo. L'infanzia viene estromessa come soggetto dal ragionamento, ne è l'oggetto, non ha diritto di parola.

Francesca Valla, Renata Scola, Lucia Rizzi
Come ho accennato poco fa, non guardo S.O.S Tata da alcuni anni. Pertanto le mie impressioni si fondano sulle prime serie: non so se vi siano stati dei cambiamenti e in che direzione eventualmente  siano andati. Ma prima di parlare del programma, mi voglio soffermare sulle figure di alcune famose tate.
Dopo il clamoroso ingresso della Mary Poppins di Pamela Travers nella letteratura per ragazzi, la tata, infatti, si può dire abiti stabilmente il nostro immaginario.
Lo ha fatto e lo fa attraverso numerose incarnazioni, e si può dire sia diventata una vera e propria star del piccolo e grande schermo.

Mary Poppins, dal romanzo di P.L.Travers, 1964,
con Julie Andrews, regia di Robert Stevenson.
Il film prodotto da Walt Disney tratto dal romanzo della scrittrice australiana ha fissato alcune delle fondamentali caratteristiche di questa creatura che si muove negli interni domestici a metà fra la fiaba e la pedagogia avanzata. Perché se i genitori sono pronti a dare fiducia solo a curriculum consolidati e a personalità energiche, i bambini si fidano sempre, e solo, di chi sa entrare in relazione rispettosamente con il loro mondo di sogni e pensieri, in cui la fantasticheria e l'impossibile sono di casa. Come Mary Poppins, appunto.
La governante della famiglia von Trapp di Tutti insieme appassionatamente, girato l'anno dopo Mary Poppins, e intrepretata guarda caso ancora da Julie Andrews, non fa che asseverare il concetto.
Oltre a ricostituire l'unità di una famiglia depressa da un grave lutto, guadagnandosi la fiducia di tutti i figlioli di casa, impalma anche il seducente e inconsolabile papà vedovo, ex comandante della Marina Imperiale Austriaca, amante dei monti e delle stelle alpine.

Tutti insieme appassionatamente, 1965,
tratto dal musical The sound of Music
di Richrads Rodgers e Oscar Hammerstein II,
regia di Robert Wise, con Julie Andrews.
È quel che accade anche nella sitcom anni Novanta La tata, dove la procace e mattissima Fran (Francesca Cacace from Frosinone) oltre a risolvere, con spiccio buon senso e creativa eccentricità i più spinosi problemi di una famiglia di abbientissimi del mondo dello spettacolo, gli Sheffield, finisce per convolare a giuste nozze con il papà della prole, fascinoso produttore di Broadway. In altre produzioni, l'avvenenza della tata si volge nel suo esatto opposto: la tata è brutta, bruttissima. Ma dentro è bella, bellissima e questa bellezza interiore fa sì che nessuno la veda più come tale e la insignisce del titolo di più amata, cosa che finisce per cambiarne persino i connotati.

The Nanny, sitcom anni Novanta che racconta,
le avventure di Fran Fine (Fran Drescher).
Letteralmente è quel che accade nel film Nanny McPhee, dove nel corso del film bitorzoli e gobbe della tata si smaterializzano via via restituendoci una Emma Tomphson da strega a cinquantenne da copertina. Va detto che la bruttezza della tata qui sta anche ad alludere alla natura e al potere stregonesco femminile, capaci di fare l'incantesimo di riportare in seno alla famiglia un ordine ormai creduto impossibile.
Anche Robin Williams in Mrs Doubtfire compie lo stesso prodigio, ma da avvenenza in bruttezza, e con salto transgender (perché, si sa, in presenza di legittime mogli, la donna più adatta a entrare in famiglia, la più affidabile, è quella meno seducente). E dà da pensare che nell'ultima serie di S.O.S. Tata abbia fatto il suo ingresso un Tato, come già è accaduto nella serie americana Nanny 911 (e d'altra parte la serie telesiva Tre nipoti e un maggiordomo metteva in luce la vocazione educativa maschile).

Nanny McPhee, (in it. Tata Matilda) 2005,
tratto dai romanzi di Christianna Brand,
con Emma Thompson, regia di Kirk Jones.
La corpulenta Mrs Doubtfire, che costa ore di trucco al suo inventore, è l'unica a saper leggere nel cuore dei bambini e a portare l'ordine necessario nelle loro vite che hanno bisogno, sì, di trasgressioni e mondi fantastici, ma anche di essere contenute da certezze, regole e affetti a prova di bomba, per scongiurare patologie di ogni sorta e tetre infelicità. Mary Poppins docet.
Annie, della commedia sofisticata Nanny Diaries, sottolinea un carattere fondamentale del codice gentico della tata: la distanza. Quella distanza che in Mary Poppins è dichiarata dal suo arrivo e dalla sua partenza appesa a un ombrello nel più vuoto degli spazi: il cielo. A simboleggiare una origine sconosciuta e inconoscibile, una vita senza legami. La tata piove, letteralmente, da un altro pianeta, da una dimensione altra: non ha famiglia e se ce l'ha è poco importante e non interessa a nessuno.



Mrs. Doubtfire, dal romanzo di Anne Fine, 1993
con Robin Williams, regia di Chris Columbus.
La tata, in fondo, ha una caratteristica imprescindibile per chi si deve occupare degli altri: l'impersonalità. La sua autorità, il suo carisma, la sua credibilità si fondano sul suo mistero, che la fa essere super partes, come un analista, uno psicoterapeuta, un medico, che sono tanto più empatici e risolutori, quanto meno coinvolti. Annie, nel film, è una ragazza di provincia chiamata per puro caso a osservare le  dinamiche familiari di una coppia di ricchi newyorkesi. Sono i suoi occhi alieni a restituire allo spettatore le abitudini e le patologie di un milieu sociale in cui esiste solo l'apparenza (o almeno il suo stereotipo).
Tutto questo per dire come S.O.S Tata non sia estraneo alle tappe che hanno contrassegnato il percorso mediatico del personaggio tata, interessante quanti altri mai, nell'ambito delle dinamiche familiari. Se è vero perciò che questo programma è un reality, ciò che lo rende estraneo all'abiezione che caratterizza questo tipo di show, è proprio la qualità del personaggio che ne è protagonista: la tata appunto.

The Nanny Diaries, dal romanzo di Emma McLaughlin
e Nicola Kraus,  2007, con Scarlett Johansson,
regia di Shari Springer Berman e Robert Pulcin
Che per definizione è giusta, corretta, empatica, preparata, misteriosa e autorevole. E che soprattutto, che sia bella o brutta, è intelligente e capace, in quanto tale, di osservare e di vedere lucidamente quel che accade nelle famiglie: lei che famiglia non ha e che viene da un mondo dove la famiglia non solo non è tutto, ma in cui quel che conta davvero sono l'autonomia, la responsabilità, il rispetto di sé e degli altri. Lei che è sola e indipendente e possiede i titoli di studio necessari per dire ai genitori quel che pensa e a guidarli per il meglio, considerato che sono loro i responsabili di quel che non va e di tutto quello di cui si lamentano a proposito dei loro figli, vissuti come alieni persecutori  e incomprensibili. Lei che è dotata dell'immaginazione e delle sensibilità necessarie per entrare in relazione con i bambini i quali, invariabilmente, infatti, sembrano salutare il suo arrivo e trarre dalla sua presenza un visibile sollievo, incontrando finalmente un adulto che è capace di impartire regole senza essere un tiranno e capace di comprensione senza essere un amico invisibile.

Tre nipoti e un maggiordomo o Family Affair, sitcom del 1966.
Protagonista French alias Sebastian Cabot.
Sollievo per essere liberati dalla schiavitù di comportamenti compulsivi messi in atto per attirare l'attenzione di adulti incapaci di pensare ad altro che a se stessi, anche quando mossi da sincero affetto e buone intenzioni (e di cui i Simpson incarnano impareggiabilmente l'archetipo). E regole che imponendo agli adulti di comportarsi decentemente, permettono loro di tornare a essere piccoli, con tutte le sacrosante difficoltà che questo comporta.
Insomma, altro che medicalizzazione: nella patria indiscussa della Mamma e del Family Day, le tate del programma in questione mi sono sempre sembrate, fa ridere dirlo, delle innovatrici, capaci di mettere in discussione la sacralità della Famiglia. Innovatrici soprattutto a fronte di programmi TV in cui i bambini appaiono nei panni di piccole, deformi star gorgheggianti o danzanti davanti a scriteriate platee di parenti e vip in lacrime per la commozione.

The Nanny, dal romanzo di Evelyn Piper,
1965, con Bette Davis, regia di Seth Holt.
Del resto, va detto, le donne che “interpretano” le tate sono, nella vita e nella realtà, competentissime signore munite di svariate lauree nei più diversi ambiti della scienze educative, con curriculum da far impallidire, e che svolgono e hanno svolto attività in tribunali dei minori, scuole, asili, consultori di assistenza e via discorrendo. Insomma, per tirare le fila: S.O.S Tata mi è parso un reality del tutto anomalo che, pur attraverso il linguaggio televisivo che, sono d'accordo con Ilaria, genera sempre fastidio e diffidenza, fa passare contenuti per niente scontati e per niente banali. Certo, nessuna famiglia è mai cambiata in una settimana. I problemi restano, perché hanno profonde radici sia nella storia personale sia in una società e in una cultura in cui la mancata assunzione di responsabilità individuali e comportamenti corretti e rispettosi è il problema, e non solo in ambito famigliare. Tuttavia l'idea stessa che un occhio estraneo abbia licenza di entrare fra le quattro sacre mura della famiglia, mi sembra già di per sé un fatto positivo (e quanto questo sia vissuto come minaccioso lo suggerisce Nanny, film del 1965, con una satanica Bette Davis che mette in scena l'alter ego, il lato oscuro della figura della tata, questa volta "brutta" dentro e fuori, che minaccia la stessa integrità fisica della famiglia). Occhio quanto mai necessario, a indicare, fra le altre cose, che i problemi non sono panni sporchi da lavare fra membri dello stesso clan. E che a volte i membri del clan sono i primi responsabili di quello che non funziona, e che l'inconsapevolezza non è una giustificazione accettabile, soprattutto quando di mezzo ci sono dei bambini. Come scrive Donald Sassoon, nel suo articolo “Bravo chi legge”, su una delle ultime Domeniche del Sole 24 ore: “La separazione dall'ambiente familiare sia per poche ore al giorno sia per intere parti dell'anno, è infatti un fattore che contribuisce al dinamismo culturale, in particolare se il contrasto fra i valori della famiglia e quelli del sistema di istruzione è elevato.” Insomma, viva le tate!

Julie Andrews in Mary Poppins, Walt Disney, 1964.

venerdì 27 aprile 2012

Caro editor, ti scrivo

La Fiera è un osservatorio e luogo ideale per le novità: il momento perfetto per presentare i risultati  di lunghi periodi di ricerca e lavoro. Così, l'Associazione Hamelin ha scelto la fiera di quest'anno per presentare la propria rivista rinnovata. Ci è giunta allo stand portata da Nicola Galli Laforest e, curiosissimi, l'abbiamo sfogliata e letta appena ne abbiamo avuto il tempo.
Anche perché ci ha attratto l'argomento evidenziato sulla copertina dove troneggia un seducente topo pifferaio di Simone Rea: Contro i libri a tema. Un argomento a cui siamo sensibili (ne abbiamo scritto, tempo fa, sul blog, qui). La metamorfosi della rivista, che nel nuovo formato assume le fattezze di libro, non è un semplice make up o una riorganizzazione grafica dei contenuti.

Mutata anche nell'impaginazione, Hamelin 30 apre anche al colore e alle immagini di cui tratta negli articoli, a conferma di quanto sia fondamentale parlarne facendo sì che il lettore le possa avere sotto gli occhi. E questo è, certamente, fra gli altri, un cambiamento di sostanza.
L'impressione generale è che a far avvertire alla redazione di Hamelin la necessità di un cambiamento sia stato un ripensamento nell'approccio alla materia: ripensamento forse nato dalla percezione della rapidissima evoluzione del nostro settore, dove sempre più si avverte come fondamentale, nel mestiere di fare libri e di promuoverli, l'ingresso di nuovi media e tecnologie, un allargamento di orizzonte, un apertura ad ambiti solo apparentemente lontani, un desiderio di dialogo e di confronto con interlocutori e attori diversi, e una generale rielaborazione di dati acquisiti che rischiano, senza un'autentica discussione, di calcificarsi in conformismi e luoghi comuni, posizioni acquisite e certezze anacronistiche.

Gli articoli di Emilio Varrà, Nicoletta Gramantieri, Nicola Galli Laforest e Giulia Mirandola, vanno in questo senso e meritano di essere letti (senza nulla togliere agli altri). In particolare, dato il mestiere che faccio, mi ha colpita la Lettera a un editor, di Nicola Galli. Come autrice, prima, e come editor poi, sottoscrivo ogni parola di questa riflessione. E mi sento di completarla con qualche osservazione.
La discutibile qualità del lavoro degli editor credo sia il riflesso di un modo di pensare, valutare, produrre e considerare i libri, la loro funzione e il loro pubblico. Quando si smette di attribuire al libro l'autonomia come valore primario, per considerarlo mero strumento al servizio di cause, contenuti, valori, temi, princìpi, strategie, insegnamenti, battaglie e via discorrendo, cioè al servizio di tutto, fuorché della necessità e libertà individuale di pensare, elaborare conoscenze e ricercare forme nuove, inattese e non conformi, di riflessione e visione, è chiaro che ne va di mezzo la sua stessa sostanza.

Cioè la sua forma peculiare, imprevedibile e inclassificabile quando davvero il libro è irriducibile a funzioni prestabilite. In questo senso, se la forma è percepita come priva di valore in se stessa, negata come portatrice in sé di senso, fatalmente diventa “funzione di”, materia opinabile e pertanto alterabile, plasmabile in vista degli scopi da raggiungere, soggetta all'arbitrio di chi, l'editor, appunto, ne stabilisce la conformità e la correttezza rispetto a obiettivi commerciali, economici, ma anche didattici, ideologici da raggiungere.

Un'idea di forma, questa, che rimanda a un'idea di lettore come contenitore di informazioni modellate, confezionate e dosate ad hoc. Un lettore-consumatore di contenuti gratificanti che lo confermano nel suo stile di vita, di pensiero e di consumi, che siano ludici, didattici o ideologici. Finché libri, letteratura e lettori saranno mortificati da questo modo di intendere la ricerca culturale, finalizzata all'individuazione di target e fasce di pubblico, non potremo aspettarci che un approccio alla "forma" dei testi (e delle immagini) fondato sull'arbitrio da parte delle case editrici, e quindi degli editor.

In questi tre anni, come editor della collana Anni in tasca, ho lavorato nel senso di un rispetto fondamentale del progetto e della voce di ogni singolo autore. Questo peraltro era il senso originario della collana: offrire voci. E le voci si manifestano, primariamente, nella loro originalità e irriducibilità, cioè nelle scelte lessicali, nella costruzione dei periodi e del discorso, nell'uso di frasi idiomatiche, nella ricerca di una tonalità propria e unica. In tutti i titoli della collana, infatti, fanno la loro apparizione lessici familiari, dialetti, modi di dire, entra il parlato, ma anche l'eleganza e la peculiarità della cultura e della lingua congeniali ai loro autori.

Alla fine, credo che davvero la peculiarità di questi libri sia proporre come primaria ai lettori l'esperienza della voce narrante. Cioè della lingua, identificata come esperienza fondamentale, davvero imprescindibile della letteratura, del suo valore, della sua bellezza, del suo piacere.
Per questo è stato così difficile, nel panorama attuale della narrativa, spiegare la natura di questi libri? Per questo spesso è stato difficile scegliere, in libreria, lo scaffale dove esporre questi romanzi, considerati inclassificabili? Per questo si è avuta la tentazione di non reputarli adatti ai ragazzi, considerati destinatari inaccessibili rispetto a un'idea di letteratura che si afferma innanzi tutto come forma di elaborazione dell'esperienza e dell'identità, e non come trama o tema? Per questo della collana sono “passati” più i titoli di autori già noti, e quelli incentrati su “temi” riconoscibili e ci si è accorti con difficoltà della qualità di quelli scritti da autori esordienti o poco conosciuti che, semplicemente, raccontavano la stranezza, la fatica e la felicità di crescere?


In fiera, a un incontro fra editor a cui ho partecipato, ho sentito definire la ricerca della qualità nei prodotti editoriali «vezzo di snobismo intellettuale», addirittura nocivo alla diffusione del libro e della lettura. E chi si occupa di qualità - intesa come eccesso di forma rispetto alle limitate possibilità intellettuali dell'utenza di massa - addirittura responsabile della disaffezione ai libri e alla lettura. Un punto di vista interessante che mette in luce come l'editore e l'editor vengano intesi, non come mediatori fra i lettori e i migliori fermenti di pensiero, esperienze e cultura della società, ma come creatori di prodotti “per tutti”, realizzati sulla misura delle necessità e dei gusti dei diversi segmenti di pubblico (come se qualità fosse sempre sinonimo di élite: equazione che avrebbe dovuto scomparire da tempo, sulla base di quel che succede in libreria, con il formarsi di numerose interessanti nicchie di pubblico, curiose e intraprendenti, ma che nel nostro paese resiste impavida, per quanto superata, come sta dimostrando, in molti casi felici, proprio il mercato).


L'operato concreto di un editor, gli interventi che pratica nel corpo dei testi e delle immagini, è il riflesso non solo di competenze culturali e professionali più o meno solide, ma anche e soprattutto di idee e posizioni sul modo di intendere il senso del libro e della letteratura. Quindi, attenzione: quando in libreria scegliamo titoli che ci sembrano “adatti” nella lingua e nei contenuti a un “vasto” pubblico di giovani lettori, riflettiamo che dovremmo cominciare seriamente e approfonditamente a pensare a cosa intendiamo con questi termini, perché di sicuro non stiamo valutando solo storie, romanzi, racconti, ma visioni del mondo che, a volte, parassiticamente si impongono al lavoro, alla cultura e alla lingua dei loro autori. Forse dovremmo tenere sempre ben presente che i criteri su cui si stabilisce la conformità al gradimento e alle “possibilità intellettuali” dei lettori si fondano anche su posizioni ideologiche, visioni dell'infanzia, strategie imprenditoriali che poco hanno a che fare con il valore dei libri in se stessi e con le potenzialità reali dei lettori (e dunque con la possibilità di un incontro autentico fra libri e lettori), e molto, invece, con gli obiettivi, non sempre espliciti, di chi li produce.
Che nell'immagine di copertina, il topo pifferaio, minacciato, rappresenti l'autore, e il gatto minaccioso, nascosto in quarta, l'editor?

Ringraziamo Simone Rea per averci permesso di pubblicare gli schizzi realizzati per lo studio della copertina della nuova versione della rivista Hamelin.

venerdì 13 gennaio 2012

Dal chiasso alla parola/ 3. Nell'aula silenziosa della mente

Nel 2006, Giordana Piccinini mi propose di scrivere la recensione di un libro per la rivista “Hamelin. Storie Figure Pedagogia”. E mi spedì Infanzia di Nathalie Sarraute. Lo lessi subito. Si trattava di una autobiografia di infanzia e raccontava la storia del formarsi di una identità e di una lingua. Mi piacque immensamente e accettai la proposta. La recensione, dal titolo La battaglia delle parole, uscì sul numero 16 della rivista. Oggi ve la propongo in lettura. La trovate qui.
Credo che la storia del modo in cui nella nostra mente, nel nostro corpo, cominciano a formarsi le parole e con esse cominciamo a orientarci nel mondo, nominando e dando significati, coincida per tutti, non solo per la Sarraute, con la nascita della coscienza e, quindi, dell'identità. Ripercorrere la vicenda delle proprie parole, potrebbe rappresentare per tutti la possibilità di accesso a significati vitali per la comprensione della propria esperienza e storia, significati spesso non affiorati alla luce, perché smarriti, negati, occultati, censurati. Accedervi non è facile. La psicoanalisi ci insegna ad addentrarci nella foresta del senso smarrito lasciando cadere una scia luminosa di parole-ciottolo, via via che si spofonda nel buio, per ritrovare la strada di sé. Ci insegna con questo a riconoscere la potenza della parola, la sua capacità salvifica, ma insieme anche la sua forza distruttiva.
Nathalie Sarraute, scrittrice rigorosissima, lucidissima, ha avuto la tenacia e il coraggio di raccontare la vicenda privata e crudele delle parole che l'hanno costruita. La battaglia serrata fra la lingua degli adulti e la lingua in formazione dei bambini. Una battaglia invisibile e sanguinosa, combattuta fra le quattro mura della quiete domestica e, da queste, dissimulata.
Vi assicuro che vale la pena di leggerla.

mercoledì 7 settembre 2011

Berlino, isola di libri e bambini

[di Giulia Mirandola]


 Il 23 giugno 2011 nel quartiere dei bambini più famoso d'Europa, Prenzlauerberg, eravamo molti a festeggiare la prima mostra berlinese di Simona Mulazzani. Protagoniste le tavole originali di Vorrei avere, edito in Germania da Peter Hammer Verlag.

A volte le correnti buone permettono che accadano cose buone. A primavera ho ricevuto una borsa di studio del Goethe Institut di Roma per trascorrere un periodo di studio a Berlino, nel mese di giugno.
Negli stessi giorni, Mariela Nagle, fondatrice e direttrice della libreria internazionale per ragazzi Mundo Azul di Berlino, ha invitato Hamelin Associazione Culturale di Bologna e Simona Mulazzani a partecipare con una mostra e due laboratori a Berliner Buecherinseln, un festival di letteratura per ragazzi nato qualche anno fa su iniziativa di Ulrike Nickel, direttrice dell'agenzia educativa Kulturkind. Un mese di incontri con autori, mostre, laboratori nelle scuole, visite presso case editrici, biblioteche cittadine, atelier e librerie.

Intento: avvicinare ragazzi di età compresa tra i sei e i tredici anni ai diversi mestieri del libro, oltre che alla lettura e alla letteratura tout court. Periodo del festival e durata della borsa di studio sembravano essere stati decisi a tavolino perché potessi occuparmi dell'uno e dell'altro in tutta tranquillità, come in effetti è avvenuto.

Per Hamelin, che lavora fitto nelle province e nelle città d'Italia e che, all'estero, ha sovente contatti con la Francia, "questa" Berlino è una novità. Con Ulrike Nickel, curatrice del festival, ci diamo appuntamento di buon mattino alla Litheratur Haus, lei ci racconta la genesi del progetto e ci illustra cosa ha in mente per il futuro e chiede notizie su cosa succede all'editoria per ragazzi in Italia. Certo, è questione di sfondo. Eppure, a certe condizioni, fare le cose di sempre in un paesaggio diverso da sempre, entusiasma come non mai. Christina Hasenau, che lavora presso il Goethe Institut di Roma, berlinese di nascita, pure ospite di Buecherinseln, ci accompagna a conoscere l'illustratore Atak e poi, nella Kollwitz Platz, a cena con Nora Krug. Il via vai di facce note e nuovissime ha contrassegnato queste giornate tedesche, dando a tutte noi presenti l'idea che a Berlino ("povera ma sexy", come ripetono tutti) chi è straniero non soffre di nostalgia. 


Mariela è di origine argentina, ma conosce a fondo la città in cui ha scelto di abitare. Vicino alla cassa o sulla panchina d'ingresso, se non c'è il mate (tipica bevanda argentina), c'è una bottiglia di Bionade (una sorta di cedrata Tassoni, rigorosamente bio, bevutissima in Germania).


Molto ci sarebbe da raccontare sul quartiere in cui Mundo Azul è situata, circondati come si è da genitori trentenni, da parchi giochi, da padri a spasso con i figli (mai meno di tre), da biciclette senza pedali e senza rotelline, da biscioni di bambini sotto il metro e venti, da carrozzine e carrozze (sì, a sei posti!) e ceste a quattro e due ruote su cui viaggiano pezzi interessanti d'infanzia.

Il meglio della letteratura per ragazzi, sulla Chorinerstrasse, ha di fronte a sé un negozio di giocattoli unico nel suo genere. Dopo avere attraversato una giungla in cui al posto delle piante tropicali, regnano le cose per giocare, agli occhi del visitatore curioso appare una singolare collezione: un museo di giocattoli della DDR.

All'inizio della sua storia, la libreria di Mariela è letteralmente una vetrina-mondo che attraverso i libri, parla spagnolo, portoghese, italiano, turco, francese, tedesco, inglese, arabo, cinese. Oggi Mundo Azul è un luogo luminoso e arioso, punto di riferimento per adulti e bambini in cerca di libri per l'infanzia nella propria lingua madre.

A due passi c'è la Kastanienallee, strada in cui negli ultimi dieci anni hanno aperto il loro studio moltissimi illustratori e fumettisti. Alcuni di loro sono abituali frequentatori della libreria ed erano presenti alla mostra di Simona: Barbara Yelin e Ulli Lust, del collettivo di fumettiste Spring, Aljosha Blau, Judith Drews, Violeta Lopiz, Cecile Belmont.


Il 23 giugno, alle sei di sera, la libreria è un susseguirsi di persone che entrano e si fermano ad ascoltare e guardare. A Berlino Hamelin e Topipittori non sono sconosciuti. Non tutti parliamo fluentemente il tedesco, ugualmente ci capiamo. Un nutrito gruppo di "nuovi berlinesi" proviene dal Trentino. Una ragazza pistoiese ha appena terminato un tirocinio come educatrice. Loredana Farina è atterrata poche ore prima ed è forse la persona che più si emoziona, per il numero delle presenze, per l'aria informale e festosa, perché, tra i tanti libri, trova quelli di Eloisa Cartonera.

Il giorno dopo la curiosità per il gay pride ci sposta in un'altra Berlino, a Kreuzberg, dove abbiamo appuntamento con due libraie speciali, alla libreria italiana Dante Connection's. Ma questo è un post in arrivo, in costruzione.





martedì 19 aprile 2011

I maschi e le femmine...

Marta Sironi,  un’amica che insieme a noi partecipa a Ci vediamo alle nove da Babar, un gruppo di lettura milanese (ma con presenze da tutta Italia), nei giorni scorsi ci ha inviato una brevissima, fulminante riflessione. Pochissime righe per individuare un filo conduttore di due mostre bolognesi che, apparentemente, distano anni luce... Ecco qui:



Cosa fanno i bambini e Cosa fanno le bambine, titoli delle edizioni italiane di Heidelbach (Donzelli), si addicono a una possibile definizione delle due mostre organizzate dall’associazione Hamelin a Bologna, in occasione della Children’s Book Fair: quelle per l'appunto dedicate a Nikolaus Heidelbach (Palazzo d'Accursio) e ad Ana Ventura e Camilla Engman (sede dell'Associazione Hamelin, Chiostro Santa Cecilia). Niente di più diverso e lontano.
In un punto – lo svelamento di un errore di fondo – l’opera di questi artisti sembra incontrarsi: in quel punto di ‘squilibrio’ essenziale al fare artistico; mediato dal  ‘maschio’ attraverso il crudo divertimento –  una bimba porta con tutta leggerezza un’ascia come fosse un palloncino –, vissuto dalla ‘femmina’, con toni di intimo struggimento e poesia, attraverso un processo di distruzione e ricreazione, ‘scambiando’ pezzi di sé.



Marta Sironi è collaboratrice alla ricerca presso il Centro APICE.  Centro Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale dell’Università degli Studi di Milano. Fra le altre cose, ha curato la ricerca documentaria e iconografica per l’esposizione La città borghese (Milano, 2002), la mostra e il catalogo Mario Sironi. L’arte della satira (Milano, 2005, con Antonello Negri) e la ricerca iconografica per il catalogo Rizzoli sui sessant'anni della BUR. Recentemente, l'inserto culturale La domenica del Sole, si è occupato di lei, a proposito dell’arrivo dell’archivio del celeberrimo illustratore John Alcorn in Italia, di cui Marta è stata infaticabile promotrice, fautrice, organizzatrice.


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