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lunedì 12 ottobre 2015

Nel bianco

La prima volta che ho visto i gatti e i topi di Lisa D'Andrea, probabilmente, o così mi sembra di ricordare, è stato su facebook. Poi, dopo qualche tempo, Lisa si è iscritta a un corso su lettura e scrittura negli albi illustrati che nei primi mesi del 2014 ho tenuto a Milano, a Spazio B**K.

In quell'occasione ho guardato il suo portfolio. E ho rivisto i suoi gatti e i suoi topi.
Guardandoli meglio, mi piacque in particolare la loro tonalità algida: erano così straniati, assorti, e nello stesso tempo, distratti.

Lisa ha uno stile che mescola realismo e astrazione, una caratteristica narrativamente molto interessante. Ritrae i suoi soggetti con realismo, ma insieme, li equipaggia di un bagaglio di sgomento esistenziale così consistente da collocarli immediatamente in un altrove di evidente matrice metafisica, in cui la realtà sensibile è solo una delle tante possibilità. Il testo per Il topo che non c'era è nato lì, a questo incrocio.


Passato qualche tempo dal corso, durante il quale non le parlai di quel che pensavo delle sue illustrazioni né lei, a sua volta, me ne parlò, le dissi che quei suoi personaggi mi avevano molto incuriosito al punto che mi sarebbe piaciuto provare a pensare a una storia, confezionata ad hoc su di loro. Lisa mi diede il permesso, potevo provare, a sua volta curiosa di quello che ne sarebbe venuto fuori.


Così mi misi al lavoro. Per un po' di tempo mi trastullai con l'idea di una grande casa dove un gatto abitava in solitudine. Fino al giorno in cui trovava un maggiordomo, un topo. Nel corso del tempo, il topo gli riempiva la casa di parenti, portandolo a una lieta pazzia. Ma con questa storia non andavo avanti. Arrivata a un certo punto, anziché pensare a come procedere, mi mettevo a immaginare la casa, a come sarebbe stata: le stanze, le scale, le stoviglie... La cosa dopo un po' mi annoiava, chiaro segnale che non ero sulla strada giusta. Pensando a quei dettagli, poi, avevo anche la netta impressione che non c'entrassero nulla, obiettivamente, con i personaggi di Lisa. Così mi fermai e misi da parte quell'intreccio. Invece di scrivere, quando la cosa mi tornava in mente, riflettevo sul perché quella storia fosse promettente, ma effettivamente sbagliata.


Poi, un giorno, osservando per l'ennesima volta i gatti e i topi di Lisa, mi accorsi di una cosa che fino a quel momento avevo preso per lo sfondo: il bianco.
Il bianco, invece, mi resi conto, era il terzo protagonista in quella vicenda: il luogo in cui i fatti si svolgevano e la condizione mentale dei personaggi che, dentro al bianco, in quell'Altrove così chiaramente indicato, vivevano. Bisognava quindi partire da lì. Dal bianco. Costruire il racconto a partire da lui. Niente case, stanze, mobili, stoviglie.
Far entrare il bianco è stato come aprire una porta perché insieme a lui potesse entrare la storia. E la storia si è presentata puntuale, subito, praticamente fatta.


Una volta terminata, Lisa si è messa immediatamente al lavoro con grande concentrazione ed entusiasmo. Anche un po' preoccupata, a dire la verità, soprattutto nei punti in cui, era chiaro, avrebbe dovuto dare corpo a un'escalation topesca di 33+16+27+88+144 esemplari, disegnati uno per uno uno, impegnati a ballare la polka, comprare stivali antipioggia, giocare a carte, sfoggiare giacche a quadretti e andare in autobus. Ma una illustratrice al suo primo libro, ossessionata dalla perfezione come se ne avesse almeno una trentina alle spalle, non si ferma davanti a nulla. Ha disegnato impavida montagne di topi: tutti quelli necessari, tutti quelli che la pazzia felina del protagonista faceva spuntare come funghi in ogni angolo del libro.


Il bianco, rivelando la natura filosofica della vicenda, ha portato con sé anche sei pagine di perfetto silenzio. Un piccolo wordless book, dentro a un libro con le parole. Una breccia in cui far precipitare, insieme ai protagonisti, anche i lettori, togliendo, insieme alle nostre, anche le loro parole. Un posto dove cessare i pensieri e fare bianco completo.
Alla fine, terminata anche questa fase, è entrata in scena Anna Martinucci che ha realizzato la grafica del libro, prendendo anche la decisione di scrivere a mano il testo, facendo così in modo che il bianco mantenesse la propria tridimensionalità, ed evitando che si riducesse a mero spazio in cui inserire le parole. In questo modo la scrittura è diventata una voce dotata di carattere individuale e modulazione esemplare: la forma stessa della narrazione, punto d'incontro, cucitura esatta, visibile e al tempo stesso invisibile, fra immagini e testi.

Schizzi preparatori per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.

Mentre lavoravamo, infine, tutte e tre abbiamo avuto la sensazione che la storia del topo che non c'era non fosse affatto finita. Da qualche parte e in qualche modo, abbiamo intuito, sarebbe continuata. E infatti così è stato. Il gatto e il topo che non c'era, usciti da questo libro, si sono rincontrati alcuni mesi dopo su quelle che a tutti gli effetti sembrano essere le pagine di un nuovo libro. Ma per ora su questo non possiamo dire di più. Nel frattempo, a oggi, il libro ha trovato tre edizioni straniere a cui, se tutto va bene, se ne aggiungeranno presto altre due.
Buona lettura.

Storyboard per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.
PS
Quando Lisa stava lavorando ormai da mesi alle illustrazioni, un giorno abbiamo scoperto che l'ultimo libro di Wolf Erlbruch, uscito alla fine del 2014, si intitolava L'orso che non c'era. Sciagura! Che fare? Avevamo pensato, fin dall'inizio, che il nostro libro si sarebbe intitolato Il topo che non c'era. Panico. Dobbiamo cambiarlo? Ci abbiamo meditato su. Abbiamo anche fatto qualche tentativo di sostituzione. Ma ci siamo rese conto rapidamente che qualsiasi altro titolo non avrebbe funzionato con quella che avevamo pensato subito sarebbe stata l'immagine di copertina: il gatto che si tiene la testa fra le zampe e fissa lo sguardo davanti a sé, verso lo spazio del lettore. Poi ci è venuto in mente che un film del 2001, di Joel ed Ethan Coen, si intitolava L'uomo che non c'era (per non parlare della celeberrina isola che non c'è). Quindi, forse, questo, ci siamo dette, è un titolo, un'espressione che ogni tanto qualcuno adotta perché è indispensabile alla storia. E così ci siamo messe il cuore in pace, e il titolo è felicemente rimasto quello originale.

Schizzi preparatori per Il topo che non c'era, Lisa D'Andrea, 2014.

lunedì 5 maggio 2014

Iscriviti, te lo strillo!

© Anna Martinucci
Dal 16 al 21 giugno prossimi, a Sàrmede, si terrà il corso "Progettare libri".
Ci sono ancora alcuni posti disponibili, quindi è venuto il momento di fare un po' di spudorata pubblicità, nella forma di endorsement da parte di alcune testate internazionali e personaggi celebri

Scherzi a parte, di questo corso abbiamo parlato già in tutti questi post e del corso hanno anche scritto in molti (leggete questo, per esempio). Per evitare di ripetermi, ho chiesto ad alcune ex allieve di spiegare le ragioni per le quali è valsa la pena frequentarlo. Sono illustratrici, educatrici, figure poliedriche del mondo dell'editoria, appassionate di libri per ragazzi. Ecco che cosa hanno pensato di potervi dire:



    Astrid Branca - educatrice - Castello 2013-14     Il corso "Progettare libri" mi ha dato gli strumenti per tradurre in "cose" reali e tangibili, ciò che per me era semplice intuizione. Molte sono state le scoperte, ma la sorpresa maggiore è stata quella di trovarmi, insieme agli altri, capace di condividere i "mondi"più o meno nascosti di ognuno, sia nel processo creativo sia nella realizzazione finale. Piegare, contare, cucire, rilegare, riempire con idee fogli, forme e strutture di carta definite e"rigide", richieste di un compito a cui non era possibile esimersi, soprattutto per volontà e intima passione.
Quello che resta è quel bisogno di continuità, quel piacere nel provarsi, nel fare e nell'inventare. Necessità di "applicazione" quotidiana    

Il libro burattino di Astrid Branca

    Tostoini (alias Roberta Ragona) - apprendista stregone - Castello 2013-14     Volendo lavorare con l'illustrazione, sapere cosa succede dal momento in cui le tavole escono dalle proprie mani e finiscono in un libro è sempre una buona idea. Ancora migliore è pensare a come potrebbe essere fatto il proprio libro prima di cominciare a disegnare.
Per certi versi un albo illustrato è come un pesce: non sapere come partire dal pesce intero per arrivare al piatto va benissimo se si vuole solo mangiarlo; ma per imparare a cucinarlo, può essere utile saperne qualcosa in più.
Un pesce e un albo illustrato sono entrambi pieni di insidie e parti che pungono e tagliano; i primi risultati sono disastrosi, ma quando tutto riesce ti senti tronfio come se fossi il primo uomo ad aver mai prodotto un libro, o cotto un pesce, sulla faccia della terra.
"Progettare libri" è un buon modo di affrontare con più consapevolezza quello che succede tra un'illustrazione e un libro finito, sul rapporto tra la forma di un libro e la sua sostanza. Basta ricordarsi di togliere le branchie.     

Una fanzine realizzata da Tostoini

    Geena Forrest – laureata in scienze forestali - Sàrmede 2013    È passato un anno dal corso "Progettare libri" e devo ancora capire se grazie a questo corso sono le mie idee che hanno trovato una forma o tutte le forme insegnate che hanno messo in moto la mia testa e le mie mani. Poco importa: è passato un anno e io vivo ancora di rendita. Sarà che c'erano anche i compiti per casa.
Sia che vogliate darvi all'autoproduzione o presentare alla prossima Fiera non solo un bel portfolio, ma progetti veri che mostrino già il libro che avete in mente o venire finalmente a conoscenza di tutti i segreti della stampa offset (perché, vi ricordo, un libro alla fine lo si deve anche stampare e dimenticarlo sarebbe un grosso errore), questo è il corso che fa per voi.     

"C'era una volta un re, seduto sul sofà”: una csb binding per un "libro infinito"
realizzato a Sàrmede in meno di 36 ore (ma consecutive) da Geena Forrest.

     Ilaria Mozzi - illustratrice - Castello 2012-13     Perché un illustratore dovrebbe fare il corso "Progettare libri"? Di perché ne avrei 1.743.  Il primo: è indiscutibilmente utile. A Progettare libri non si apprende solo a “costruire” libri, a capire il funzionamento dell’editoria e a fare eleganti rilegature (che a Natale fanno comunque sempre un bel figurone!).
 A "Progettare libri" si impara a risolvere problemi, a relazionarsi con gli altri, e soprattutto si impara a pensare.  Uno sguardo più ampio, un approccio al lavoro più completo, e inaspettate collaborazioni sono tra i risultati più belli ottenuti da questo corso (… e non dimentico la mia fantastica stecca osso, da cui oramai sono dipendente!) L’“onda magica” del corso io la sto vivendo ancora pienamente, a distanza di quasi due anni.
 Per chi vuole costruirsi un percorso solido nell’illustrazione e nell’editoria, o per chi semplicemente cerca stimoli e nuove strade per alimentare la propria creatività, a mio parere, Progettare libri è un corso insostituibile. Immancabile.    

E poi i libri non solo si progettano, ma si stampano anche.
Qui Irene Rinaldi e Alessandra de Cristofaro con Dario, il mastro tipografo.
(Sàrmede 2013)

    Rossana Bossù - illustratrice - Sàrmede 2013     Perché un illustratore dovrebbe fare il corso “Progettare libri”? La risposta è racchiusa nel titolo stesso del corso. Il progetto di un libro si basa sulle idee, legate a doppio filo al formato, alla rilegatura, alla carta con cui verrà realizzato. La prima cosa che Paolo ci ha detto durante il corso è stata: «Voi credete di imparare determinate cose da questo corso ma ne imparerete altre». Così è stato!
Io ho imparato a pensare a un libro come un progetto completo, non solo le illustrazioni ma tutto l’insieme. Un libro come uno spazio in cui muoversi, uno spazio da arredare con idee e immagini.
Partire dal formato e dal tipo di rilegatura, che si tratti di una fanzine, di un leporello o di un albo illustrato, è il primo passo per farsi venire delle idee, il che non mi sembra poco!     


Un progetto realizzato da Rossana Bossù a Sàrmede.

    Gioia Marchegiani - illustratrice - Cecchina 2012     «Sei su una zattera assieme al tuo orsacchiotto preferito e a tua sorella. Devi scegliere cosa buttare giù perché la zattera non vada a fondo. Cosa scegli di fare?» È questo un gioco che si fa  a volte con i bambini, e credo ben possa illustrare (è il caso di dirlo!) una delle tante ragioni per cui valga la pena fare il corso “Progettare libri”.
Anche per illustrare un libro bisogna prendere delle decisioni e capire cosa è importante e cosa è superfluo. Per farlo è fondamentale conoscere  le regole e i vincoli, strutturali e commerciali, che sono alla base della produzione dell'oggetto libro e apprendere come la rilegatura, il formato e la carta siano parte integrante del processo creativo e del linguaggio espressivo. Investire in questa competenza è fondamentale nel percorso di crescita professionale di ogni illustratore così come lo è la ricerca stilistica e la competenza tecnica.
Quindi, per tornare al nostro dilemma iniziale, perché il bambino/illustratore della zattera possa scegliere bene, oltre alla sua fantasia è necessario che abbia i giusti strumenti per dare a quell'assurda domanda una risposta che lasci tutti a bocca aperta    

La "Storia che sale molto in alto" di Gioia Marchegiani,
nella versione Corso Pirulino.

    Chiara Fedele - illustratrice e neo micro-editrice - Castello 2013-14     Ho voluto iscrivermi al corso "Progettare libri" dopo aver visto tra le mani di una mia amica illustratrice un piccolo quadratino di carta che improvvisamente si è aperto in una sorta di spirale, con pagine e che si voltavano e rivoltavano e si srotolavano sotto i miei occhi, rivelando una narrazione grafica, senza parole ma con un senso profondo.
Mi sono sempre considerata un illustratore-esecutore, non di certo un autore. Perciò l'approccio che ho avuto, fino alla prima lezione era di ottenere più nozioni “tecniche” su quello che stava intorno al mio lavoro di esecutore. Mi sbagliavo di grosso.
I limiti tecnici imposti da Paolo sono stati, con mia grande frustrazione, un intero universo di possibilità.
Di volta in volta i piccoli spazi o i limiti di cuciture e tagli erano come enormi tele bianche dove poter scrivere quello che volevo, narrare come desideravo, si narrare, anche io mi sono data la possibilità di raccontare.
In più il confronto con i compagni dimostrava ogni volta l'unicità di ognuno di noi.
Devo dire che l'approccio al lavoro dopo il corso è cambiato radicalmente. La progettazione nasce ancora prima di un testo o di una storia, e non si limita più alla tecnica di un illustrazione. La tecnica si piega alle idee. Finalmente.     

Illustracicci, © Chiara Fedele


    Nicoletta Petruzza - illustratrice e artigiana - Sàrmede 2013     Due (di mille) cose che ho imparato a "Progettare Libri". La prima (e sta già nel titolo del corso) è che un libro si progetta, come un qualsiasi oggetto di design, come qualunque cosa abbia necessità di assolvere a una funzione, di rispondere a un bisogno.
Perchè un'illustratore dovrebbe fare un corso sulla progettazione del libro?? Per lo stesso motivo per cui un architetto che sa disegnare ha bisogno di conoscere una marea di nozioni tecniche per poter progettare una casa. Per lo stesso motivo per cui un coreografo non può fare una coreografia senza considerare la dimensione del palco; un pasticcere non può fare una torta alta 6 metri senza sapere dove e come verrà cotta. Un illustratore non può illustrare un libro se non sa come si fa materialmente un libro. Ci sono cose che non possono essere ignorate.
La cosa divertente è che tutti questi elementi, che costituiscono dei vincoli in fase progettuale, possono essere sfruttati a nostro vantaggio e diventare parte attiva del libro.
La seconda cosa che si impara è la coerenza. Un libro è un oggetto, ha una sua materia, ha una sua struttura, ha una sua estetica. Che abbia un testo o meno, un libro è fatto per narrare, per raccontare qualcosa... e la narrazione per essere efficace deve essere coerente con la struttura del libro. Se la storia narrata ha uno sviluppo "lineare", anche il libro dovrà seguire tale sviluppo. Se la storia ha un andamento "circolare" e riporta al punto di partenza, sarebbe bello che il libro la seguisse. Se la storia cambia registro, anche il libro può cambiare forma, colori, carta, può vestirsi e trasformarsi per essere ciò che vogliamo che sia. Durante il corso Paolo ci ha mostrato infinite strutture-libro e ha cucito a mano anche "infinite" rilegature, per darci gli strumenti e gli stimoli necessari per guardare un libro con occhi nuovi.
Un libro è un'esperienza. È una porta che si apre verso un altro mondo. E deve essere pensato per il tipo di avventura che si andrà a vivere. Deve essere solido per resistere alle tempeste, deve essere lieve per volare, deve avere un filo per tornare.     

Al corso non si impara solo a fare libri, ma anche a Guardarli bene.
Qui, Julia Racsko, Ilaria Proietti e Laura Campadelli alle prese con Komagata.
(Sàrmede 2013)

Per informazioni sul corso ed eventuali iscrizioni:

Fondazione Mostra Internazionale d'Illustrazione per l'Infanzia Štěpán Zavřel 
c/o Casa della Fantasia
Via Marconi, 2 - 31026 Sàrmede (Treviso) - Italia

Tel. +39 0438 959582
Fax. +39 0438 582780

www.sarmedemostra.it
info@sarmedemostra.it 
Skype: mostra.sarmede


domenica 30 marzo 2014

Ultimo giorno (ovvero la vita è sogno). Sesta puntata.

Questa cronaca avrebbe dovuto uscire venerdì, o sabato. Invece esce oggi, che è domenica pomeriggio. Un grazie ad Anna Martinucci e al suo surreale dono della sintesi.

 [di Anna Martinucci]


Ultime visite nello stand Topipittori, A Buen Paso, Edition Notari.


Brasile, ciao.


Brasile, ciao anche da questo lato.


Sedie in riunione al Caffè Illustratori.


Satoe Tone, vincitrice del Premio SM 2014.


Le tavole selezionate verranno spedite in Giappone per la seconda tappa della Mostra.


Ultima scala.


I Planeta Tangerina rimettono a posto i giochi...


...così.


Topi sotto vuoto.

Si torna a casa.

giovedì 27 marzo 2014

Star vecchie e nuove. Quinta puntata.

[di Anna Martinucci]



La giuria riunita per annunciare il vincitore del Premio SM: Catarina Sobral!


E questi, come sapete, sono alcuni dei libri che hanno vinto il Bologna Ragazzi Award.


L'Ape Maia, che non ha vinto niente, se ne va distrutta.


Uno strepitoso progetto di Nina Wehrle ed Evelyn Laube, vincitrici del Premio SM 2013, in esposizione.


Si ritorna al Padiglione 29, dove, di fronte al nostro stand, i Tangerini, tanto per cambiare, giocano.


Ore 17: Silvia Vecchini e Marina Marcolin firmano, indefesse, copie di Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno.


Firmare è una cosa seria.


 Ore 17.03: la falsa Cecilia Bartoli vorrebbbe firmare le copie di Gli amici nascosti.


La vera Cecilia firma le copie!


Le foto di Benjamin Chaud, all'inaugurazione della mostra da Hamelin, sono venute malissimo. Perciò beccatevi questo strepitoso originale di Tove Jansson.

mercoledì 26 marzo 2014

Code. Quarta puntata.


[di Anna Martinucci]

 Le vincitrici del Premio SM 2013, Nina Wherle ed Evelyn Laube al Caffè Illustratori.


Nei padiglioni circolano star del calibro di Peppa Pig, Ape Maia e Calimero. L'ape Maia non resiste alla tentazione di farsi fotografare con Viola Niccolai e Silvia Rocchi.


Un giovanissimo illustratore esordiente inglese discute gli ultimi dettagli del suo progetto coi Topi.


Ore 17. Davanti allo stand, comincia a formarsi la coda.


Malfatti in coda per la firma perfetta.


La coda aumenta, gli autori anche: oltre a Beatrice Alemagna, ci sono Giusi Quarenghi e Giulia Sagramola, con Sonno gigante, assediate dai fans.


Per A buen paso c'è Miguel Pang che firma La invasiòn marciana.


La giornata in Fiera è terminata. Ultimi fans, ultime copie.




Al Museo della Musica, per l'inaugurazione della mostra I libri di Katsumi Komagata.