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mercoledì 11 dicembre 2013

Regalare parole, regalare futuro

Il 13 dicembre 2012, pensando a un invito natalizio a regalare libri ai bambini (e non solo i nostri), ci venne  l'idea delle 20 buone ragioni per regalare un libro a un bambino. Il post ebbe enorme successo, migliaia di visite e grande aprezzamento.
Al punto che, valutandone il riscontro imprevisto, decidemmo che, a partire da quel testo, in occasione della Fiera di Bologna avremmo realizzato una serie di cartoline. Affidammo la grafica del progetto a Giulia Sagramola, che rese quelle parole una vera e propria festa per gli occhi.
Oggi, a quasi un anno di distanza, vi proponiamo tutte e 20 (più una copertina) le Buone ragioni nella versione di Giulia. Lo facciamo per due ragioni. La prima è che stasera, dalle 16 alle 19, a Parma, presso l’ex IAT di via Melloni 1/A, nell'ambito dell'iniziativa I racconti di Natale, insieme a Monica Monachesi terrò un laboratorio su questo tema, durante il quale rifletteremo insieme ai bambini sui libri e sulle buone ragioni per leggere, invitandoli a trovare, scrivere e disegnare almeno 20 buone ragioni per regalare un libro a un adulto. Ne approfitto per ricordare che I Racconti di Natale, è un progetto di Istituzione Biblioteche Parma per festeggiare le feste tra le pagine dei libri. Gli incontri con autori, illustratori, narratori, si terranno dal 10 dicembre al 6 gennaio. Qui scaricate il programma.


La seconda ragione è questa: in un articolo uscito qualche giorno su dDonna di Repubblica si legge che indagini recenti indicano che, sotto i due anni, un bambino nato in una famiglia povera sente ogni giorno in media 670 parole a lui dirette. Un bambino nato in una famiglia benestante, invece, ne sente fino a 12 mila. Questo risultato evidenzia una forte correlazione fra la recettività del vocabolario dei più piccoli e le capacità di lettura dei ragazzini, perché chi sente più parole è in grado di capire più velocemente, accumula un vocabolario più ampio e farà meno fatica a imparare a leggere e a scrivere.


C'è bisogno di dire altro? Regalate parole ai bambini, e non solo ai vostri o a quelli che avete vicini, ma a tutti. Regalatele dove le parole amano abitare, come nelle scuole e nelle biblioteche, ma anche dove sono poco
di casa, e non abbiate timore a farlo, magari pensando che prima viene il necessario e poi il superfluo, ascrivendo le parole a quest'ultimo ambito. Non è così: pensate a Jella Lepman e alla sua colossale, lungimirante impresa. Regalate le parole sotto forma di libri, sì, ma anche di letture, riflessioni, pensieri, conversazioni, storie. Regalare parole significa regalare futuro, non solo ai bambini, ma a tutti, anche a noi stessi.



venerdì 18 settembre 2015

Siamo tutti storie piccole

[di Cristina Bellemo]

«… l’universo è grande così grande come
il valore di una persona».
(Arjuna, dieci anni, peruviano, in Ma dove sono le parole, a cura di Chandra Livia Candiani con Andrea Cirolla, Effigie, Il Primo Amore, I fiammiferi)

Come si fa a raccontare una storia piccola?
Be’, in quanto piccola, è presto detta.
Anzi no. Perché una storia piccola può essere anche grandissima, immensa, e può custodire in sé tanto, e tutto di noi.
Quando ho scritto Storia Piccola lavoravo ad alcuni racconti di adozione: riflettevo su che cosa significa, e che cosa provoca, l’arrivo di un bambino, in qualsiasi tempo, in qualsiasi luogo egli giunga. E riflettevo anche sulle parole per dire, sul loro coraggio e sulla loro bellezza.
Da sempre sono innamorata delle parole, sul mio biglietto da visita è scritto proprio Parole: mi incantano, mi affascinano, talvolta i loro prodigi mi disarmano e mi sconcertano.
Così è germogliato un racconto che si snoda su questi due sentieri, la vita e le parole, riuniti a un crocicchio da una convinzione profonda: ciascuno di noi è una storia piccola e però piena di dignità. Una storia che merita spazi e tempi di narrazione di sé, di accoglienza e di ascolto. Perché una storia le cui parole nessuno ascolta e nessuno dice, muore. E con lei muore la persona che ne è portatrice.
Ogni storia piccola STA nell’infinito, granellino di preziosa unicità, e RESISTE e RESISTE. E dice. E dà.


Storia Piccola inizia proprio da qui: C’era una volta l’infinito.
Ricordo con un sorriso il promettente smarrimento di Alicia Baladan davanti a questo incipit: Come si affronta una storia che incomincia così?!
Ma questa sfida, che lei sentiva grande, doveva poi guidarla a creare la meraviglia delle illustrazioni che ha disegnato per questo albo (dovete vederle: sono infinitamente capaci di significati!).
È la storia di un bambino che viene alla luce, nasce. Nel corso della vita si nasce molte volte, ma qui la novità del suo essere al mondo, in quel preciso piccolissimo luogo che è dentro l’infinito, in quel preciso piccolissimo istante che è dentro l’eternità, richiede attenzione da parte del mondo.
Un bambino che nasce è qualcosa che CI riguarda, pena la rinuncia alla nostra umanità. Lo afferma ad alta voce Arjuna, nei suoi versi riportati in apertura.


Beniamino nasce in un giorno, in una casa, in una famiglia, in un’aria, in un profumo, in un ordine o in un disordine di una stanza, alla presenza o in assenza di qualcuno, in una tonalità di luce che irrompe o nel mistero di una penombra.
Intorno, anche nella natura, tutto è fremito, e trepidazione, ed emozione per lui.
Beniamino è un principe, il suo nome significa prediletto (e perciò atteso), e la sua mamma è una Reginamamma e il suo papà è un Repapà. È una regalità fiabesca e dunque metaforica: a significare che ciascuno ha potenzialmente diritto sovrano sulla propria esistenza, e al contempo che la potenza della gioia ci fa re.
L’onda di questa gioia autentica si propaga con un’energia e un entusiasmo istintivi e bambini: è un contagio. Non ci si trattiene dal mostrarsi anche «sfrenati» in questo festeggiare. Oggetti di uso quotidiano diventano improvvisati strumenti di musica, e si mangiano leccornie come solo nelle feste eccezionali.


Poi le tappe della crescita di Beniamino sono scandite dalle parole che egli pronuncia per dire il mondo. Sono parole piene della sua stessa sorpresa. È dare nome, consistenza percepibile e condivisibile di suono a ciò che si incontra e si conosce in un primo tempo silenziosamente con i sensi, si vede, si tocca, si ascolta, si assapora, si annusa.
Nominare il mondo, per un bambino, è FARE il mondo. Far esistere ciò che è detto.
E accanto a questo, la voglia irresistibile di comunicare le proprie scoperte, che mette in gioco un tu, chiama a una relazione.
Così Beniamino dice la mamma e il papà, riconoscendo i genitori come altro da sé.
Dice se stesso, e l’impegnativa costruzione della sua identità.
Dice la sete, che è consapevolezza dei propri bisogni primari e autonomia nell’esprimerli, ma anche desiderio pervadente di conoscenza.


Dice la paura che l’incontro col mondo inevitabilmente fa scoppiare.
Dice gli amici, e la necessità di relazioni esterne ed estranee al nucleo familiare.
Dice la possibilità di immaginare, e toccare con i pensieri e le parole i mondi non ancora conosciuti, ma sognati e immaginati. Le parole sanno raggiungere anche il lontano.
Poi viene il momento di imboccare la sua strada, di dire la sua vita.
Tra le parole di Beniamino, ci sono i silenzi, preziosissimi: sono i tempi dell’attesa, della pazienza, della preparazione.
Accanto a lui mamma e papà vivono questo suo crescere, e sbocciare alla vita, con sconfinata e sbaragliante allegria.
Sicuri che tutta questa bellezza non è cosa da tenere solo per sé. È bellezza che ci permea e ci fa migliori e dunque si trasmette, e si attacca, e si appiccica, perfino indipendentemente dalla nostra cosciente volontà.


C’è un verso, in una canzone di Niccolò Fabi che si intitola Attesa e inaspettata: «chi viene alla luce, illumina». Mamma e papà desiderano subito dare il loro contributo di bene e di bello al mondo nel nome di Beniamino. Con sincera e solida concretezza, direi proprio corporea, fisica, e non nei termini di una virtuale socializzazione, di un’ostentazione autocompiaciuta, e perciò fragilissima.
Piantare un albero d’olivo che regali ossigeno e ombra con la sua chioma.
Far zampillare fontane in tutto il regno perché ci si possa dissetare.
Accogliere.
Regalare concerti fuori programma.
Fare festa.
Che bello pensare che l’arrivo di un bambino possa rendere davvero migliore il mondo!
I genitori sperimentano anche quella sbadataggine (ben nota agli innamorati…) che è necessario affrancamento dalla tirannia della razionalità, pausa rivitalizzante dal ragionare, e dal dover ponderare. Abbandono benefico alle emozioni.


Danzano sotto la pioggia senza ombrello.
Dimenticano la guerra.
Dormono con le ciabatte infilate.
Lasciano volar via le tende dalle finestre.
Che libertà!
Recuperano il loro sé bambino ma, al contempo, vivono anche il loro spazio di distanza e di indipendenza della relazione di coppia.
E forse anche di questo si nutre la loro fiducia verso Beniamino, verso il suo percorso, fino alla partenza per un nuovo viaggio, tutto suo.
Non lo hanno caricato delle loro aspettative, e hanno accolto con un senso di dono e di straordinarietà ogni suo gesto di apertura al mondo. Lasciandosi sempre sorprendere. Non permettere a una persona di sorprenderti, ingabbiandola in schemi di giudizio e di pregiudizio, è una forma di uccisione della vita, e dell’individualità.
Certamente mamma e papà gli sono stati al fianco con parole belle.

Alicia Baladan, Storia piccola in corso d'opera.

Nel periodo in cui scrivevo Storia Piccola, come dicevo, pensavo alle parole. E un giorno mi capita (non certo per caso…) di leggere nel blog di Topipittori una recensione al libro Infanzia, di Nathalie Sarraute (che ho poi subito acquistato), dalla penna di Giovanna Zoboli. Ne sono stata conquistata, forse perché parlava così direttamente a certe parti di me, alla mia personale esperienza.
Scrive Giovanna: «Le parole, i racconti che accompagnano la nostra venuta al mondo hanno il potere di determinare il corso della nostra vita, almeno fino a quando la nostra lingua, in uno sforzo titanico di autodeterminazione, non comincia a conformare questa narrazione a regole sue proprie».
Sì, sono pienamente d’accordo con Giovanna quando sostiene che le parole sono questione di vita o di morte.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

Reginamamma e Repapà di sicuro hanno circondato Beniamino di parole belle, anche se la storia vi accenna soltanto senza pronunciarle, concentrandosi su quelle di Beniamino.
E lui le ha ascoltate, e imparate, e le ha ripetute facendole sue.
Mi sono detta quanto è fondamentale che come adulti, e non solo genitori, regaliamo parole belle ai nostri bambini, con la genuinità di chi, prima ancora, le cerca instancabilmente per se stesso.
Le parole belle non sono solo quelle che dicono le cose a modino, buone e carine.
Sono le parole precise, intense, poderose, che sanno rivelare universi in poche lettere, in una manciata di note.

Alicia Baladan, Storia piccola, schizzi preparatori.

Non dobbiamo essere sciatti nell’uso delle parole con i bambini, non dobbiamo darle per scontate, non dobbiamo sottovalutarle. Dobbiamo anzi averne cura, proteggerle, sorvegliarle, sentirle come patrimonio da trasmettere. E donarle, spargerle, sparpagliarle, proferirle, annunciarle, ripeterle, sussurrarle, farle risuonare e rimbalzare. Accudirle perché crescano forti, e si arricchiscano di significati nuovi, di inedite possibilità narrative. Giochiamo, anche, con le parole, senza mai perdere di vista il loro vigore e il loro peso.
Una parola non vale l’altra, e sceglierle è un atto di rispetto e d’amore.
Diamo alle parole la dignità che chiedono, chiamiamole con il loro giusto nome. Esse possono cambiare il nostro mondo, e quindi il mondo.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

Scrive Chandra Livia Candiani in Ma dove sono le parole?, a proposito del suo lavoro sulla parola poetica con i bambini: «… ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi».
Qui sta forse anche un pezzettino di senso del mio scrivere storie piccole.
E, a questo proposito, mi piace riportare un ultimo frammento dall’articolo di Giovanna, dove risponde a chi le chiede cosa renda un testo adatto alla lettura di un bambino. «Un uso di ogni singola parola rigoroso, non casuale, appassionatamente attento, profondamente veritiero, onesto, limpido, vivo. Una disciplina delle parole “non solo inerente alla scrittura, ma a tutta la vita intellettuale (Flannery O’ Connor”)».
Vita, e parole per dirla.

Alicia Baladan, Storia piccola, tavola in corso d'opera.

lunedì 6 luglio 2015

In questa periferia dell'essere dove si sbaglia sempre


Da otto anni, Chandra Livia Candiani, fra le migliori voci poetiche italiane, conduce incontri di poesia in scuole della periferia milanese. Oggi, la sua esperienza è stata raccolta e pubblicata in Ma dove sono le parole? (Effigie, 2015; parte del materiale si trova anche pubblicato sulle pagine del blog Il primo amore, che ha curato la redazione del volume), perché, come spiega il curatore Andrea Cirolla, “il mondo merita di conoscere questa esperienza e noi avevamo il dovere di raccontarla”. Ci ha segnalato questo libro Silvia Vecchini, che da alcuni anni svolge incontri di poesia con i bambini.

Che questo libro sia nato da uno stato di necessità dell'editore lo si percepisce con chiarezza, così come lo si percepisce dell'esperienza dei bambini, 1400 in tutto nel corso degli anni, e della poetessa che li ha guidati a intraprendere la ricerca delle parole. O meglio più che da uno stato di necessità, questa esperienza da:

una sorgente che straripa dal suo alveo. Una frescura 

al centro del petto. Quest’altra intelligenza 

non ingiallisce e non ristagna. È fluida, 


e il suo movimento non è da fuori a dentro 

attraverso le condutture di un sapere idraulico. 

Questo secondo sapere è una fonte 

che da dentro di te va verso l’esterno.

Sono parole tratte da Due tipi d’intelligenza, poesia citata da Chandra Livi Candiani nella introduzione del libro, e appartengono al poeta Giallâl ad-Dîn Rûmi, nato nel 1207 in Afganistan, morto in Turchia dove è venerato come un santo e un maestro mistico. Parole che Candiani ha tradotto dalla versione inglese The essential Rumi (Harper San Francisco) per i bambini con cui fa poesia: italiani e stranieri, figli di immigrati da ogni parte del mondo.

Il libro è articolato in otto nuclei tematici: Il silenzio; Il mondo, L’autoritratto (talvolta è «La vita di»), Le parole, L’addio; poi Quello che conta (talvolta quello che «resta»), I grandi, Che cosa è la poesia. Un'ultima sezione è dedicata unicamente ai componimenti dei bambini rom, scomparsi dalla scuola dopo l’ultimo sgombero. Alcune sezioni sono precedute dal dialogo di Chandra Livia Candiani con Andrea Cirolla, e ripercorrono i momenti salienti e le motivazioni di questo lavoro poetico sviluppato per e con i bambini.

Racconta Chandra Livia Candiani:

I bambini sono di otto, nove o dieci anni. Ci sono pochi italiani, sono per lo più migranti che vengono dai paesi più diversi: Cina, Uruguay, Brasile, Panama, Perù, Colombia, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Filippine, Marocco, Tunisia, Russia, Romania, Ucraina. Alcuni sono appena arrivati, altri sono in Italia da tempo, altri sono nati qui.
[...]
Non inizio mai spiegando loro cos’è la poesia, ma segnando un leggero e variabile percorso per andare insieme in cerca del luogo in cui abitano le parole.
 
Ma dove sono le parole? Un verso di un anonimo poeta nicaraguense dice: «Un poeta siente»: un poeta sente, percepisce, avverte, intende, ha sentore e presentimento. E così giochiamo con il sentire e scriviamo le tracce che i sensi lasciano in noi.
[...]
Inizio spesso i miei seminari con il tema del silenzio. Perché i bambini conoscono per lo più il silenzio teso, il comando a cui si obbedisce facendosi piccoli, raggrinzendosi. E invece cerco di trasmettergli un silenzio che allarga, il piacere del silenzio che è ascolto di sé, del mondo, dell’altro, della sinfonia di cui facciamo parte. È con meraviglia che scoprono il mondo che il silenzio rivela. E alla fine gli dico: ora vi do un compito che dura tutta la vita. E loro abbassano le orecchie, ma quando dico: ascoltare il silenzio, farci tana, aspettare lì le parole, ridono.
[...]
Non è sempre facile arrivare alla frescura al centro del petto, alla fonte, bisogna avere spirito d’avventura, curiosità, coraggio, fiducia e partire da qui, da ora, dal corpo. 
Proprio ora, proprio qui, chiudo gli occhi e sento se ci sono davvero, se il corpo è davvero seduto a terra, se sento il pavimento, se davvero respiro, se sento il mio respiro che dalle narici raggiunge la pancia, se sento il suo viaggio verso l’esterno, dalla pancia alle narici, e le mani, sono calde, sono fresche, sono gelate. E cosa provo, che stato d’animo ho, cosa naviga o galleggia o va a fondo o vola in me. Proprio ora. Proprio qui. 
Ecco, per sapere dove sono le parole, per iniziare un viaggio verso la poesia, bisogna che qui ci sia un corpo. Un respiro. Un sentire. E poi una storia, la nostra, ognuno la sua. E della storia fa parte la geografia. Per questo chiedo spesso ai bambini, oltre al nome e all’età, di dire il loro “paese-radice”.
[...]
Non ho nessuna pretesa che qualcuno leggendo questo testo o partecipando a un seminario di poesia possa diventare poeta, ma ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi.
[...]
Il primo anno, a scuola, non sapevo che vicino c’era un grande campo di rom, che poi è stato sgomberato e distrutto. Le etnie erano tante e i rom avevano tratti molto simili a bosniaci, rumeni, albanesi; non li avrei distinti. Erano anche vestiti molto bene, molto meglio degli altri; più tardi ho scoperto che i loro vestiti venivano da un ente benefico e li ricevevano a scuola. E a scuola nel bagno delle maestre c’era shampoo e bagno schiuma e potevano farsi la doccia. Ma io li ho incontrati la prima volta, come gruppo o tribù, perché ero sorpresa che alcuni bambini in una classe scrivessero sempre della notte ed era evidente che la conoscevano molto bene. E parlavano delle notti fredde d’inverno, del pericolo della pioggia, del fango. E degli incendi. Quando l’ho detto stupita a una maestra, lei mi ha risposto: «Sono rom, vivono al campo, nelle baracche, certo che conoscono la notte».

Abbiamo estrapolato questi brani dal contesto del libro per darvi un saggio della sua tonalità e di quello che in esso potrete trovare, tenendo ben presente che in queste pagine ogni parola ha un posto e un senso fondamentali nella comprensione del lavoro poetico dell'autrice e dei bambini.

Leggere di “frescura al centro del petto”, di “respiro” e “pavimento” e “terra”, di “Proprio ora, proprio qui” mi ha fatto venire in mente un libro appena finito di leggere: Diario di scuola di Daniel Pennac (trad. Jasmina Melaouha), appassionata riflessione a partire proprio dal dolore e dall'angoscia dei respinti a vita, dei somari per destino, sull'insegnare, sulla vitalità salvifica della parola, sul legame fra maestro e allievo, sulla nozione di amore come centro della relazione pedagogica.
E, infatti, proprio la presenza dell'insegnante in classe, il suo esserci con il corpo, l'anima, la mente e tutto se stesso è la condizione prima e unica per una presenza degli allievi.

Spiega Pennac: Una sola certezza. La presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all'intera classe e a ogni individuo particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale per i cinquantacinque minuti in  cui durerà la mia lezione.[...] .

In un bellissimo scritto apparso su Vibrisse, nella rubrica La formazione della scrittrice, che potete leggere integralmente qui, si legge quale fu il rapporto di Chandra Livia Candiani dapprima con la scuola e quindi le parole della letteratura.

A scuola ero un asino. Facevo fatica a capire un po’ tutto. Soprattutto i numeri, per esempio che avessero un nome, perché sapevo che tre e due fa qualcosa ma il nome cinque non sempre saltava fuori. Molte lettere poi le avevo imparate al contrario, perché il mio primo maestro involontario era stato mio fratello. Lui studiava seduto alla scrivania, io mi piazzavo di fronte a lui appollaiata su uno sgabello, con davanti foglio e matita e ogni tanto gli chiedevo: “Che lettera è questa?” E lui, distratto: “A”. E io la disegnavo, diligentemente, al contrario. Così sembravo scema a scuola. Non sapevo spiegare il perché, tutto qua. [...]
Ho continuato ad andare male a scuola. Soprattutto, non capivo la punteggiatura, mettevo le virgole dove pareva a me, un bisogno di una pausa piccina, un fiore o un’erba sul ciglio della pagina, macché, la maestra era furente e una volta disse: “Candiani, quando sarai una grande scrittrice farai quello che vuoi tu, adesso segui quello che ti dico io, una volta per tutte!” Era così ironica, visti i risultati scolastici, che tutte scoppiarono a ridere, ma in segreto mi rimase che c’è una categoria di persone che fa quel che vuole con le virgole. 
Ho cominciato a leggere di nascosto, perché un somaro non legge libri, al massimo giornalini. Io prendevo i libri di mia sorella, alle medie leggevo sotto il banco Goethe, Dostoevskij, Tolstoi, Thomas Mann, Musil e via e via, i grandi classici ma di nascosto, come un furto. E Calvino, tanto Calvino. E Ungaretti e Quasimodo e Montale e Pavese. Non so bene com’è andata che ho cominciato a comprare i libri di poesia, i miei libri. In realtà, cercavo la poesia dappertutto, mi stufavo appena uno scrittore si dilungava, mi sentivo abbandonata appena scriveva cose senza sussulto. Cercavo vie di comprensione del mondo e della vita fulminanti. Cercavo la poesia. Sempre leggevo di nascosto, dovevo mantenere la mia identità somara e un po’ scema, mi sembrava un sacrilegio leggere quei libri, temevo che da un momento all’altro qualcuno, a casa o a scuola, avrebbe urlato: “Come ti permetti!” Un paio di volte è successo quasi quasi così. Comunque, mi è rimasto un senso di clandestinità con la cultura, leggo voracemente, famelicamente, e di nascosto, un po’ in un equilibrio precario, con posizioni sbilenche, appena appoggiata a un muro, sdraiata di traverso, in tram. Spesso, scrivo per terra, un foglietto sul pavimento e una matita. Il tavolo è per il computer e le traduzioni, la terra per la poesia. Scrivo in fretta, all’insaputa di me, se no mi sgrido: “Come ti permetti, somara!?”, correggo dopo, in un secondo, terzo, ventesimo tempo o butto tutto.

Anche in questo caso viene in mente Pennac, quando alla fine del suo libro immagina un dialogo con il somaro che è stato:

Siete tutti uguali, voi prof! Quello che vi manca sono dei corsi di ignoranza! Vi fanno dare esami e concorsi di ogni genere sulle vostre conoscenze acquisite, quando la vostra prima qualità dovrebbe essere la capacità di immaginare la condizione di chi ignora tutto ciò che voi sapete! Sogno un esame di abilitazione in cui si chieda al candidato di ricordarsi di un insuccesso scolastico... […] che vadano a rivangare fra le materie che non amavano. Che si ricordino delle loro lacune in fisica, della loro incapacità in filosofia, delle loro scuse patetiche in ginnastica! Insomma è necessario che coloro che pretendono di insegnare abbiano una visione chiara del loro percorso scolastico. Che riprovino un poco la loro condizione di ignoranza se vogliono aver una minima possibilità di tirarcene fuori.

Scrive Chandra Livia Candiani:
Che razza di lavoro è questo dei seminari di poesia alle elementari? Meno male che sono capitata subito in scuole dove il permesso di essere dove si è non è scontato, è conquista faticosa, è abitare a lungo di nascosto, di sfuggita. Perché a scuola io sto così. Ed è da lì che parto, da quel senso di non c'entrare tanto, di non fare famiglia, né tribù, né mondo con nessuno e, guarda cosa va a succedermi, incontro bambini che partono proprio da lì, ma non come sensazione, come situazione. Ecco dove ci incontriamo, in questa periferia dell'essere dove si sbaglia sempre, sì è fuori luogo, si vacilla fortemente e si vive senza rete. Ma si è acrobati quasi nati, si impara veramente da subito. Come respirare con soggezione, come occupare poco spazio, come irradiare gioia dagli occhi, come scoppiare di felicità se ti danno campo aperto, come saper andare via. Gli immigrati sanno andare via. Sanno dire addio. Non è poco. È una grande disperata risorsa. […] Quando vado a scuola voglio dare la mia faccia e il mio corpo, presenti lì, a dire: sono qui per voi, per accogliervi e ascoltarvi. Voglio dare uno spazio di parola. Ampia. Calda. Necessaria. Giocosa. Dritta alla comunicazione. In dentro. In fuori. Dritta allo sbaglio. In equilibrio. Tra il rispetto e la gioia. Tra la dignità e il nulla dell'altra lingua.”

Leo, otto anni.
Quello che conta
è la formica.
È tutto che conta.
È sacro.


Elias, nove anni, egiziano
I grandi sono gente che salgono la torre inabitata
cose e oggetti che si buttano da soli
rompono le porte
distruggono le nostre anime.


Luka, dieci anni, albanese.
Il mio ritratto

Il nove luglio nacque il rumore
che faceva molta confusione
con movimento e paura,
l'incertezza eccola
sono io.


Christian, 10 anni, filippino
Grazie per la sedia 

ed avermi dato una casa, 

io sono piccolo, 
ma dentro 
sono gigante 
che è sbocciato 
da una briciola


Marian, 10 anni
L’amicizia è una giacca leggera,

una bellezza che non si può restituire.
Amore incancellabile, incontenibile,

immisurabile, ricaricabile, indescrivibile.

L’amore è infinito ogni modo d’amare

è come un oggetto.


Marius, nove anni
Il silenzio

Paura volio giocare ma o paura
volio dire qualcosa ma o paura
volio cantare ma o paura
tui mi prendono in giro e o paura
o paura di tuto e sono da solo.
Silensio.

Il silensio mi pasava tra le vene
sembra infinito il silensio.


Maria, 9 anni
Oggi la neve

mi ha toccato
 dentro al cuore.
La mia mamma è come un uccello che vola

una campana che canta.


Ramayana, 9 anni
Le mani che scrivono le poesie

sono le stesse mani

che fanno le pulizie.


Willi, 10 anni
La mia casa interiore

Io sono stonato 
e la mia anima si si si sissi sissi sissi
vuole carezza 
la mia morbida anima.


Nelle scuole italiane succedono cose importanti di cui nessuno sa e se le si sa, le si orecchia male e le si racconta sbagliate. Invece è bene che si sappiano queste cose, e con precisione.

lunedì 7 luglio 2014

Perché scegli quel libro?

ovvero Venti buone ragioni per regalare un libro a un bambino


Perché amo leggere? Ve lo siete mai chiesti?
Io non lo saprei argomentare compiutamente, direi subito, di botto: ma perché uno non dovrebbe amare la lettura? Come si può vivere senza aver conosciuto Peter Pan, Matilde, Mattia, Spotty, il Brucomaisazio, Ferdi, Giulio Coniglio, Stella, la pulcetta grassa, Cybelle, Tiffany, Puzzy, Harry Potter, Rudiger, Cipì, Danny, Africa, il GGG, Jim Bottone, Opal...? Cappuccetto Rosso dove mai lo incontrerai se non in un libro? La storia del gatto con gli stivali come potrai immaginarla, se non hai mai sfogliato un libro…
E potrei andare avanti a enumerare esempi.

In questi mesi ho avuto modo di osservare da vicino i bambini della scuola dell’infanzia di mio figlio Saverio nel loro rapporto con i libri. In particolare ho avuto modo di vederli leggere, sfogliare e, infine, scegliere tra tanti libri e ho potuto chiedere loro: «Perché hai scelto quel libro?».
Così ci siamo seduti, in cerchio, su comodi cuscini e ognuno, con il libro scelto fra le braccia, ha provato a raccontarmi che cosa lo aveva colpito e che cosa lo aveva spinto a sceglierlo.


La mia prima reazione è stata di scoraggiamento: le risposte sembravano stereotipate, banali, scontate. Forse avrei dovuto fare altre domande. Poi, ripensandoci, ho capito: dovevo smettere di essere nella parte del “grande” che giudica e registra, e invece mettermi nei loro panni per arrivare al cuore delle loro ragioni, cercando quella profondità che sempre mi stupisce, quando le si dà occasione di svelarsi. E sapete il risultato? Le ragioni non sono poi tanto differenti dalle 20 ragioni per regalare un libro un bambino dei Topipittori.

Una breve (circa) premessa, per aiutarvi a mettervi a livello bambino!
I bambini innanzitutto sono rimasti spiazzati dall’esperienza che si può fare del libro. Il fatto di poterlo ascoltare, toccare, accarezzare, maneggiare… per molti è stata una novità assoluta. Nell’immaginario il libro apparteneva al pianeta delle attività barbose da fare seduti, lontani da tutto ciò che piace: la scoperta di potersi sdraiare, di poter toccare e manipolare, la scoperta che il libro ti segue in quel che fai, che parla la tua lingua e che non si rompe se lo sfogli, non ti sgrida se lo gratti… è stata una scoperta vera.
Inconsciamente tutti i bambini ricercano nella lettura un'esperienza empatica. Ricercano il noto, ciò che conoscono e amano: per chi legge poco questo coincide con l’identificazione e la preferenza per temi familiari (innanzitutto gli animali o i personaggi dei cartoni animati), per chi invece è un po’ allenato questo significa scegliere libri conosciuti o storie già ascoltate. Questa dinamica, a mio avviso, nasce non tanto dalla limitatezza dell'orizzonte visuale e culturale praticato, quanto dal fatto che la lettura è associata a un rapporto personale e soddisfacente sempre ricercato dai bambini: una comfort zone, dove si è circondati da elementi amati.


Durante la lettura di alcuni libri, i bambini sono rimasti incantati: tutti, senza eccezione. Commoventi e memorabili i volti partecipi alla lettura: le manine sulla bocca nei passaggi di maggior pathos, gli occhi sgranati alle inaspettate svolte di pagina e trama, la partecipazione per nulla impacciata alla creazione di suoni e atmosfere. Il godimento emozionale è stato tale che, anche dopo alcune settimane, mentre andavo a prendere mio figlio, mi è capitato di essere fermata da bimbi che mi chiedevano di leggere per loro.


La scoperta è stata anche visiva: nei libri ci sono cose che i bambini non pensavano/sapevano ci fossero. Hanno scoperto personaggi più intriganti di Peppa Pig, di Jake il pirata o delle Tartarughe Ninja, hanno conosciuto principesse spigliate ed eleganti molto più moderne della più moderna Cenerentola. Senza sorvolare sul fatto che il loro mondo immaginifico è talmente fervido che i pallini colorati di Lionni o di Tullet hanno lo stesso potere catartico di figure assai più delineate e consuete come ad esempio i vari animali.

Ecco dunque le loro ragioni, accanto alle ben più note Venti buone per regalare un libro ad un bambino.

1) Per fargli frequentare un sacco di esseri e cose che non avrà mai la possibilità di incontrare di persona.
«Perché ci sono gli elefanti rosa».
«Perché ci sono tutte le ruspe del mondo!».
«Beh, mi piacciono i mostri!».

2) Perché se legge un libro, poi può leggere una nuvola un gatto un albero una persona.
«Fa i versi degli animali e io li riconosco».

3) Per divertirlo come ti sei divertito tu.
«Perché mi piacciono le barzellette», a proposito di un inaspettato libro sull’arca di Noè.

4) Perché se non sai fare i pacchetti è la cosa più facile da incartare (o da impilare).
Alcuni bambini della classe primavera (1-2 anni) hanno sistematicamente creato pile e costruzioni di libri: a un certo punto ci muovevamo in una cattedrale.

5) Perché se hai azzeccato la scelta, ti ricorderà per tutta la vita, te e il libro.
«Perché hai detto che è magico».

6) Perché poi te ne regalerà uno lui, bellissimo.
Beh, questo lo spero io!


 7) Perché in una pagina non c’è tutto quello che c’è tra terra e cielo, ma abbastanza da non perdere la speranza.
«Perché ci sono le pecore».
«C’è il mare».
«Ci sono tanti camion diversi».
«Perché ci sono i pinguini».
«Ci sono due genitori».

8) Per spiazzarlo (o spiazzarti).
«Perché ci sono i numeri. Non avevo mai visto un libro sui numeri».
«Ci sono i dinosauri: e sai che fa anche un rutto?».
«Perché fa quello che vuole.». *o*

9) Perché un libro è leggero (e peloso, e di stoffa, e ruvido…) anche se pesa.
«Perché è peloso e ci sono i cani».
«Si può grattare e accarezzare».


10) Perché un libro è la prova dell’invisibile.
«Perché c’è Gesù!».
«È la storia di Gesù quando è nato: sai che è nei nostri cuori?».

11) Per dirgli che con le parole può fare un sacco di cose interessanti (che magari può evitare di fare effettivamente!).
«Perché hanno rubato un pollo».

12) Perché i libri si regalano solo a quelli in cui si ha fiducia.
«Perché lo ha scelto il mio amico».

13) Per regalargli un bel momento di silenzio dentro e fuori di lui.
«Si può fare il puzzle» e la concentrazione è una virtù rara, e noi grandi (maestre comprese!) ci siamo goduti mezz'ora di silenzio beato, senza averli dovuto richiamare neanche una volta.


14) Per fare un dispetto a chi sogna un Paese di analfabeti.
«C’è un incendio da spegnere, gli incendi come quelli che spegne il cane dei Paw Patrol». E se ci diverte con gli incendi, nei libri, forse si guarderà meno televisione e si impareranno più parole (sull’equipaggiamento dei pompieri, sicuramente).

15) Perché degli ignoranti non se ne può più (ma dei bambini che imparano analogicamente la lingua non se ne ha mai abbastanza).
«Mamma, ma se i libri li vende il libraio, il Duplo lo vende il duplaio, nelle cave lavora il cavaio e il letto lo fa il lettaio!». Non fa una piega.

16) Perché se è piccolo diventi grande e se è grande, torni piccolo.
«Mi piacciono le moto, io vorrei guidarle».
«Io da piccola collezionavo i dinosauri!». Questo l’ho ammesso io.

17) Perché ha la capacità di trasformare il piombo in oro (e i bambini in zombie!)
«Perché fa paura e io sono una zombie, a carnevale».

18) Perché cosa altro regalare a chi capisce e vede tutto?
« Eh, ci sono i puntini gialli blu rossi e gialli…».

19) Perché hai pochi soldi ma vuoi fargli un regalo bellissimo.
«Mi piacciono i camion»: non sottovalutate il risparmio, nel comprargli un libro piuttosto che un camion ;)

20) Perché gli vuoi troppo bene per regalargli qualsiasi altra cosa.
«Perché c’è tutto quello che voglio!».

Siete ancora in tempo per regalarne uno alla biblioteca di classe: qui c'è la nostra wish list, con i libri che non sono stati acquistati in queste settimane!

(ringraziamo Maria Polita e l'asilo di Saverio per la concessione dell'uso delle immagini a corredo del post)


giovedì 13 dicembre 2012

20 buone ragioni per regalare un libro a un bambino

Perché se è  piccolo, diventi grande e, se è grande, torni piccolo.

Perché un libro è leggero, anche se pesa.

Perché un libro è la prova dell'esistenza dell'invisibile.

Perché degli ignoranti non se ne può più.

Per divertirlo, come ti sei divertito tu.

Perché se hai azzeccato la scelta, ti ricorderà per tutta la vita, te e il libro.

Per spiazzarlo!

Perché poi te ne regalerà uno lui, bellissimo.

Per fare un dispetto a chi sogna un paese di analfabeti.

Per dirgli che con le parole può fare un sacco di cose interessanti.

Perché in una pagina non c'è tutto quello che c'è fra la terra e il cielo, ma abbastanza da non perdere  la speranza. 

Perché se non sai fare i pacchetti, è la cosa più facile da incartare.

Perché i libri si regalano solo a quelli in cui si ha fiducia.

Perché se legge un libro, poi può leggere una nuvola, un gatto, un albero, una persona.

Per regalargli un momento di silenzio, dentro e fuori di lui.

Per fargli frequentare esseri e cose che non avrà mai la possibilità di incontrare di persona.

Perché cos'altro regalare a chi capisce e vede tutto?

Perché ha la capacità di trasformare il piombo in oro.

Perché gli vuoi troppo bene per regalargli qualsiasi altra cosa.

Perché hai pochi soldi , e vuoi fargli un regalo bellissimo.


Per leggere, clicca sull'immagine.

martedì 9 aprile 2013

Le affinità elettive di Katrin

Di questo libro sono debitrice a Giulia Mirandola. Mettere il naso nella sua biblioteca è una gioia, quando la andiamo a trovare a Rovereto. Giulia è curiosa come un uccello e, se si mette sulle tracce di un libro che le interessa, è disposta ad attraversare il globo terrestre (anche perché fare le valigie le piace molto). Perciò, a casa sua si trovano sempre cose interessantissime e sconosciute che viene subito voglia di rubare.
È stato da uno scaffale della sua libreria che è saltato fuori Stark Wie ein Bär di Katrin Stangl. Probabilmente è bastata la copertina, a conquistarmi, con quell'orso che sembra un cugino del dio Anubi e quella ragazzina robusta che se lo tiene sulle spalle, in un gioco acrobatico fra compari.
Un'occhiata all'interno, in quella festa di forme animali e infantili intrecciate nel racconto di quell'antica comunione fra uomo e animale che si rifonda a ogni nuovo bambino che viene al mondo, e sono tornata a Milano decisa a pubblicarlo. Quel libro, infatti, Giulia, che oltre a essere curiosa come un uccello è anche generosa come un baco da seta, me l'ha regalato (e poi l'ha anche tradotto). Così l'ho potuto mostrare a Paolo e a Valentina che hanno sposato l'idea di metterlo in catalogo. In questo modo, semplice e immediato, è nato Forte come un orso, una delle nostre novità della primavera 2013, da poco in libreria (e siamo molto lieti di sapere, notizia freschissima, che IBBY Germania lo abbia selezionato per presentarlo la BIB di Bratislava.)


Katrin Stangl in Italia ha pubblicato qualche anno fa, per Corraini, I musicanti di Brema. Mi è subito piaciuto il segno modernissimo e al contempo arcaico con cui questa autrice si avventura alla scoperta del fiabesco. In Forte come un orso, Katrin diventa anche autrice, mettendo al centro del libro quell'attitudine umana a esprimere il proprio mondo interiore attraverso caratteristiche animali. Un'idea semplice, ma forte, perché forte è il bisogno dell'uomo di trovare corrispettivi di sé in quello che lo circonda, di darsi creativamente spiegazione del proprio essere attraverso ciò che è simile e, insieme, distante. Come un animale, appunto.


Di questa antica e ancora attuale identificazione, è il linguaggio, prima di tutto, a dar conto. Non per niente in tutte le lingue del mondo si trovano modi di dire che portano a popolare il quotidiano dell'uomo, anche nella sua versione più urbana e tecnologica, di volpi, leoni, uccelli, lupi, cerbiatti, serpenti, a seconda della latitudine.


Nessuno come i bambini, poi, sa giocare attraverso l'immaginazione, le immagini e le parole, con la possibilità di entrare in contatto con la dimensione selvaggia e profondissima dell'animale. E questo lo dico sia come autrice di numerosi libri che raccontano questa esperienza, sia memore del rapporto che col mondo animale ho avuto fin da che ero piccolissima.


L'idea, elementare, di questo libro è condotta visivamente dalla Stangl con una finezza e una maestria che ne salvaguardano lo spessore: bambini e animali formano coppie perfette che suggeriscono comunioni profonde, amicizie intense, amori in corso, affinità elettive. La presenza animale e quella infantile formano accordi armonici che di pagina in pagina orchestrano umori, caratteri, stati dell'essere e dell'animo.


Forse per questo, alcuni giorni fa, sfogliando il libro, mi è tornato in mente la Bussola d’oro di Philip Pullman, primo romanzo della trilogia Queste oscure materie. In questa storia, imperdibile per lo straordinario spessore psicologico, ogni personaggio umano è accompagnato da un daimon sotto forma di animale: sua parte spirituale e segreta, suo doppio, insostituibile compagno di sesso opposto al proprio, che dialoga incessantemente con la parte più profonda di sé, salvandola dalla deriva del dolore, dell'incomprensione e della solitudine.


I daimon descritti da Pullman possiedono la meravigliosa capacità, durante l'infanzia dei loro umani, di mutare forma a seconda dei momenti, delle situazioni, come sensibilissimi sismografi emotivi. Nell'età adulta, invece, tale facoltà proteiforme cessa, e il daimon si fissa in una immagine definitiva che identifica per sempre la persona. Uno spunto da tener presente e approfondire, utilizzando questo libro della Stangl con i bambini. (gz)


Stacchetto pubblicitario: Ci sono molte buone ragioni per regalare questo libro a un bambino. Venti le potete leggere qui. Ciò fatto, potete correre a comprarlo nelle migliori librerie del Regno o, se preferite, acquistarlo comodamente online qui.