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mercoledì 8 ottobre 2014

A pagina 177 si parla di altruismo

Chi segue questo blog e legge Gli anni in tasca, sa che i Topi amano Ugo Cornia.
Peraltro lo amavano anche prima di diventare Topi e per due ragioni: 1) perché aveva un cognome tipico modenese e anche loro sono mezzi modenesi; 2) perché avevano scoperto che ha una casa sull'appennino tosco-emiliano, e anche i Topi ce l'hanno 3) perché avevano letto Sulla felicità a oltranza, il suo primo romanzo, quello da cui avevano tratto le notizie 1 e 2, e subito era diventato uno dei loro preferiti, e infatti i Topi da bravi si erano subito messi ad aspettare il secondo. E poi il terzo, il quarto eccetera. Poi sono diventati Topi e gli hanno fatto scrivere loro un libro che s intitola Autobiografia della mia infanzia (questa storia l'abbiamo già raccontata qui). 

I Topi sono fra quelli a cui Cornia legge le cose per telefono prima che escano. Che già in sé ti fa capire che diventare editori non è la quotidiana e stratosferica pila di scocciature da risolvere che a volte ti sembra (ed in effetti è).
Il nuovo libro di Ugo Cornia si intitola Animali. Topi cani gatti e mia sorella. E noi siamo contentissimi di questo libro e del racconto ai topi dedicato, che contiene un viluppo di complicate storie topesche. Direi quasi che ne siamo fieri perché nel nostro cervello rattone è come se pensassimo che l'ha scritto un pochino anche per noi. Per cui oggi più che stare a scrivere di come Cornia concepisce l'idea di animale, cosa che peraltro è chiarita benissimo nella citazione in epigrafe al libro, di Ulrich Beck, che dice: "Lo sforzo di determinare questo concetto è simile al tentativo di inchiodare un budino alla parete.",  vi riportiamo questo brano sui topi che a breve andrete a leggere che racconta dei topi che insieme a Cornia e a sua sorella abitavano nella casa di Guzzano, che è quella che Cornia ha sull'appennino tosco-emilano, per l'appunto. E a un certo punto ci abitavano in troppi in casa, per cui si è dovuto pensare a come rimediare a questa invasione.
E tornando a noi, comunque è verissima questa cosa dei budini attaccati ai muri. Specialmente da quando c'è facebook che è una specie di collezione mondiale di filmati di un minuto dove animali di tutti i generi, dagli scimpanzé ai bruchi, fanno di tutto e per lo più cose stupefacenti, che si spera gli etologi stiano facendo una banca dati di questi filmati e li studino e ci spieghino perché per esempio un gruppo di capretti si metta in coda per salire su uno scivolo e vada sullo scivolo venti volte di seguito. Che certo stupiranno anche moltissimo le cose pazzesche che fanno gli animali sugli scivoli e non, ma ancora di più stupiscono tutti questi esseri umani che passano il tempo a filmare, postare e guardare filmati di animali su facebook, come se stessero cercando di farsi venire in mente delle cose di cui non ricordano più niente.

Nel mese di ottobre Ugo Cornia presenterà e leggerà Animali. Topi cani gatti e mia sorella a:
Bologna, Libreria delle Moline, venerdì 10 ottobre, alle 21;
Pistoia, Libreria Spazio, sabato 18 ottobre;
Milano, Libreria Gogol, giovedì 23 ottobre, alle 19.

Anche se dopo avevo pensato che se c’erano dei rapaci notturni che venivano a caccia di topi nel granaio, ogni volta che uno si fa la derattizzazione al fine di fermare l’invasione, chissà anche quante civette e allocchi che ci lasciano la pelle, perché riuscire a fare delle scelte equilibrate, e a far quadrare il tutto, è sempre una cosa di una grande difficoltà: i topi stanno iniziando a invadere il piano di sopra e tu decidi di mettere il veleno perché stanno diventando troppi, e se continua così fra poco troverai completamente invase le parti di casa abitate da te, e ti stufi di trovarti sempre i letti sporcati e di dover lavare tutte le lenzuola e le coperte, e i piatti e le pentole, ma visto che i topi ti riempiono il granaio, anche l’allocco inizia a entrarti in granaio, che c’ha i finestrini aperti, e a mangiarsi tutte le notti qualche topo, che sarebbe una buona cosa, ma se tu avveleni i topi, il gufo mangia il topo appena avvelenato, che da vedere è ancora vispo ma pieno di veleno, e visto che il topo era già pieno di veleno, va a finire che muore anche il gufo che l’ha mangiato. E tutto questo ti dispiace.
E questa cosa dei danni collaterali è sempre stata tremenda, non soltanto per i gufi, che muoia un gufo è una cosa che ti dispiace moltissimo, ma ti dispiace moltissimo anche che muoiano i topini piccoli, quelli tipo le arvicole, che in casa si sono sempre infilate ma non mi hanno mai dato problemi. Io li ho visti passare di qua e di là fin da piccolo, e quando io ero piccolo e un topino passava da qualche stanza infatti c’era subito qualcuno che mi diceva Ve’ un topo… ve’ che bel topino, guarda, ma queste frasi, dette magari dalla zia Maria, o dal nonno o dalla mamma, mi sono sempre state dette con un tono di voce che comunicava che era una piccola festa riuscire a vedere un topino, non che era una cosa da spaventarsi, e anche mia madre non riusciva a cedere all’idea di avvelenarli e pensava e diceva Ma che male ti fanno? Quindi li abbiamo sempre lasciati stare in casa, bastava che non diventassero troppo numerosi. E tra l’altro, a ripensare a queste cose mi viene in mente che mio nonno, che è morto che io non avevo ancora compiuto sei anni, e quindi io avrò avuto quattro o cinque anni a quell’epoca, e quello che mi viene in mente è che mio nonno metteva queste due o tre trappole, ma di quelle fatte a gabbietta, non a molla, e poi andavamo insieme in cantina a vedere se c’era rimasto il topo, e il topo spesso ci rimaneva, perché mi ricordo che poi metteva la gabbia sulla tavola e lo guardavamo, ma non erano topini, erano già topi di taglia media, se no sarebbero passati in mezzo alle sbarrette della gabbia, e il topo se lo guardi si vede che un po’ si spaventa, perché si sistema sempre nell’angolo in fondo della gabbia, ma c’ha anche il naso che ti punta, anche se un po’ tirato indietro anche lui, perché si vede che ti annusa mentre guarda, e poi mi ricordo che andavamo
a mollarli in fondo all’orto, o giù nelle piantate (tra l’altro il topo, quando corre, con quel sedere un po’ grasso, e andando a saltelloni, fa piuttosto ridere). E quindi non sono stato abituato alla paura e all’odio del topo, quanto piuttosto alla meraviglia di vederli. E infatti in verità, se devo essere sincero fino in fondo, a me dispiace anche per i ratti, che sono animali che io ho sempre ammirato per i loro numeri di grande equilibrismo su tubi, fili e mobilio: una sera entro in cucina e accendo la luce, e c’era qualcosa di strano che era strano, e strano e basta, per un po’, forse cinque secondi, come quando appunto percepisci qualcosa che non percepisci chiaramente, giusto per cinque secondi, perché dopo lo percepirai chiaramente, e lo strano era che c’era un ratto perfettamente fermo e in equilibrio su un tubo orizzontale, messo esterno per non spaccare il muro, e il topo era lì, immobile, e mi guardava con la coda dell’occhio, e poi l’ho visto anch’io, e gli ho fatto un urlo, e non l’avessi mai fatto, ha fatto il tubo a gran velocità, è saltato nella piattaia, poi nel lavandino, poi sotto un mobile, e via che ti devi rilavare tutti i piatti. Ma quando era immobile sul tubo era meraviglioso.
E quindi pietà, un po’ di pietà per tutti, anche per i ratti, tanta pietà per il cadavere quanta pietà per il vivo che quel cadavere deve esser stato una volta, prima di morire, questo senso di pietà per il cadavere scoppiato e rinsecchito, con quella bocchina aperta e tutti i dentini che si vedono, e gli occhi che non ci sono più, e anche un po’ di pietà per te, perché non ci puoi più restare in casa se ci stanno centocinquanta ratti, e quindi li avveleni, perché a un certo punto non puoi fare altro che avvelenarli.
Anche se io i ratti li ho sempre ammirati anche per la loro grande organizzazione sociale, così simile alla nostra. Tra l’altro, parlando di organizzazione sociale, Giuliano Della Casa una volta mi ha raccontato una storia sui ratti che mi ha sempre lasciato così ammirato, perché nella casa in cui abitava prima, in via Sant’Agostino, di fronte alla chiesa, lui abitava in questa casa al quarto piano, ma aveva il suo studio di pittore al piano terra, che erano due stanzoni messi a L, e uno dei due stanzoni si affacciava su via Sant’Agostino, dove si entrava, ma dall’altra parte aveva una porticina che si affacciava sul cavedio interno della casa, e d’estate Giuliano la teneva sempre aperta, in modo che facesse corrente con l’altra porta, così tirava un po’ d’aria. E un giorno Della Casa era lì con qualcuno e di colpo vede una pantegana che si infi la dentro, dalla porticina del cavedio, poi scappa fuori subito. Però, visto che questi stanzoni avevano per terra delle tele, e un sacco di altra roba, e uno dei due stanzoni fungeva più o meno da magazzino, a Giuliano gli era venuta paura che quei topi magari si infilavano chissà dove e dopo eccetera eccetera, e facevano i figli e così via, e non te ne liberavi più; quindi è andato in una ferramenta lì vicino per prendere del veleno e sistemare la situazione prima che si impiantassero dei ratti a vita stabile nel suo studio. Allora in ferramenta gli spiegano come funziona il veleno e lui dice No, perché gli faceva troppo senso, di conseguenza gli consigliano la famosa colla, e gli dicono di prendere un’asse di legno e spalmarci sopra la colla e quando il topo è rimasto incollato uno va lì e gli spacca la testa con una bastonata, oppure lo pesta. E Della Casa dentro di sé pensava che il veleno non gli piaceva, ma anche la colla, lui non ce l’avrebbe mai fatta a andar lì dal topo e spaccargli la testa a bastonate, allora ha pensato che se per caso un topo finiva nella colla, lui lo lasciava lì incollato finché non moriva di fame. Quindi ha comprato la colla, ha preparato l’asse con la colla spalmata, poi l’ha messa nel cavedio, vicino al centro del cavedio dove c’era una buchetta dell’acqua che buttava nella fogna, che doveva essere il posto da cui probabilmente uscivano fuori i topi. La sera, dopo cena, a un certo punto è andato a fumare una sigaretta a una finestra che dava sul cavedio, e anche se era tutto in penombra vedeva che c’era del movimento, perché mi ero dimenticato di dire che nelle serate precedenti, andandosi a fumare una sigaretta da quella fi nestra aveva visto che appena veniva buio iniziava il grande movimento. Finita la sigaretta è tornato dentro a guardare la televisione, poi dopo una mezz’ora è tornato alla finestra e si sentivano dei versi, allora si è fatto luce con una torcia elettrica e ha visto che c’era una pantegana, di quelle belle grosse, che era rimasta invischiata nella colla e faceva questi versi disperati, e che intorno a lei c’erano altre quattro o cinque pantegane, della stessa dimensione, che trafficavano lì intorno e giravano su e giù con grande frenesia. A quel punto si è ridetto che a andar giù a spaccarle la testa in mezzo a quel gran traffico di pantegane c’aveva troppa paura, tra l’altro gli faceva anche schifo, e ha pensato che ci andava domattina e domattina traeva le sue conclusioni. E nel frattempo andava sempre alla finestra a vedere i topi, che giravano intorno al topo incollato che urlava, e scancheravano. E la mattina dopo quando è sceso in studio e ha aperto la porta del cavedio, per vedere che fine aveva fatto il topo, sperando che fosse morto di qualcosa, così non doveva né spaccargli la testa a pedate, né sentirlo lamentarsi fino a quando non moriva di fame, c’è stata la grande sorpresa: il topo non c’era più, e Della Casa ha visto che dove stavano i suoi quattro piedi incollati all’asse adesso c’erano rimasti quattro buchi, il legno non c’era più, si vede che le altre cinque o sei pantegane nel corso della notte gli avevano mangiato tutto il legno intorno ai piedi incollati, che Della Casa per ridere diceva Gli saranno rimasti gli zoccoli, e però diceva che era una cosa fenomenale a immaginarsela, tutti questi topi che rosicchiano, e rosicchiano, e stanno lì a lavorare per tutta la notte fi no a quando l’amico non è libero. E dopo questo avvenimento credo che Della Casa abbia comprato il veleno per risolvere la situazione.
Per chi trovasse questo racconto troppo difficile da credere, e effettivamente anche io lo trovavo un po’ stupefacente, pur credendoci, mentre Giuliano me lo raccontava, mi permetto di rimandare al bel libro Il bonobo e l’ateo, di Frans de Waal, un famoso primatologo, dove si parla del comportamento dei nostri cugini scimpanzé e bonobo, e anche di altre scimmie, e a pagina 177 si parla di altruismo nei ratti; Frans de Waal racconta questo esperimento: un ratto viene messo in un recinto dove ci sono due contenitori di vetro chiusi e con uno sportellino che si può aprire soltanto dall’esterno. In uno dei contenitori di vetro ci sono dei pezzi di cioccolato, nell’altro contenitore c’è un altro ratto imprigionato e che dà segni visibili di grande agitazione e paura.
Quasi sempre il ratto che è libero per prima cosa va a liberare il ratto prigioniero, poi va a mangiarsi il cioccolato. L’esperimento vuole sottolineare il fatto che il ratto è un animale che ha dei comportamenti di forte empatia con gli altri ratti. Tra l’altro, andando subito a liberare il compagno prigioniero dopo dovrà dividere con lui il cioccolato; se fosse stato più avido che empatico sarebbe andato prima a mangiare il cioccolato e poi a liberare l’altro ratto.

Da Animali. Topi cani gatti e mia sorella di Ugo Cornia, © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Si ringraziano Ugo Cornia e Feltrinelli Editore per averci permesso di pubblicare questo brano.

mercoledì 26 giugno 2013

Contenti come Cornia in bicicletta

Ugo Cornia in bicicletta interpretato da Eleonora Antonioni (che non l'ha mai visto).

Leggere Ugo Cornia è come andare in un centro benessere. Ma un centro dove si può mangiare quello che si vuole, bere quello che si vuole e persino fumare. Non è necessario socializzare e non è prevista alcuna sauna. Si può non fare movimento, evitare le cure estetiche, i massaggi e le pratiche di rilassamento. Insomma, un centro benessere vero, dove si sta proprio bene e il sentirsi bene deriva dal fatto che, curiosamente, nel gran caos universale, si scopre di essere contenti.

Contenti almeno come Cornia quando va in bicicletta per Modena. L’andare in bicicletta per Modena è ciò che accomuna Scritti di impegno incivile e Autobiografia della mia infanzia che sono i due libri che Ugo Cornia leggerà venerdì, 28 giugno, alle ore 19, a Spazio B**K. Sentire Cornia che legge è quasi meglio che leggere Cornia. Perciò ci sembra che proprio non si possa non andare, il 28 sera da B**K. Magari si può anche andare in bici. E poi sulla copertina dell’ultimo libro di Cornia c’è un elefante bellissimo, di cui è proprio impossibile fare a meno.

Un piccolo esempio di come Cornia è contento in bicicletta, tratto da Autobiografia della mia infanzia.

E così ci dedicavamo sempre e con piacere a queste nostre attività parateppistiche, anche se trenta anni fa il traffico a Modena doveva essere meglio che adesso, oppure la gente era più abituata a certe cose, perché per esempio, anche in bicicletta, e anche la bici ha significato l’apertura di una grande epoca, soprattutto d’estate, e soprattutto dalle due alle quattro, quando era categorico il divieto di uso del cortile, e lì, la bici era soprattutto con Gianni Pecchini, che in bici abbiamo fatto grandi esplorazioni, ma tra l’altro mi viene in mente adesso, cioè a dire la verità mi è venuto in mente ieri sera mentre ero in ascensore e stavo salendo a casa e allora, scrivendo questa specie di Autobiografia della mia infanzia, che all’inizio dicevo no, non ce la posso fare a scrivere un’autobiografia della mia infanzia, e invece dopo iniziavano a tornarmi in mente un sacco di cose, e alcune mi commuovevano anche molto mentre ci pensavo, e forse se uno mi avesse guardato da fuori mi vedeva un po’ con gli occhi lucidi, anche se a ricordarle son belle addirittura anche le cose brutte, e allora comunque mi era venuto in mente un pomeriggio, e lì eravamo di sicuro a fine giugno, perché me lo ricordo e son sicuro che si trattava di fine giugno, e sono anche sicuro che dovevo compiere undici anni, e non so perché ma i miei mi avevano dato da tenere la Mari, mia sorella, e poi dovevano essere andati da qualche parte, mentre c’era Gianni che sua madre gli aveva dato da tenere William, suo fratello piccolo, che aveva un anno in meno di mia sorella, e soltanto che sia io che Gianni avevamo in programma di andare in un negozio in viale Storchi, che si chiamava Mary
Model ed era un negozio di modellismo perché dovevamo guardare o comprare dei modellini, e da viale Storchi a casa nostra ci saranno non più di tre chilometri, ma era una distanza che andarci a piedi con mia sorella e William non sapevamo come fare e anche caricarli in bicicletta non ci riuscivamo e quindi pensavamo a come fare, ma mentre pensavamo a come fare William e mia sorella avevano socializzato tra di loro, e allora poi ci è venuta questa bellissima idea di chiuderli nel mio garage per mezz’ora che andavamo di corsa alla Mary Model e poi tornavamo a riaprirli, e così li abbiamo messi nel mio garage, con la luce accesa, e tra l’altro c’erano delle brande, contro il muro del garage, quindi gli abbiamo anche aperto due brande così se volevano potevano far finta di dormire, e poi abbiamo chiuso a chiave la porta del garage e siamo partiti, soltanto che quando siamo stati alla fine di via Medaglie d’oro, dove c’è il Parco, secondo me era molto più breve andare a sinistra verso Vittorio Veneto, mentre per Gianni era più breve andare verso Largo Garibaldi, poi fare la via Emilia, e non ci siamo riusciti a mettere d’accordo, quindi poi ci avevamo scommesso non so cosa su chi arrivava primo e ognuno era andato per la sua strada. E poi sono arrivato alla Mary Model e lì guardavo la vetrina, e poi ho guardato anche dentro, e Gianni non c’era, e sono tornato a guardare la vetrina, e dopo venti minuti Gianni non era ancora arrivato, e allora ho aspettato ancora altri cinque minuti e poi ho detto adesso torno indietro per la via Emilia fino a Largo Garibaldi, cioè per la strada che voleva fare Gianni, e infatti poi sulla via Emilia, all’altezza di piazza Mazzini, vedo Gianni che scancherava nella bici, e la bici c’aveva tutta la ruota davanti scarlancata, e gli ho chiesto che cosa aveva fatto, e allora lui ha detto che stava andando fortissimo per la via via Emilia quando un autobus di merda aveva inchiodato per la fermata e lui se l’è visto fermo lì davanti e ha frenato, soltanto che era andato a sbattere sull’autobus e si era imberlato tutta la ruota, e dopo era sceso il guidatore a vedere che cosa era successo e Gianni gli aveva detto se era il modo fermarsi così, a inchiodata, e il guidatore invece voleva anche dargli una sberla e avevano un po’ litigato per due minuti, poi il guidatore era risalito sull’autobus e se n’era andato, anche perché sull’autobus c’erano tutti i passeggeri da portare, e però dopo un po’ che tornavamo indietro con le bici a mano, ci è anche venuto in mente di mia sorella e William chiusi in garage, e c’è venuto in mente che magari piangevano e piantavano qualche grana e Rebuttini si accorgeva che li avevamo chiusi in garage per farci gli affari nostri, e così ci eravamo messi a correre tirandoci dietro le nostre bici, e invece poi quando siamo arrivati William e mia sorella erano nella branda abbracciati che si dicevamo delle cose, e così via...

mercoledì 5 settembre 2012

I prof non corrono per una questione di decoro

La ragione per cui Ugo Cornia ha scritto Autobiografia della mia infanzia, per la nostra collana Anni in tasca, è che una delle cose belle di essere editore è che puoi chiedere a uno scrittore che ti piace da matti di scrivere qualcosa, per avere un suo libro da leggere. Purtroppo però quando quel libro sarà fresco di stampa in libreria, tu, editore, per forza di cose l'avrai già letto, così non sarà al cento per cento la sorpresa di quando per esempio Cornia pubblica con un altro editore, come Quodlibet, Sellerio o Feltrinelli.
Appena finito di scrivere Il professionale. Avventure scolastiche, Ugo Cornia ce lo ha mandato in file. Così ne ho letti dei pezzi. Poi ho smesso. Non perché non mi piacesse, ma perché non mi volevo rovinare, a tempo debito, la sorpresa di andare in libreria e scoprire che era appena uscito un nuovo libro di Cornia, comprarlo e leggerlo subito, come ho fatto finora con tutti i suoi libri.
Il professionale, uscito all'inizio dell'estate, racconta alcune avventure scolastiche capitate a Cornia che di lavoro fa il professore. Che Cornia faccia il professore ha sempre costituito per me ragione di grande meraviglia essendo Cornia, dal mio punto di vista, sprovvisto di tutte quelle caratteristiche di cui ci si immagina sia dotato chi insegna. Eppure, nonostante questo, tutte le volte che ho pensato che Cornia e scuola costituissero un binomio improbabile, al contempo ho pensato anche che con molte probabilità Cornia fosse un bravo insegnante, dove con bravo intendo uno di quegli insegnanti che ti piacerebbe trovarti davanti alle otto e trenta di mattina, tutte le mattine, per quasi 365 giorni. Non è che siano molti gli insegnanti che superano questo test, come tutti più o meno sappiamo, per averne fatta esperienza.
Questo libro, che mi è piaciuto molto, mi conferma entrambi i pensieri su Cornia insegnante: che Cornia sia una presenza scolastica aliena e nel contempo auspicabile. Le avventure scolastiche raccontate da Cornia nel Professionale sembrano nate dal binomio fantastico creato dalle parole Cornia e scuola cioè due vocaboli, come spiega Gianni Rodari in La grammatica della fantasia, molto distanti e senza alcun nesso apparente fra loro. Una storia, secondo Rodari, nasce appunto dalla grande meraviglia di trovarli, questi nessi che sembrano non esserci e poi invece ci sono. Dico questo anche perché, leggendo il libro, mi sono detta che una delle ragioni per cui secondo me Cornia è un bravo insegnante è che sembra divertirsi abbastanza a stare a scuola e a viverci delle avventure con gli altri che ci vivono dentro, come i ragazzi, i professori, persino col preside, i bidelli e le segretarie, la qual cosa mi sembra già di per sé abbastanza eccezionale, almeno a stare ai resoconti cupi e disperati, quasi apocalittici, di tanti altri racconti scolastici.

A questo punto penso però che se siete interessati a questo libro e lo leggerete, avrete voglia di riflettere anche voi su Cornia professore e sulla scuola che viene fuori da queste sue avventure. Così non vi dirò altro.
Solo un'ultima cosa: personalmente, ci sono solo due scrittori che tutte le volte che finisco di leggere un loro libro mi fanno l'impressione di essermi improvvisamente tolta dalle spalle uno zaino di cinquanta chili (che nemmeno mi accorgevo di avere sulle spalle, prima che mi fosse tolto). Uno è Arto Paasilinna, i cui libri compro sempre allo stand Iperborea al festival Più libri più liberi a Roma, come pre regali di Natale, dato che questo si svolge i primi giorni di dicembre, e l'altro è Ugo Cornia. Questi due scrittori non hanno niente in comune né per stile né per vicende che raccontano né per personaggi né per ambienti. Niente di niente, a parte il fatto, a mio avviso, che sono due anarchici radicali.

Ringraziamo Ugo Cornia per averci permesso di pubblicare questo brano dal suo nuovo libro.

Devo dire che fin dall’inizio, ogni tanto io e Eugenio, che indubbiamente come nostro carattere personale eravamo tutti e due degli individualisti, e stavamo benissimo a imboscarci nelle aule libere del secondo piano a studiare l’euro o a fare le nostre scenette tratte da I Promessi Sposi, e ogni tanto invece venivamo coinvolti nelle attività generali del sostegno, cioè di tutti quelli che adesso dovrebbero essere chiamati i diversamente abili, e tutti i diversamente abili, ognuno colle sue diverse abilità, facevano qualcosa insieme, quindi ci trovavamo tutti riuniti, ragazzini e prof di sostegno in quella auletta che si chiamava auletta sostegno, dove c’era anche una cucina, infatti buona parte delle attività comuni consisteva nella realizzazione di torte o frittate o frittelle, e però mentre mangiavamo io mi divertivo con Eugenio e con gli altri diversamente abili perché ci perdevamo in considerazioni abbastanza fiabesche sulle cose, e producevamo delle grandi fantasie, e una volta, io mi ero seduto per terra in un angolo dell’auletta, e però era un periodo in quei tre o quattro giorni in cui avevo avuto delle mie malinconie, e allora uno di questi ragazzini mi aveva chiesto sei triste?, e io per scherzo, visto che mi sembrava fuori luogo parlargli dei miei problemi personali, gli avevo detto la prima cosa che mi era venuta in mente, e cioè gli avevo detto ragazzi, ieri ho preso una botta in testa e ho perso la memoria, e allora loro mi avevano detto che cosa voleva dire che avevo perso la memoria, e io gli avevo detto che non sapevo più chi ero, e loro subito mi hanno detto ma tu sei Ugo, quello che viene da Modena, e poi Eugenio aveva detto tu sei Ugo, il mio insegnante, e anche gli altri avevano detto che era vero, che io ero Ugo l’insegnante di Eugenio, allora io gli avevo detto se erano sicuri che io fossi di Modena, perché con questa botta in testa che avevo preso mi ero scordato anche dove abitavo, e gli avevo detto che quella notte lì, non sapendo più dove abitavo ero andato a dormire sotto un ponte del Panaro, per stare al coperto se pioveva, allora loro mi avevano chiesto se a dormire sotto il ponte c’era freddo, che io avevo detto sì, c’è stato freddissimo stanotte, - e allora come hai fatto a dormire?, mi hanno detto loro, e io gli ho detto che avevo acceso un gran fuoco sotto il ponte, con dei rami secchi, come facevano i cowboy, e poi gli avevo detto se erano sicuri che io abitassi a Modena, e come facevano a saperlo, visto che nessuno di loro stava a Modena, poi gli avevo chiesto ma se sto a Modena, come faccio tutti i giorni a venire fino a qui a piedi, che Modena è lontanissima?, e due o tre avevano detto che io avevo la macchina, quella macchina bianca, e io gli avevo detto veramente? io ho la macchina?, perché gli avevo detto che mi ero scordato anche di avere la macchina, mi ero proprio scordato tutto, infatti ero andato a dormire a Camposanto, sotto il ponte del Panaro, a piedi, perché io non mi ricordavo più che avevo la macchina, che avevo visto tante macchine nel parcheggio ma non sapevo che una di quelle macchine era mia, e loro mi avevano detto che se volevo me la facevano vedere dalla finestra, e io gli ho detto che quando suonava la campana dovevano accompagnarmi, e allora era saltato fuori sto gioco bellissimo, perché sapevano tutte queste cose su di me, e io non me lo sarei mai immaginato che sapessero tutti quale era la mia macchina, e allora io gli avevo anche chiesto se ero sposato o no, perché io non mi ricordavo più neanche se ero sposato, e gli dicevo che mia moglie, se ero sposato, di sicuro si era preoccupata che stanotte non ero tornato a casa, e lì in due o tre dicevano che ero sposato, e io gli avevo detto veramente?, e loro avevano detto sì sì, veramente mentre gli altri due o tre dicevano di no, che io non ero sposato, però Eugenio diceva che io avevo una sorella che si chiama Marinella che aveva un cane che si chiamava Tobia, che glielo avevo detto tante volte mentre disegnavamo i tipi diversi di cani, e allora comunque, visto che con sta storia era passato più di un’ora, e ormai fra un quarto d’ora suonava la campanella (e qua vorrei dirlo, ma la campanella è sempre uno strano miracolo che ogni giorno si rinnova perché anche se per tutta la mattinata ti sei anche divertito, però quando inizia ad avvicinarsi l’ora che suona la campana ti arriva addosso una specie di strana furia di uscire, tutti i giorni uguale, come se sapessi che si aprirà la porta di una gabbia che sta aperta soltanto per dieci secondi, tu hai soltanto dieci secondi per uscire perché poi la porta si richiude per sempre, allora suona e tutti hanno una tale smania di uscire che alcuni corrono e gli altri che non corrono, i prof non corrono per una questione di decoro e di esempio, ma anche chi non corre quasi corre e zang, dopo un attimo è già fuori, e dopo un attimo tutta la scuola è vuota), e allora, mentre ci mettevamo i giubbotti aspettando la campana, io gli avevo detto ma adesso, che usciamo da scuola, io per sapere dove devo andare, che se no mi tocca di tornare sotto al ponte fino a domani, dove devo andare?, e allora uno che si chiamava Piero mi aveva detto vai alla polizia, che sanno tutto i poliziotti, gli chiedi dove abiti e loro te lo dicono. E poi era finita lì, era suonata la campana, io per continuare un po’ lo scherzo mi ero fatto accompagnare alla mia macchina da Eugenio, e tra tante altre macchine parcheggiate gli avevo chiesto qual era la mia, lui me l’aveva indicata, poi io come al solito ero saltato subito in macchina, partendo verso Modena.

giovedì 2 dicembre 2010

Più libri più liberi

Più libri più liberi, la fiera romana della piccola e media editoria, che ogni anno si tiene a Palazzo dei Congressi, è un appuntamento che ci piace molto: buona organizzazione, gentilezza, disponibilità, un pubblico numerosissimo, affettuoso, vivace, curioso. Insomma, è un piacere stare cinque giorni via da Milano, ospitati dalla nostra amica Annamaria, e in una città che amiamo molto, e che ogni anno ci accoglie nelle metafisiche atmosfere dell'Eur, con i voli di storni al tramonto. Per intenderci, quelli su cui Italo Calvino ha scritto, in Palomar, un racconto che comincia: «C'è una cosa straordinaria da vedere a Roma in questa fine di autunno ed è il cielo gremito di uccelli.»

Se siete romani o siete a Roma o nelle vicinanze, passateci a trovare, dal 4 all'8 dicembre. Il nostro stand è quello degli scorsi anni: H08. Vi segnaliamo anche tre incontri che ci riguardano.


Domenica, 5 dicembre, alla Sala Turchese, alle 13, Ugo Cornia, insieme a Tommaso Giartosio di Fahrenheit, presenta e legge i suoi libri da poco in libreria: Autobiografia della mia infanzia, e Operette ipotetiche.

Martedì, 7 dicembre, allo Spazio Ragazzi, alle ore 17, Giulia Mirandola e Ilaria Tontardini, presentano Catalogone 4. Le parole e le immagini del 2010, da noi edito, insieme a Babalibri e la Margherita edizioni. Le autrici del volume proporranno alcuni esercizi di lettura sugli albi illustrati presenti nel volume. L'incontro è per adulti, in particolare per insegnanti, bibliotecari e operatori del settore. In questa pagina, trovate notizia su questa nostra pubblicazione che editiamo e distribuiamo gratuitamente dal 2007.


Mercoledì, 8 dicembre, al Digital Café, Tavola rotonda, ore 11.30.
Nascere internazionali e distribuire in h24
L’editore – anche se continua a pubblicare libri tradizionali – ha di fronte a sé mercati e pubblici internazionali, e lettori ad «accesso istantaneo», che vogliono essere connessi tutto l’arco della giornata, interagire e generare contenuti. I mercati sono pensati fin dall’inizio come internazionali, come i personaggi, le storie e i character. Come cambia in questo contesto il lavoro dell'editore?
Modera: Gianni Peresson. Partecipano: Emanuele De Giorgi (Tuné), Paolo Ongaro (Meta) e Paolo Canton (Topipittori).

mercoledì 27 ottobre 2010

Mangialibri

Sabato 30 ottobre alla Libreria Castello di Carta di via Belloi 1/b, ore 16.00 è di scena la collana Gli anni in tasca (info: 059 769.731).
Giusi Quarenghi leggerà brani dal libro Io sono il cielo che nevica azzurro, 
alternandosi a Ugo Cornia impegnato con Autobiografia della mia infanzia, di cui abbiamo già parlato...
Ricordiamo che Io sono il cielo che nevica azzurro è alla sua seconda edizione: il libro ha incontrato un grande favore presso i lettori e ha ricevuto numerose recensioni molto positive.
L'ultima in ordine di tempo dal sito di recensioni librarie Mangialibri, firmata da Lucia Franciosi. Siamo contenti di poter parlare di questo sito, che è molto attento nel selezionare i volumi da recensire e dimostra sempre  grande libertà nello scegliere di cosa parlare e di come parlarne, dando ampio spazio alla piccola e media editoria. Mangialibri si occupa di letteratura, saggistica, ma anche di poesia, fumetti, Bambini & Ragazzi. Qui trovate tutte le recensioni che il sito, nel tempo ci ha dedicato.

martedì 26 ottobre 2010

Cornia fra gli asini...

Il numero di ottobre  della rivista bimestrale Gli asini. Educazione e intervento sociale ospita un brano di Autobiografia della mia infanzia di Ugo Cornia, da qualche giorno in libreria.
Presentiamo questa iniziativa editoriale, al suo secondo numero, attraverso le parole di Graziano Graziani, che nel luglio scorso ha intervistato, in proposito, Goffredo Fofi.
«A luglio è uscito il primo numero de “Gli asini”, rivista bimestrale di educazione e intervento sociale. Non si tratta di una rivista di settore, ma del tentativo di leggere la crisi che stiamo vivendo in questi anni a partire da uno dei grandi rimossi della nostra società: la pedagogia. Nella terra di Don Milani e di Aldo Capitini il rapporto con le generazioni più giovani è diventato un materiale difficile da maneggiare fuori dalle logiche commerciali, l’educazione una terra di nessuno. Per questo quella de “Gli asini” si delinea come una scommessa allo stesso tempo sensata e azzardata.
 Dietro il progetto c’è Goffredo Fofi con le sue Edizioni dell’Asino. Ma il direttore de “Lo straniero”, che nel corso degli anni ha dato vita ad alcune delle riviste di critica culturale e sociale più interessanti del nostro paese, assicura che il suo ruolo sarà esclusivamente di cinghia di trasmissione per dare il là a una redazione prevalentemente sotto i trent’anni (la direzione della rivista è affidata a Luigi Monti).»


Di cosa parlano “Gli asini”? Di educazione,  scuola, infanzia e adolescenza, culture “altre”, immigrazione e lotta al razzismo, media,  diritto all’istruzione,  pace e  cooperazione allo sviluppo, movimenti sociali,  terzo settore, politiche pubbliche e sociali.
Come parlano “Gli asini”? Il taglio con cui la rivista si occuperà di questi temi riguarderà le analisi, i pamphlet, le inchieste, i documenti, le esperienze, i metodi, la critica, le buone pratiche che vengono dalle minoranze sociali e culturali più responsabili.

In bocca al lupo, asini!
Firmato
Topi

martedì 12 ottobre 2010

Al telefono con Ugo


Fin dall'uscita di Sulla felicità a oltranza, pubblicato da Sellerio nel 1999, abbiamo seguito Ugo Cornia, e atteso ogni suo libro con grande impazienza.
Qualche anno fa lo abbiamo incontrato, a Serramazzoni, in provincia di Modena, durante una lettura collettiva di Learco Pignagnoli, con Daniele Benati e Paolo Nori, (c'era con noi anche Antonella Toffolo e, come sempre con lei, è stata una serata di pura gioia e divertimento). Alla fine della lettura l'abbiamo avvicinato, ci siamo presentati e gli abbiamo chiesto se aveva voglia di scrivere una storia per bambini. È stato gentilissimo e ci ha proposto una storia sulla cacca. Siccome Ugo quando scrive trasforma tutto in oro, non avevamo dubbi che sarebbe successo anche con la cacca: perciò a noi, cacca o non cacca, andava benissimo. Ma poi è passato del tempo, si è perso il contatto, si è fatto altro.
Finché quest'anno, è successo che ci siamo rivisti, in giugno, alla libreria Castello di Carta, in occasione della presentazione del suo libro Modena è piccolissima con illustrazioni di Giuliano Della Casa, edito da EDT.
Ovviamente, siamo ripartiti all'attacco: gli abbiamo richiesto se aveva voglia di scrivere qualcosa per noi: per esempio un libro autobiografico sulla sua infanzia, per la nostra collana Anni in tasca. Ugo non ha risposto né sì né no, sembrava dubbioso, ma possibilista, ci ha detto semplicemente che non sapeva se ci sarebbe riuscito. 
 

Due settimane dopo è suonato il telefono, abbiamo risposto ed era Ugo che stava leggendo il primo capitolo di Autobiografia della mia infanzia. Il libro, poi, nelle settimane successive, ce l'ha letto tutto al telefono, man mano che veniva fuori. È veramente una cosa bella e strana essere gli editori di uno di cui sei sempre stato impaziente che uscisse il nuovo libro.
Per capire come legge Ugo, ascoltate qui.
 


Nei prossimi giorni, vi daremo un assaggio del primo capitolo. 
Autobiografia della mia infanzia sarà in libreria a partire dal 20 ottobre 

Ugo Cornia leggerà:

venerdì 15 ottobre, ore 21.00
alla Libreria la Fenice di Carpi
in via Giuseppe Mazzini, 15
Telefono: 059 641.900

sabato 23 ottobre, ore 18.00
alla Libreria Lo Spazio di via dell'Ospizio di Pistoia
in via dell'Ospizio 26-28
Telefono: 0573 321.744

sabato 30 ottobre, ore 16.00
alla Libreria Castello di Carta di Vignola
(insieme a Giusi Quarenghi che presenta Io sono il cielo che nevica azzurro)
in via Belloi 1/b
Telefono: 059 769.731

martedì 21 settembre 2010

Novità de Gli anni in tasca in arrivo

Venerdì scorso abbiamo vistato le cianografiche dei prossimi tre titoli de Gli anni in tasca: Ugo Cornia, Autobiografia della mia infanzia, Bernard Friot con Un altro me (pubblicato in Francia da Editions La Martinière con il titolo Un autre que moi), e Guillaume Guéraud con Senza tv (i cui diritti francesi sono stati acquistati da Les éditions du Rouergue).

E per tutti i fan di Giusi Quarenghi, confermiamo la ristampa del suo Io sono il cielo che nevica azzurro. A chi ancora non lo conoscesse, suggeriamo la lettura di un paio di articoli, tra i tanti che sono stati dedicati a questo racconto di infanzia montanara, da Mondoeditoriale e Leggere Leggerci.