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lunedì 27 ottobre 2014

A cavallo degli alfabeti

[di Valentina Colombo]

John Alcorn ha illustrato LIBRI!, originariamente BOOKS! nel lontano 1963. Superfluo dire che ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora.
Innanzitutto la grafica e l’illustrazione, oggi, parlano anche, se non solo, il linguaggio di Photoshop o Illustrator, attraverso l’uso di palettine e palettone elettroniche, device astrusi o semplici, con o senza matitone digitale.
Una volta si disegnava a mano, si tagliava, si incollava, si sbagliava e si doveva ricominciare tutto daccapo. Per fare una copertina ci si potevano mettere settimane. Oggi ci sono il benedetto ctrl-Z e il Salva con nome. Si possono presentare in diretta diverse varianti, fatte in cinque minuti e mandate in stampa in un lampo. La velocità domina la creazione grafica e i tempi di realizzazione di una copertina possono dilungarsi solo se ci sono problemi (del grafico, dell’editore etc.).
Ai tempi di BOOKS! il libro era di carta, spessa o sottile, pesante o leggera, ma sempre carta; lasciamo stare le edizioni speciali in pelle di daino o seta cinese, parliamo dei normali libri in commercio in libreria.
Oggi ci sono (anche) ebook, app, enhanced book: li scarichi con un click seduto sul divano.


BOOKS! uscì negli USA nel 1963. C’era ancora la guerra fredda, in quegli anni, le notizie viaggiavano per telefono e televisione, ma erano diffuse a ore di distanza, un aereo ci metteva un giorno per attraversare un oceano ed Elvis era ancora vivo.
Adesso gli U2 vanno da Fazio su RaiTre; in 8 ore sei a New York, e le notizie viaggiano a dorso si passerotto blu su Twitter, istantaneamente.

  

Detto questo, è interessante cercare di capire come mai LIBRI!, riscoperto nel 2012 da Marta Sironi e riproposto da Topipittori, oggi sia stato pubblicato in inglese (Ammo books), francese (Autrement), coreano (Blue Wing), russo (Mann, Ivanov and Ferber), spagnolo e catalano (Gustavo Gili), portoghese (Pequena Zahar). Forse perché LIBRI! è semplice e affascinante; diverso e universale; vintage e attuale; serio e divertente. Spiega con immediatezza cos’è un libro, come si usa, come è fatto, qual è il viaggio che compie dalla testa dell’autore agli occhi dell'editore, alle mani del lettore, passando attraverso le cure del libraio, del tipografo, dell’illustratore, prendendo forma in parole e immagini, e assumendo i mille e uno significati della lettura.

A sinistra, edizione Simon and Schuster, 1963; a destra, edizione Ammo Books, 2014.
Il formato della nuova edizione americana è completamente cambiato, rispetto
all'originale, rimasto invece identico in tutte le altre edizioni realizzate nel mondo.

LIBRI! è un manuale. Anzi, è il migliore annuncio pubblicitario mai fatto sui libri.
LIBRI! è una brillante campagna di marketing concepita sul libro e per il libro fatta attraverso un libro; il che può sembrare bizzarro: ma se ci pensate, è come se vi stessero vendendo un'auto offrendovene una in prova (il che accade normalmente). Questo gioco continuo, dentro e fuori dal libro, la sua sorprendente freschezza è quel che rende LIBRI! traducibile in ogni lingua.

Edizione tedesca, 1966.
Il libro di Alcorn è stato sapientemente riprodotto da ognuno degli editori che ne hanno acquisito i diritti, pur con le varianti che ognuno di loro ha voluto inserire per renderlo adatto al proprio mercato e ai propri lettori, che non sono più quelli del 1963. In questo senso, inizialmente, ci ha sorpreso la scelta dell'editore americano Ammo di stravolgere completamente il formato originale, scegliendone uno più grande e più 'prezioso'. Vale a dire, secondo le loro intenzioni, più vicino a quello di un libro d'arte che a quello di un memorandum agile e spiritoso.

Una scelta spiazzante, che ancora non sappiamo se darà i suoi risultati, ma che senza dubbio risulta interessante, e in parte comprensibile. Del resto, anche l'originale edizione tedesca della fine degli anni Sessanta era stata manipolata: la copertina è totalmente diversa.

Se sfogliate LIBRI! notate da subito che i caratteri sono sorprendentemente differenti. Ogni pagina è diversa, per colori e forme. Ogni lettera o numero sono non solo segni e simboli ma anche immagini, illustrazioni. Le parole giocano a fare le figure.






















E, in fondo, proprio per questo non è sorprendente che russi e coreani, che hanno un alfabeto completamente diverso dal nostro, abbiano voluto cimentarsi in una traduzione, o meglio on una ricodificazione di questo libro. E se si guarda all’opera di Alcorn nel suo insieme, non sorprende che in LIBRI! sia riuscito a trovare un linguaggio così universale.

La sua opera, infatti, si basa su una inesauribile esperienza estetica, intellettuale e pratica, visiva e manuale, guidata da una inesausta meraviglia, da una rigorosa passione per la bellezza e dalla ricerca di un linguaggio capace di comunicare con chiarezza attraverso le forme.

In LIBRI!, come in pochi altri casi, ho sentito tanto forte il potere del libro, la sua capacità di parlare, tirare fili, illuminare significati.



Alcorn ha fatto questo per tutta la sua vita. Ha cercato uno stile che fosse, sempre, un modo di comunicare, creando un riconoscibile codice visivo e approfondendo il potere sia del testo sia dell’immagine, sia di entrambi gli elementi in relazione fra loro.

Dal genio di questo grafico, artista, illustratore, sono nate locandine di film (per dirne uno, Amarcord di Fellini), marchi editoriali (la BUR, per esempio), pubblicità di bibite gassate (la Pepsi), copertine di libri (qui l’elenco è infinito). Li ha raccolti Moleskine in una monografia completa curata da Marta Sironi, insieme a Stephen Alcorn. Un volume di più di 400 immagini prese dall’archivio Apice dell’Università di Milano, dove tutto il fondo Alcorn è conservato (avete capito bene: Alcorn ce l’abbiamo noi, in Italia: tutto).

La grafica del volume è stata realizzata da Marina del Cinque, che chi segue questo blog e i Topipittori conosce, perché a lei si deve la grafica di numerosi libri di topesca pubblicazione, in particolare Il viaggio di una stella.
Non è strano che Moleskine si sia cimentata nella pubblicazione di un volume del genere. I taccuini di questo marchio sono potenziali scrigni dei tesori per scrittori e illustratori di tutto il mondo. Pensieri, parole, suggestioni su quelle pagine testimoniano un processo creativo inesauribile e personale.



John Alcorn: Evolution by design è una imprescindibile fonte di sapere e ispirazione. Consente un accesso privilegiato alla progettualità artistica di Alcorn, attraverso un'infinita galleria di  successi e scarabocchi.
E, infine, per completare il quadro, il 13 novembre, in occasione di Bookcity Milano, Guido Scarabottolo terrà una rilettura di Alcorn. Un dialogo tra passato e presente, fra un art director artigiano innamorato di carta, penna e forbici e uno che ha trovato un terreno ideale anche nel digitale; tra un progettista di copertine di oggi e uno di allora, per cercare di ritrovare territori comuni di pratica e pensiero, confrontandosi a distanza di tempo e di spazio, cercando di capire cosa è accaduto ai mestieri di grafico, artista e illustratore. Che sia una Università, quella di Milano, ad accogliere questo evento, non fa che sottolineare ancora una volta l’importanza di imparare, di riflettere, di indagare il passato per sperimentare il nuovo e proiettarsi verso il futuro.


martedì 13 novembre 2012

Voglio un dizionario per leggere le immagini

[di Marta Sironi]

Si pensa comunemente di dover disporre di strumenti adeguati per affrontare in modo appropriato la narrazione scritta, credendo invece la lettura delle immagini più immediata, grazie a una certa loro obiettività.

Obiettività, in verità, da comprovare; a mio giudizio molto vicina alle possibilità caleidoscopiche del gioco d’immaginazione nel quale a turno un bambino mima un’azione o un oggetto e i compagni devono indovinare. C’è una bellissima vignetta – utilizzata da una summa ‘sul visivo’,  The art of looking sideways di Alan Fletcher (Phaidon, 2002) – che mostra benissimo la convinzione gestuale della bambina “a forma di fiorellino” in contrapposizione alle ben più varie interpretazioni dei compagni, secondo i loro temperamenti, passioni, distrazioni eccetera.
Un’esperienza ugualmente valida anche di fronte a immagini più definite, naturalmente se dotate di una loro complessità.

Le immagini che mi hanno condotto qui sono entrambi realizzate negli Stati Uniti, nel 1962: due libri per bambini illustrati sfruttano – probabilmente inconsapevoli l’uno dell’altro – la stessa immagine: un bambino seduto legge un libro, ricoprendolo quasi interamente. In entrambi il messaggio prioritario è l’interesse per il libro, nelle sue forme e nei suoi contenuti.
Una è la copertina di Books! (New York: Simon & Schuster, 1962) scritto da Murray McCain e illustrato da John Alcorn e l’immagine è utilizzata in copertina quale reiterazione figurata del titolo; il volto sorridente del bambino così come le illustrazioni di un fiore e di un uccello sulla copertina del libro aperto fanno immaginare multicolori storie esotiche.

È completamente travolto dal racconto – la fantastica descrizione di Parigi – l’Henri descritto da Leonor Klein e disegnato da Saul Bass (Henri's Walk to Paris. New York: W. R. Scott, 1962, del quale potete leggere di più qui): il bambino è nudo o comunque scalzo in un ambiente famigliare e la sagoma bianca che indica il libro aperto è pervasa, come il resto della pagina, dalla descrizione ripetitiva delle atmosfere, dei colori, dei sapori dalle infinite possibilità rappresentate da Parigi.

Sono entrambi immagini create da ‘designer’, da artisti abituati cioè a utilizzare un ampio vocabolario di strumenti adatti a un’efficace comunicazione: sono immagini ‘uguali’, fatte nello stesso anno, e sono l’opposto una dell’altra.
Attraverso lo svuotamento piatto di forme e colori Saul Bass fa emergere in questa prima doppia pagina del libro Henri’s walk to Paris l’essenza di tutto il racconto, l’esigenza prima che lo fa scaturire, la voglia di evasione del bambino rispetto al suo confortevole ambiente domestico.
John Alcorn si affida al contrario alla massima definizione figurativa con la ferma volontà di conferire un  medesimo peso visivo e semantico all’illustrazione e alla scritta Books! tanto da trasformare la copertina nel libro stesso, rendendo così perfettamente l’essenza di un libro sui libri.

Evidentemente ci sono modelli ‘fortunati’ capaci di una loro immediata comunicazione ma anche di infinite, sottili varianti: ne ha pescata una, sempre casualmente, Anna Castagnoli, nel suo imperdibile blog Le figure dei libri, tra i fondi di libri ottocenteschi giapponesi (nel post “Copertine illustrate giapponesi di fine ‘800”). Non ho alcun vocabolario per poterla interpretare, non mi supporta la mia cultura visuale ma non ho resistito al gioco di rimandi, vicini e lontani.

È in questo flusso di casualità che si festeggiano i cinquant’anni di queste immagini così uguali e così diverse, edite solo ora in Italia: Libri! da Topipittori; e Henri va a Parigi da Corraini.

martedì 16 ottobre 2012

L'intelligenza dei libri e quella dei bambini

«È una provocazione bella e buona, quella dei Topipittori, di ripubblicare oggi un libro che parla di libri. Sia chiaro: i Topipittori, per quanto sembrerebbero una coppia di distinti signori milanesi, sono in realtà due topi (appunto) che rosicchiano il mondo editoriale dal di dentro, continuando a immettervi, con le poche, ma caparbie forze che possono permettersi, non solo dei gran bei libri, ma un'idea di editoria decisamente controcorrente. Un'idea per cui il valore dei libri è per quello che dicono, e per come sono fatti, e per come vengono scelti dagli editori (cioè in base a cosa dicono e a come sono fatti) e non per quello che potrebbero vendere. Ecco: come dei topi, questa cosa la fanno, ma non la vanno in giro a dire troppo esplicitamente. Se ne guardano bene: visto che verrebbero, a oggi, presi per scemi.»

Comincia così un bell'articolo di Giovanni Nucci, pubblicato a pagina 20 de L'Unità di ieri e che riproduciamo sotto. E a noi verrebbe da dire «Accidenti! Ci hanno presi in castagna!» In realtà, il bell'articolo non doveva essere un peana alla nostra rivoluzionaria strategia editoriale, ma una recensione a Libri! di Murray McCain e John Alcorn (del quale abbiamo già parlato qui, ma ancora parleremo). Ma la recensione è diventata articolo (c'è qualche direttore che ancora lo permette) e l'articolo è diventato una perorazione (c'è ancora qualcuno che, pur scrivendo sui giornali, sa eseguire questa trasmutazione alchemica).

E quale sarebbe la causa che questa perorazione sostiene con tanto entusiasmo e vigore? È la causa dell'intelligenza dei libri e dell'intelligenza dei bambini e di come le due cose possano, debbano, essere messe insieme e a confronto reciproco. «Per vedere di nascosto l'effetto che fa,» cantava Iannacci. Se poi questo splendido esercizio si potesse davvero fare con Libri! Noi non potremmo che esserne felici.

«Non saprei: ma chissà perché, da questa lettura se ne esce con l'idea che non sia il mercato a fare i libri, ma sono i libri a fare il mercato; e che quindi gli editori dovrebbero are dei libri per il mercato e non cercando di inseguire ciò che, nelle sue instabili ed incomprensibili schizofrenie, vuole il pubblico (soprattutto perché, nel caso dei libri, la gente sa difficilmente che cosa vuole, dato che un libro ti piace, e ti cambia, solo dopo che lo hai letto, e non prima di averlo acquistato […]. Ma Libri! È un libro per bambini e , come al solito, in questi casi occorre un'intelligenza superiore (quella dei bambini, appunto) per capirlo fino in fondo: cioè per capire dove va nel suo andare oltre (non è detto che, avendo l'attenzione rivolta al mercato, ci si riesca). L'espediente è anche facile: dare in mano ad un bambino questo libro, poi farsi spiegare da lui che cos'è un libro, come si fa, come si sceglie e, quindi, come si cerca di venderlo.»

Caro Giovanni, sul mercato e sulle sue regole dovremmo fare una lunga chiacchierata. Finiremmo per parlare, alla fine, anche di politica per l'editoria, strategie editoriali nostre e altrui, e di come e dove si trovano l'intelligenza, il coraggio, la professionalità e la grande umanità di chi lavora a fabbricare e vendere e diffondere libri. E forse anche tu ci prenderesti davvero per scemi. Ma possiamo correre il rischio, questa volta. Ci vediamo una sera a Roma?

Per il momento, grazie. Anche se da oggi due distinti signori milanesi (e non dimentichiamoci della signorina che da ormai due anni condivide il loro destino) saranno costretti a fare molta attenzione a nascondere la loro bella coda dentro al cappotto e le vellutate orecchie sotto il cappello.



venerdì 28 settembre 2012

Libri!

A presentarvi una delle nostre novità autunnali oggi è Marta Sironi che per questo blog ha già firmato alcuni articoli. Il perché è presto detto. È stata lei, a cui si deve l'ingresso e la cura dell'archivio Alcorn in Italia, presso Apice, a farci conoscere questo gioiello assoluto, durante un incontro del gruppo di lettura Ci vediamo alle nove da Babar. Tornati a casa, quella sera, ci guardammo e, in sincrono, decretammo: questo libro va ripubblicato. Ecco a cosa serve un gruppo di lettura. A Marta, che del libro ha curato la traduzione, un grazie grande come una casa.

[di Marta Sironi]

Un po’ sgualcita, ma gelosamente conservata, una pagina di quotidiano americano del 4 novembre 1962 annuncia l’uscita di un libro per bambini (e non solo): Books!
Scritto da un oggi dimenticato Murray McCain (la Library of Congress gli attribuisce soli altri due titoli: il seguito Writings! del 1964 e, del 1969, The boy who walked off the page) è interamente disegnato da John Alcorn. Lo pubblicarono Simon & Schuster a New York e, l’anno successivo, Jonathan Cape in Inghilterra (dimentichiamo per ora l’edizione tedesca del ’66 dove la paternità grafica è pressoché irriconoscibile).

È un piccolo libro (12,3 x 18,5 cm), e per di più per bambini, ma non passa inosservato: sarà stata anche l’eccezionale pagina pubblicitaria capace di ricomporre alcune illustrazioni del libro in un esplicito e invitante messaggio.
Sarà soprattutto l’efficacia comunicativa di quel piccolo libro sui libri, una miscela ordita con  minuziose illustrazioni nella trama di caratteri tipografici dal sapore vittoriano.

Una miscela vincente che gli fa conquistare il secondo posto tra i dieci migliori libri illustrati per bambini dell’anno secondo l’AIGA (The American Institute of Graphic Arts): lo annuncia una pagina del “The New York Times Book Review” l’11 novembre 1962.
Il libro è anche la definitiva rivelazione di un giovane talento, John Alcorn, che in quegli stessi primi anni Sessanta dissemina del proprio sense of humor grafico e tipografico alcune tra le principali riviste americane, campagne pubblicitarie e copertine editoriali. È Paul A. Bennett, tipografo ed esperto della materia, tra i primi a interessarsi a questa giovane rivelazione della grafica, dedicandogli un appassionato articolo monografico pubblicato su “Publishers’ Weekly” (1 giugno 1964): John Alcorn: Artist-Designer With a Sense of Humor.



Dopo cinquant’anni, una copia di questa prima e unica edizione americana è riemersa dall’archivio dell’artista depositato presso il Centro Apice (Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale) dell’Università degli Studi di Milano: amore a prima vista! Ed è bastato mostrarlo a un gruppo d’amici appassionati fabbricanti di sogni: e in un battibaleno la macchina del tempo si è rimessa in funzione e ora Libri! esce per la prima volta in italiano (Topipittori, of course), in francese (Autrement Jeunesse) e in coreano.

Servono anche a questo gli archivi, luoghi di sedimentazione silenziosa, di polveri malefiche, di sogni riposti, di amori segreti, di orologi fermi, di anime nascoste: servono anche a ripartire da un punto del passato per riflettere sul futuro. John Alcorn è morto quando il digitale irruppe nella progettazione creativa, e oggi lo si può considerare un artigiano del libro e il suo Libri! una divertita riflessione sulla natura fisica e ‘metafisica’ dell’oggetto libro.

Vi si indaga con divertita disinvoltura la materialità della carta, del filo, dell’inchiostro e attraverso piccoli disegni al tratto, resi espliciti dalla tipografia che entra e investe le piccole pagine, ci si trova immersi in un appassionante viaggio tra le storie, i personaggi, i paesi e le parole (difficili, allegre, divertenti su cui riflettere).

Poi le parole si scompongono, arretrando all’espressività della punteggiatura, chiedendo di intervenire con il disegno, con la scrittura, con la propria identità interpretativa e creativa: è così che per magia i libri fanno amare paesi, storie e personaggi… e quando il processo è finalmente avviato, quando cioè i libri fanno ‘allungare le gambe e accorciare il naso’ allora si è pronti anche ad amare i Libri (dentro e fuori) … a collezionarli, a riporli in grandi armadi chiusi che odorano un po' di muffa, riaprendoli certi giorni di pioggia, dopo tanti anni, vedendo che quello che si legge e si vede è ancora vivo e pronto a essere riletto e riguardato con immutata validità.

venerdì 14 settembre 2012

La fatica che c'è dietro un'immagine


[di Marina Marcolin]

Il mio mestiere, quello di illustratrice, è uno strano mestiere. Passo giorni e giorni, se non settimane e mesi, alla ricerca di un tono, di un segno, di una sfumatura; dell'equilibrio di una composizione e della coerenza di una sequenza narrativa di tavole. Poi faccio un pacchetto, lo mando a un editore e aspetto, nervosa e paziente, che mi arrivi il libro finito. Che cosa succede nel mezzo, non l'avevo mai visto.

Libri, carta e polvere.
Per vederlo, sono entrata in un labirinto. Il labirinto si trova a San Martino Buon Albergo, e vi si accede da un cancello azzurro affacciato su uno stradone. Grafiche AZ sta scritto, accanto all'ingresso.
Varco il cancello con un po' di emozione, ed è abbastanza strano, perché i libri che si stamperanno oggi non sono miei. Ma mi sembra comunque una cosa importante. Sono un po' nervosa, così mi fermo qualche minuto in auto, nel parcheggio al di là del cancello, apro il taccuino, prendo la matita, e faccio un disegno.

La tipografia mi accoglie con l'offerta di un caffé, sorrisi, stanze, macchine misteriose, carta, pile di libri, ancora carta, un odore pungente e tanta, tanta polvere. Sembra che la polvere e la carta siano inseparabili, non solo sugli scaffali della mia libreria.

Sono venuta per assistere a un avviamento. Anzi due. Il primo è Libri! di Murray McCain e John Alcorn, originariamente pubblicato  nel 1962. Si stamperà sia l'edizione italiana (Topipittori) sia quella francese (Autrement Jeunesse). Sono le otto e mezza del mattino e il foglio di macchina è già su un tavolo inclinato, sotto un'enorme lampada a luce controllata, pronto per essere scrutato da occhi esperti. A me sembra che non ci sia niente da fare o da vedere. È un lavoro a tinte piatte, stampato in tre colori speciali. Cosa siamo venuti a fare?

Si controlla il foglio di macchina di Libri! con l'originale

Paolo mi invita a usare una copia della prima edizione del libro come riferimento per osservare attentamente la stampa. Mentre io, inesperta, passo lo sguardo dal libro al foglio e non mi accorgo di nulla, Paolo e Roberto (che alle Grafiche AZ si occupa di programmazione, controllo qualità e dirige la squadra di stampatori) notano che qualcosa non torna. Ci sono delle disomogeneità nei colori. Un grigio che dovrebbe essere sempre uguale qui tende al verde e lì al viola. E un giallo, che dovrebbe essere giallo, come gli altri tende all'arancio. Ferma la macchina! Il problema è evidente, ma non se ne capisce la ragione. Bisogna parlare con Renzo, il cromista, cioè la persona che ha la responsabilità dei colori.

Abbiamo un problema.

Renzo è quello che apre i pacchetti che gli illustratori spediscono all'editore. È lui che decide se le scansioni si fanno nello scanner piano o in quello a tamburo, che manipola i file digitali per adattarli al tipo di carta che si userà per la stampa e stampa la prima prova. Quella che verrà mostrata dall'editore per eventuali correzioni cromatiche e consegnata agli stampatori come riferimento per il risultato della stampa.

Si controlla tutto molto da vicino.

Con Renzo, si scopre che il problema è digitale: mi viene spiegato che i file nel computer di Renzo sono giusti, ma il programma che li legge e incide le lastre per la stampa li ha letti male e che, perciò, bisogna rifare due delle tre lastre di stampa. Detto, fatto. Non passa un'ora e si ricomincia a stampare. Qualche minimo aggiustamento ai livelli dell'inchiostrazione, mani che indicano dettagli, si ricontrolla da vicinissimo più e più volte. Ora è perfetto. Visto, si stampi!

Anche gli stampatori hanno un linguaggio dei segni.

Prima del secondo avviamento, nel pomeriggio, il labirinto si apre su un cortile che conduce a un altro edificio: la legatoria. Qui Paolo mi spiega pazientemente le varie fasi, mi mostra le macchine che accompagnano i fogli, vedo come li legano, come li incollano e mi circondano pile di libri in attesa di una copertina o pronti per essere spediti.

Si esamina una cucitura.

 La seconda parte della giornata è dedicato a Una stella nel buio di Lucia Tumiati, illustrato da Joanna Concejo. Anche qui si stamperà l'edizione italiana e quella francese, per le Editions Notari. È un libro completamente diverso: disegni a matita e a penna, carte diverse che si sovrappongono. E poi ci sono le tavole originali, conservate nell'imballaggio che Joanna aveva preparato, riavvolte dalla loro protezione in carta velina. (Quindi, cari colleghi, imballate le vostre tavole con cura: il vostro pacchetto sarà la loro casa per tutto il periodo della produzione.)


Originali e prove a confronto.
Vedere le tavole di Joanna su un brutto tavolo, accanto al tavolo inclinato e alla macchina da stampa, in mezzo agli inchiostri, ai prodotti chimici, a gente che si muove rapidamente, con un muletto che sfreccia accanto portando un bancale di carta e tutto quel rumore mi ha fatto venire i brividi. Mi ha fatto pensare dove sono nate. Non conosco lo studio di Joanna, ma nel mio il silenzio è rotto solo dalla musica che scelgo, tutto è pacato e sommesso, fuori c'è il bosco. Come è stato possibile che precipitassero in questo inferno? E se gli stampatori hanno le mani sporche?
Sono stati i gesti a rassicurarmi. Mani che si muovono in maniera disinvolta ma sicura, come solo chi fa questo lavoro da molto tempo sa fare. (E poi erano anche pulite). Quindi state tranquilli. Più o meno.

Le bellissime immagini di Joanna  si affiancano alla prova e al foglio di macchina per confronto e valutazione. E qui rimango senza fiato per la qualità della riproduzione. Mi sorprende anche come il risultato di stampa sia migliore della prova. Come se la prova fosse un livello minimo al di sotto della quale non si può scendere, e la professionalità dello stampatore si manifestasse proprio nel superamento di questo parametro. Qualche ultimo tocco ai calamai per rendere più uniformi i toni delicatissimi delle carte che usa Joanna, a correggere certe lievi dominanti di magenta o di ciano. «Un colpetto al nero» perché gli scuri abbiano la giusta profondità. Scrupolosamente si ricontrolla con la lente. Guardo anch’io e ciò che prima era una sfumatura, diventa una nuvola  di punti di colore sovrapposti e allineati (e mi domando come faccia Renzo a capirci qualcosa).

Tutto OK: ci si può concedere un sorriso

Mai un nervosismo o una superficialità. Ogni più piccolo dettaglio è pensato, osservato. I gesti si ripetono fino a quando tutta la fatica che c’è dietro un’immagine, un progetto, non trovi un riscontro nella dignità dell'oggetto libro. Quando sei davanti al foglio con la matita o sfumi i colori e cerchi esattamente l’intensità che ti serve, non pensi al dopo. Non così tanto almeno. Io penso che continuerò a non pensarci troppo. Anche adesso so che cosa succede, dopo. E tutta la mia fatica ha più senso.

Grazie, Roberto!

venerdì 27 gennaio 2012

Il prodigioso designer con volto infantile e mani d’oro

[di Marta Sironi]

Ricorre oggi il ventennale della prematura morte del grafico e illustratore John Alcorn (1935-1992) e volendolo ricordare si ricorre a uno dei suoi tanti lavori floreali: un biglietto d’auguri d’inizio anno progettato per l’agenzia pubblicitaria Promos. La presenza al centro di un involucro con i semi del fiore (mimetizzato dietro la sagoma del fiore rosa al centro) carica l’immaginario edenico dell’illustrazione di una sua ideale prospettiva terrestre.




Biglietto di auguri per l’agenzia pubblicitaria Promos.

Un seme per la valorizzazione del lavoro di John Alcorn è stato di recente posto dal Centro Apice (Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale) dell’Università degli Studi di Milano – dove dall’autunno 2010 si trova il suo archivio – dedicandogli le due giornate dell’annuale convegno, Testi, forme e usi del libro, tenutosi il 23 e il 24 novembre 2011. Per l’occasione, l’opera grafica di Alcorn è stata messa a fuoco all’interno di un’ampia panoramica della grafica editoriale tra anni Sessanta e Settanta, con varie testimonianze di carattere storico, ma anche di alcuni dei protagonisti, grafici ed editori: Rosellina Archinto, Luigi Brioschi, Giancarlo Iliprandi, Italo Lupi, Alessandro Mendini, Luigi Spagnol, Marzio Zanantoni, Ambrogio Borsani, Maurizio Turazzi, Leonardo Passarelli, Daniele Baroni, James Clough e Mario Maffi.
Attraverso alcuni passaggi della toccante presentazione del figlio, Stephen Alcorn, insegnante di illustrazione presso The School of The Arts, Virginia Commonwealth University, Richmond, ricordiamo qui di nuovo alcuni momenti salienti della vita e dell’opera di John Alcorn.


John  e Phyllis Alcorn, Val d'Aosta, 1970, fotografia di Thomas Alcorn (1956-1974).
Come aspirante artista ho avuto la grande fortuna di trascorrere la miglior parte della mia infanzia disegnando accanto a mio padre nel suo studio; avevo il privilegio di assistere e partecipare alla creazione di un’opera d’arte. Per cui per me custodire le gemme lasciate da mio padre significava restare in comunicazione con il suo spirito. 

Copertina, 1972.
L’accesso ai suoi originali non soltanto consentiva innumerevoli viaggi nelle proustiane regioni della memoria, ma anche il passaggio in un mondo immensamente ricco e fantasioso in cui appariva una magica confluenza di spirito, umorismo, fascino decorativo, eleganza grafica e potenza di trasformare una cosa banale in qualcosa di straordinario.
È naturalmente ironico che l’opera di un artista riconosciuto, che è stato così tanto “uomo dei suoi tempi”, dovesse essere improvvisamente nascosta agli occhi del pubblico. L’artista che una volta Milton Glaser definì “il prodigioso designer con volto infantile e mani d’oro” si era affermato come una meteora negli anni giovanili. Le funzioni/ruoli importanti negli anni formativi presso i Pushpin Studios e il successivo sviluppo dello stile archetipico degli anni Sessanta sono serviti ad assicurare presto la sua preminenza negli annali delle comunicazioni visive della sua epoca. Versatile per natura e prodigiosamente prolifico, la sua influenza sarebbe stata avvertita in praticamente ogni aspetto dei media a stampa.

Immagine per calendario Morgan Press, 1967.
 
Guardando al passato, vedo che la sua morte, in modo paradossale è coincisa con una nascita e cioè con il principio della rivoluzione. Che sia migliore o peggiore non si sa, comunque oggi viviamo in un mondo che lui non avrebbe più riconosciuto. L’approccio di mio padre alla sua opera era fondamentalmente artigianale, alla sua radice si trova una coordinazione occhio-mente-mano estremamente fine. 


Copertina, 1967.
La passione sfrenata che aveva per le cose fatte a mano garantiva che praticamente ogni aspetto della sua arte - persino gli aspetti meno illustrativi e più tecnici della sua opera, per esempio l’ambiente della tipografia meccanica e le discipline ad essa connessa - emana un calore che è alieno alle sensibilità dominante della tecnologia dei nostri giorni. Rabbrividisco al pensiero di cosa avrebbe pensato mio padre di un mouse, e ancor di più di una tavoletta grafica. Da artista usava tutti i suoi sensi: la sua attitudine a lavorare a contatto con la natura, il suo amore per i materiali e il suo apprezzamento per le caratteristiche tattili garantivano che non ci fosse una divisione meccanica fra l’opera in sé e la mente e le mani che l’avevano creata. Nessun aspetto dell’arte era troppo insignificante o troppo periferico per la sua attenta considerazione e continua attenzione. In ultima analisi, è il contrasto fra l’ethos artigianale di mio padre e l’ethos a indirizzo tecnologico odierno che paradossalmente rende la sua opera così importante per la nostra epoca, e la sua riscoperta così opportuna.



Una componente essenziale dell’opera di mio padre è la presenza floreale, il fiore come elemento decorativo, come icona simbolica e, in effetti, come organo principe del sentimento. Il fiore stava a mio padre come le nuvole a Constable e le mele a Cézanne. Ne è testimonianza l’abbondanza di immagini degli anni Sessanta e seguenti in cui le forme delle lettere che compongono la parola AMORE sono elaborate proprio con questi elementi floreali. O l’immagine lirica della PACE da lui creata nel 1969 - un dipinto acrilico su tela in cui la canna di una pistola si trasforma in un nodo da cui emerge un solitario fiore giallo, composto da gambo e foglie morbide e ondeggianti. Il ciclo acquista un maggiore significato quando nel 1974 crea un acquarello che rappresenta il trionfo dell’anima sulla sofferenza. 



Pace, acrilico, 1969

Rosa, acquerello, 1974.
Un’immagine silenziosa/pacifica e delicata in cui una rosa solitaria emerge trionfante da una roccia altrettanto solitaria. Il ciclo raggiunge il suo apice nel 1987, con la creazione del francobollo della serie Amore per i servizi postali americani. Per questo incarico ha ideato un’immagine metaforica a tonalità pastello in cui un fiore si trasforma in cuore policromo fiammeggiante - un tributo commovente al potere alchemico dell’amore che tutto trascende e riconcilia. Quando penso all’opera di mio padre mi viene in mente questa fusione simbolica di due elementi universali per crearne uno di livello superiore, che era emblematica del suo spirito e dei suoi principi guida come essere umano.


Francobollo della serie Amore, 1987.


Francobollo della serie Amore, 1987.
Naturalmente queste immagini non sarebbero state possibili se non fosse stato per la forte passione di mio padre per l’orticoltura. 
Con il trascorrere degli anni, sembra che la distanza fra lo studio e il giardino si sia sempre più ridotta. Nel momento in cui fissò il suo ultimo studio a Hamburg Cove nel Connecticut il suo tavolo da disegno era a pochi passi dal giardino le cui dimensioni ora eccedevano quelle dello studio. Sì, mio padre era in cuor suo un giardiniere. 
Conferiva ai suoi sforzi artistici quel genere di spirito diligente, paziente e nutritivo con cui un coltivatore segue il suo raccolto. In questo senso il suo studio era simile a una serra, un laboratorio in cui, come un orticoltore, avrebbe sperimentato, compiendo impollinazioni incrociate tra diversi mezzi e stili e sperimentando con ogni possibile strumento a disposizione. In questo processo è emerso un nuovo modo di vedere.
           
(Il testo completo dell'intervento di Stephen Alcorn è in uscita sulla rivista “Bibliologia”, Serra Editore).



Immagine per Morgan Press, 1989.

Nel 1962, John Alcorn pubblicava il suo primo libro illustrato per bambini: Books!, edito da Simon & Schuster, quello stesso anno indicato dall’AIGA come il secondo miglior libro illustrato per bambini pubblicato in America. Grazie a Marta Sironi e a Stephen Alcorn abbiamo avuto la fortuna di venire a conoscenza di questo gioiello assoluto. E in seguito anche la gioia immensa, come editori, di poterlo pubblicare. Sarà in libreria a settembre. Ma di questo parleremo più avanti.


Books!, copertina, 1962.