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lunedì 9 marzo 2015

In mezzo alla fiaba

Oggi presentiamo In mezzo alla fiaba, una delle nostre novità già in libreria, e che troverete alla Fiera di Bologna. Lo facciamo attraverso le parole di Silvia Vecchini, sua autrice che spiega il suo rapporto con la fiaba e il modo in cui è giunta a queste poesie. Nei prossimi giorni passeremo la parola ad Arianna Vairo, che ha realizzato le illustrazioni di questo libro, per ascoltare anche il suo punto di vista.


[di Silvia Vecchini]

Il mio rapporto con la fiaba è tutto all’infuori di qualcosa di dolce o zuccherino. È pure lontano dalle fiabe sonore che non ho mai avuto in casa. Ce le aveva la mia amica Maria Chiara e, messa da parte la magia di una voce disincarnata che raccontava, le fiabe per me non abitavano neppure lì. Stavano invece ben custodite nella memoria di mia madre, erano una manciata, non di più. Poi intorno ai miei sette, otto anni le fiabe sono diventate quelle raccolte in un librone che ebbi in regalo.



Da bambina ho avuto davvero pochi libri. Non ho memoria di essere entrata in una libreria che non fosse una cartoleria con una smilza mensolina per i libri. Anche per questo motivo, ogni libro aveva per me un peso enorme e provocava un’onda lunga nella mia immaginazione. Tuttavia con le fiabe succedeva qualcosa di ancora più interessante. Si andavano a saldare con altre narrazione che riguardavano l’infanzia dei miei genitori e, ancora prima, dei miei nonni. Il contesto, un piccolo borgo di poche centinaia di abitanti sulle rive del Lago Trasimeno, era pressoché perfetto.


Mia madre e mio padre che vivono in due case divise da una stradina e da ragazzini si possono salutare da una finestra all’altra. Mia madre, se sta fuori, non può oltrepassare un arco che funziona da soglia proibita. Entrambe le loro famiglie sono famiglie di pescatori. Le donne lavano il bucato al lago e vanno nella macchia a fare la legna, gli uomini sull’acqua a gettare le reti esposti in ogni istante al pericolo visto che quasi nessuno sa nuotare. Non ci sono automobili, ci si sposta a piedi o in bicicletta. Solo uno dei miei nonni alla fine comprerà una motocicletta. Negli anni dell’infanzia, dentro i racconti dei nonni mi sembrava di scorgere con esattezza elementi comuni alle fiabe. Una consapevolezza che non mi permetterà mai di prenderle alla leggera. Ritrovavo nelle fiabe le loro parole, le vicende di tutti.


La spaventosa grandezza di un temporale o soltanto della notte, estenuanti spostamenti a piedi per qualsiasi cosa, i sentieri nei boschi, i pozzi, la malattia, i rimedi, le vecchine che ne sanno sempre una in più, il baratto (pesce in cambio di uova e farina), cesti e sporte da consegnare, ogni pericolo, porte aperte e bambini in casa da soli, invidie, inganni, l’ingiustizia, la povertà, le pance vuote, fame, la straordinaria importanza del pane, la sterilità o i troppi figli, le bambine mandate a servizio nelle case degli altri, figli di secondo letto, le matrigne, i coltelli, oggetti persi e stupendi ritrovamenti, gli animali come finestre sul mistero, i saggi consigli, l’intelligenza che la spunta, la fedeltà, un aiuto insperato, la fatica di trovare il proprio posto nel mondo, una trasformazione, il desiderio di liberarsi e liberare.


Per questo, anche per me, le fiabe sono vere. Scrive Calvino che le fiabe “sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte della vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza ed al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste…”



Mi emoziona sempre questo scritto visto che a questa conclusione sono arrivata presto e presto ne ho avuto conferma crescendo e attraversando io stessa “la parte della vita che è il farsi di un destino”. Scrivendo mi sono ritrovata là, in quella parte di vita, e ho provato ad ascoltare. Non senza sorpresa ho sentito che volevo scrivere a più voci. La scrittura faceva da spola tra fiabe diverse e diversi personaggi e cuciva, cuciva, cuciva e mi restituva un disegno unitario. Il materiale era davvero vivissimo per me, ad alta temperatura, un liquido incandescente. Ho deciso quindi di darmi un limite stretto. Non più di un testo per fiaba, non più di un personaggio. Difficile perché ogni fiaba era affollata e più voci premevano. Ho scelto di ascoltare quelle che affioravano con più prepotenza e mi sono costretta a non forzare mai.



Quando ho finito, la scrittura mi ha lasciato un sentimento duplice che ho trovato descritto perfettamente da Alice Murno in un racconto che mi ha ipnotizzata.
“Come certi bambini delle fiabe che hanno visto i genitori stringere patti con strane creature terrificanti scoprendo così che le nostre paure affondano le proprie radici in nient’altro che la verità (…), turbata e rinvigorita da quei segreti, non dissi una sola parola”.  Turbata e rinvigorita. Scrivere In mezzo alla fiaba, per un po’ mi ha lasciata così. Solo da poco, rigirando in testa l’idea che il libro era quasi pronto, sono andata a riprendere la raccolta di fiabe lette e rilette da bambina. Bene. Quando l’ho trovato e l’ho aperto ho capito da dove era venuta questa sollecitazione a scrivere mettendo in scena delle voci. In apertura di ogni fiaba, una pagina recava il titolo e indicava l’elenco dei personaggi che avrei incontrato leggendo.



Dunque non ho fatto altro che tornare all’inizio, interrogare il fondo, vedere chi, nel bosco scuro che ogni bambino attraversa crescendo, mi aveva parlato all’orecchio e portato in salvo dall’altra parte.

In mezzo alla fiaba, una lama
ho scoperto non è una sorpresa
neppure un reperto. Voce scintilla,
che luccica, vibra, ti può tagliare,
divide, incide, t’insegna a domandare.

A trovare, resistere, a scappare,
a tornare, esistere, mai più
sanguinare.


Un ringraziamento a Giovanna Zoboli che non solo ha dato ascolto a questi testi ma li ha accompagnati nel migliore dei modi facendoli incontrare con i colori, le forme e il linguaggio tagliente e vivo di Arianna Vairo. Che di zuccherino ha davvero poco.
Nel cuore dedico questo libro ai miei nonni: Candida e Adriano, Iolanda e Silvio.


giovedì 13 settembre 2012

Una misura libera

[Qualche tempo fa Maurizio Landini, curatore del blog Cartiglio d'ombra, dedicato alla poesia, mi ha invitato a scrivere un post sulla nostra collana Parola magica. Ho accettato con piacere e l'articolo è uscito alla fine di luglio. Mi sembra interessante riproporlo nel nostro blog. Anche per far conoscere il lavoro di Maurizio, attento ai rapporti fra parola immagine, come dimostra anche uno degli ultimi post usciti su Cartiglio, scritto da Francesca Moro, redattrice della rivista Illustrati edita da Logos.]

E sulle case il cielo.
Che i rapporti fra bambini e poesia siano difficili, è uno di quei luoghi comuni di cui si farebbe tranquillamente a meno. Con risparmi di tempo e di energie incommensurabili. E tuttavia l'umanità sembra non poter fare a meno dei luoghi comuni. Pertanto all'editore a cui sembra ovvio pubblicare libri di poesia destinati a bambini, con l'avvallo di un discreto successo di vendite, pubblico e critica, tocca spesso spendere parole a convincere parenti meditabondi e diffidenti che i piccoli sono naturalmente dotati per la poesia, capendola intuitivamente, amandone il linguaggio figurato, la musica, l'incisività, la profondità, l'intensità, il divertimento. Nonché quelle difficoltà che gli adulti tanto temono.


Cielo bambino.
Certo, ove qualcuno - insegnante, genitore, nonno, zio, vicino di casa eccetera... - si sia preoccupato di fargliela conoscere, dedicandole lo spazio e il tempo di pensieri e letture: passaggio che non è scontato, ma a cui spesso gli adulti non prestano la dovuta attenzione. Certo i bambini, da soli, difficilmente potranno incontrare la poesia. E quando questo non accade, la perdita è notevole, lo spreco di possibilità, triste.
Quando ero piccola fra i miei libri preferiti c'erano titoli di poesia. Uno su tutti: Cinque lire di stelle, di Federico Garcia Lorca, raccolta di ninna nanne, filastrocche, nenie, canzoni e canzoncine, con disegni di mano del poeta. Questo per dire, fra le altre cose, che i benefici della poesia sono durevoli e profondi.



Al supermercato degli animali.
E che la poesia è un genere letterario poco convenzionale quanti altri mai, simile a uno di quegli orti di montagna che alle verdure mischiano fiori, erbe aromatiche ed erbe selvatiche, alberetti da frutto, arbusti e cespugli, dando luogo a un insieme a cui ogni pianta, con la sua forma, il suo portamento, il suo temperamento e il suo colore, offre un contributo unico. Chi guarda alle poesie dei piccoli con sufficienza, chi non ha orecchie per cogliere la lingua della poesia, il suo guizzo luminoso, in una ninna nanna della tradizione, in una canzoncina popolare, in una filastrocca, si dubita abbia l'intuito, la finezza e gambe abbastanza robuste per salire al piano nobile della poesia “alta” (qualora a tutti i costi si ritenga di dover ascendere a qualche luogo superno).



Alfabeto delle fiabe.
Insieme a Lorca, molti furono i poeti che sondarono la vena limpida e segreta che scorre nella poesia povera, umile, ridente, allegrissima, malinconicissima che ha i bambini come destinatari elettivi.
Penso a Pascoli, Gozzano, Caproni, Pasolini, Apollinaire. Per non dire della poesia anglosassone che affonda le sue radici nel fertile nutrimento delle nursery rhymes folli, surreali, inquietanti di Mother Goose's Melody.
Topipittori, cioè la casa editrice che ho fondato insieme a Paolo Canton, ha cominciato a pubblicare poesia fin dal suo primo anno di vita, nel 2004 (e alla poesia dedica una sezione del suo blog. Uno dei nostri due primi libri, Filastrocca ventosa per bambini col fiato corto, ha inaugurato la collana Parola magica (sottotitolo:



C'era una voce.
Poesie da recitare insieme ai bambini come formule magiche per superare gli ostacoli lungo il cammino delle giornate). Da allora abbiamo pubblicati molti altri libri di poesia.
La collana Parola magica è un contenitore flessibile sia per caratteristiche fisiche (formato, numero di pagine, tipo di illustrazione, legatura eccetera), sia per il tipo di poesia che ospita.
In questo senso, l'immagine dell'orto è calzante: Parola magica vede crescere l'una accanto all'altra voci di poeti diverse per temi, metri e stili, oltre che mani diverse di illustratori, nella certezza che bambini e ragazzi non abbiano pregiudizi e preclusioni, ma solo gusti, interessi, predilezioni che in questa varietà possono trovare risposte alla loro altezza (ci si augura).


Ninna nanna per una pecorella.
Così accanto a nomi noti, stanno a proprio agio nomi di poeti molto discreti, ma molto bravi, che nella vita fanno tutt'altro, ma di tanto in tanto sono onorati dalla visita della Musa, o addirittura di perfetti sconosciuti che magari hanno scritto una volta per caso, spesso per un bambino molto amato, rime degne di pubblicazione, e poi si sono fermati lì, felici di quel solo risultato.
La poesia non tollera forzature, è una misura libera, ma quanto mai sfuggente, e di precisione infinitesimale: si fa un baffo di chi cerca di alterarne l'esattezza a scopi diversi da quelli di una pura, perfetta gratuità. Questo l'editore di poesia deve saperlo, e tenerlo ben presente. Sempre.




Filastrocca delle mani.

Filastrocca acqua e sapone.

mercoledì 2 marzo 2011

Marzo scavalca i muri del mondo

Il libro di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer E sulle case il cielo è uscito nel 2007. È uno dei nostri best seller, giunto, ormai, alla terza edizione.
Ricordiamo bene quando Giusi ce lo propose, nel 2006, anticipando, a scanso di equivoci: «Vi dico subito che è una raccolta di poesie...»
«E allora?» rispondemmo noi, sorpresi dalla precisazione.
«E allora, la poesia è bella, ma non vende» rispose Giusi, facendosi latrice del responso ricevuto quando, più volte, aveva proposto il progetto.
A noi il libro interessava proprio perché era di poesia. Poesia come lo sono le filastrocche, le ninne nanne popolari, i versi sciolti, i sonetti, le canzoni petrarchesche, i poemi omerici, i madrigali... Uno dei nostri primi due libri pubblicati nel 2004 fu una filastrocca, e inaugurò la collana Parola magica la cui definizione recita: Poesie da recitare insieme ai bambini come formule magiche per superare gli ostacoli lungo il cammino delle giornate. Perché incontrare la poesia per un bambino significa fare esperienza della potenza delle parole, incontro raro, come fa notare Hölderlin quando scrive:

Nominerò allora l'alto? Ciò che non conviene, dispiace a un dio
e per coglierlo è quasi troppa poca la nostra gioia.
Spesso non possiam che tacere; mancano i nomi sacri.
Battono cuori, eppure tarda il discorso?

E a proposito di questi versi, Heidegger scrive: «“Cogliere”» significa nominare l'alto stesso. Nominare poetando significa fare apparire nella parola l'alto stesso, non solo dire la sua dimora... (La poesia di Hölderlin, a cura di Leonardo Amoroso, Adelphi,1988).

Illustrazione di Chiara Carrer, da E sulle case il cielo.
Amatissimo da bibliotecari, insegnanti e, sì, anche da bambini, questo libro è utilizzatissimo in scuole e laboratori per toccare argomenti diversi: dal linguaggio, al tempo, alle stagioni, al rapporto con la natura, agli stati d'animo. E ha dato luogo a un numero infinito di attività.

Quella che vi proponiamo oggi, ha avuto luogo a Roma, al 121° Circolo Didattico, plesso “Rio de Janeiro” ed è stata realizzata da Raffaella Giardina, a cui abbiamo chiesto di raccontarci brevemente in cosa è consistito il lavoro coi bambini e in che modo il libro è stato utilizzato.
 

Illustrazione di Chiara Carrer, da E sulle case il cielo.
Il libro di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer E sulle case il cielo, da cui sono tratte le poesie che i bambini hanno illustrato, ci accompagna, direi affettuosamente, da tre anni, ed è stato alla base di diverse attività. Per esempio, su ispirazione della poesia Se trovo un costume di acqua salata i bambini scrissero delle bellissime poesie. 
Usai questo testo pensando al Carnevale: inventare un vestito immateriale che potesse esprimere un vissuto profondo dei bambini. 

In un altro caso, ripercorrendo la storia dell'incontro tra i bambini e la poesia e, quindi, tra i bambini e l'autrice (poiché l'anno scorso Giusi è venuta a trovarci a Roma), abbiamo anche realizzato un piccolo libro.

L'idea del calendario, invece, è nata dalla speranza che i bambini di quinta potessero portarsi via un frammento della loro storia elementare anche dopo averci lasciato. 
Nel calendario il lavoro di illustrazione dei versi Gennaio le ombre è stato libero: dopo aver dato una semplice indicazione su come sarebbe stato montato, i bambini hanno utilizzato una serie di tecniche che hanno assimilato in questi anni.



Hanno imparato attraverso tanti laboratori pratici svolti nel corso del ciclo elementare (su Mirò, Burri, Munari, Picasso, la Pop Art, Calder, Fontana...) a esprimersi con libertà utilizzando tecniche tra le più varie (dalla pittura all'assemblaggio di oggetti, al collage di ispirazione surrealista ecc.).

Mi occupo da molti anni di didattica dell'arte contemporanea e il rapporto tra parola e immagine è stato per me il punto di partenza della maggior parte del mio lavoro, per questo tra l'altro amo particolarmente i vostri libri. Ci sarebbe molto altro da dire e la documentazione del lavoro dei bambini è molto ampia, anche perchè dallo scorso anno mi sto occupando di formazione.

Infine, abbiamo realizzato tutti insieme un calendario per la classe: i bambini hanno composto collettivamente due versi per ogni mese, sull'esempio della poesia di Giusi, e i versi sono stati poi illustrati con la collaborazioni di tutti.

In sequenza, alcune immagini realizzate dai bambini per i calendari.