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lunedì 9 novembre 2015

Di qui non si passa!

Di qui non si passa! è il nuovo albo di Isabel Minhos Martins e Bernardo Carvalho, autrice e illustratore ai quali siamo particolarmente affezionati. Il libro, che alla fiera di Bologna ha catturato tutti, è sorprendente per la sua capacità di divertire e far riflettere allo stesso tempo grandi e piccoli. Volevamo raccontarvelo nei migliore dei modi, per questo abbiamo intervistato Isabel Minhos Martins, autrice, ma anche editrice di Planeta Tangerina. E non perdetevi il trailer del libro in fondo al post.

Tra le numerose, brillanti recensioni che il libro ha ricevuto in Portogallo e altrove si dice che Di qui non si passa! è uno “dei più grandi libri di quest’anno”, “un libro obbligatorio”. Anche a noi sembra che siate riusciti a trattare un tema tanto delicato e attuale, una linea di confine dove un divieto si trasforma in una gioiosa rivoluzione, con una stupefacente dose d’ironia. Com’è nata l’idea di questo libro?

Ho cercato di trovare un modo per usare attivamente ciò che si chiama la metà pagina, la linea che separa la pagina sinistra dalla destra. E, a pensarci bene, che cosa rappresenta se non una frontiera? Anche quando si utilizza la doppia pagina per un’illustrazione, bisogna fare i conti con quella linea geografica che può persino rivelarsi utile e interessante per raccontare una storia. Ma quale storia? Mi trovavo alle prese con questi pensieri, quando andai a vedere un film su Hannah Arendt, la filosofa tedesco-americana che scrisse delle questioni di potere, autorità e totalitarismo.



C’è una frase del film che mi rimase impressa quella sera, una frase che il funzionario delle SS interrogato dal tribunale di guerra ripete più volte, e che sentivo poteva diventare l’idea centrale della storia: “Non è colpa mia, stavo solo obbedendo agli ordini dei superiori”. Decisi di trasferire questa idea al libro: che cosa accade quando ci accorgiamo che obbedire agli ordini dei superiori senza pensare con la nostra testa non ha più senso? Poi mi venne in mente la piccola signora guardia, che se ne sta lì sulla frontiera del libro, obbedendo agli stupidi ordini di un generale stupido che vuole avere la pagina destra tutta per sé... Volevo veramente che il lettore si sentisse in rivolta contro questa situazione (ha funzionato?).


La grafica ha un ruolo fondamentale come motore della storia, puoi dirci qualcosa sull’uso quasi munariano dello spazio e della divisone della pagina?

In Planeta Tangerina abbiamo una collana intitolata Cantos Redondos (“angoli arrotondati”) nella quale pubblichiamo albi che sono una sorta di omaggio al libro inteso come oggetto straordinario. Questa collana è nata quando tutti intorno a noi ci chiedevano insistentemente: “Ma quando vi mettete a fare libri interattivi?” Così abbiamo valutato i pro e i contro e abbiamo concluso che fare libri interattivi che possono fare del lettore un lettore attivo poteva essere interessante (anche se, per essere tale, un lettore non ha necessariamente bisogno di questo tipo di giochi). Tuttavia non volevamo che l’interazione si basasse sulla tecnologia. Per noi il libro ha in sé tecnologia a sufficienza e possibilità tali da poter diventare interattivo.



Per questa collana abbiamo creato, per esempio, il Livro Clap nel quale ogni volta che si apre e si chiude una pagina, dentro succede qualcosa; in Este livro está a chamar-te, não ouves? (“Questo libro ti sta chiamando, non senti?”) il lettore segue l’avventura pagina dopo pagina usando le dita, il naso, le orecchie (sempre sulla carta); e con Di qui non si passa! siamo arrivati alla frontiera più alta del libro: la metà pagina!


Ora tutti cercano la realtà su iPad e iPhone (suono, tatto, cose del genere...), dimenticandosi che le vere esperienze avvengono al di fuori di questi dispositivi (sono mobili ma ci rendono così immobili, non è vero?!). Io credo che un libro possa essere anche uno spazio reale, con interno ed esterno, sinistra e destra, vicino e lontano, inizio e fine. E noi raccontastorie possiamo usare questo spazio in molti modi diversi.

Dettagli e schizzi preparatori: Anna e Enrico.
Dettagli e schizzi preparatori: la band. 
Dettagli e schizzi preparatori: Isabella. 
Dettagli e schizzi preparatori: il generale. 
Noi ci siamo innamorati di questo libro alla fiera di Bologna e ci siamo divertiti molto nel tradurlo. Molti personaggi sono davvero comici, tanto che ognuno di noi ha trovato il suo preferito. C’è qualche aneddoto speciale su di loro che vorreste raccontarci?

Ogni personaggio ha la sua storia. Ti faccio solo qualche esempio. Innanzitutto c’è tutta la squadra Tangerina: io (Isabella), Bernardo (l’illustratore), Maddalena, Yara, Cris, Giovanni... e Vivi, il cagnolino di Bernardo. Poi ci sono altre persone che lavorano con noi (per esempio, Babo è il nostro revisore; Anna, la ballerina, è una scrittrice portoghese ed Enrico è suo marito). Poi ci sono Steve (come Stevie Wonder); David (come David Copperfield); Nello, l’astronauta (come Neil Armstrong); i ladri Isidoro e Salgado, che alludono ad alcuni politici e ad altre personalità di potere che sono state arrestate nel nostro paese. Il signor Santino è un tributo al gelato più buono del Portogallo creato negli anni Cinquanta da un migrante italiano. Insomma, come potete vedere, c’è tutto il mondo!

Lo stand di Planeta Tangerina alla fiera di Bologna, invaso dai personaggi di Di qui non si passa!

Nel 2014 Planeta Tangerina è stata premiata dalla fiera di Francoforte come "miglior casa editrice". Inizialmente, nel 1999, era nata come studio di design, ma oggi voi siete editori, oltre che autori, illustratori e grafici dell’intero, o quasi, vostro catalogo. Vi occupate di ogni fase di progettazione del libro, dal concetto alla struttura, al testo, alle illustrazioni, alla grafica, alla stampa, alla commercializzazione e ai diritti. È affascinante! Come riuscite a gestire tutto ciò?

Potrei usare due immagini per spiegarlo: una tratta dal circo, l’altra dal nuoto. Dal circo, ovviamente il giocoliere. A volte abbiamo così tante palline in aria che per tenerle su tutte senza farle cadere e diventare pazzi dobbiamo diventare agili come veri giocolieri. Il paragone con il nuoto è la sensazione che si prova in piscina quando si arriva alla fine di una corsia, a volte riesci a prendere un po’ d’aria, altre no, ma l’importante è nuotare, giusto? Per cui bisogna solo continuare a nuotare! Vai Planeta, vai! Io dico sempre che l’aspetto più difficile dell’avere una casa editrice non è iniziare, ma andare avanti, mantenendo sempre alto il livello di entusiasmo...

lunedì 18 novembre 2013

[art. 29] > identità/educazione

ovvero Katrin Stangl per Bologna città delle bambine e dei bambini 2013

[di Hamelin Associazione Culturale]

Si dice spesso che siamo circondati da storie, ed è vero. Basta guardarsi intorno per vederle e sentirle e viverle. È facile coglierle nei libri, nelle esperienze, nei ricordi. Meno scontato è trovarle in un articolo della Convenzione ONU sui Diritti per l’Infanzia e l’Adolescenza. Eppure anche l’articolo 29 della Convenzione racconta, in un linguaggio forse troppo solenne e dal sapore ottocentesco, una storia: quella dell’educazione dei bambini e delle bambine, dell’educazione come sviluppo del rispetto della propria identità e delle identità altrui. La storia dell’articolo 29, con le sue mille derivazioni e interpretazioni possibili, è stata scelta per animare le attività di Bologna città delle bambine e dei bambini 2013 organizzata in occasione della Settimana dei Diritti per l’Infanzia e l’Adolescenza (16-24 novembre 2013), cui Hamelin Associazione Culturale ha voluto partecipare raccontando una storia, anzi due.


La prima storia nasce, com’è facile presumere, da un libro, Quanti siamo in casa di Madalena Matoso e Isabel Minhós Martins, edito da Topipittori. È un racconto a scatole cinesi, una narrazione nella narrazione nella narrazione. Il libro è narrato in un progetto che è diventato un corso di formazione, che racconta questo albo e tanti altri. Quanti siamo in casa si è quindi trasformato in un percorso narrativo in cui le storie, quelle degli albi illustrati in particolare, sono lo strumento principale di riflessione, confronto e dialogo su temi complessi come l’identità, le differenze e, soprattutto, la famiglia nelle sue diverse e molteplici forme.

A renderlo speciale è, da una parte, un tenace gruppo di lavoro che si è creato per realizzarlo e che comprende l’Ufficio Pari Opportunità e Tutela delle Differenze del Comune di Bologna, Biblioteca Salaborsa Ragazzi, Cassero – Gruppo Scuola, Centro di Documentazione Cassero e Famiglie Arcobaleno, e dall’altra i destinatari cui è rivolto, e cioè gli/le insegnanti dei nidi e delle scuole d’infanzia. Perché non è mai troppo presto per educare, a proposito dell’articolo 29, al rispetto e alla valorizzazione di tutte le possibili forme di identità e famiglia.

Si sa però che le storie sono come le ciliegie, una tira l’altra, e da Quanti siamo in casa si è arrivati a Forte come un orso. Parlare di diritti corrisponde spesso – purtroppo – a scivolare in un terreno di parole svuotate di senso, perché tanto ripetute e scarsamente vissute. Diventa urgente allora ragionare sul come si dicono le cose e per Bologna città delle bambine e dei bambini 2013 si è scelto di farlo attraverso le figure, che spesso, appunto, valgono più di mille parole. Le illustrazioni icastiche di Katrin Stangl non possono che balzare agli occhi e far gridare: “Perfette!”; i protagonisti del libro dell’autrice tedesca sono tutti affermazioni, scritte a lettere maiuscole, di come si possa dire l’infanzia e di come questa stessa si racconti. Stangl interpella gli animali, gli esseri più simili ai cuccioli d’uomo, per descriverne le emozioni, i perturbamenti, i punti di forza e le debolezze; un confronto faccia a faccia, che prende corpo nelle immagini di Forte come un orso (Topipittori, 2013), e mette su carta il primo diritto assoluto dell’infanzia. Quello a essere tale.


Saranno l’autrice e questi bambini venuti dalla Germania, ma che somigliano in tutto e per tutto a quelli che sono qui o anche molto lontano nel mondo, a raccontare la città delle bambine e dei bambini. Innanzitutto, accogliendo “in grande stile”, attraverso delle gigantografie di Forte come un orso, i lettori che entreranno in Salaborsa Ragazzi dal 19 novembre all’8 dicembre 2013. Poi attraverso la voce e le mani di Katrin Stangl, che sarà a Bologna venerdì 22 novembre per un momento d’incontro e di dedica del libro alle ore 17.30 presso ZOO, e sabato 23 novembre alle 17.15 in Salaborsa Ragazzi. Qui darà vita a un laboratorio sul libro e sulla sua tecnica dell’incisione, a cui sono invitati tutti i bambini dai 5 ai 9 anni, purché selvaggi come tigri, timidi come cerbiatti, operosi come api….


P.S: Conclusa la mostra, tre coppie resteranno a fare capolino fra le parole e le figure dei libri della biblioteca. Venite a cercarle!

P.P.S: se siete a Bologna in quei giorni vi consigliamo anche questo.

lunedì 18 marzo 2013

Per amare mio padre

Quest'estate ho letto, uno dietro l'altro, La lingua salvata di Elias Canetti e Il bambino incantato di Rachid O. A causa di questa prossimità mi sono accorta di una analogia fra i due libri, peraltro diversissimi in tutto. Come è noto La lingua salvata è il primo volume della autobiografia di Canetti, in cui si racconta di una straordinaria e difficile infanzia, contrassegnata da continui spostamenti e da vicissitudini di ogni genere, la prima delle quali, tragica, la morte dell'amatissimo padre, quando Elias aveva 7 anni, a Londra.  Il bambino incantato, anch'esso autobiografico, racconta l'educazione sentimentale dell'autore, Rachid O., prima bambino, poi adolescente, in Marocco, fra gli anni Settanta e Ottanta. In comune i due libri hanno le figure paterne, del tutto anomale, caratterizzate da una profonda tenerezza verso i figli, da una disponibilità all'ascolto e al gioco, dalla capacità emotiva di darsi con generosità e di comprendere profondamente i bisogni e la sensibilità di un essere in crescita.

In questa bella intervista, di cui vi consiglio la lettura, Rachid O. dice: «In Cioccolata calda (terzo romanzo dell'autore ndr) dico che si nasce con dei talenti. C’è chi nasce con le mani fatte per dipingere, chi per costruire ecc. Io da bambino desideravo avere un cuore grandissimo per amare mio padre, per ricambiarlo del suo affetto. Il fatto è che entrambi, sin dalla morte di mia madre, abbiamo fatto un enorme investimento reciproco. Lui per me è una miniera, una continua fonte di ispirazione, di affetto, d’amore».
A Canetti accade l'opposto, l'investimento reciproco, dopo la morte del padre, è fra lui e la madre: figura dominante, inquieta, ambigua, esigente, di grande severità e durezza, all'origine, certamente, della genialità del figlio, ma anche di angosce e tormenti indescrivibili.


Colpisce come in due ambienti sociali e culturali dominati dalla religione, ebraica in un caso, musulmana, nell'altro, le figure che infrangono, con la loro umanità, le censure e il rigore di regole incomprensibili e crudeli, siano i padri, capaci di una libertà mentale assoluta e proprio, significativamente, nella relazione educativa e affettiva coi figli. Sono loro infatti, a proteggerli dalla violenza dei diktat sociali, culturali e religiosi, con mano ferma e amore intelligente che si manifesta come profondi rispetto e comprensione dell'altro, anche nelle scelte più lontane e incomprensibili, come l'omosessualità e le relazioni con uomini più grandi per età nel caso di Rachid O.. Ed è il padre di Canetti a decidere di abbandonare la rigidissima famiglia paterna, in Bulgaria, connotata da una cultura soffocante e autoreferenziale, per vivere in una Londra cosmopolita: gesto che gli vale una biblica maledizione paterna (che verrà poi segretamente vissuta dalla famiglia come vera causa della sua precoce e improvvisa morte). Ed è sempre il padre a nutrire Elias di libri, praticati come momenti insostituibili di relazione affettiva e intellettuale, a regalargli il primo libro di fiabe, a contagiarlo con il suo grande amore per la letteratura, vissuta come fonte inesauribile di piacere e libertà.



Di che portata sia il problema dell'ortodossia religiosa e della sua invadenza nella vita civile, privata e familiare, lo segnala l’iniziale del cognome dietro cui ancora oggi Rachid O. si scherma: «Quando è uscito Il bambino incantato, nel 1995, ero semplicemente preoccupato per la mia famiglia. All’epoca, in Marocco, il fondamentalismo stava crescendo. Non avevo paura per me, o per la censura. Ma per mio padre, i miei fratelli. È stato il mio modo di proteggerli. E poi quella O. mi piaceva anche esteticamente: e si ricorda facilmente.»

Oggi festeggiamo la prossima festa del papà con questi due padri magnifici. Sono in tanti, però, crediamo, come loro: forse mai abbastanza ricordati e presi a esempio. Sarebbe bello lo fossero, per anteporre figure maschili, positive e in controtendenza rispetto a quelle di cui i media non fanno che parlare.
Ho scritto questo post perché a Roma, a Più libri più liberi, allo stand Playground parlavo con due amici di questi due padri incontrati durante l'estate e della mia intenzione di scrivere qualcosa. Sono stati loro a spronarmi a riprendere l'idea e a farlo. Anche perché noi per i papà abbiamo un debole, come mostrano i due libri a loro dedicati, nella collana I grandi e i piccoli: Non si incontravano mai. Il libro del papà e della bambina di Mauro Mongarli e Chiara Carieri e P di papà di Bernardo Carvalho e Isabel Minhós Martins. Due libri che ci continuano a piacere per il modo che hanno di raccontare la paternità e la sua importanza nella vita dei figli.



martedì 23 ottobre 2012

Madalena & Isabel

Il primo libro che ho visto di Madalena Matoso e Isabel Minhós Martins è stato Quando eu nasci, nel 2008, durante la fiera di Bologna, in uno scaffale della libreria Stoppani. La sua copertina mi chiamò a gran voce: Aprimi!, intimava, fra i tanti. Sopra: un albero bianco su fondo nero, gremito di uccelli coloratissimi. Fu amore a prima vista. Lo mostrai a Paolo, entusiasta: Questo lo dobbiamo fare, farfugliai, tirandolo per la giacca. Guarda che queste due autrici portoghesi le incontro domani - fu la sua risposta -. Gli ho dato un appuntamento perché mi hanno mandato dei materiali bellissimi. Hanno una minuscola casa editrice, Planeta Tangerina.



Così è nata la nostra amicizia con questa casa editrice, col gruppo di autori e illustratori portoghesi che l'ha fondata e coi loro meravigliosi libri. Planeta Tangerina, oggi, non è più tanto minuscola e si è affermata come una delle migliori e più innovative case editrici europee e del mondo. Se lo merita, perché i libri che produce sono gioielli autentici, che hanno il dono della bellezza e quello dell'intelligenza. E sono, in più, di-ver-ten-tis-si-mi. Gran parte dello spirito si deve all'ironia e all'umorismo di Isabel, autrice di quasi tutti i testi dei libri pubblicati. Isabel ha due invidiabili caratteristiche: ha idee strepitose e sa raccontare benissimo. Vi faccio un esempio, leggete attentamente questa frase e guardate l'immagine che l'accompagna:
"Quando sono nato, non avevo ancora visto il sole, un fiore o un viso. 
Non conoscevo nessuno e nessuno conosceva me."


Che un bambino non conosca nessuno, quando è appena nato, lo sanno tutti. Ma che nessuno conosca lui... ecco qualcosa a cui non si pensa mai. Ed ecco cosa significa saper scrivere: significa dire qualcosa a cui nessuno pensa mai, ma che pure è sotto gli occhi di tutti. E sapete perché importante questa idea? Perché se tutti sappiamo quanta fatica costi a un bambino conoscere il mondo, nessuno pensa mai che fatica ancora più grande sia farsi conoscere.





















I lavori dei bambini ispirati al libro, durante i laboratori al Festival Tuttestorie 2012.

Ecco cosa vuol dire parlare di infanzia in modo non convenzionale. Qualcosa che pochi sono capaci di fare. E l'immagine di Madalena Matoso è altrettanto geniale: dopo il buio della pancia della mamma (una pagina nera, dove in bianco si legge: "quando sono nato non avevo ancora visto niente. Solo il buio. Un grande buio nella pancia della mamma"), un bambino indica se stesso. Alle sue spalle, una galleria di ritratti di persone, quelle che sono il suo mondo ancora sconosciuto: il mondo che l'ha messo al mondo. Il bambino deve conoscerlo e deve, insieme, conoscere se stesso per farsi conoscere.
Vi sembra poco? Basta poco per decidere di pubblicare un libro, ma quel poco è, in verità, moltissimo.

Di Madalena e Isabel abbiamo pubblicato anche Quanti siamo in casa. Libro che fonda una nuova branca della matematica: la matematica familiare. Suo scopo è conteggiare quel che c'è in una casa: occhi, teste, nasi, piedi, gambe... Così, per una famiglia di 5 persone + 1 cane: si scoprono numeri incredibili: 6822 ossa, centinaia di chilometri di intestino, un milione di capelli, 924 denti... La matematica familiare è una matematica gentile perché sempre riporta la quantità alle qualità ovvero al lato non conteggiabile delle cose: 10 piedi equivalgono a “10 scarpe da lasciare in giro tutte le sere, 10 calzini da buttare in un angolo... e appena due mani per mettere in ordine tutto questo guazzabuglio.”
118 unghie sono quelle “che la mamma ci fa tagliare tutte le domeniche.”
12 narici, quelle “che nella stagione dei pollini gocciolano tutte allo stesso modo.”
800 000 mila capelli, quelli “che bisogna lavare, asciugare, spazzolare e pettinare. E in estate ce li facciamo tagliare corti.





I lavori dei bambini ispirati al libro durante i laboratori al Festival Tuttestorie 2012.

Insomma, è chiaro: questa è una matematica che induce all'affetto, come dovrebbe essere per tutte le scienze esatte, se conservassero la loro radice umana.

Madalena interpreta la bellezza di questi calcoli dando rappresentazioni gioiose di quel che il corpo è, dentro e fuori: come l'intestino che diventa un labirinto lampeggiante di colori. O come il risguardo finale: magnifica parodia di tavola anatomica, che ne conserva il fascino, irridendone la tetra crudezza.
Quando sono nato e Quando siamo in casa sono stati scelti dal Festival Tuttestorie (onore al merito!) che li ha proposti in una serie di laboratori, a cura di Madalena Matoso, giunta da Lisbona per l'occasione.  Insieme ai libri di cui abbiamo appena parlato, nel programma di Tuttestorie era presente anche il delizioso, brillante e tenerissimo, Il mio vicino è un cane, edito da La Nuova Frontiera Junior, di cui potete sfogliare qualche pagina qui.




Le fotografie pubblicate si riferiscono all'installazione interattiva ispirata all'albero del libro Quando sono nato e realizzata dal Festival Tuttestorie 2012, e ai laboratori di Madalena Matoso tenuti in occasione del festival.

martedì 20 dicembre 2011

Quando nasce un bambino…


 [di Antonella Capetti]

Beatrice Alemagna, Che cos'è un bambino

La nascita è un mistero che accomuna credenti e laici: per gli uni, è il manifestarsi quotidiano di Dio, per gli altri è la forza della vita. Il Natale incarna questi due fatti straordinari, e nostro compito è risvegliare l’incanto, soprattutto in chi da tempo lo ha perduto.
C’è da preparare lo spettacolo natalizio: ma noi non amiamo le recite, il bambino bello, bravo e buono sul palco, la perfezione mummificata di un adulto in miniatura. Ci piacciono i bambini, tutti; anche quelli meno belli, meno bravi e meno buoni, quelli imperfetti, come noi, quelli che balbettano e, dovessero imparare qualcosa a memoria, di certo lo dimenticherebbero, di fronte a tutti quei visi in attesa.
Ci piace che anche gli adulti si mettano in gioco, perché se sul palco c’è la maestra Lisa, anche i bambini si sentono più sicuri…


Bisogna inventarsi qualcosa, perché non ci piacciono i dialoghi già pronti e la morale preconfezionata, adatta al giorno di festa e dopo due minuti già dimenticata.
 «Ci sarebbe quello splendido libro… ma sì… Che cos’è un bambino, di Beatrice Alemagna. E se lo usassimo? E se ogni bambino realizzasse il proprio autoritratto, sul modello delle illustrazioni del libro, e con i ritratti di tutti (sono più di duecento!) riempissimo dei grandi teli neri, a illuminare il buio (che non c’è nulla come il viso di un bambino felice che possa far risplendere la notte)?


E poi ci potremmo fare anche i biglietti augurali... massimo risultato con il minimo sforzo.»
(A scuola, spesso, bisogna fare i conti con un tempo sempre più tiranno).



E va bene: prendiamo il libro, tutto, perché non si può tagliare nemmeno una parola, è perfetto così. Lo dividiamo in scene, e per ognuna ci saranno dei bambini sul palco a drammatizzare il racconto. E i genitori in sala parteciperanno, anche solo con un “Ah!” di meraviglia al momento giusto.

Un bambino ha piccole mani  (i bambini alzano le mani all’altezza della testa)
piccoli piedi  (i piedi in aria, stando seduti e con le mani poggiate dietro la schiena)
e piccole orecchie, (portano le mani dietro le orecchie)
ma non per questo ha idee piccole. Le idee dei bambini a volte sono grandissime, divertono i grandi, fanno loro spalancare la bocca e dire: “Ah!” (gli adulti in platea ripetono “Ah!”)

E poi quell’idea: videoproiettare le foto dei maestri, da bambini e poi da grandi. Perché anche loro sono stati bambini, e in questo modo forse non se lo dimenticano.


Beatrice Alemagna, Che cos'è un bambino
E poi? E poi? (come i bambini, sempre a chiedere «E poi?»)
E poi non ci basta, vogliamo di più. E, ancora una volta, i libri dei Topi. Perché c’è un altro albo, Quando sono nato, di Isabel Minhòs Martins e Madalena Matoso, che sembra scritto apposta per noi.
Perché c’è una cosa, una sola, che ci accomuna davvero tutti: tutti siamo figli, tutti siamo nati da qualcuno. E allora via, via con il tutto buio, e quelle immagini meravigliose:

Isabel Minhòs Martins, Madalena Matoso, Quando sono nato

Quando sono nato, non avevo ancora visto niente.
Solo il buio.
Un grande buio nella pancia della mamma.
Quando sono nato, non avevo ancora visto il sole o un fiore o un viso.
Non conoscevo nessuno, e nessuno conosceva me.
[…] Quando sono nato, era tutto nuovo.
Tutto stava per cominciare.


E poi?
E poi è stata una festa bellissima, commovente, con i bambini un po’ buoni un po’ no, come sempre. I maestri prima agitati e nervosi, poi felici e soddisfatti, e i genitori commossi, che ci dicevano: «Bravi. Bravi soprattutto per la scelta dei testi.» 
E allora, se una festa di Natale è così bella, è anche merito dei Topi.

[Qualche tempo fa, Antonella Capetti, insegnante elemetare, ci ha mandato un messaggio in cui ci raccontava delle attività svolte a scuola con i nostri libri, soprattutto in prima e seconda classe, per l'apprendimento dell'alfabeto, della lettura e della scrittura. Il suo lavoro ci è sembrato molto interessante e per questo le abbiamo chiesto di descrivere qualcuna di queste esperienze per il nostro blog. Il post che avete appena letto si riferisce a uno spettacolo che Antonella, insieme ai suoi bambini, ha realizzato nel 2009. Antonella Capetti è nata in Valtellina, a Grosio, nel 1967. Insegna italiano e immagine nelle scuole primarie di Carimate e Montesolaro. Per più di quindici anni ha insegnato nella scuola dell'infanzia. Ha pubblicato racconti per l'infanzia con la casa editrice Ghisetti e Corvi e con la Gulliver, con cui collabora anche alla stesura di articoli di didattica scolastica.] 
Isabel Minhòs Martins, Madalena Matoso, Quando sono nato