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mercoledì 12 giugno 2013

Mappe ritrovate di territori segreti



Dall'inizio di giugno, il nostro blog è entrato in fase di rallentamento estivo. Ma evidentemente i nostri lettori no. Negli ultimi giorni gi stanno arrivando dei messaggi, stimolati dai post più recenti, davvero molto belli: vere e proprie lettere, anzi. Belle, sì, non solo per un carattere privato, ma soprattutto per come ci sembra che “afferrino la palla” per rilanciarla più lontano, sviluppando riflessioni, aggiungendo riferimenti, spingendo il discorso sui libri e sul lavoro che ci sta dietro, verso altri ambiti ed esperienze. Per questo ve le proponiamo. La prima arriva da Sandra Caciagli*, che, mossa dal post Tu non sei niente del 30 maggio scorso, su Un altro me, di Bernard Friot, ci ha scritto di sé, del suo lavoro coi bambini e gli adulti, e del suo modo di usare i libri. Ringraziamo Sandra per il suo messaggio, i suoi pensieri e il modo in cui ha pensato di condivederli.


Cari Topi,
per la seconda volta dopo la lettura di un post sul vostro blog non posso fare a meno di scrivervi anche per condividere i pensieri che mi suscitate, anche se ho sempre paura di non esser capace con le parole ad acciuffarli tutti questi pensieri che sono nitidi e leggeri quando viaggiano nella mente come fiocchi di neve silenziosi e, invece, quando si posano sul foglio per essere scritti, si sciolgono e sembrano apparire informi e inespressivi.

Ma dopo aver letto il post su Friot e la risposta di Anna** vorrei davvero provare a dire qualcosa su questi libri bellissimi dentro e fuori (amo immensamente la grafica di questa collana li attaccherei al muro in fila per guardarmeli dalla mia poltrona preferita).
Non ho tutti i titoli de Gli anni in tasca, ma ho quello di Friot (credo sia il primo che ho comprato) e quello di Anna Castagnoli.
A Super 8 sono particolarmente affezionata: sarà che sono nata nel ‘69 e che avevo anch’io un albero su cui giocavo per interi pomeriggi nel giardino della casa di campagna di mio nonno, sarà soprattutto che le parole di questo libro mi hanno aiutato a capire qualcosa di importante e mi hanno aiutato a dirlo.
Lavoro da dodici anni con i bambini in vari contesti, tra cui quello scolastico, e negli ultimi tempi mi capita di essere coinvolta in progetti di formazione con insegnanti e educatori; mi chiamano a raccontare quello che faccio e come lo faccio. Così sono stata costretta in qualche modo a pormi delle domande per cercare di capire bene (e spiegare ad altri) il mio modo di lavorare con i bambini, individuando le cose importanti.
Ultimamente, inizio i miei incontri leggendo al gruppo di adulti presenti due cose (edizioni Topipittori tutte e due!): Che cos’è un bambino? di Beatrice Alemagna e il capitolo di Super 8 sullo “sguardo traslucido”.


Lo faccio perché mi sembra importante sgombrare il campo da un atteggiamento che troppo spesso mi capita di vedere negli adulti che lavorano coi bambini, un atteggiamento a volte caratterizzato da superficialità, indifferenza, fretta, supponenza, buonismo, condiscendenza, non ascolto, assenza, mancanza di riflessione intorno al mondo dell’infanzia. E io, invece, quando mi avvicino a questo mondo sento quasi come se tornassi a casa in una casa che è stata mia e di cui conosco bene la lunghezza dei corridoi, gli scalini invisibili che istintivamente scendo, gli avvallamenti dell’intonaco che amo lisciare con la mano, gli scricchiolii che quando li sento so chi sta arrivando, e allo stesso tempo, però, so di essere ormai un’estranea che ha solo il privilegio di ritornare per un momento ad abitare quella casa orami abitata da altri, ospite dei bambini che incontro.
Credo che ciò che faccio quando sto coi bambini sia profondamente pervaso da questa sensazione e che i vostri libri mi abbiano aiutato a decifrarla, come mappe ritrovate di territori segreti, offrendomi la possibilità di pensare con più chiarezza a ciò che faccio e di condividerlo all’esterno. Per questo, oggi sento di dovervi ringraziare ancora una volta per il sostegno che date a questa mia ricerca infinita di senso. Perciò, grazie.

Sandra


Sulla visione traslucida  (da Super 8 di Anna Castagnoli)

Quando si è bambini non si ha una visione lucida delle cose, si ha una visione traslucida. Il verde delle chiome degli alberi, dei prati, è quello iridescente dei ramarri; il cielo, quando è sereno, è di un blu abisso-di-mare che neanche a disegnarlo si riuscirebbe a renderlo così. Il bianco di una tovaglia, di un sorriso, del passepartout di un quadro, di un muro (per non parlare di quello della
neve) possono fare persino male agli occhi. È per il fatto che i bambini guardano davvero le cose, a differenza dei grandi, che le guardano per finta.
Un adulto guarda il cielo e pensa: “Toh, oggi è bel tempo”; oppure guarda le nuvole e cerca di capire da che parte soffi il vento, per sapere se deve prendere l’ombrello o no, quando esce di casa. Se è una domenica e non ha niente di meglio da fare, magari guarda il cielo così, perché gli piace. Pensa: “Che bel cielo, che nuvole bellissime.” Ma non vede davvero il cielo né le nuvole: vede un tutt’uno di cielo e nuvole che fa un bel quadro, piatto come una cartolina.
Invece un bambino, grazie alla visione traslucida, guarda su e vede una miriade di sottili strati di azzurri e blu che si muovono tra loro come i vetrini di un caleidoscopio. Ne attraversa con gli occhi le trasparenze e va giù, giù, fino a una profondità senza ossigeno che ci vorrebbe un palombaro per non morire asfissiati. Anche in pieno giorno, dietro il blu degli ultimi strati, riesce a intravedere le prime stelle della nostra galassia, il nero di quella successiva, e le meteoriti che vagano perdute.
In primo piano, con i suoi occhi radar, ha già esplorato ogni nuvola, alla ricerca di un paio di orecchie di coniglio, di una coda di dinosauro, di una bocca di lupo con la lingua fuori. Trovata ogni forma possibile nel profilo delle nuvole, passa a esplorarne con attenzione l’interno: le dune turgide, le zone gassose, le bolle, per tracciare, come un pioniere di nuove terre, una strada abbastanza sicura da poter essere percorsa. Non una sfumatura nella piuma di un piccione che si alza in volo, non il volgersi al sole di una foglia d’argento, non l’impercettibile movimento delle testoline dei fiori durante le ore del giorno, può sfuggire ai suoi occhi. Ma non è tutto qui. La visione traslucida, oltre che attraversare le distanze, sa cogliere l’infinitamente vicino.
Uno svantaggio della visione traslucida è che non solo i cieli sono caleidoscopi trasparenti, ma anche le persone. Una persona che sorride, se è davvero felice, per un bambino può essere ustionante come una palla di fuoco scappata dal sole. Una persona triste, vista con lo sguardo traslucido, è un lago di lacrime circondato da alberi senza foglie, i cui rami gemono nel vento. Non conosco un solo bambino che non sarebbe disposto a fare il giro del mondo di corsa due o tre volte, se questo servisse a far smettere di essere triste una persona triste.
Ve l’ho detto, i bambini non hanno una visione lucida del mondo.



*Sandra Caciagli lavora dal 1999, come dipendente di una coop sociale, per alcuni servizi educativi del Comune di Firenze: il Laboratorio permanente per la Pace, la Ludoteca La Mondolfiera e S-Piagge, progetto a finanziamento regionale, spazio incontro per adulti e bambini 0-3 anni (le Piagge sono una periferia difficile di Firenze  dove è collocato il servizio). Con Laboratorio per la Pace, lavora da anni nelle scuole del Quartiere 5 (dall'infanzia alle medie); e, grazie all'offerta formativa del Comune di Firenze “Chiavi delle città”, nelle scuole di tutto il territorio comunale. Sempre con Laboratorio collabora con Movimento di Cooperazione Educativa Firenze per offrire occasioni di formazione e gruppi di studio. In particolare, si occupa di laboratori (educazione attiva), creatività, letture, gioco con specifica attenzione all'educazione interculturale, alle relazioni, alla gestione dei conflitti. Dal 2005, svolge attività di formazione degli adulti, per progetti regionali finanziati da fondi sociali europei e gestiti dall'università di Firenze e da quella di Siena, e per altri progetti più piccoli, in Toscana, mirati a formare educatori e insegnanti, soprattutto su in relazione alla gestione di laboratori e agli strumenti professionali quali creatività, narrazione, gioco. Qui il blog di gruppo delle suo gruppo di lavoro, nato per scambiare idee e raccontare esperienze.

**
Questo libro è bellissimo, durissimo, coraggiosissimo.
Io non ho avuto il coraggio di dire davvero il dolore senza infiocchettarlo, c'è come un tabù (tra adulti) a parlare del dolore dei bambini e dei ragazzi.
Friot del tabù se n'è fatto un baffo, ha detto come stava davvero. La verità ci tocca e ci raggiunge sempre, qualunque essa sia: è questo che fa bene
.



giovedì 30 maggio 2013

“Tu non sei niente”

DOMENICA
Tempo grigio a nord della Loira.
Foschie e nebbie nelle valli.


Comincia verso le tre. Il pranzo della domenica è finito da poco. C’è stato il solito episodio dei piatti. «A chi tocca?» «A me no! Ho già apparecchiato.» «E perché a lui non tocca mai? Non lo fa neanche durante la settimana…»
   Lui, sono io.  E il turno dei piatti non mi tocca durante la settimana semplicemente perché non ci sono, sono via. Frequento il liceo come interno in un convitto, a ottanta chilometri da qui, dall’altra parte di Parigi.
  Posso anche farli, i piatti, se insistono. Tanto è come se già fossi via. Sono arrivato ieri, verso le sei, e tra poco riparto. Me ne vado ancora prima che se ne accorgano. Non partecipo nemmeno più a queste discussioni che solo l’anno scorso erano parte della mia vita. Sono qui provvisoriamente, e li guardo da lontano. Nella mia testa, mi sono già chiuso la porta alle spalle.
   Faccio un po’ d’ordine in camera mia. O meglio, nella mia vecchia camera: ci sto così poco ormai, che di me non c’è quasi più traccia. Mio fratello Eric ha invaso tutto, attaccato alle pareti i poster coi piloti di formula uno, seminato sul letto e la moquette i suoi vestiti e le sue riviste.
   Ora sono solo. I miei fratelli sono già usciti, uno dopo l’altro. Mio padre non so dov’è.  Mia madre è in soggiorno a stirarmi la camicia.
   Ed ecco, comincia. Mal di pancia. Non proprio male. Solo una sensazione di vuoto, una mano, dentro, che mi stringe lo stomaco. In questi momenti ho freddo. Parto fra un’ora. Un’ora persa, ingoiata da questa paura vaga. Angoscia.
   La valigia non è ancora chiusa. Ci ho messo la camicia stirata e il sacco di tela per la biancheria sporca della settimana. Come su tutti i miei vestiti e sui miei oggetti personali sopra ci sono un numero e una lettera: 92A. Là non sono che un numero.  
Faccio scattare le serrature, a sinistra e a destra. La valigia non è grande né troppo pesante. Una valigia a buon mercato, in Skai, con una tasca esterna. Ci sistemo anche il panino che mi ha preparato mia madre (prosciutto, tre fette di pomodoro, una foglia di insalata). Non lo mangerò, ma è indispensabile, credo, al rito della partenza.

Parto ancora prima di partire. Prendo le distanze da loro. Che restano al caldo, alla luce, e mi respingono. Ce l’ho con loro ma non lo dico, taccio. Incomprensibile, come al solito, nello spazio segreto che mi sono costruito. Invisibile, ma non lo sanno, perché non mi guardano.
   Li amo, certo, senza dubbio, ma è un’evidenza, una necessità. Sarebbe un inferno non amarli. Li amo per precauzione, per errore. Perché si ha bisogno di amare, ci sono slanci incontrollati che mettono in pericolo fuori dalla propria zona di sicurezza. Quando uno ama, si espone, mette a nudo una parte di se stesso, ed è proprio lì che possono ferirti. Ferire a vita, ferire a morte.
   Amare i genitori e i fratelli è un rischio minimo. È un amore così banale che non sconvolge, non impegna.
   Amo questo genere di pensieri, mi ci diverto segretamente. E me ne vergogno. Sono un ingrato, un egoista. È male. Me li lascio girare in testa, sono armi contro un male più assoluto: non essere riamato, amare e non essere amato. So bene che se mi lasciassi andare, se non reprimessi il mio cuore fino a soffocarlo, amerei alla follia, brucerei d’amore. A volte mi capita, nei momenti in cui l’emozione è d’obbligo, Natale o la festa della mamma, e scrivo poesie ridicole, grondanti di amore inutile.


Lavoro realizzato dai ragazzi della scuola media Leonardo da Vinci,
di Palermo, nel 2102, dopo la lettura di Un altro me di Bernard Friot, (nella foto).

Quello che avete appena letto, è l'attacco del romanzo di Bernard Friot, Un autre que moi (Éditions de la Martinière, 2003), da noi pubblicato nella collana Gli anni in tasca con il titolo Un altro me.
Un giorno, Bernard mi ha raccontato di avere ricevuto più lettere dai suoi lettori per questa autobiografia della sua giovinezza, che per tutti gli altri suoi libri (titoli come le famose Histoires pressées che in Francia hanno venduto centinaia di migliaia di copie, se non qualche milione, e avute numerosissime ristampe). Come la lettera di una giovane lettrice chi gli scrisse: "Questo libro mi ha aiutato a richiudere la porta sulla mia adolescenza".
Lettere di adulti, ma anche di ragazzi, che lo ringraziavano per aver raccontato quel periodo così difficile della sua esistenza: trovare espresso un disagio così forte, e così poco facile da esprimere, con quella precisione, aveva avuto un effetto liberatorio, salutare, catartico per molti di coloro che avevano incontrato quel libro sulla propria strada.

Palermo, 2102, dopo la lettura di Un altro me di Bernard Friot.
Dare parole, e quindi ordine, forma, senso, a esperienze, emozioni, stati d'animo rimasti senza parole, è uno dei grandi compiti e meriti della letteratura, ed è una delle ragioni per cui si ritengono i libri e la lettura tanto importanti nella formazione di bambini, ragazzi, adolescenti. 
Non è una esperienza facile, quella della letteratura. Tutt'altro: richiede attenzione, capacità analitica, intima disposizione al confronto, e a queste bisogna esser educati. Ma varrebbe la pena riflettere che queste doti sono fondamentali anche nella vita, oltre che nella letteratura, e che quindi la letteratura può costituire una palestra ideale in questo senso, facendo attenzione a non sottrarre alla lettura quella dimensione di privatezza, mistero e scoperta personale che la rendono attraente. 
Ci siano accorti che la collana Gli anni in tasca muove in modo specifico il desiderio di mettersi in contatto con gli autori per condividere il piacere della lettura, e a propria volta per condividere le proprie esperienze.
La condivisione dell'esperienza è importante, e forse la ragione per cui la collana Confessions di Éditions de la Martinière, come Gli anni in tasca, muove questo desiderio è che parte esattamente dal presupposto di condividere con i lettori gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza.
Quasi tutte le persone che si sono cimentate nello scrivere le autobiografie de Gli anni in tasca ci hanno riportato un'esperienza complessa, a un tempo liberatoria e frustrante, appagante e ardua. Il passato ha quella sua tipica bellezza da cartolina solo quando lo si tiene a debita distanza. Quando si è costretti a osservarlo da vicino, rivela una complessità sconcertante, a volte paralizzante. E chi accetta di affrontarla mostra una certa tempra.
Deve essere per questo che questi libri, se non hanno incontrato, eccetto alcuni casi, un largo pubblico, hanno avuto grandi appassionati, estimatori profondi, lettori attentissimi e motivati, che poi, a loro volta, hanno anche avuto il merito, dal nostro punto di vista, di farsene interpreti con i ragazzi.
Di questo siamo piuttosto orgogliosi. Ci piacerebbe naturalmente che le potenzialità di questi libri potessero esprimersi meglio, arrivando a un pubblico più largo. Ma non disperiamo.

Con il permesso di Bernard Friot, oggi pubblichiamo due lettere di un ragazzo di venunt'anni, Mathieu, che riflette sul libro Un altro me (la prima inviata all'editore, la seconda all'autore, dopo aver ricevuta la sua risposta):

Mi piace quando il sonno tarda ad arrivare.
Ci sono persone che temono l'insonnia, non è il mio caso: se l'uomo della sabbia, una sera, è occupato altrove, altri compagni più reali sono sempre là, sul mio comodino. I libri.
Questa notte mi sono sintonizzato su “Un altro me” di B. Friot.
La sua copertina dagli occhi blu mi guardava con espressione fredda e tranquilla, e ho cominciato a girare le pagine meccanicamente.
Come al solito quando apro un libro, sono arrivato alla fine tutto d'un fiato. E raramente ho incontrato un libro capace di far provare tante emozioni con così poche parole. Come dire? È un po' come se avessi letto la mia stessa storia. Mi identifico sempre un po' troppo con gli eroi.

Non sapremo mai cosa ne sia stato di Cahuzac, ne quale fosse la realtà familiare di  Delpech. Sta al lettore immaginarlo.

È buffo, ma questo libro mi ha fatto venire voglia, a mia volta, di scrivere delle confessioni. Benché a ventun'anni sia ancora un po' giovane per questo.

In ogni caso, grazie per questo bel testo.

Cordialmente

***

Alla fine trovo il coraggio di rispondere.
Mi sono piaciute molto la sue riflessioni sul libro, “un messaggio spedito al mare”. Mi sembra il punto di vista delle edizioni La Martinière che offrono ai lettori la possibilità di contattare gli autori. E questo mi ricorda alcuni progetti.

Una volta letto, cosa fare di un libro? Chiuderlo da qualche parte, in biblioteca, finché non ci torna la voglia di riprenderlo o in attesa che qualche ospite non ce lo chieda in prestito? Perché, piuttosto, non regalarlo, condividere la sua emozione con un altro? Insomma, trasmettere il messaggio... Alla fine di ogni libro bisognerebbe mettere una quindicina di pagine bianche, perché i lettori possano lascia traccia del loro passaggio, e lasciare, a loro volta, una testimonianza. Così il libro si arricchirebbe dei contributi dei suoi lettori... e se un giorno, per il più incredibile dei casi, tornasse nelle mani del suo autore, che piacere sarebbe per lui scoprire il cammino percorso dal suo libro!

La ringrazio dell'incoraggiamento. Sono davvero creativo? Non lo so. Piuttosto ho l'impressione di creare per rispondere a una piccola voce che mi dice sempre “tu non sei niente”, provare a me stesso che non sono il vuoto. La mia forza forse è quella della disperazione... O quella della speranza: come saperlo?

Così, scriverò. Forse non delle Confessioni. Perché, a parte tutto, mi sento ancora troppo vicino alla mia infanzia per poterla guardare obiettivamente, ma altre cose. Mi piacerebbe scrivere per i ragazzi, scrivere quello che non ho potuto leggere da bambino. Scrivere quello che avrebbe potuto dare speranza ad alcuni miei amici che oggi non ci sono più.

Cosa l'ha spinta a scrivere? Perché ha deciso di scrivere libri per bambini? Le risposte mi interessano :).

Buona continuazione

Palermo, 2102: suggestioni dalla lettura di Un altro me di Bernard Friot.

domenica 27 marzo 2011

Fiera del libro di Bologna: Piccola Agenda dei Topi

Anche quest'anno parteciperemo alla Fiera del Libro di Bologna. Saremo nel padiglione 29, stand D36, insieme ai nostri amici di Planeta Tangerina e Editions Notari.

Mentre oggi siamo impegnati ad allestire lo stand, vi ricordiamo gli appuntamenti di questa settimana.

Infine, il blog riapre dopo la fiera, nel frattempo potete seguire la cronaca delle giornate fieristiche sulla nostra pagina facebook. A presto e buon lavoro a tutti!


EVENTI IN FIERA:

Martedì, 29 marzo
Caffè autori, ore 15.30
Fumetti per bambini
Intervengono: Giovanna Zoboli (Topipittori), Fausta Orecchio (Orecchio acerbo), Omar Martini (Giunti-Black Velvet), Frédéric Lavabre (Sarbacane)
 
Mercoledì, 30 marzo
Caffè autori, ore 11.
365 giorni di poesia
Hervé Tullet e Bernard Friot parlano di poesia a partire da Agenda du (presque) poète. Conduce, Giovanna Zoboli.

Mercoledì, 30 marzo
Caffè degli illustratori, ore 11.
Le ragioni di una scelta: Incontro con i membri della Commissione di Selezione della Mostra Illustratori 2011
Paolo Canton (Topipittori), Carll Cneut (illustratore), L’uboslav P’alo (AFAD Bratislava), Ellen Seip (Cappelen Damm), Sophie Van Der Linden (critica).
Modera: Marcella Terrusi, Università di Bologna.


Mercoledì, 30 marzo
Stand Topipittori, 29 D36, ore 13.30.
Giulia Sagramola firma il suo imperdibile Bacio a cinque.

Mercoledì, 30 marzo
Caffè illustratori, ore 16.30.
Incontro tra Camilla Engman, Ana Ventura e Giovanna Zoboli.
Presenta, Ilaria Tontardini.




Mercoledì, 30 marzo
Stand Topipittori, 29 D36, ore 17.30
Simone Rea firma le sue bellissime Favole di Esopo










EVENTI FUORI FIERA

Distant friends
Mostra di Ana Ventura e Camilla Engman,
presso Hamelin Associazione Culturale.
Inaugurazione: mercoledì, 30 marzo, ore 19.
Maggiori informazioni qui.







Nove storie sull'amore. Libri in stoffa, libri in carta e serigrafie di Ana Ventura
La mostra si tiene presso neirami.
Inaugurazione: martedì, 29 marzo, ore 19.
Maggiori informazioni qui.

Inoltre vi segnaliamo anche, per il dopo-fiera:

Workshop con Ana Ventura
13-15 maggio 2011
Durata: 20 ore.
Scadenza iscrizioni: 24 aprile 2011.
Si tratta di workshop per illustratori e la selezione avviene attraverso curriculum, max 20 partecipanti.
Il costo è di 180 euro. 
Per informazioni e iscrizioni:
HAMELIN | mostre@hamelin.net |
www.hamelin.net | 051 233401

mercoledì 10 novembre 2010

«Non avrei mai immaginato...»

Un altro me di Bernard Friot è uno dei tre nuovi titoli appena usciti e da pochi giorni in libreria della collana “Gli Anni in tasca”.
Un racconto aspro, coinvolgente, implacabile, che ci ha presi fin dalle prime pagine. Dopo averlo letto e tradotto, siamo andati a Besançon a trovare Bernard, che non conoscevamo: e la controparte di questo romanzo “difficile” si è rivelata una persona piena di calore, che sprigiona empatia, con uno scintillante senso dell'umorismo.
Per parlarvi del libro, abbiamo pensato di fargli qualche domanda:

Ci siamo chiesti perché, quando ti sei concentrato sulla tua storia di adolescente per scrivere questo libro, fra tutti i ricordi si è imposto proprio quello da cui parti: una domenica sera, al rientro da casa nel collegio che frequentavi, a Parigi. Cos'è stato a determinare questa scelta?
Non avrei mai immaginato di scrivere un libro come questo. La cosa è stata provocata da un'amica, una scrittrice, Jeanne Benameur, alla quale in precedenza avevo dedicato uno dei miei libri. È stata lei a parlarmi del progetto delle Èditions La Martinière di creare una nuova collana, nella quale far raccontare agli scrittori per ragazzi la propria adolescenza. Jeanne mi disse: «Ho pensato che fosse il progetto adatto a te.» Istintivamente le risposi: «Assolutamente no! Ho dimenticato la mia adolescenza; l'ho cancellata dalla mia memoria.» Ma era già troppo tardi. Alcune immagini erano già tornate in superficie. La prima fu quella sensazione di freddo umido che mi raggelava la schiena mentre attendevo l'autobus che, ogni domenica sera, mi riportava al collegio. Le immagini che hanno guidato la scrittura di Un altro me sono state tutte “fisiche”: luci, odori, impressioni atmosferiche, eccetera.

In che modo, dopo che hai scritto questo libro, i tuoi ricordi di ragazzo sono cambiati, se sono cambiati? C'è stato un cambiamento nel tuo modo di pensare la tua adolescenza, mentre scrivevi il libro e quando poi l'hai terminato? Perché, a tuo avviso, la scrittura può cambiare la memoria?
Ho l'impressione che, scrivendo questo libro, si sia creato uno spazio per altri ricordi. Un po' come quando si fa ordine nei cassetti della scrivania: di colpo, si scopre che c'è ancora un sacco di posto. E poi, quei ricordi che volevo tenere sepolti perché erano dolorosi, ora non mi fanno più paura. La scrittura ha creato una distanza o, più esattamente, mi ha permesso di “fissarli”. Non sono più un agglomerato informe e inquietante: sono una fotografia che posso guardare in tutta tranquillità.

Bernard Friot, a sinistra, con il fratello maggiore.
Come è stato accolto il libro in Francia? Fra ragazzi, adulti e “addetti ai lavori” ci sono state differenti reazioni?
Un altro me è uno dei libri che ha fatto lavorare di più il mio postino. Mi hanno scritto in tanti, soprattutto giovani, ventenni o trentenni, per i quali il libro ha rappresentato uno strumento per chiudere il capitolo della propria adolescenza. Ma anche ragazzi relativamente giovani, con mia grande sorpresa. Uno di loro mi ha detto, semplicemente: « È triste, ma è bello.» Quanto agli adulti, si stupiscono che si possa scrivere un libro del genere, che si possa rivelare così tanto di sé. Ma ho l'impressione di rivelare più cose, più intime, in un testo di pura finzione che in questo, sebbene dichiaratamente autobiografico.

In che modo pensi che collane di narrativa, come la nostra, “Gli anni in tasca”, o quella di Éditions de la Martinière, “Confessions”, o quella di Joie de Lire, “Retroviseur”, possano essere utili, interessanti, coinvolgenti per i lettori, sia adulti, sia ragazzi?
Questo, veramente, non lo so. Pensavo che il mio libro non avrebbe interessato nessuno, che fosse troppo cupo, troppo disperato. Ma, allo stesso tempo, non avrei potuto scrivere altro. In quanto scrittore, mi interessava anche il fatto che la collana mi offriva un nuovo spazio di scrittura; e in quanto lettore, apprezzo il modo in cui ogni scrittore trova i propri strumenti, la forma letteraria più adatta per raccontare la propria infanzia. E questo è particolarmente vero dei titoli della collana “Gli anni in tasca”, nei quali ogni autore trova il proprio registro di scrittura ideale.

Grazie, Bernard.

martedì 21 settembre 2010

Novità de Gli anni in tasca in arrivo

Venerdì scorso abbiamo vistato le cianografiche dei prossimi tre titoli de Gli anni in tasca: Ugo Cornia, Autobiografia della mia infanzia, Bernard Friot con Un altro me (pubblicato in Francia da Editions La Martinière con il titolo Un autre que moi), e Guillaume Guéraud con Senza tv (i cui diritti francesi sono stati acquistati da Les éditions du Rouergue).

E per tutti i fan di Giusi Quarenghi, confermiamo la ristampa del suo Io sono il cielo che nevica azzurro. A chi ancora non lo conoscesse, suggeriamo la lettura di un paio di articoli, tra i tanti che sono stati dedicati a questo racconto di infanzia montanara, da Mondoeditoriale e Leggere Leggerci.